Michela Gorini – Âcre cœur – Pequod, 2025
A distanza di poco più di anno da Undress (v. QUI) Michela Gorini mi manda il suo ultimo libro di poesia, edito questa volta da PeQuod. Se quello era il corpo, in qualche modo denudato, esposto, interfaccia con il mondo, corpo anche della parola che ospita, questo è il cuore, acre, incattivito, dolorante, metafora e simbolo antichissimo, contenitore di sentimenti ma anche di angoscia, come Michela, che è psicanalista, sa bene. I due libri sembra che vadano insieme, forse sono frutto della stessa esperienza emotiva e esistenziale, che in Undress si svolgeva in una specie di diario di ventisei giorni, come in una caduta a rallentatore; qui sembra ci sia il fermo immagine dei pensieri, dei rimuginii, dei ripensamenti, (“il tempo cade e mi sposto su piani differenti, / ad es. quello del non credere”) perché il movimento è già avvenuto, quel che doveva succedere è successo, il dolore appartiene a una lacerazione già avvenuta, di cui la poesia (la scrittura, meglio) setaccia i frammenti in cerca di una ragione, in ogni singolo momento.
Si tratta fondamentalmente, in questi due libri, dell’amore. Tema difficile, personale, antico e tuttavia rinnovabile a partire – se, quando – dalla sua unicità, quella del poeta e delle “sue” parole. Perché, come si legge quasi subito, “se non scrivi, non sai più scrivere / se non ami, non sai più amare // definisci la distanza e stacci un po comoda // se non scrivi, non definisci l’amore / se non ami, non definisci la scrittura”. Quasi una dichiarazione di poetica. È curioso che quando scrissi di Undress, quasi in fondo annotai questo: “È un dilemma, in sostanza, presente a molti poeti di oggi, tra prendere le distanze, raffreddare, molare il linguaggio, smorzare il sentimento, appunto sopravvivere; e scorciare la distanza, avvicinare l’occhio, gettare un sguardo acribico sulla piaga smarginata, andare oltre. Un equilibrio non facile”.
Escludo che Gorini si riferisca oggi a queste parole. Soprattutto perché la misura è colma, come la distanza. Non esiste distanza se l’assenza appare definitiva, come un’ombra che rende la meridiana inservibile. Anche il “tu” che martella questi testi appare un’eco senza risposta, una comunicazione mono-direzionale come un segnale radio. Il tu esiste nei pensieri, tende a rimbalzare sull’io, sul senso di inadeguatezza e quindi ad essere senza risposta vera, senza prove inconfutabili. Continua a leggere
«Luigi Ghirri, Gianni Celati: verso la foce» (al Mambo di Bologna)
Davide Borowski –
Fabiano Alborghetti – Il movimento elementare –
Juan Pedro Ayala, una retrospettiva (Istituto Cabrera Pinto, Tenerife)
Alberto Pellegatta – Piccola estate – Guanda, 2025, pp. 107, 16 €.
Questo articolo è già apparso, con minime variazioni, nel n. 22, Febb. 2026 della rivista “Menabò” (
Dominique Villa – In quel vuoto freddo, inazzurrato –
Ugo Mauthe – Mélange –