Nino Iacovella – La parte arida della pianura

Nino Iacovella - La parte arida della pianura - Pietre Vive Editore, 2026Nino Iacovella – La parte arida della pianuraPietre Vive Editore, 2026

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La parte arida della pianura è un destino, quella che ti tocca in sorte, quella più dura da dissodare; o una sconfitta, una regione povera dell’esistenza in cui vieni sospinto prepotentemente da chi detiene il potere. In entrambi i casi è un luogo dello spirito e insieme un agone politico, il terreno che forse non ti sei scelto ma su cui in un modo o nell’altro ti tocca combattere.

Credo che sia questo il tema di fondo dell’ultima raccolta di Nino Iacovella, un libro in cui si narra molto e si riflette, si fa storia anche di sé nel riconoscersi in vicende che certo, da quel poco che lo conosco, hanno contribuito al suo pensiero. Se ancora avesse un senso in questa realtà complessa potremmo dire che si tratta di una poesia civile, militante, identitaria. Certo, c’è anche questo, con le problematiche espressive e retoriche che talvolta si porta dietro, che sono essenzialmente quelle che riguardano per così dire la “liricizzazione”, la resa poetica del dramma, non sempre agevole perché deve contrastare la “narratività” secca degli eventi. Ma Nino mi pare abbia ben presenti questi aspetti e infatti non solo inserisce egregiamente elementi lirici o perfino elegiaci, ma lo fa partendo sempre dalla centralità dell’umano, anche quando esso è un “io” nascosto, un “tu” relativo, un nome noto, o un anonimo abitante di questo Occidente perso nello spazio monodimensionale “tra divano e televisore”. Tutti hanno una dignità, anzi una esemplarità ineludibile, un loro modo di essere vittime, di onorare la propria sconfitta. Che, ancorché sia personale e definitiva, tuttavia preserva un margine di lotta, un legato di speranza. Continua a leggere

Ruth Orkin: the illusion of time, mostra a Bologna

Ruth Orkin - Selfportrait

Ruth Orkin: the illusion of time (a Palazzo Pallavicini, Bologna)

“Le donne contribuivano ad alimentare la fabbrica dei sogni non a crearli, il che significava che tutte le carriere dietro la macchina da presa erano indiscutibilmente riservate agli uomini.” Così scrive Anne Morin, curatrice della mostra presentata per la prima volta a Bologna incentrata sulla figura ancora poco conosciuta in Italia della fotografa e regista statunitense Ruth Orkin (1921-85) esposta in un’ampia retrospettiva a Palazzo Pallavicini fino al prossimo 19 Luglio. Tale conclamata impossibilità nel proseguire una carriera da cineasta per una donna all’inizio del XX secolo condizionerà inevitabilmente il lavoro della fotografa dando vita a una commistione originalissima tra i due generi_ l’immagine in movimento del cinema plasma la sua immagine fotografica e viceversa_ che appare ancora oggi come la cifra più originale e distintiva del lavoro della Orkin.

Ruth Orkin nasce a Boston nel 1921 e cresce a Hollywood negli anni ’30 figlia di un’attrice del cinema muto; negli anni ’40 studia fotogiornalismo al Los Angeles City College e inizia ad intraprendere una carriera di fotoreporter per importanti riviste americane tra cui LIFE, Look ecc. La passione per il cinema traspare costantemente dai suoi primi scatti fotografici come la volontà di sperimentare con l’idea di durata derivante dall’ “l’immagine in movimento”, vale a dire l’intenzione sottile di portare qualcosa del cinema dentro la fotografia permane come un richiamo, un’eco costante nel suo lavoro di fotografa. L’immagine è vista da Orkin come “una scintilla, un’impronta che racchiude in sé un effetto filmico di durata”, seppur apparente, ricreata attraverso tecniche visive da lei predilette quali la sequenza, la duplicazione di uno stesso soggetto, la simultaneità nella visione all’incrocio tra fotogramma immobile e illusione di movimento. Continua a leggere

Podcast: Umberto Saba e il suo Ulisse

Poet’s cuisine: 02 – Umberto Saba, Ulisse

A quasi due anni dal primo tentativo di podcast (quello dedicato a La malattia dell’olmo di Vittorio Sereni – v. QUI), ci riprovo utilizzando materiali scritti e audiovisivi che avevo accantonato. Si tratta in questo caso di quella poesia arcinota ma esemplare, da diversi punti di vista, che è Ulisse di Umberto Saba, tratta dalla raccolta Mediterranee, uscita nel 1946, proprio 80 anni fa, dove il triestino si pone come un piccolo Odisseo adriatico. Anche qui cerco di gettare uno sguardo, minimale ma spero interessante, nella “cucina” del poeta. Buon ascolto (trovate il testo della poesia più sotto).

Umberto Saba

Ulisse (Mediterranee, 1946)

Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

 

Scritture complesse, il libro

È uscito in questo mese il volume SCRITTURE COMPLESSE (Ed. [dia•foria), che contiene testi e contributi scaturiti dal convegno dallo stesso titolo curato da Elvio Manganaro e Daniele Poletti, che si è tenuto il 16 dicembre 2023 presso lo CSAC – Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma e ha avuto sostegno e promozione dal Dipartimento abc del Politecnico di Milano in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria e architettura dell’Università di Parma e la casa editrice [dia•foria. Interventi critici, teorici e creativi di: Andrea Borghi, Alessandro De Francesco, Giovanni Fontana, Marco Giovenale, Elvio Manganaro, Salvatore Margiotta/Phoebe Zeitgeist, Nicolas Martino, Marco Mazzi, Susanna Pisciella, Daniele Poletti, Franco Purini, Luigi Severi.

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[…] “L’idea di “scrittura complessa” entra nel dibattito sulle scritture all’incirca dal 2014 come necessità teorica scaturita dall’attività editoriale di [dia•foria, con una prospettiva completamente diversa rispetto a quella di “categoria critica”, “corrente letteraria” o “manifesto”. Si può pensare piuttosto a un osservatorio perpetuo su quelle scritture che risultano irriducibili e indisponibili a un inquadramento e un collocamento precisi. Il paradigma della complessità non fa distinzione tra i diversi tipi di scrittura. Prosa, poesia, teatro, concetto, performance stanno sul medesimo piano di attenzione. Non solo, lo stesso paradigma abbraccia le ridestinazioni d’uso segnico di musica, arte, cinema, visuale e tutte le disparate possibilità di intersezione e permutazione compositiva. Si può pensare quindi a un’agglomerazione panmediale che accoglie opere ben oltre i concetti standard di “sperimentazione” e di “tradizione”. I criteri di appartenenza di genere cedono il passo all’individuazione di una materia che si sottrae all’interpretazione certa e uniforme. Continua a leggere

JOHN GIORNO, The performative word

John Giorno's Dial-A-Poem. 1970. Photo credit: UnknownJOHN GIORNO, The performative word (Mambo, Bologna)

Grandi tele monocrome in diversi colori su cui si stagliano versi ipnotici a grandi caratteri incisi a metà tra mantra e haiku giapponesi accolgono i visitatori nella mostra che il Mambo di Bologna dedica a una delle figure più eclettiche dell’avanguardia newyorkese: il poeta e performer John Giorno nella prima grande retrospettiva italiana a lui dedicata visitabile fino al prossimo tre maggio al museo bolognese.

Il lavoro di Giorno si intreccia a partire dagli anni sessanta con artisti di primo piano dell’avanguardia newyorkese tra cui Andy Warhol, Robert Rauschenberg, William Borroughs posizionandosi in quello spazio di sperimentazione al crocevia tra poesia come parola sulla pagina scritta e pratica performativa restituita attraverso la voce, il corpo, il suono e, in alcuni casi, contaminandosi con la musica oppure nell’ambito di azioni performative in scenari pubblici come le strade, le linee telefoniche ecc. Continua a leggere

Giuseppe Ferrara – segnicontroversi, nota di Claudia Mirrione

Giuseppe Ferrara - segnicontroversi - Kolibris Edizioni, 2013Il poeta Giuseppe Ferrara, nato a Napoli e cresciuto a Potenza, vive da molti anni a Ferrara, dove ha svolto attività scientifica come fisico in un centro di ricerca privato. Il suo ingresso nella poesia è relativamente tardivo ma decisamente consapevole: esordisce nel 2011 con L’orizzonte degli eventi e pubblica poi diverse raccolte, tra cui segnicontroversi (2013), Appunti di viaggio di un funambolo muto (2016), Il peso e la grazia (2018), Raccolta differenziata (2021) e Vertebre sacrali (2023). La sua scrittura si colloca in un punto di incontro singolare tra sensibilità lirica, osservazione del quotidiano e immaginario scientifico, dove il lessico della fisica e quello dell’esperienza comune finiscono per intersecarsi e illuminarsi reciprocamente.

Nel lavoro di Ferrara — e in particolare nella raccolta segnicontroversi — si può intravedere un dialogo implicito con la poesia di Valerio Magrelli. Non si tratta di un’imitazione, ma piuttosto di una prossimità di sguardo: Ferrara sembra accogliere da Magrelli una certa modalità di registrazione del vissuto, quasi un’attenzione analitica al reale, capace di cogliere nei minimi fenomeni quotidiani un segnale di senso. In segnicontroversi compaiono anche allusioni esplicite al poeta romano, talvolta sotto forma di allocuzioni o rimandi ironici al poeta destinato a ricevere un premio in Campidoglio: un modo sottile per riconoscere un debito poetico e insieme per situarsi criticamente rispetto a quella linea della poesia italiana contemporanea che ha fatto dell’intelligenza riflessiva e della precisione dello sguardo una cifra stilistica. Continua a leggere

Riccardo Benzina – Midollo

Riccardo Benzina - Midollo - Taut Editori, 2025Riccardo Benzina – MidolloTaut Editori, 2025

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Qualche testo dall’ultimo libro di Riccardo Benzina (Bari, 1988), tra cui il poemetto centrale (sezione Trasparente) che dà il titolo alla raccolta. Una poesia dell’io che non si trastulla, non si piange addosso, non conta i metri quadri della stanza, e magari non (si) prende eccessivamente sul serio (“Benzina pratica un sarcasmo strutturale”, scrive a.p. nei risvolti), e tutto ciò soprattutto perché tutto sommato sta in disparte, non cerca una strada semplice, e parlo della scrittura che Riccardo non sparge onanisticamente a vanvera come fanno certi, e parlo della non episodica insorgenza di un noi partecipato, cioè altri/altro che gli appartengono e fanno parte della materia di questa poesia, che sia l’amore, che sia il dolore (“noi, esposti a un male, lo impariamo”), che sia la voglia “di fare conoscenza con tutti i qualcuno del mondo”, che sia un ambiente, naturale o domestico, sempre però intriso di una coscienza emotiva, di un occhio che non solo legge ma “abita”. Queste cose sono il midollo, “la sottigliezza di un’idea che fatica a dileguarsi”.

Riccardo pensa e respira, che nella sua scrittura stanno insieme, forse sono la stessa cosa. Non è un modo di dire, nel senso che sia i testi sia i “versi” – le frasi, gli enunciati spesso destrutturati che li compongono – si prendono il loro spazio e il loro fiato, un po’ per quella “idea sottile” (che voglio immaginare sia la poesia) che tende a dilatarsi e nutrirsi strada facendo, un po’ per quel che di “narrabile” si rinviene per quella stessa strada, e che merita di essere raccolto (“tienimi fuori da ogni storia / dove non c’è nulla”, dice Riccardo). Per capirci, qui la poesia narrativa non c’entra niente, nel senso che gli eventi, i “fatti”, sono già introiettati in una dimensione emotiva/affettiva, non sono più “oggetti” storici, si sono fatti coscienza direbbe Merlau-Ponty, e, come susseguente sublimato, poesia. È un meccanismo di appropriazione delle cose in cui la scrittura, come emergenza verbalizzante di quella coscienza, è lo strumento principe, ramifica, seppur ben controllata, in quello spazio/fiato che si diceva, crea immagini, metafore, simboli, oggetti totemici, li sposta, li mette sotto la luce, torna ad accantonarli, spesso in cauda, dietro un pensiero dominante. Se, come dice, “sono una superficie gli avvenimenti”, Benzina tenta sempre di grattarla, una stagione non è mai (solo) una stagione, un rapporto non è mai solo tale, “avaria e solitudine conducono a un pensiero di carrubi”, il “reame” del reale è sempre una congerie di segnali il cui valore risiede non in sé ma nella speranza, di poterli un giorno interpretare. Che è una delle mille cose a credito della poesia. (g. cerrai)

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Sandro Sproccati – Invenzioni

Sandro Sproccati(Questa nota è parte di un articolo più ampio in attesa di destinazione finale)

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Chi è Sandro Sproccati? Da un punto di vista meramente bibliografico l’evidenza è che egli sia uno studioso di storia e teoria dell’arte, apprezzato autore di diversi saggi sull’argomento e in genere sull’immagine, compresa quella cinematografica, come rappresentazione artistica, oltre che docente. Ma in diverse note biografiche, specie in calce a suoi articoli, si dice (e forse è lui stesso che lo dice) che Sproccati è “inoltre” autore – come un curioso valore aggiunto – di “alcuni libretti” di poesia e prosa poetiche.

I “libretti” in realtà non costituiscono, pur essendo “alcuni”, una produzione sporadica o rapsodica, in qualche modo collaterale rispetto alla visione artistica dell’autore. E non sono nemmeno “libretti”, esattamente come non lo erano (le dimensioni non contano in queste cose) quelli pubblicati da TamTam di Adriano Spatola, tra i quali Sproccati esordì nel 1983 (Enterafasiche e altre di dubbiafasia). Sono diventati nel tempo almeno sei (l’ultimo risale se non erro al 2024), e ora [dia.foria progetta la pubblicazione di un volume antologico dedicato ai testi poetici 1981-2015, dal titolo credo provvisorio di Invenzioni. Ed è ciò che qui ci interessa.

C’è una certa penuria di informazioni reperibili (recensioni, estratti, citazioni) intorno al lavoro poetico di Sproccati, e questo è tutt’altro che inconsueto (nell’ambiente letterario italiano non c’è bisogno di sforzarsi per diventare un autore appartato). Quindi, anche senza essere un fan del new criticism, occorre affidarsi al testo. Continua a leggere

Brevi di cronaca: Ksenja Laginja e i suoi lupi

Ksenja Laginja - Chiamali ancora per nome - Arcipelago Itaca, 2025Ksenja Laginja – Chiamali ancora per nomeArcipelago Itaca, 2025

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Alcuni testi tratti dalla raccolta più recente di Ksenja Laginja. Una poesia rarefatta, simbolista, privata, “misteriosa, a tratti ermetica, oscura”, una poesia in cui “quando sembra di poter ghermire questo frammento di memoria e coglierlo in pieno, esso svanisce”, in cui i versi “restano soffusi, in un crepuscolare sfasamento” ecc. D’accordo, i virgolettati sono parole di Alex Tonelli, dalla prefazione a questa raccolta, parole che sostanzialmente condivido (ma chi mi conosce sa che cosa penso delle prefazioni). Perché lo spirito di fondo del libro è questo, l’idea di poesia che Laginja ha è mitico e mistico, alla poesia viene accreditato, al di là della scrittura e degli stili che hanno mutato – evolvendo – nel corso del Novecento, un ruolo sciamanico e salvifico che forse ebbe in una società ben diversa dalla attuale. È in sostanza una “ideologia” di speranza, in cui il poeta assegna a sé stesso il ruolo di tramite (“sacerdotessa e maga” – dice Tonelli – con i suoi animali totemici, come il lupo qui molto presente), di messaggero, di evocatore di significati “altri” e “oltre”, quasi esoterici, di quelle “vibrazioni” a cui allude anche Tonelli, quando parla (però come qualcosa di positivo che “libera” il lettore) di “una dialettica negativa che distrugge un senso compiuto senza voler (poter?) mai costruire un nuovo significato”, poiché “la poesia di Ksenja Laginja distrugge e, facendolo, libera il senso nelle sue infinite forme”. D’accordo ancora, ma a me pare il climax del crepuscolare, direi, il simbolo (l’astratto personale, alchemico) che sfratta la metafora (l’idea condivisa, il concetto, il conoscibile).

Posso capirlo. Il mondo ha perso da tempo la sua magia. E Dio è morto, come ci ricorda Nietzsche, almeno nel senso della fine della grande narrazione etico morale del mondo stesso. Che come se non bastasse è diventato di una complessità tale da mettere in discussione il concetto stesso di realtà, percepibile solo per frammenti (di vero, forse…) o in bolle in cui è ancora possibile vivere, angoli in cui sia più facile rassicurarci come umani, perfino cullare il nostro dolore, gli affetti, le relazioni complesse, osservare la nascita e la morte, e la stessa scrittura come sublimazione identitaria. È in questo ambito – privato e insieme eterno, nascosto e simbolico – che Laginja tenta di ricreare la magia che manca, di evocare l’impalpabile, lo “spirito” che aveva aleggiato negli eventi vissuti, là dove esistiamo. In questo tipo di poesia l’unico vero rischio è che quello che perviene alla luce (o a una misterica penombra) sia diversamente significativo: per chi scrive, in cui l’immagine evocata è per così dire precostituita e presente, quanto un ricordo per fare un esempio; per chi legge, in cui l’immagine deve essere “immaginata” in mezzo alla stessa penombra, e non è detto che ci azzecchi (sempre Tonelli parla di “cattiva messa a fuoco”, di “miopia poetica”, anche se, ancora, per lui in senso positivo). Da questo punto di vista la scrittura di Laginja, fatta per lo più di testi conchiusi di pochi e densi versi, va in quella precisa direzione, è una scelta consapevole e mirata di stile, atmosfera, andamento, tonalità, assolutamente coerente con quell’idea di poesia a cui ho fatto cenno all’inizio. (g. cerrai)

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Chagall, il sogno e la storia – mostra a Ferrara

Marc Chagall, Parigi dalla finestra, 1913.Chagall, il sogno e la storia (da “Chagall, testimone del suo tempo” a Palazzo dei Diamanti, Ferrara)

“The only land that is mine is the one within my soul: I enter it without a passport there where my soul is: la sola terra che mi appartiene veramente è quella della mia anima” afferma Chagall “dove poter entrare senza passaporto, lì dove la mia anima risiede”. Con tale citazione si è aperto il percorso espositivo visitabile fino al prossimo 8 febbraio a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dove ancora una volta l’opera di Chagall emerge nella sua potenza di visione, onirica e poetica insieme, in grado di trasfigurare la realtà e ricondurla al puro universo sincretico della sua pittura, forse sua unica vera patria. Dal legame imprescindibile con la terra russa dell’infanzia, agli anni della giovinezza sul suolo francese, fino alla fuga negli Stati Uniti durante la guerra Chagall trova forse quell’ unico approdo certo da ogni esilio nello spazio poetico e immaginativo della propria pittura.

Sono più di 200 le opere esposte nella mostra ferrarese che spazia in un ampio percorso trasversale esteso nel tempo e nello spazio organizzato più per nuclei tematici che non per eventi cronologici. Dipinti, disegni, incisioni e due installazioni immersive ci restituiscono la lettura inedita di un artista poliedrico, insieme visionario e ancorato nella storia del XX secolo,“testimone del suo tempo”, come titola la mostra ma dallo sguardo assolutamente immaginativo. Continua a leggere