Valeria Rossella – Quello che vedo

Valeria Rossella - Quello che vedo - Interlinea Edizioni 2021Valeria Rossella – Quello che vedo – Interlinea Edizioni 2021
Ricevo da Interlinea Edizioni, certo su indicazione dell’autrice, questo bel libro di Valeria Rossella, già presente su questo blog (v. QUI), in particolare per la sua raccolta di poesie La città di Kitež, uscita per Aragno nel 2012. Rossella, va detto subito, non è solo poeta di grande raffinatezza, ma anche studiosa e traduttrice dal polacco, in particolare del Premio Nobel Czesław Miłosz (sua ad es. la cura del monumentale Trattato poetico, Adelphi 2012). Già all’epoca, cioè nel 2012, avevo rilevato alcuni elementi di interesse, a cominciare da una inesausta fonte lirico elegiaca a cui Rossella attinge senza intellettualismi, forte della convinzione che la poesia, alla fine, appartiene solo a sé stessa, libera da correnti, schieramenti, rinnovamenti obbligati, modernismi. Così come avevo osservato a suo tempo, anche qui tornano protagonisti certi temi che appartengono alla natura stessa della poesia, al suo essere voce umana, pensiero, speculazione sull’esistenza (e tuttavia più della filosofia, giacché – dice Valeria – “i filosofi portano verità cariate nella bocca”): il tempo innanzitutto, topos tanto indefinibile quanto imprescindibile, matrice del flusso della vita e della memoria di essa, filza di attimi/coscienza in cui siamo stati, di cui abbiamo impronta (sia detto, ancora, senza scomodare filosofi); i sentimenti e gli affetti, compresa la mancanza, l’assenza, ma anche la persistenza che ad essi assicura il ricordo, sia pure nella sua poetica “inesattezza”, ovvero nella sua ri-creazione in versi, nella sistemazione di esso in un casellario privato; e c’è, in questa componente sentimentale/memoriale, naturalmente un sentimento del tempo, che scorre e forse ritorna come nelle piccole stazioni che “hanno due binari”, che in qualche modo  è un flusso ma “non sta su un piano cartesiano”, cioè non ha quella razionalità che alla poesia non può interessare, poiché semmai è (e il poeta lo sa) a rude stream di shakespeariana memoria. Va da sé che in questo repertorio tematico, qui come in Kitež, non possono essere assenti la morte e i morti. Rossella sa che “non si ritorna mai, non si ritorna”, la morte è un momento in cui “ciò che è lasciato è lasciato, il libro aperto / a pagina cinquanta”, il distacco anche improvviso da una concretezza di persone e cose, un precipitare “nel buio dove tutto è immoto, dove tutto è anemico”, ovvero un luogo scolorato e inerte. I morti, certo, ma anche coloro che si sono persi per strada, i lontani, i dimenticati, che cioè soggiornano in un limbo, quelli che solo grazie alla memoria, a un recupero poetico, “emergono dal permafrost degli anni”. Come un aruspice il poeta deve raccogliere i segni e risignificarli, siano essi cose concrete o memoriali o gli uccelli qui spesso presenti (civette, cigni, ballerine bianche, le mitiche Chere, storni o “uccelletti sconosciuti con la testa bianca”) oppure “gli oggetti-talismano, il Rocci, lo spartito / dell’Amore è blu”. È un procedimento creativo raffinato, in cui nulla va perduto e nulla è ridondante, e tutto o quasi, specie nelle poesie migliori, si ricombina in un testo poetico assai suggestivo, dove pensiero e immagine si abbracciano (v. ad es. più sotto Monadi nell’autunno del 2020). La poesia si ricompone, si ricuce. E sebbene Valeria ci avverta che “l’arte delle cicatrici non consola” tuttavia la poesia non può declinare certe responsabilità. Si tratta, come già accennato, di ricostruire, che è pur sempre un atto di speranza. O rimettere insieme i cocci, come suggerisce l’autrice nella sezione Kintsugi, ovvero, come annota Rossella, l’arte giapponese di restaurare oggetti rotti con lacche o metalli preziosi lasciando tuttavia visibili le fratture: poiché – aggiungo in generale – il testo, soprattutto in lirica, non nasconde (o non dovrebbe), semmai ricompone sotto altra forma i frammenti, crea un’estetica in cui il segno del tempo (che grida, “il tempo che piange ininterrotto”), forse l’imperfezione, forse un certo senso di impermanenza, o  l’impossibilità del ritorno all’inizio “per chiudere la vena” sono fondamentali (definiamolo, perché no, un wabi-sabi poetico). Alla fine, nella lingua colta ma cristallina, impreziosita spesso da lampi di metri canonici come certi endecasillabi, tutto trova la sua luce, c’è molto poco di fosco, niente di patetico, ma nemmeno niente di rassegnato. Perché, come già in Kitež, Rossella si pone saldamente al centro ma senza egotismi, confida solo (o spera) che la poesia, come i limoni dipinti da Francisco de Zurbaràn, nella poesia omonima, che non “patiranno le muffe e i saprofiti”,  riesca a ricreare una realtà che “cambia di grado”  sconfiggendo “la vociferante obsolescente acqua” del tempo. (g. cerrai)

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Ando Gilardi, “Food”, Foto-industria 2021 (al Mast di Bologna), nota di Elisa Castagnoli

Ando Gilardi, “Food”, Foto-industria 2021 (al Mast di Bologna)

 

“Il bisogno primario di cibo si sovrappone oggi a quello delle immagini” scrive Francesco Zanot nell’introduzione alla Biennale di Foto Industria 2021 a Bologna; esiste una stessa voracità nelle società consumistiche di oggi nel consumare cose, alimenti, cibi e i loro profumi non solo con il gusto ma con tutti i sensi allo stesso modo in cui desideriamo vedere, scambiare e ricevere sui nostri canali di comunicazione digitale, foto o video condivisi_auto-rappresenzioni di noi stessi_ ed ancora essere parte di quel fiume di immagini e messaggi che ci arrivano dai social. Una narrativa delle immagini si crea in questo modo, allo stesso tempo raccontando sé stessi e un’epoca nel suo scorcio sociale e culturale in atto. Oggi a ridosso di due anni di pandemia si lotta con i vaccini per tenere sotto controllo il nuovo propagarsi del virus e le festività si situano come una parentesi lieve, una sospensione in cui si è avviluppati dal cibo e dal calore di una casa, riportando al centro ancora una volta il consumo esasperato di cibo e di immagini. Tale, il tema “Food”, scelto per la recente Biennale foto/industria tra cui spiccano le fotografie di Ando Gilardi esposte al Mast ancora per pochi giorni.

Gilardi si avvicina alla fotografia nel ’45 all’indomani del conflitto bellico, inizialmente con un intento documentario e politico in immagini che costruivano prove legali contro i crimini neo-fascisti commessi durante la guerra. La sua produzione fotografica si realizza prevalentemente negli anni ’50 e ’60 sui temi del lavoro, dell’industria, dell’agricolture, dell’etnografia e della società. Alla fine degli ’50 Gilardi collabora con la rivista “Lavoro” e inizia a raccontare la quotidianità di contadini e braccianti sottopagati nei campi al nord, di venditori ambulanti, donne sfruttate al sud nella raccolta delle olive e altre simili realtà sociali agli albori del boom economico italiano. Continua a leggere

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After BIL 2021: Anita Piscazzi

Come giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 2 –

Anita Piscazzi – Lo scompenso delle immagini 

Piscazzi sceglie l’elegia, in questi tre testi, la malinconia, il dolore di un nostos non necessariamente chiaro e definito, l’andamento un po’ stupefatto e un po’ errabondo di chi scopre un luogo della poesia in quel “niente in tasca” di cui parla nel primo brano, sapendo però che corrisponde non ad un nihil esistenziale, ad un vuoto, ma ad una assenza, un dolore, un’inquietudine indefinita, forse senza oggetti bersaglio denotati, ma non per questo meno “presente”, meno angustiante. L’indefinito, il generico, l’astratto fanno logicamente sponda al simbolico, ad una voce che sembra echeggiare in stanze ombreggiate, il tono è di primo acchito quasi pitico e non solo per un uso del perfetto che rimanda ad un mito, ad una storia o mistero personale o per un uso del verso libero a tratti predittivo. Ma anche per un lanciare segnali a chi legge, come a volerlo informare di un invisibile tutt’altro che privato, come ad esempio la convinzione che “il petto degli altri è un lupo”, che da certe catabasi della memoria si torna, ecco, con niente in tasca, a parte un po’ di rimpianti. Certo è comprensibile che in questa indagine di zone d’ombra, di angoli del sé in rapporto alla propria esperienza l’immagine sia appunto “scompensata”, smarginata – dice Piscazzi – come  una riva senz’acqua, sia cioè un limitare privo di ciò che lo rende tale, ovvero privo di un colloquio tra elementi, e perciò stesso sia perturbante o crei uno “scontento inquieto”. La poesia sta allora (per citare l’autrice) nel segretamente abitare il proprio senso cieco e oscuro, ancor di più nel testimoniare (fare testamento) del passaggio di un Angelo di luce, sia essa la semplice luce nuova che l’inverno promette  o quella sorgente “sulle ossa sparse nei mari / sulla morte della viola di marzo”. Un angelo, forse necessario, ci auguriamo,  come quello di cui scriveva Wallace Stevens. (g. cerrai) Continua a leggere

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After BIL 2021: Erika Di Felice

Erika De FeliceCome giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 1 –

Erika De Felice – Lungomare, Zara

Quella di Erika De Felice è poesia colloquiale, in conversazione con un tu di riferimento (“hai mai pensato…”, “per ricomporsi sai…”) che è specchio ed assenza, o forse è – almeno poeticamente – un alter ego con cui rapportarsi. Il luogo, l’ora (22.45 dei giovedì dispersi) sono puri palcoscenici, come quando si rimugina guardando l’orizzonte seduti su un molo, la presenza fisica è marginale rispetto al lavorìo del pensiero, la verbalizzazione di questo pensiero è connotata da una frammentazione di quello che poeticamente si riesce e si vuole ricordare, registrare a futura lettura, che poi è in parte il meccanismo della memoria (tutta questa poesia è in fondo memoriale e perciò elegiaca), e quindi secondo una procedura (non tanto retorica o testuale, quanto magari psicologica) metonimica (una parte frazionaria per il tutto, ad es.: “Le tue spalle / e il mio peso del mondo / solo questo ricordo / questo solo di te”), di cui anche la scrittura, la forma sono specchio. Un procedimento che rende questa poesia decisamente affettiva e perciò stesso immediatamente – diciamo – agréable, nel suo poggiarsi in definitiva su un ventaglio di sentimenti di privazione e di solitudine che conosciamo, che sono umani e quindi a noi (terenziani lettori) non alieni. Ma il sentimento di inquieta aspettativa di qualcosa non destinato al ritorno, al recupero, al nuovo abbraccio, quel sentimento è definitivo, “come una notte che non risorge”, ci dice l’autrice. Questa mancanza di un’alba (o qualsiasi speranza) è agnostica e perciò conchiusa in sé, qualsiasi esperienza in fondo, per quanto ripetibile  in   poesia, avviene per consumazione della stessa come in un giorno anch’esso ripetibile, “quest’oggi [che] non è passato”, qualcosa a cui forse ci si abitua (“nulla mi ripugna di te / nemmeno la morte che scorre sottile / nemmeno questo pallido vento”) ma a cui in fondo non si vuole credere (“e dimmi, alla fine / è poi questa la fede?”). La poesia dà voce, come può, a questo dibattersi come all’interno di una Skinner box, una gabbia da esperimento, una condizione che ha un che di destinale, di ontologico, forse – come l’angoscia – non del tutto sensato quanto irriducibile. “Questa vita – corpo confuso / ci contiene per sbaglio”. Il resto del mondo appare precluso. (g. cerrai) Continua a leggere

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Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo – nota di Elisa Castagnoli

eve arnold - harlem“Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo”

 

Dagli anni trenta del novecento ad oggi un nuovo sguardo al femminile inizia a emergere e imporsi sulla scena della fotografia moderna restituendo nel rispecchiamento di sé le trasformazioni culturali e sociali di un’epoca. Tale, il filo conduttore della mostra attualmente in corso ai Musei San Domenico di Forlì “Essere Umane” curata da Walter Guadagnini. Il percorso ci conduce cronologicamente attraverso un viaggio per immagini dalla prima parte del secolo scorso ad oggi, dalle figure leggendarie della grande fotografia americana alle artiste che hanno segnato l’emergenza di una nuova coscienza femminista negli anni ’70 e ‘80 in Italia e altrove; si dà, infine, voce alle identità emergenti dalle culture extra-occidentali del XXI secolo.

Una moltitudine di sguardi di donne artiste si susseguono in questo racconto per immagini dagli stili diversissimi dove dominante resta, tuttavia, il reportage sociale agli inizi del novecento, la rivalsa femminile degli anni ‘80 e, sempre più all’inizio del XXI secolo, le voci dell’alterità, della differenza in senso lato_ personale e politica_ che oltre agli stereotipi danno spazio all’ espressione e alla libertà individuale. Le più di trecento fotografie in mostra si pongono come indagine nuda, in presa diretta sulla società di ieri e di oggi, ma, anche, aprono spazi di narrazione individuale e poetica per raccontare storie, le proprie, catturando scorci di vita intima attraverso le immagini. Continua a leggere

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Alberta Tummolo – Come pagina bianca, nota di Carmine Chiodo

Alberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibriAlberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibri, San Giorgio del Sannio (BN), 2021

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La poesia di Alberta Tummolo prima di ogni cosa nasce dall’ascolto e dall’incontro: incontrare e ascoltare altre vite, oltre la propria, e non mancano quelle dei giovani, dei ragazzi allievi della stessa poetessa, insegnante di Lettere a Colleferro (Roma).

Il titolo della raccolta è emblematico in quanto – e non faccio altro che ripetere un pensiero della stessa Tummolo che si legge nell’Introduzione – “pagina bianca” è “in fondo la vita“ e su questa pagina “rimangono i segni dei nostri tentativi di disegnare la nostra esistenza che si incontra con le esistenze degli altri”; per questo incontro con le vite altrui, notevole è l’ultima sezione della silloge che prende come titolo “Minuscoli dialoghi”, la prima e la seconda sezione sono: “Non è un vuoto“ e “Rifiuti”: qui c’è parecchio ascolto.

E’ su ”questa pagina bianca” che la Tummolo scrive la sua lucente, chiara, fluida poesia, priva di orpelli e sproloqui. Si ascolta la voce vibrante dell’io poetante che ci parla, ci comunica i vari contenuti della raccolta espressi con lingua diretta, efficace, di facile comprensione (ma di grande significato) che ben s’attaglia ai temi, alle situazioni svolte. Lingua e tematica molto originali, come pure il timbro e la fattura dei versi. Una poesia linda e che con estrema naturalezza e varietà timbrica ci presenta, per esempio, la condizione esistenziale, che ci dice, quando ci si trova nel “mare in tempesta” come fare per “tornare a prendere il largo”. Continua a leggere

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da Nihil: 1

Pubblico raramente, su questo blog, qualcosa di mio. In questo caso è l’inizio di qualcosa. Inizio che è avvenuto anni fa. Qualcosa di cui non è facile dire con esattezza di che cosa si tratti. Prima c’è (c’è stato) il testo, poi questo video che, tutto sommato, è ancora testo, sebbene sia  corredato da immagini e voce. Nihil è una persona ma non un personaggio. È semmai un esemplare di un lenta ma inesorabile mutazione antropologica. E il testo è il testo, nel senso che solo le parole hanno il diritto di rinfacciare qualcosa a qualcuno. (g.c.)

 

 

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Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti

Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti – RPLibri 2021
Ah, i libri d’esordio! Ce li immaginiamo sempre come qualcosa che emerge da un supposto deserto preesistente, stiamo lì a spulciarli alla ricerca di certezze e promesse, di un qualche segnale di svolta, magari di un innovativo sguardo sulla realtà, per poi forse uscirne delusi nelle nostre aspettative. Un approccio ingiusto, diciamolo. Però qualche spunto di riflessione generale possiamo cavarne.
Questa di Delfino è un’opera prima che più non si potrebbe. Uscito in settembre, scritto da un giovane millennial (è nato nel 2000),  studente romano di filosofia, questo libro fa del suo autore un absolute beginner, ma non proprio un principiante. Nel senso che, come tutti, proviene da qualche  buona lettura o dalla scuola, fin dove la scuola, quando va bene, è solita arrivare. In effetti è proprio Antonio Bux, nella nota introduttiva, a rilevare per primo da una parte “una nota lievemente crepuscolare”, dall’altra “una colloquialità quasi sacrale e dai toni decadentisti”, con l’aggiunta – annoto io – di qualche piccolo recupero stilistico, come certe – ma non molte e peraltro pertinenti – rime o endecasillabi leopardiani (“la vita / è poca cosa, e non conosce cura”). In altre parole il primo Novecento. Be’, Bux ha ragione, e fin qui diciamo che Delfino rientra a pieno titolo in una generazione (o in un’età) non ancora abbastanza “crudele” da far fuori una certa idea di poesia, o meglio una certa idea di come la poesia si fa espressione. Non è solo una questione di stile, naturalmente, anzi da quel punto di vista Delfino ha senz’altro delle carte, almeno quelle che il suo vivere oggi, in questo tipo di contemporaneità che costringe a una certa lineare immediatezza, gli fornisce. Cosa che si concretizza non solo nella brevità efficace dei testi (anche in questo D. ha molti fratelli nella sua generazione), ma anche nel fatto che quei testi tendono a proporsi come frammenti “aperti” e in qualche modo contigui, ovverosia suggeriscono una riflessione e insieme tentano di dare l’idea di un cursus vitae, di un susseguirsi di giorni che l’autore tiene sotto osservazione e che pur essendo “momenti” hanno la loro giustezza esistenziale, o se vogliamo una loro “esemplarità”, soprattutto se in relazione a un tema. 
Il tema principale della raccolta è la morte. E il “sorriso adolescente dei morti” potrebbe essere quello di Gabriele Galloni, scomparso troppo giovane, primo autore in questa stessa collana con In che luce cadranno (ma vedi anche QUI). Naturalmente la morte è tra gli universali della poesia, un topos che può assurgere a una sua originalità solo se lo si permea con un sentire o un epos o una riflessione ontologica o ancora con qualcosa che (purtroppo) è stato esperito, non con una giovanile paura anticipatoria, o perfino, come vagamente proprio in Galloni, con una qual componente narcisistica di chi con un universale flirta. Confesso infatti che mi induce qualche perplessità, di un ventenne, questa contemplatio mortis che qui serpeggia, che forse potremmo capire, noi che abbiamo una certa età, come metafora di una imminenza che riguarda non solo gli uomini ma tutta la natura. Oppure, certo (ed è l’ipotesi di Bux), si potrebbe trattare di una morte “solo tacitamente osservata, non desiderata, bensì un’attesa pressoché innocente di offrirsi casti alla liturgia della vita”, come di chi sa o si sente che “essere adolescenti equivale lo stesso a sparire”. Ipotesi interessante, ma che equivarrebbe a quella un po’ romantica di chi, non avendo ancora esperito in pieno la vita, salta poeticamente alle conclusioni come un veloce fuoco che brucia. È l’elegia anticipata, il nostos di un viaggio ancora da fare, e tuttavia non si può non rilevarne un certo fascino. Certo, è inevitabile, in questo osservare, qualche eccesso di pathos, come in un paio di testi,  quelli più lunghi, che sarebbe stato meglio espungere dalla raccolta,  (“intanto, io, imbiancherò / nella tua ombra: / e i miei placidi occhi / ingrigiranno il triste mondo che mi insegnasti ad amare”). Ma, al di là delle ipotesi riguardo al tema, quella che vorrei assumere è proprio appunto  – in questa raccolta – l’idea della morte (che non dimentichiamo in questi testi si accompagna a un “nulla” più volte ripetuto) come imago di un sentimento di non corrispondenza col mondo, o d’inadeguatezza alla “liturgia della vita” di cui parla Bux (e che di questi tempi non è solo esistenziale, ma anche politica e sociale). Quello che ne deriva è una visione sì tragica, come dice il curatore, ma anche di un pessimismo un po’ nichilista, che certo ha le sue ragioni, le sue ferite che l’autore teme che la vita non possa cancellare (brevi accenni in brevi testi ne sono indizio: “la mia nascita fu opera di un male orfano di padre”, “sono nato sotto la liturgia di una morte indicibile”, “esistevamo nella luce del nulla”, “siamo già luce estinta”, ecc.), uno stagno oscuro in cui anche i rari momenti d’amore naufragano in una aspettativa inquietante. Di questo pensiero,  peraltro sostenuto da una scrittura che in sé ha già, rispetto ai modi e ai temi, una sua maturità che si suppone non possa che migliorare col tempo, dobbiamo come lettori prendere atto, annotandolo con qualche dispiacere come ulteriore segno di un’epoca opaca. Da cui i giovani (e chi altri?) devono lottare per uscire. (g. cerrai)

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Augusto Blotto – Ragioni, a piene mani per l’ “enfin!”

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l' "enfin!" (fronte / retro)L’uscita, avvenuta nell’aprile 2021, di Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!” di Augusto Blotto ([dia*foria / dreamBOOK, ISBN 9788899830519, pagg. 260, con  interventi di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani, Stefano Agosti) tenta con la speranza di qualche successo non solo di ampliare la conoscenza di questo grande vecchio (Torino, 1933) della poesia italiana, ma anche di riaccendere l’attenzione su di un autore forse appartato ma certo non più adeguatamente analizzato, con rare eccezioni, dopo la giornata di studi a lui dedicata a Torino il 27 novembre 2009 (ora in Il clamoroso non incominciar neppure – Atti della giornata di studio in onore di Augusto Blotto (Ed. dell’Orso, 2010, con quattordici saggi di vari importanti autori).

Incominciamo col dire che questo volume non è una delle opere di Augusto Blotto, per il quale non vige affatto né il concetto di compiutezza “finita” né quello di un determinarsi conseguente e successivo del lavoro poetico né, forse, nemmeno quello ancora di tempo lineare, sebbene ogni suo libro abbia poi una sua precisa identità, una “aura che vi circola” come dice lui. È semmai una delle “emergenze”, degli affioramenti dell’inesausto lavorio blottiano. Blotto infatti è autore di un lavoro sterminato (circa ventisei opere a stampa e materiale per ipotetici almeno altri ventinove volumi), e anche questo libro è una sorta di carotaggio, una ricognizione campionaria per “estrazioni dai giacimenti” di quella che possiamo chiamare d’ora in avanti l’Opera, ovvero “l’enfin”, attualmente composto da oltre 2700 cartelle. Blotto, come scrisse uno dei suoi estimatori Giovanni Tesio, è un poeta “di sfide e dismisure”, un ricercatore indefesso che scava nel corpo immenso del linguaggio e della realtà che esso rappresenta, ne rivoluziona la sintassi, rivede senza patemi gli schemi metaforici, gli accostamenti di senso, le immagini che ne derivano, insomma un osservatore acribico del mondo che egli, grande camminatore, percorre come uno specialissimo flâneur ricevendone stimoli fluviali che l’autore organizza ed ha organizzato nel corso del suo lavoro in quello che Daniele Poletti nell’introduzione definisce un mastodontico iperoggetto letterario, uno spazio vasto che ricomprende tutti i paesaggi in cui Blotto ha fatto irruzione ridefinendoli in una nuova matrice. Ed è il linguaggio una delle maggiori peculiarità della sua poesia, una lingua non meramente strumentale né mimetica del caos del mondo, della sua incomprensibilità, ma intesa – tra le altre cose – come manifestazione del tempo (letterario ed esistenziale) quale “visione sincronica ed onnivora della realtà”, ove “il tempo è momento, o un luogo quasi topologico in cui precipitano le cose, gli oggetti, gli “accidenti” – nonché il linguaggio che li determina – e che ha una durata pari a quella del testo che li contiene, ma che non ha altra rappresentazione per così dire “lineare” o analogica, non fluisce, non ha nemmeno la figurazione di un prima e di un dopo attraverso la sintassi, la cui mobilità è segnale semmai che la realtà “avvenuta” è soggetta a una continua (finché il testo lo consente) revisione testimoniale”[1]. Ma “il linguaggio sembra avere per Blotto un peccato originale, una tabe, variamente connotata, in primis dalla rigidità del codice, con il quale tuttavia, in quanto materia, dobbiamo avere a che fare (non dimenticando che il linguaggio nella sua essenza è sempre “narrativo”, sequenziale, ordinatorio, e vive nel tempo che il testo si è dato, come abbiamo detto). E poi connotata da un comfort associativo, con cui la mente giunge a conclusioni “economiche”, in qualche caso anticipatorie, “usabili” e quindi in varia misura scontate”[2]. È l’ “ordine costituito del linguaggio” che viene da Blotto rivoluzionato, anche spessissimo sotto il profilo sintattico, cose che non impediscono però a Blotto di attingere vette anche liriche, anche umoristiche e sempre di altissimo valore descrittivo e iconico. Perché “l’atteggiamento di Blotto non è puramente contestatorio: la distruzione (la messa in crisi) dei meccanismi è in realtà la ricostruzione delle loro macerie sotto altra forma, con altri mezzi, è la proposta (peraltro un po’ imperiosa) di non lasciarsi intimorire dal sublime, nel senso di gettare uno sguardo su di una vastità impressionante, che riguarda, come un Caspar David Friedrich delle parole, quella delle possibilità del linguaggio”[3]. Blotto è poeta ricchissimo, non solo della cultura che dimostra e trasfonde nei suoi versi, ma anche di una infinità di dati informativi, sensoriali, eidetici, linguistici, oggettuali e ideativi che fornisce al lettore. Il quale, se può essere soggetto ad un “sentimento di instabilità, di non comfort (concetto tutt’altro che peregrino, basti pensare al barthesiano “piacere del testo”)”, è perché viene “condizionato” anche cognitivamente. “Condizionamento” (usiamo ancora le virgolette) che, nel suo caso, “non riguarda soltanto l’espressione di una sua realtà, ma anche come questa realtà debba essere riformulata, tramite il linguaggio, nel pensiero, anche di chi legge”[4]. Non è una semplice seduzione, è la più alta corresponsabilità del lettore. Una esperienza che possiamo definire assoluta. (g.cerrai) Continua a leggere

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Tristan Tzara – L’uomo approssimativo

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo – a cura di Emanuele Pini, Massari Editore, 2019
Emanuele Pini, a novanta anni dalla prima pubblicazione avvenuta in Francia nel 1931, traduce e cura la prima traduzione italiana di questo importante libro di versi – un poema in diciannove canti – di Tristan Tzara, una delle figure chiave prima del Dadaismo e poi del Surrealismo, con una appassionata introduzione, in questo volume,  di Roberta De Francesco
Scrive Emanuele Pini nella nota introduttiva: “L’Homme approximatif pubblicato nel 1931, dopo un lavoro introspettivo e artistico di 5 anni (1925-1930), non è l’unico, ma di certo è il migliore risultato di questa ricer­ca: ma cos’è questo «Uomo approssimativo»? un prisma frammentato in miriadi di immagini, di illuminazioni, di ferite dal quale emerge la figura dell’uomo contempora­neo, fragile e titanico, sognatore e becero furfante, che vive nella notte, un uomo forse senza Io e senza Dio, ma che piange perennemente dentro sé, per questo Io e per questo Dio, un uomo che è «approssimato» e che al con­tempo si approssima, si avvicina all’immagine di uomo.
Un uomo che sogna un uomo. Il finale è ciò che dà il senso all’inizio, e viceversa: in tal modo tutto prende il via con quel «le campane suonano senza ragione e anche noi», tutto inizia con «penso al calore che intesse la parola/ attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», poi tutto termina con questa stoica attesa del deserto del tor­mento, del suo fuoco.
Forse l’aprirsi all’altro è questo deserto che ci dà struggimento e passione, forse l’aprirsi all’altro è questo fuoco che ci offre la vita e la passione, la speranza.
Per Tzara non esiste una storia del tutto al singolare, non esiste un destino solamente individuale, perché gli uomini abitano questa minuscola terra come le stelle punteggiano d’oro la volta notturna. In altri termini io ci sono, io, e tu ci sei, tu, e ci siamo noi che incrociamo le nostri voci, le nostre croci di deserto e fuoco. Fragile e vinto, ma nel suo grido disperato riluce la sua forza indo­mabile: questo è l’Uomo Approssimativo, un uomo tanto moderno, antesignanamente esistenzialista, agitato da fantasie celesti e visioni profetiche alle quali cerca di dar risposta, sballottato in un cosmo straniero; ma l’unico enigma che non può risolvere è il suo volto: questo è l’Uomo Approssimativo, alla perenne ricerca di se stesso come un eroe cantato da Omero e da Sofocle. Un uomo approssimativo «come me come te lettore e come gli altri».

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