Fabiano Alborghetti – Il movimento elementare – Gabriele Cappelli Editore, 2026
Fabiano Alborghetti è abbastanza noto in quella vasta area ultraconfinaria tra Settentrione e Svizzera italiana, da anni. Operatore culturale e autore di diversi libri di poesia e radiodrammi per la Radiotelevisione Svizzera, qui si cimenta in un’opera letteraria che cerca di comprendere in sé il romanzo in versi, il memoir, l’autofiction e il quadro di un periodo di vita e di storia di cui egli stesso e il padre, fino alla sua morte, sono i protagonisti principali. Cinquant’anni, dal 1970 al 2020 la storia. Il libro invece, scrive Alborghetti, undici versioni, quattro riscritture, a partire proprio dal 2020.
Segno forse che non è un libro facile, e non voglio farne questioni di stile. È che non è facile scrivere un libro del genere, immagino. Con libri di questa natura è arduo non pensare a una sorta di resa di conti, dell’autore con sé stesso e con una figura genitoriale non sempre – come dire – corrispondente, in sintonia. Mettere in fila le parole, riordinare i panorami, chiudere una narrazione. In qualche misura – privilegio dell’autore – riscriverla, setacciare la memoria personale, forse come riconoscimento o anche come oblio salvifico, amnistia quando necessario, come ci ricorda Paul Ricoeur. Ed è chiaro anche che un lavoro così è un processo, ipoteticamente senza difesa ammessa, al di là dei suoi esiti. È in ultima analisi il point of view esistenziale di chi resta.
Si è detto di romanzo in versi, ma è solo una definizione che lascia il tempo che trova. Qui l’andare a capo – al di là di qualche metro che spunta per dinamica intrinseca dell’italiano o frequentazione decennale della poesia, qualche rima che nell’ordine delle cose va da sé – a mio avviso è più un tirare il fiato nel flusso del racconto, come un timore di dimenticarsi qualcosa per via. Tanto che al lettore direi convenga dimenticarsi questa cosa, di fatto ininfluente alla fruizione, prenderla quasi come forma tipografica, un paesaggio della pagina. Seguire, in altre parole, più che il fiato il flusso. E il flusso narrativo, va detto subito, è veloce, scorrevole, essenziale, dove serve cronachistico, pur non tralasciando scarti lirici, ironia, dettagli. E anche, in non pochi passi, una sua musica, che è il flusso medesimo a sostenere. Continua a leggere
Juan Pedro Ayala, una retrospettiva (Istituto Cabrera Pinto, Tenerife)
Alberto Pellegatta – Piccola estate – Guanda, 2025, pp. 107, 16 €.
Questo articolo è già apparso, con minime variazioni, nel n. 22, Febb. 2026 della rivista “Menabò” (
Dominique Villa – In quel vuoto freddo, inazzurrato –
Ugo Mauthe – Mélange –
Viola Amarelli – Simplex (inediti)
Marina Pizzi – Le date onnivore
Nino Iacovella – La parte arida della pianura –