Michela Gorini – Âcre cœur

Michela Gorini - Âcre cœur - Pequod, 2025Michela Gorini – Âcre cœur – Pequod, 2025

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A distanza di poco più di anno da Undress (v. QUI) Michela Gorini mi manda il suo ultimo libro di poesia, edito questa volta da PeQuod. Se quello era il corpo, in qualche modo denudato, esposto, interfaccia con il mondo, corpo anche della parola che ospita, questo è il cuore, acre, incattivito, dolorante, metafora e simbolo antichissimo, contenitore di sentimenti ma anche di angoscia, come Michela, che è psicanalista, sa bene. I due libri sembra che vadano insieme, forse sono frutto della stessa esperienza emotiva e esistenziale, che in Undress si svolgeva in una specie di diario di ventisei giorni, come in una caduta a rallentatore; qui sembra ci sia il fermo immagine dei pensieri, dei rimuginii, dei ripensamenti, (“il tempo cade e mi sposto su piani differenti, / ad es. quello del non credere”) perché il movimento è già avvenuto, quel che doveva succedere è successo, il dolore appartiene a una lacerazione già avvenuta, di cui la poesia (la scrittura, meglio) setaccia i frammenti in cerca di una ragione, in ogni singolo momento.

Si tratta fondamentalmente, in questi due libri, dell’amore. Tema difficile, personale, antico e tuttavia rinnovabile a partire – se, quando – dalla sua unicità, quella del poeta e delle “sue” parole. Perché, come si legge quasi subito, “se non scrivi, non sai più scrivere / se non ami, non sai più amare // definisci la distanza e stacci un po comoda // se non scrivi, non definisci l’amore / se non ami, non definisci la scrittura”. Quasi una dichiarazione di poetica. È curioso che quando scrissi di Undress, quasi in fondo annotai questo: “È un dilemma, in sostanza, presente a molti poeti di oggi, tra prendere le distanze, raffreddare, molare il linguaggio, smorzare il sentimento, appunto sopravvivere; e scorciare la distanza, avvicinare l’occhio, gettare un sguardo acribico sulla piaga smarginata, andare oltre. Un equilibrio non facile”.

Escludo che Gorini si riferisca oggi a queste parole. Soprattutto perché la misura è colma, come la distanza. Non esiste distanza se l’assenza appare definitiva, come un’ombra che rende la meridiana inservibile. Anche il “tu” che martella questi testi appare un’eco senza risposta, una comunicazione mono-direzionale come un segnale radio. Il tu esiste nei pensieri, tende a rimbalzare sull’io, sul senso di inadeguatezza e quindi ad essere senza risposta vera, senza prove inconfutabili. Continua a leggere→

Luigi Ghirri, Gianni Celati: verso la foce

«Luigi Ghirri, Gianni Celati: verso la foce» (al Mambo di Bologna)

“Blu infinito” la serie di 81 fotografie realizzate da Luigi Ghirri, tra 1989 e 1991 durante i sopralluoghi per il lungometraggio “Strada provinciale delle anime” di Gianni Celati sarà visitabile per pochi giorni ancora (fino al 4 ottobre) in un focus particolare al Mambo di Bologna dedicato al sodalizio artistico tra due artisti che hanno saputo dare una svolta fondamentale al panorama delle arti visive contemporanee tra cinema, fotografia e letteratura. Attraverso la serie fotografica Ghirri accompagna e documenta la genesi del film di Celati dove gli individui presenti sulla scena cominciano ad assumere un’inedita e primaria attenzione rispetto ai lavori precedenti: le voci e le storie di un gruppo di persone in viaggio da Ferrara alle foci del Po per raggiungere il mare su un pullman azzurro attraverso le valli di Comacchio. Tuttavia, il lavoro fotografico resta sempre e comunque per Ghirri oltre il presente intento documentario, vero e proprio “atto conoscitivo, un’avventura del pensiero e dello sguardo: il suo modo unico di stravolgere la percezione sulla realtà più scontata e quotidiana per riscoprirla con occhi nuovi come atto estetico. Continua a leggere→

Davide Borowski – Arabo è donna

Davide Borowski - Arabo è donna - Ed. Homo Scrivens, 2026Davide Borowski – Arabo è donna – Ed. Homo Scrivens, 2026

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Una antologia molto particolare, questa che raccoglie in una forma non usuale, come recita il sottotitolo “Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale” e che è curata da Davide Borowski, eteronimo con cui Davide Scuteri Moretti firma la propria attività letteraria, di poeta, slammer, podcaster.

Una antologia (e non so nemmeno se questa definizione sia appropriata) di 300 pagine per sole sette poete, ed è questo già insolito, se si considera nel contempo che i testi poetici di ciascuna di esse qui presentati sono relativamente pochi. Perché allora? Per il fatto, come suggerisce il sottotitolo, che c’è molta narrazione, c’è un racconto, pezzi di vita, aneddoti, storie che spiegano come la poesia di queste sette donne arabe contemporanee si sia formata, più di quanto faccia una nota accademica, una presentazione per così dire “critica”. Ed è un racconto che Borowski scrive direi con affetto e con uno sguardo attento all’ambiente, alle peculiarità dei luoghi e delle persone, costruendo uno spazio dilatato e accogliente in cui i testi non siano apolidi, orfani delle vite di chi li ha scritti e viceversa. Insomma, come scrive il curatore, “il libro non può limitarsi a dire “queste sono le poesie”: deve anche spiegare da dove vengono le parole, quali strade hanno attraversato, quali divieti hanno urtato, quali malintesi hanno subito. Deve provare a dire perché le parole sono quelle, proprio quelle, e non altre”. Un lavoro complesso, di cui è possibile ripercorrere la fasi QUI, fatto affidandosi anche a interviste non solo alle dirette interessate ma anche a studiosi, artisti, sociologi, proprio con la finalità di fornire un quadro più vasto. E anche, bisogna aggiungere, un lavoro letterario che, poiché impregnato della presenza dell’autore, somiglia molto, in tanti passi, a un giornale di viaggio, peraltro ben scritto. È purtroppo impossibile, in una breve nota come questa, rendere conto della qualità della scrittura e della piacevolezza della lettura. E anche, devo dirlo, delle cose che si imparano.

Naturalmente il comune denominatore di essere arabe, donne, di appartenere a una grande area culturale di cui in fondo conosciamo poco in realtà non fa che esaltare, positivamente, le diversità che esistono tra le voci di queste poete. Voglio dire, non tutte le storie sono uguali, questo è ovvio, pur essendo tutte emblematiche. Donne arabe di Palestina, donne arabe che ora vivono a Parigi o New York o a Roma o donne senza cittadinanza, come Mona Kareem, nata apolide (bidoon, beduina, in Kuwait), o che sono rimaste a vivere in una città minore dell’Egitto, una scelta anche questa non facile, come non facile è, spesso, il ritorno a casa dopo anni. Sembrerebbe quasi una diaspora, se mai fosse possibile disperdere una lingua, una cultura, un essere donna. Così non è, perché si scopre che queste donne sono innanzitutto cittadine del mondo inteso come consapevolezza, anche del dover combattere spesso su due fronti, quello politico e quello culturale. Fronti che come sempre si intersecano e sovrappongono, con varia intensità, con varia militanza. Non tutte sono finite in una prigione israeliana per aver pubblicato una semplice poesia come Dareen Tatour, citata nel saggio, ma tutte hanno fatto i conti col fatto che nella cultura araba la voce di una donna è “un’anomalia, qualcosa che spezza la trama del silenzio” (ma certamente, nel tempo, non solo laggiù). E anche col fatto frequentissimo, come ricorda Borowski, “che una poetessa araba non potesse mai parlare solo di poesia. Doveva sempre rispondere a qualcosa di ulteriore, giustificare, incarnare, spiegare”, che ” il suo lavoro fosse immancabilmente interpretato come politico”. Insieme una forza e una prigione.

Un lavoro di sicuro interesse, in cui non trovi nomi di star come Joumana Haddad o Amel Moussa, un libro volutamente diverso – come impianto e approccio personale che privilegia il contatto diretto, le tranches de vie, le esperienze – da opere come Non ho peccato abbastanza – Antologia di poetesse arabe contemporanee, curata per Mondadori da Valentina Colombo nel 2007. (g.c.)

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Pubblico qui un estratto esemplificativo di tre delle sette poetesse presenti. Nel libro, che ripeto conta 300 pagine, tutte le parti introduttive ai testi sono ovviamente molto più ampie di quanto qui appaia, come il numero delle poesie pubblicate. Continua a leggere→

Fabiano Alborghetti – Il movimento elementare

Fabiano Alborghetti - Il movimento elementare - Gabriele Cappelli Editore, 2026Fabiano Alborghetti – Il movimento elementare – Gabriele Cappelli Editore, 2026

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Fabiano Alborghetti è abbastanza noto in quella vasta area ultraconfinaria tra Settentrione e Svizzera italiana, da anni. Operatore culturale e autore di diversi libri di poesia e radiodrammi per la Radiotelevisione Svizzera, qui si cimenta in un’opera letteraria che cerca di comprendere in sé il romanzo in versi, il memoir, l’autofiction e il quadro di un periodo di vita e di storia di cui egli stesso e il padre, fino alla sua morte, sono i protagonisti principali. Cinquant’anni, dal 1970 al 2020 la storia. Il libro invece, scrive Alborghetti, undici versioni, quattro riscritture, a partire proprio dal 2020.

Segno forse che non è un libro facile, e non voglio farne questioni di stile. È che non è facile scrivere un libro del genere, immagino. Con libri di questa natura è arduo non pensare a una sorta di resa di conti, dell’autore con sé stesso e con una figura genitoriale non sempre – come dire – corrispondente, in sintonia. Mettere in fila le parole, riordinare i panorami, chiudere una narrazione. In qualche misura – privilegio dell’autore – riscriverla, setacciare la memoria personale, forse come riconoscimento o anche come oblio salvifico, amnistia quando necessario, come ci ricorda Paul Ricoeur. Ed è chiaro anche che un lavoro così è un processo, ipoteticamente senza difesa ammessa, al di là dei suoi esiti. È in ultima analisi il point of view esistenziale di chi resta.

Si è detto di romanzo in versi, ma è solo una definizione che lascia il tempo che trova. Qui l’andare a capo – al di là di qualche metro che spunta per dinamica intrinseca dell’italiano o frequentazione decennale della poesia, qualche rima che nell’ordine delle cose va da sé – a mio avviso è più un tirare il fiato nel flusso del racconto, come un timore di dimenticarsi qualcosa per via. Tanto che al lettore direi convenga dimenticarsi questa cosa, di fatto ininfluente alla fruizione, prenderla quasi come forma tipografica, un paesaggio della pagina. Seguire, in altre parole, più che il fiato il flusso. E il flusso narrativo, va detto subito, è veloce, scorrevole, essenziale, dove serve cronachistico, pur non tralasciando scarti lirici, ironia, dettagli. E anche, in non pochi passi, una sua musica, che è il flusso medesimo a sostenere. Continua a leggere→

Juan Pedro Ayala, una retrospettiva – nota di E. Castagnoli

Juan Pedro Ayala - Arbol 3.1Juan Pedro Ayala, una retrospettiva (Istituto Cabrera Pinto, Tenerife)

Blu, (2009)

“Il mare è ovunque” nell’opera di Juan Pedro Ayala, artista contemporaneo scomparso nel 2019 nato nelle isole Canarie nel 1972 e attualmente esposto a Tenerife per chi come me, turista per caso, sia approdata nell’isola quest’estate o per i molti visitatori giunti sulle assolate spiagge del sud. La retrospettiva omaggio “In Memoriam” di J.P. Ayala sarà visitabile fino al prossimo 30 agosto nella capitale San Cristobal de La Laguna all’istituto Cabrera Pinto, una delle più antiche dimore coloniali della città risalenti all’inizio del 1500 segno della conquista dell’isola da parte degli spagnoli il cui chiostro scandito da colonne in pietra e tipici balconi in legno ancora diffonde l’ombra dei suoi tronchi secolari e espande le fronde rigogliose su tutte le collezioni tacitamente custodite all’interno.

L’opera più importante dell’artista esposta su un’intera parete della galleria appare come un’immensa composizione murale che investe e affascina a un primo sguardo il visitatore: molteplici piccoli riquadri composti in una sequenza cromatica complessa che da un estremo all’altro della parete spaziano dalle tonalità del bianco più puro, all’azzurro tenue, al blu più cupo in onde e vibrazioni oscurandosi sempre più fino a sprofondare nell’estremo del nero abissale. Come scrive Ayala: “ Le onde prendono forma, crescono, si sublimano, svaniscono e muoiono come il dolore, la gioia, l’esistenza.” Rispecchiano gli impulsi vitali, la furia delle contraddizioni e dei conflitti interiori nell’artista, rispondono in modo intuitivo alla necessità di tuffarsi nel tumulto delle passioni o meglio della vita stessa senza limiti. Continua a leggere→

Alberto Pellegatta – Piccola estate, nota di Matteo Zattoni

Alberto Pellegatta - Piccola estate - Guanda, 2025Alberto Pellegatta – Piccola estate – Guanda, 2025, pp. 107, 16 €.

Approcciandosi alle ultime poesie di Alberto Pellegatta, edite nella nuova collana “Guanda Poesia” diretta da Mario Santagostini, mi pare fondamentale rifuggire dalla postura di quelle “torme di critici” che “si appostano per estorcere loro una parafrasi” (p. 49), pretesa scoraggiata dallo stesso autore nei suoi versi. Dunque più che analizzare lo sviluppo lineare dell’opera, intitolata Piccola estate e suddivisa in sei sezioni, potrebbe risultare fruttuoso seguire alcune piste tematiche che si intrecciano al loro interno, tenendo a mente che in quest’opera, più che in altre, è la componente visionaria a essere preponderante, portando all’estremo lo stile dell’autore con l’intero corredo di figure retoriche e cortocircuiti semantici: dal calembour alla sinestesia, dall’ossimoro all’allegoria.

Un primo aspetto notevole di quest’opera è il suo essere pervasa dal ritorno ciclico della figura materna (chiamata ora “madre”, ora più affettuosamente “mamma”), ben più di quanto accadesse nella precedente Ipotesi di felicità (2019), in cui i riferimenti erano concentrati quasi esclusivamente nella sezione omonima. Cambia anche la collocazione temporale: ciò che allora veniva detto durante o subito dopo gli eventi, qui assume la veste del ricordo cristallizzato in una foto e antecedente alla propria nascita (“… e molto meno l’acqua, mamma/ che esce dal mare nel 1970/ con un costume rosa e verde”, p. 16) o del sogno, nella pregevole prosa poetica “Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia madre da Peck” (p. 13), in cui al nume tutelare della madre si aggiunge anche la figura nobile del poeta milanese, quasi come se la prima dovesse intercedere presso il secondo (“ti indica dove ho sbagliato nel mio ultimo libro e tu accampi per me qualche ragione”). Continua a leggere→

Christian Gabriel/le Guez Ricord – Poesie

Questo articolo è già apparso, con minime variazioni, nel n. 22, Febb. 2026 della rivista “Menabò” (Terra d’ulivi Edizioni) – Tutte le traduzioni sono di G. Cerrai.

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Christian Gabriel Guez Ricord (poi “Gabriel/le” a partire dal 1986–1987, per ragioni di superamento “angelico” del genere, di ricerca di una identità “totale”) nato a Marsiglia il 9 gennaio 1948 e morto il 7 giugno 1988, è una delle stelle comete della letteratura francese del Novecento. Vincitore a soli 17 anni del Premio Valéry, poeta, artista grafico (fu allievo di Balthus, ospite per un breve periodo a Villa Medici a Roma, nel 1972), aveva abbandonato gli studi di astrofisica, anche per via della salute mentale cagionevole (già nel 1974 aveva subito un internamento psichiatrico che aveva comportato l’allontanamento da Roma), per dedicarsi alla poesia. A partire dal 1967, quindi appena ventenne, pubblicherà su varie riviste e inizierà una serie di rapporti con alcuni dei poeti più significativi della scena francese, come Edmond Jabès, Pierre Emmanuel, Michel Deguy, Bernard Noël, Salah Stétié e soprattutto Yves Bonnefoy che sarà sempre il suo principale sostenitore e un punto di riferimento, anche se non sempre all’altezza delle aspettative del carattere ardente di Christian. Il grosso della sua opera prende corpo nell’arco di una decina d’anni, un periodo di intensa creazione che vede la pubblicazione di Cènes, Gallimard, 1976, La Monnaie des morts, Fata Morgana, 1979, La Tombée des nues, Le Lamparo, 1980, Le Dernier anneau, Fata Morgana, 1981, Maison Dieu, Granit, 1982, L’Annoncée, Spectres familiers, 1983, Neumes, Ryôan-Ji, 1983, Chambres, L’Alphée, 1984, La Mort a ses images, Thierry Bouchard, 1985, nessuno dei quali è tradotto in italiano.

Difficile inquadrare la personalità letteraria di Guez, creatore di mondi interiori, di precipitazioni poetiche, la cui ispirazione attingeva a temi religiosi, intrisi a loro volta dagli influssi di una profonda conoscenza, accesa dalle sue visioni e allucinazioni, del simbolismo. La poesia per Guez è un abisso niente affatto salvifico, una estensione da popolare fittamente di versi anche lunghissimi (per la sua opera principale, Maison Dieu, si inventò ampie stanze di 21 versi di 20/21 piedi), quella che il suo amico e esecutore testamentario Bernar Mialet ha definito una lingua oracolare, angelica, che mantiene costante la tensione della parola sul vuoto su cui si apre il poema. Se i folli sono creature care agli dei, anche se a caro prezzo, è per il loro guardare oltre, parlare con i morti. “Le costruzioni poetiche e ‘deliranti’ di C.G.G.R. – scrive la psicanalista Simone Wiener – sfidano la morte fino al non senso [con una] scrittura vicina alla verità nella sua funzione di velamento/disvelamento”. Ed è singolare che tra i libri di Guez considerati più importanti ci sia Du fou au bateleur (Da pazzo a saltimbanco, 1984) scritto insieme al suo psichiatra Jean-Pierre Coudray, il racconto del suo percorso di cura che è stato definito dall’amico e esecutore testamentario Bernar Mialet “un esempio unico di autobiografia certificata”. Guez scrive a Coudray: “La fiducia nella parola che tu mi hai dato, così me la dà la poesia. Posso scrivere in modo velato, a volte mascherato a volte metaforico…”. Sono, per Guez, tutti strumenti di scavo in quella zona d’ombra tra realtà, simbolo, follia. La morte è sempre una presenza costante. A proposito del suo libro caposaldo, Le Cantique qui est à Gabriel/le (1968-1988) Guez scrive: “Questo libro è un libro dei morti, scritto come nella morte. La voce, qui, ha la morte come provenienza, ci giunge per accompagnare il defunto nella sua ultima traversata”. In questa ricerca la scrittura è centrale: a volte erotica, a volte criptica (dice a Bonnefoy in una lettera: “Non si inventa una lingua che tutti possano vedere”), di non facile traduzione, come alla ricerca di un senso ulteriore, di una parola definitiva da una parte, il fondo di un abisso dall’altra, sempre animata da una vertigine trascendente, dall’aspirazione a una verticalità tra cielo e inferno da cui il poeta dall’io multiforme venga attraversato.

A dieci anni dalla sua morte il poeta Michel Deguy ebbe a dire: “Se l’epoca fosse ancora capace di questo, Guez sarebbe il nostro Nerval”, a sottolineare il romanticismo visionario e mistico e insieme la tragedia personale del nostro. (g. cerrai)

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Agnès Varda, una mostra a Bologna

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Agnès Varda, liberamente tratto da “Viva Varda”(Galleria Modernissimo Bologna)

Come un prisma che si scompone in una miriade di riflessi, scintillante ancora di più nel passaggio del tempo, tale appare oggi il lavoro multiforme e poliedrico di Agnès Varda dal cinema alla fotografia a metà tra il XX e il XI secolo esposto nella retrospettiva“Viva Varda, il cinema è donna” fino al prossimo 10 gennaio 2027 alla Galleria Modernissimo di Bologna. Omaggio imprescindibile a una delle figure più iconiche e rappresentative della storia del cinema contemporaneo dal secondo dopoguerra ad oggi, Agnès Varda cineasta, artista e fotografa ha saputo restituire e far convergere nel suo lavoro uno sguardo femminile unico, originale e anticonformista sul mondo delle donne attraverso un punto di vista autentico e poetico sulla realtà, un filo rosso in tutto il suo percorso artistico.

Nata da padre belga e madre francese Agnès Varda trascorre gran parte della sua vita in Francia dove dalla fotografia passa rapidamente alla sperimentazione cinematografica anticipando con i suoi primi lungometraggi caratterizzati da una nuova libertà stilistica e la scelta di soggetti anticonvenzionali la generazione dei giovani registi della Nouvelle Vague tra cui Jean Luc Godard e Alain Resnais. Nel suo approccio filmico lo stile documentario e la finzione si fondono fortemente influenzati dalle arti visive nonchè dall’incontro con personalità importanti come Jean Vilar, lo scultore Alexander Calder, registi come Chris Marker e Jacques Demi suo futuro marito. La mostra si snoda come percorso tematico complesso attraverso la presentazione di estratti dei film più significatici accompagnati da fotografie, installazioni e documenti d’archivio o costumi provenienti dai medesimi. Continua a leggere→

Dominique Villa – In quel vuoto freddo

Dominique Villa – In quel vuoto freddo, inazzurrato – Neobar Ebooks, 2025

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Dominique Villa (o forse Domenica, o forse Villa Dominica Balbinot o qualsiasi altro mix di questi nomi, mai saputo con certezza) è già presente su Imperfetta Ellisse, con un post della vecchia edizione (v. QUI). Di lei non conosco nemmeno una bibliografia, per quanto sue poesie siano leggibili in diversi siti, come ad esempio QUI o QUI.

In quel vecchio post del 2018 mi pareva di aver individuato delle peculiarità riguardo alla sua scrittura e all’universo ivi racchiuso, arrivando a dire che l’insieme di queste qualità delineasse una inconsueta poesia tra il barocco e un cupo neoromanticismo. Scrivevo infatti: “se si aggiungono caratteri anche indubbiamente romantici come un certo senso dell’assoluto o una certa irrazionalità o un’idea di sublime che sovrasta l’uomo, allora cos’è che tiene insieme e fonde il barocco, il crepuscolare, il simbolista, l’espressionista, il romantico? in altre parole cos’è la poesia di Villa Dominica Balbinot? Ma è ovvio: è poesia gotica”.

Cambiato qualcosa in questi testi scritti tra il 2023 e il 2025? Apparentemente no, lo stile si è forse raffinato, mantenendo anche certi accorgimenti grafici molto personali, come i grassetti, i corsivi, le parentesi, qualche variante lessicale, la ricerca di parole “pesanti”; il mood, la visione del mondo, si sono forse incupiti (anche i colori più brillanti si imbruniscono) ma non tanto per una questione di pessimismo esistenziale quanto per una maggiore focalizzazione dello sguardo lanciato nell’oscuro, come quando si stringono le palpebre per vedere meglio. Da questo punto di vista è interessante dare un’occhiata – su Facebook – ai suoi i brevi video, le foto…una natura cupa, disabitata, soprattutto misteriosa, piena di segni indefiniti e di paesaggi che “consumano” e sempre ambigua come in un film di Lynch, che sembra, come la vita stessa, “di esser sempre sul punto / di fare qualcosa di estremo”. Piccoli oggetti creativi che se non aggiungono niente dal punto di vista critico certo danno un’idea, paradossalmente, dell’invisibile che abita l’ispirazione di Villa, del suo ritenere un “possibile”, sfuggente forse ma non – a saper vedere – reticente.

In tutto questo un io conclamato non c’è. Al suo posto c’è una presenza umana (talvolta una “lei”) non dichiarata ma soggettile (Derrida/Artaud), che registra e percepisce una realtà fenomenica che si fa linguaggio, verbalizza una immanenza inquieta che non si può ignorare, cerca un fondo. La presenza umana, anzi femminile, è quasi sciamanica, cioè un medium e come tale incolpevole di ciò che rinviene. Dei “paesaggi morbosi”, dei “gialli sfatti”, del “freddo medievale”, della “lussuria plumbea”, della “sanguigna fioritura”, degli “appartamenti insepolti” e molto altro, di queste cose dobbiamo prendere atto, ma sono cose che ci informano nei diversi sensi del termine: ci danno notizia e ci danno un’idea, forse una dritta. E non sono solo natura, sono tempo. In quegli aggettivi, come negli esempi citati sopra, non c’è solo una qualità, c’è un divenire, una trasformazione, un deperire, come in un evento ripreso in timelapse. E in fondo al deperire, certo, la morte, a cui è necessario dare una “lontananza”. Ed è forse questo, il tempo, il fantasma che Villa cerca di fissare nei suoi testi come su una lastra emulsionata. (g. cerrai)

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Ugo Mauthe – Mélange

Ugo Mauthe - Mélange - Puntoacapo Ed., 2026Ugo Mauthe – Mélange – Puntoacapo Ed., 2026

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Quando scrissi qualcosa, nel 2021, su Il silenzio non tace (v. QUI) dubitavo fortemente che Mauthe avrebbe mai abbandonato quella modalità stilistica che si era scelto, tra l’aforisma e il gioco di parole, tra l’haiku e il frammento, con la quale, tenendo d’occhio secondo me quella funzione poetica (quella di Jakobson) tanto cara ai creativi pubblicitari (è il suo mestiere), descriveva una realtà fatta di brandelli e sprazzi, anzi, come scrivevo, fatta di “epifenomeni del reale”, almeno così come lui lo coglie. Lo slogan, come sapeva ad esempio Elias Canetti, non è che questo. È anche, se vogliamo, una forma di riduzionismo. Ma ne parleremo forse più avanti.

E in effetti eccola di nuovo qua, nella sua rigorosa brevità, però con un paio di varianze che riguardano soprattutto il come Mauthe pensa la poesia, la sua e quella in generale. Diciamo intanto che questo libro ha una struttura pensata, un progetto architettonico a monte che è quello che individua Antonella Sica nella prefazione: una divisione in due, destra/sinistra, da una parte i giochi di parole, gli haiku, i monostici (testi di una riga), dall’altra testi che sono in sostanza metapoesie, riflessioni sull’altra parte, in dialogo con essa ecc. Trentasei sezioni (anzi quadri) con un loro titolo o tema, in genere brevi, per quello che Sica definisce “un piccolo teatro del linguaggio”. L’idea è buona e certo ha una sua curiosità, se si parte proprio dal fatto che sia un teatro in cui, in buona sostanza, l’unico personaggio e interprete è appunto il linguaggio. Linguaggio morfico, espressione in cui si fa finta che confluiscano a pari titolo inconscio (o roba simile) e manipolazione. Se si accoglie la tesi, in postfazione, di David La Mantia, si direbbe che prevalga la seconda, giacché egli definisce la raccolta “essenzialmente un lavoro sulle figure retoriche”, “un’opera originalissima sulle devianze della parola, sui piccoli equivoci del dettato poetico”, in ultima istanza una “geniale allegoria della vita, dei lapsus da cui è composta, dagli inganni della parola, vera idola fori, come in Bacone”. Mi pare un giudizio positivo, su cui posso essere d’accordo, a parte forse l’entusiastico “geniale”. Mi pare anche, in sostanza, una organizzazione migliore, più attenta e consapevole forse, di quanto visto ne Il silenzio non tace, con la differenza che, a mio avviso, quello che il gioco produceva allora aveva una maggiore concretezza, una certa liricità, in ultima analisi una maggiore significazione da offrire al lettore, a parte il ludus. Voglio dire, generalmente parlando non è sufficiente, per pagare il proprio tributo alla poesia, girarsi tra le dita il giocattolo lingua. Che, certo, non è privo di significato, anzi. Ha un significato in sé, come il gioco, e un significato prodotto, per precipitazione, accidente, intelligenza, accostamento tonale, puro caso. Voglio dire, è inevitabile, anche in una realtà frammentata e oscura, cogliere un bagliore, come quando un astrofilo dilettante ha la fortuna (o anche – certo – l’intelligenza) di cogliere l’esplosione di una supernova. In quanto al lapsus, alle contrepèteries come le chiamava Giovanni Giudici riguardo ad Amelia Rosselli, agli “inciampi”, ai fausses erreurs, il discorso sarebbe complesso, sia dal punto di vista letterario – e La Mantia correttamente segnala la netta distanza di Mauthe da nomi come Scialoja, Dario Villa, Maraini -, sia da quello dell’intimo essere dell’autore. Che qui certo, in questo lavoro per così dire “premeditato”, mette in campo poco che sia ingenuo (nel sento etimologico di “nato libero”), poco che somigli a quella lalangue, a quella lingua delle radici di cui parlava Lacan (ammesso che questo abbia importanza), anche se sicuramente Mauthe con il suo “gioco” voleva andare alla ricerca di una verità altra e oltre. Continua a leggere→