After BIL 2021: Erika Di Felice

Erika De FeliceCome giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 1 –

Erika De Felice – Lungomare, Zara

Quella di Erika De Felice è poesia colloquiale, in conversazione con un tu di riferimento (“hai mai pensato…”, “per ricomporsi sai…”) che è specchio ed assenza, o forse è – almeno poeticamente – un alter ego con cui rapportarsi. Il luogo, l’ora (22.45 dei giovedì dispersi) sono puri palcoscenici, come quando si rimugina guardando l’orizzonte seduti su un molo, la presenza fisica è marginale rispetto al lavorìo del pensiero, la verbalizzazione di questo pensiero è connotata da una frammentazione di quello che poeticamente si riesce e si vuole ricordare, registrare a futura lettura, che poi è in parte il meccanismo della memoria (tutta questa poesia è in fondo memoriale e perciò elegiaca), e quindi secondo una procedura (non tanto retorica o testuale, quanto magari psicologica) metonimica (una parte frazionaria per il tutto, ad es.: “Le tue spalle / e il mio peso del mondo / solo questo ricordo / questo solo di te”), di cui anche la scrittura, la forma sono specchio. Un procedimento che rende questa poesia decisamente affettiva e perciò stesso immediatamente – diciamo – agréable, nel suo poggiarsi in definitiva su un ventaglio di sentimenti di privazione e di solitudine che conosciamo, che sono umani e quindi a noi (terenziani lettori) non alieni. Ma il sentimento di inquieta aspettativa di qualcosa non destinato al ritorno, al recupero, al nuovo abbraccio, quel sentimento è definitivo, “come una notte che non risorge”, ci dice l’autrice. Questa mancanza di un’alba (o qualsiasi speranza) è agnostica e perciò conchiusa in sé, qualsiasi esperienza in fondo, per quanto ripetibile  in   poesia, avviene per consumazione della stessa come in un giorno anch’esso ripetibile, “quest’oggi [che] non è passato”, qualcosa a cui forse ci si abitua (“nulla mi ripugna di te / nemmeno la morte che scorre sottile / nemmeno questo pallido vento”) ma a cui in fondo non si vuole credere (“e dimmi, alla fine / è poi questa la fede?”). La poesia dà voce, come può, a questo dibattersi come all’interno di una Skinner box, una gabbia da esperimento, una condizione che ha un che di destinale, di ontologico, forse – come l’angoscia – non del tutto sensato quanto irriducibile. “Questa vita – corpo confuso / ci contiene per sbaglio”. Il resto del mondo appare precluso. (g. cerrai) Continua a leggere

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Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo – nota di Elisa Castagnoli

eve arnold - harlem“Essere umane, le grandi fotografe raccontano il mondo”

 

Dagli anni trenta del novecento ad oggi un nuovo sguardo al femminile inizia a emergere e imporsi sulla scena della fotografia moderna restituendo nel rispecchiamento di sé le trasformazioni culturali e sociali di un’epoca. Tale, il filo conduttore della mostra attualmente in corso ai Musei San Domenico di Forlì “Essere Umane” curata da Walter Guadagnini. Il percorso ci conduce cronologicamente attraverso un viaggio per immagini dalla prima parte del secolo scorso ad oggi, dalle figure leggendarie della grande fotografia americana alle artiste che hanno segnato l’emergenza di una nuova coscienza femminista negli anni ’70 e ‘80 in Italia e altrove; si dà, infine, voce alle identità emergenti dalle culture extra-occidentali del XXI secolo.

Una moltitudine di sguardi di donne artiste si susseguono in questo racconto per immagini dagli stili diversissimi dove dominante resta, tuttavia, il reportage sociale agli inizi del novecento, la rivalsa femminile degli anni ‘80 e, sempre più all’inizio del XXI secolo, le voci dell’alterità, della differenza in senso lato_ personale e politica_ che oltre agli stereotipi danno spazio all’ espressione e alla libertà individuale. Le più di trecento fotografie in mostra si pongono come indagine nuda, in presa diretta sulla società di ieri e di oggi, ma, anche, aprono spazi di narrazione individuale e poetica per raccontare storie, le proprie, catturando scorci di vita intima attraverso le immagini. Continua a leggere

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Alberta Tummolo – Come pagina bianca, nota di Carmine Chiodo

Alberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibriAlberta Tummolo, Come pagina bianca, Poesie, RPlibri, San Giorgio del Sannio (BN), 2021

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La poesia di Alberta Tummolo prima di ogni cosa nasce dall’ascolto e dall’incontro: incontrare e ascoltare altre vite, oltre la propria, e non mancano quelle dei giovani, dei ragazzi allievi della stessa poetessa, insegnante di Lettere a Colleferro (Roma).

Il titolo della raccolta è emblematico in quanto – e non faccio altro che ripetere un pensiero della stessa Tummolo che si legge nell’Introduzione – “pagina bianca” è “in fondo la vita“ e su questa pagina “rimangono i segni dei nostri tentativi di disegnare la nostra esistenza che si incontra con le esistenze degli altri”; per questo incontro con le vite altrui, notevole è l’ultima sezione della silloge che prende come titolo “Minuscoli dialoghi”, la prima e la seconda sezione sono: “Non è un vuoto“ e “Rifiuti”: qui c’è parecchio ascolto.

E’ su ”questa pagina bianca” che la Tummolo scrive la sua lucente, chiara, fluida poesia, priva di orpelli e sproloqui. Si ascolta la voce vibrante dell’io poetante che ci parla, ci comunica i vari contenuti della raccolta espressi con lingua diretta, efficace, di facile comprensione (ma di grande significato) che ben s’attaglia ai temi, alle situazioni svolte. Lingua e tematica molto originali, come pure il timbro e la fattura dei versi. Una poesia linda e che con estrema naturalezza e varietà timbrica ci presenta, per esempio, la condizione esistenziale, che ci dice, quando ci si trova nel “mare in tempesta” come fare per “tornare a prendere il largo”. Continua a leggere

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da Nihil: 1

Pubblico raramente, su questo blog, qualcosa di mio. In questo caso è l’inizio di qualcosa. Inizio che è avvenuto anni fa. Qualcosa di cui non è facile dire con esattezza di che cosa si tratti. Prima c’è (c’è stato) il testo, poi questo video che, tutto sommato, è ancora testo, sebbene sia  corredato da immagini e voce. Nihil è una persona ma non un personaggio. È semmai un esemplare di un lenta ma inesorabile mutazione antropologica. E il testo è il testo, nel senso che solo le parole hanno il diritto di rinfacciare qualcosa a qualcuno. (g.c.)

 

 

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Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti

Riccardo Delfino – Il sorriso adolescente dei morti – RPLibri 2021
Ah, i libri d’esordio! Ce li immaginiamo sempre come qualcosa che emerge da un supposto deserto preesistente, stiamo lì a spulciarli alla ricerca di certezze e promesse, di un qualche segnale di svolta, magari di un innovativo sguardo sulla realtà, per poi forse uscirne delusi nelle nostre aspettative. Un approccio ingiusto, diciamolo. Però qualche spunto di riflessione generale possiamo cavarne.
Questa di Delfino è un’opera prima che più non si potrebbe. Uscito in settembre, scritto da un giovane millennial (è nato nel 2000),  studente romano di filosofia, questo libro fa del suo autore un absolute beginner, ma non proprio un principiante. Nel senso che, come tutti, proviene da qualche  buona lettura o dalla scuola, fin dove la scuola, quando va bene, è solita arrivare. In effetti è proprio Antonio Bux, nella nota introduttiva, a rilevare per primo da una parte “una nota lievemente crepuscolare”, dall’altra “una colloquialità quasi sacrale e dai toni decadentisti”, con l’aggiunta – annoto io – di qualche piccolo recupero stilistico, come certe – ma non molte e peraltro pertinenti – rime o endecasillabi leopardiani (“la vita / è poca cosa, e non conosce cura”). In altre parole il primo Novecento. Be’, Bux ha ragione, e fin qui diciamo che Delfino rientra a pieno titolo in una generazione (o in un’età) non ancora abbastanza “crudele” da far fuori una certa idea di poesia, o meglio una certa idea di come la poesia si fa espressione. Non è solo una questione di stile, naturalmente, anzi da quel punto di vista Delfino ha senz’altro delle carte, almeno quelle che il suo vivere oggi, in questo tipo di contemporaneità che costringe a una certa lineare immediatezza, gli fornisce. Cosa che si concretizza non solo nella brevità efficace dei testi (anche in questo D. ha molti fratelli nella sua generazione), ma anche nel fatto che quei testi tendono a proporsi come frammenti “aperti” e in qualche modo contigui, ovverosia suggeriscono una riflessione e insieme tentano di dare l’idea di un cursus vitae, di un susseguirsi di giorni che l’autore tiene sotto osservazione e che pur essendo “momenti” hanno la loro giustezza esistenziale, o se vogliamo una loro “esemplarità”, soprattutto se in relazione a un tema. 
Il tema principale della raccolta è la morte. E il “sorriso adolescente dei morti” potrebbe essere quello di Gabriele Galloni, scomparso troppo giovane, primo autore in questa stessa collana con In che luce cadranno (ma vedi anche QUI). Naturalmente la morte è tra gli universali della poesia, un topos che può assurgere a una sua originalità solo se lo si permea con un sentire o un epos o una riflessione ontologica o ancora con qualcosa che (purtroppo) è stato esperito, non con una giovanile paura anticipatoria, o perfino, come vagamente proprio in Galloni, con una qual componente narcisistica di chi con un universale flirta. Confesso infatti che mi induce qualche perplessità, di un ventenne, questa contemplatio mortis che qui serpeggia, che forse potremmo capire, noi che abbiamo una certa età, come metafora di una imminenza che riguarda non solo gli uomini ma tutta la natura. Oppure, certo (ed è l’ipotesi di Bux), si potrebbe trattare di una morte “solo tacitamente osservata, non desiderata, bensì un’attesa pressoché innocente di offrirsi casti alla liturgia della vita”, come di chi sa o si sente che “essere adolescenti equivale lo stesso a sparire”. Ipotesi interessante, ma che equivarrebbe a quella un po’ romantica di chi, non avendo ancora esperito in pieno la vita, salta poeticamente alle conclusioni come un veloce fuoco che brucia. È l’elegia anticipata, il nostos di un viaggio ancora da fare, e tuttavia non si può non rilevarne un certo fascino. Certo, è inevitabile, in questo osservare, qualche eccesso di pathos, come in un paio di testi,  quelli più lunghi, che sarebbe stato meglio espungere dalla raccolta,  (“intanto, io, imbiancherò / nella tua ombra: / e i miei placidi occhi / ingrigiranno il triste mondo che mi insegnasti ad amare”). Ma, al di là delle ipotesi riguardo al tema, quella che vorrei assumere è proprio appunto  – in questa raccolta – l’idea della morte (che non dimentichiamo in questi testi si accompagna a un “nulla” più volte ripetuto) come imago di un sentimento di non corrispondenza col mondo, o d’inadeguatezza alla “liturgia della vita” di cui parla Bux (e che di questi tempi non è solo esistenziale, ma anche politica e sociale). Quello che ne deriva è una visione sì tragica, come dice il curatore, ma anche di un pessimismo un po’ nichilista, che certo ha le sue ragioni, le sue ferite che l’autore teme che la vita non possa cancellare (brevi accenni in brevi testi ne sono indizio: “la mia nascita fu opera di un male orfano di padre”, “sono nato sotto la liturgia di una morte indicibile”, “esistevamo nella luce del nulla”, “siamo già luce estinta”, ecc.), uno stagno oscuro in cui anche i rari momenti d’amore naufragano in una aspettativa inquietante. Di questo pensiero,  peraltro sostenuto da una scrittura che in sé ha già, rispetto ai modi e ai temi, una sua maturità che si suppone non possa che migliorare col tempo, dobbiamo come lettori prendere atto, annotandolo con qualche dispiacere come ulteriore segno di un’epoca opaca. Da cui i giovani (e chi altri?) devono lottare per uscire. (g. cerrai)

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Augusto Blotto – Ragioni, a piene mani per l’ “enfin!”

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l' "enfin!" (fronte / retro)L’uscita, avvenuta nell’aprile 2021, di Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!” di Augusto Blotto ([dia*foria / dreamBOOK, ISBN 9788899830519, pagg. 260, con  interventi di Giacomo Cerrai, Philippe Di Meo, Chiara Serani, Stefano Agosti) tenta con la speranza di qualche successo non solo di ampliare la conoscenza di questo grande vecchio (Torino, 1933) della poesia italiana, ma anche di riaccendere l’attenzione su di un autore forse appartato ma certo non più adeguatamente analizzato, con rare eccezioni, dopo la giornata di studi a lui dedicata a Torino il 27 novembre 2009 (ora in Il clamoroso non incominciar neppure – Atti della giornata di studio in onore di Augusto Blotto (Ed. dell’Orso, 2010, con quattordici saggi di vari importanti autori).

Incominciamo col dire che questo volume non è una delle opere di Augusto Blotto, per il quale non vige affatto né il concetto di compiutezza “finita” né quello di un determinarsi conseguente e successivo del lavoro poetico né, forse, nemmeno quello ancora di tempo lineare, sebbene ogni suo libro abbia poi una sua precisa identità, una “aura che vi circola” come dice lui. È semmai una delle “emergenze”, degli affioramenti dell’inesausto lavorio blottiano. Blotto infatti è autore di un lavoro sterminato (circa ventisei opere a stampa e materiale per ipotetici almeno altri ventinove volumi), e anche questo libro è una sorta di carotaggio, una ricognizione campionaria per “estrazioni dai giacimenti” di quella che possiamo chiamare d’ora in avanti l’Opera, ovvero “l’enfin”, attualmente composto da oltre 2700 cartelle. Blotto, come scrisse uno dei suoi estimatori Giovanni Tesio, è un poeta “di sfide e dismisure”, un ricercatore indefesso che scava nel corpo immenso del linguaggio e della realtà che esso rappresenta, ne rivoluziona la sintassi, rivede senza patemi gli schemi metaforici, gli accostamenti di senso, le immagini che ne derivano, insomma un osservatore acribico del mondo che egli, grande camminatore, percorre come uno specialissimo flâneur ricevendone stimoli fluviali che l’autore organizza ed ha organizzato nel corso del suo lavoro in quello che Daniele Poletti nell’introduzione definisce un mastodontico iperoggetto letterario, uno spazio vasto che ricomprende tutti i paesaggi in cui Blotto ha fatto irruzione ridefinendoli in una nuova matrice. Ed è il linguaggio una delle maggiori peculiarità della sua poesia, una lingua non meramente strumentale né mimetica del caos del mondo, della sua incomprensibilità, ma intesa – tra le altre cose – come manifestazione del tempo (letterario ed esistenziale) quale “visione sincronica ed onnivora della realtà”, ove “il tempo è momento, o un luogo quasi topologico in cui precipitano le cose, gli oggetti, gli “accidenti” – nonché il linguaggio che li determina – e che ha una durata pari a quella del testo che li contiene, ma che non ha altra rappresentazione per così dire “lineare” o analogica, non fluisce, non ha nemmeno la figurazione di un prima e di un dopo attraverso la sintassi, la cui mobilità è segnale semmai che la realtà “avvenuta” è soggetta a una continua (finché il testo lo consente) revisione testimoniale”[1]. Ma “il linguaggio sembra avere per Blotto un peccato originale, una tabe, variamente connotata, in primis dalla rigidità del codice, con il quale tuttavia, in quanto materia, dobbiamo avere a che fare (non dimenticando che il linguaggio nella sua essenza è sempre “narrativo”, sequenziale, ordinatorio, e vive nel tempo che il testo si è dato, come abbiamo detto). E poi connotata da un comfort associativo, con cui la mente giunge a conclusioni “economiche”, in qualche caso anticipatorie, “usabili” e quindi in varia misura scontate”[2]. È l’ “ordine costituito del linguaggio” che viene da Blotto rivoluzionato, anche spessissimo sotto il profilo sintattico, cose che non impediscono però a Blotto di attingere vette anche liriche, anche umoristiche e sempre di altissimo valore descrittivo e iconico. Perché “l’atteggiamento di Blotto non è puramente contestatorio: la distruzione (la messa in crisi) dei meccanismi è in realtà la ricostruzione delle loro macerie sotto altra forma, con altri mezzi, è la proposta (peraltro un po’ imperiosa) di non lasciarsi intimorire dal sublime, nel senso di gettare uno sguardo su di una vastità impressionante, che riguarda, come un Caspar David Friedrich delle parole, quella delle possibilità del linguaggio”[3]. Blotto è poeta ricchissimo, non solo della cultura che dimostra e trasfonde nei suoi versi, ma anche di una infinità di dati informativi, sensoriali, eidetici, linguistici, oggettuali e ideativi che fornisce al lettore. Il quale, se può essere soggetto ad un “sentimento di instabilità, di non comfort (concetto tutt’altro che peregrino, basti pensare al barthesiano “piacere del testo”)”, è perché viene “condizionato” anche cognitivamente. “Condizionamento” (usiamo ancora le virgolette) che, nel suo caso, “non riguarda soltanto l’espressione di una sua realtà, ma anche come questa realtà debba essere riformulata, tramite il linguaggio, nel pensiero, anche di chi legge”[4]. Non è una semplice seduzione, è la più alta corresponsabilità del lettore. Una esperienza che possiamo definire assoluta. (g.cerrai) Continua a leggere

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Tristan Tzara – L’uomo approssimativo

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo – a cura di Emanuele Pini, Massari Editore, 2019
Emanuele Pini, a novanta anni dalla prima pubblicazione avvenuta in Francia nel 1931, traduce e cura la prima traduzione italiana di questo importante libro di versi – un poema in diciannove canti – di Tristan Tzara, una delle figure chiave prima del Dadaismo e poi del Surrealismo, con una appassionata introduzione, in questo volume,  di Roberta De Francesco
Scrive Emanuele Pini nella nota introduttiva: “L’Homme approximatif pubblicato nel 1931, dopo un lavoro introspettivo e artistico di 5 anni (1925-1930), non è l’unico, ma di certo è il migliore risultato di questa ricer­ca: ma cos’è questo «Uomo approssimativo»? un prisma frammentato in miriadi di immagini, di illuminazioni, di ferite dal quale emerge la figura dell’uomo contempora­neo, fragile e titanico, sognatore e becero furfante, che vive nella notte, un uomo forse senza Io e senza Dio, ma che piange perennemente dentro sé, per questo Io e per questo Dio, un uomo che è «approssimato» e che al con­tempo si approssima, si avvicina all’immagine di uomo.
Un uomo che sogna un uomo. Il finale è ciò che dà il senso all’inizio, e viceversa: in tal modo tutto prende il via con quel «le campane suonano senza ragione e anche noi», tutto inizia con «penso al calore che intesse la parola/ attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», poi tutto termina con questa stoica attesa del deserto del tor­mento, del suo fuoco.
Forse l’aprirsi all’altro è questo deserto che ci dà struggimento e passione, forse l’aprirsi all’altro è questo fuoco che ci offre la vita e la passione, la speranza.
Per Tzara non esiste una storia del tutto al singolare, non esiste un destino solamente individuale, perché gli uomini abitano questa minuscola terra come le stelle punteggiano d’oro la volta notturna. In altri termini io ci sono, io, e tu ci sei, tu, e ci siamo noi che incrociamo le nostri voci, le nostre croci di deserto e fuoco. Fragile e vinto, ma nel suo grido disperato riluce la sua forza indo­mabile: questo è l’Uomo Approssimativo, un uomo tanto moderno, antesignanamente esistenzialista, agitato da fantasie celesti e visioni profetiche alle quali cerca di dar risposta, sballottato in un cosmo straniero; ma l’unico enigma che non può risolvere è il suo volto: questo è l’Uomo Approssimativo, alla perenne ricerca di se stesso come un eroe cantato da Omero e da Sofocle. Un uomo approssimativo «come me come te lettore e come gli altri».

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“Uno, nessuno e centomila volti”, Dante Plus 700 a Ravenna, nota di Elisa Castagnoli

“Uno, nessuno e centomila volti”, Dante Plus 700 a Ravenna

 

Ritratto, autoritratto, cento cinquanta volti per rispecchiare il mondo, per vederlo e vedersi in una infinità di versioni differenti partendo dal ritratto del grande poeta Dante, l’eredità fondante della nostra tradizione letteraria; tale lo spirito che anima gli artisti contemporanei esposti a Ravenna nel chiostro della biblioteca Oriani per la mostra “Dante Plus 700” in occasione del settimo centenario della sua scomparsa. L’originalità delle innumerevoli varianti sul ritratto originale del 1300 pone da subito la questione del come leggere il passato alla luce del contemporaneo, di ciò che siamo noi oggi con le nostre modalità comunicative: una civiltà mediatica, globale, dominata dalla tecnologia e convertita al digitale. Ne scaturiscono ritratti ispirati alla cultura pop, al fumetto o alla street art ma anche l’utilizzo della realtà aumentata per quadri che si animano con le nuove tecnologie della rilevazione in 3D. Nella molteplicità di versioni che si susseguono sui muri del chiostro o nel giardino esterno compare una galleria di volti che danno spazio alla fantasia e alla più grande versatilità degli artisti contemporanei. Continua a leggere

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Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità

Glauco Piccione - Il tempo evolve, posticcia l'umanità - Transeuropa ed., 2021Glauco Piccione – Il tempo evolve, posticcia l’umanità – Transeuropa ed., 2021
Un libro interessante con un brutto titolo, uno dei titoli più brutti che abbia visto negli ultimi anni, preso da un verso di una delle poesie della raccolta (ma perché non sceglierne un altro?). Tralascerei però  di indagarne il senso e il significato,  forse didascalico (e questo già un po’ mi inquieta), che cioè vuole rimandare fin da subito ad un paio di temi centrali del libro, la finitezza dell’uomo sociale (nel mentre che fa danni) nel tempo e soprattutto nel luogo, cioè questo mondo che ci è dato, e che riempiamo di “scarti”, materiali, affettivi, identitari; la collocazione dell’uomo/poeta, come individuo, all’interno di quella stessa complessa realtà e delle dinamiche anche personali che genera, e una forse conseguente forse marginale rinascita di un uomo politico.

Non ci si entra subito, in questo libro, pur con i buoni auspici dell’autore, il quale in effetti spande generosamente una sua idea di poesia, ma soprattutto una sua idea di che cosa la poesia dovrebbe parlare. In breve: libro di invettive e riflessioni, con una cifra stilistica a volte esorbitante, come vedremo, in cui però non si entra subito  perché la scrittura di Piccione non è e non vuole essere immediatamente decifrabile, aspirando ad una certa “oscurità” creativa del linguaggio, ad una certa sperimentazione verbale che però tende a “complicare”, sempre con volontà di sperimentare, una più o meno acquisita tradizione, riconosciuta e dichiarata dall’autore come serbatoio. “Un’opera in versi che trae le proprie influenze dalla poesia italiana degli anni Settanta e da un particolare vissuto personale, che tenta di rielaborare le esperienze della cultura beat, della cultura psichedelica e della cultura hobo” mi dice l’autore in un messaggio privato. Quindi, forse, un antico che tenta di ritornare nuovo, e qualcosa di insolito per un autore nato nel 1990. Influenze di temi, o renovatio di essi, gestione della “rabbia” giovanile o meno, contenuto che quasi inevitabilmente genera o richiama la forma e insieme ne è generato, una certa distopia (nel senso di  una qualche discrasia tra l’attuale e il linguaggio che lo rappresenta, che lo pone per così dire fuori dal tempo)? No, non è tutto qui, naturalmente, seppure – comun denominatore di tutto il predetto – una scrittura generalmente magmatica, effusiva, richiami  una notevole passione – abbastanza inusuale ormai in giovani di questa generazione – che cerca nella scrittura stessa un espressionismo d’impatto, un peso specifico da consegnare al lettore. Passione che a tratti sembra voluta, autoimposta, in qualche modo autodescritta, proprio mentre l’autore tenta di oggettivarla, chiamandosene antiliricamente fuori. E sì, anche se Piccione non me lo avesse scritto, c’è in molti di questi testi, anche linguisticamente, una specie di dito puntato verso una realtà che possiamo far finta di guardare criticamente da fuori ma di cui invece siamo – certo drammaticamente  – intrisi. E questo è un fatto linguistico, come dicevo, molto più di quanto possa essere, oggi come oggi, politico, un recupero appunto di modalità espressive che è vero che trovavano la loro motivazione in un bisogno diciamo antagonista, ma che non sarebbe male recuperare applicandole però ad una realtà molto più complessa e “liquida” di quanto fosse allora. Se c’è qui qualcosa di post moderno in questo tipo di poesia (di Piccione e di altri) è un disincanto non aggressivo, una consapevolezza della fine di qualsiasi delle “grandi narrazioni” di cui parlava Lyotard (sostituite in poesia da due concetti fissi come “presente” e “frammentarietà”). Senza contare, qui come altrove nel panorama – ed è quasi ovvio -, l’espulsione dell’io/poeta, rarissimo in questo libro, quasi un mero elemento del paesaggio, un deittico che mi pare, quando c’è,  corrisponda ad una autochiamata in correo, più che a una testimonianza. Non che la presenza dell’autore difetti, tutt’altro, diciamo che la presenza, qui, è piuttosto peso stilistico, scelta programmatica di tonalità e, come s’è visto, di numi tutelari. Queste scarne considerazioni però non ci sviino, noi o il lettore, dall’affermazione iniziale, l’essere cioè il libro interessante, di esserlo, in un certo senso, comunque, al di là cioè di certa (faccio un esempio) ansia che a volte trapela, di mettere in testo tutti gli ingredienti a disposizione. Ne consegue, a tratti, un certo barocchismo della parola (specie nelle poesie diciamo più “impegnate”, cioè con più “foga”): un surplus  di significanti che da una parte conducono all’assemblaggio, all’accostamento enunciativo di termini in apparenza alieni (1) che (ipotesi) potrebbero aspirare lodevolmente alla creazione di metafore/metonimie/similitudini innovative, oppure (ipotesi) tentare sperimentalmente di fare un uso iconico/mimetico del linguaggio per designare il caos, il complesso, l’indicibile per quanto sia – per ossimoro –   poeticamente descrivibile. Gli elementi ci sono quasi tutti, enumerazione, accumulazione, elenchi, innesti linguistici, associazioni, visione del mondo oggettuale onnivora, polimorfica, sinestetica, sguardo inquieto e quindi pluriprospettico e quindi non poche volte tagli del testo per frames, inquadrature, salti di luogo e di campo visivo, insomma cinematografia. Tutte cose non nuovissime, ma va bene così, perché al di là delle sue dichiarazioni Piccione una renovatio l’ha fatta, è riuscito a costruirsi un suo stile che certo ha bisogno a mio avviso di qualche aggiustamento ma che riesce a dominare alla fine la materia poetica di cui dispone, i temi che gli stanno a cuore. In altri termini è riuscito, direi rubando  parole all’autore, ad esercitare spesso “la sorveglianza nel progettar confuso / del lasciare andare”. Del resto come si fa, trattando ad esempio de “L’acrobatismo incantevole del disastro” (come titola la prima sezione del libro), cioè quella specie di ballo sul Titanic che è l’attuale situazione del mondo, a non costruire testi che rassomiglino ad un ammasso di materiali, ad una discarica di scarti in cui l’uomo non è scarto da meno, e nei quali tuttavia vige un’estetica se non del brutto  certo di un certo horror pleni che ci sovrasta. Voglio dire che è inevitabile (nel senso di un rapporto efficiente tra forma e contenuto) che questi testi siano tra le altre cose, quando funzionano al meglio, una  sorta di  “lista profetica dei significati”, per citare l’autore. Nella quale cioè non vale tanto la parola in sé, quanto la massa critica della sua evocazione complessiva, non il suo valore storico ma quello dinamico-predittivo, proprio in forza di alcuni di quegli accostamenti alieni di cui parlavo nei quali gli enunciati si danno energia  a vicenda. Vale lo stesso, per forza di cose, se il tema è l’uomo scarto, l’uomo ambiente, l’uomo perdente all’interno di un ecosistema  suicidario perché autoinflitto, non solo come abitante di una terra devastata  ma anche come attore di rapporti spesso difficili (dove magari “l’altruismo è una sorta di narcisismo imperterrito, non illuderti”) o affetto da una “mancanza di comunitività” (così nel testo) o per il quale l’avvenire è una “stupida crisalide” cioè forse non destinato a compiersi per l’uomo che vive in un mondo che urla. Se da un certo punto di vista il gioco dell’autore è scoperto, se la sua fame nervosa di comprendere il tutto è evidente, è vero che alla fine la pressione dei significati e  dell’ evocazione espressa è importante e bisogna tenerne conto al di là di piccoli o grandi dejà vu e di una qualche ricorsività indotta da uno stile, una tonalità, una voce che tende sempre e comunque a replicarsi, perché evidentemente l’autore ne è soddisfatto. Non occorre dire che cosa passa tra soddisfazione e sperimentazione, a lungo andare. Ma il libro è di sicuro interesse, con diversi testi anche molto belli, e sono curioso di vedere i futuri lavori di Piccione. (g. cerrai)

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Maurizio Donzelli – “In nuce”, mostra a Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Maurizio Donzelli - In nuce, Bologna“In Nuce” di Maurizio Donzelli (ori e mirrors al museo Medievale di Bologna )

 

“In Nuce” come titola l’installazione contemporanea al museo medievale di Bologna significa ciò che è nell’atto di venire alla luce, l’embrione di qualcosa che ancora non è, qui le geografie immaginarie create da Maurizio Donzelli entrando in uno spazio-tempo sospeso fuori dall’ordinario.

I disegni lievi ed eterei dell’artista bresciano entrano in dialogo silenzioso con gli ambienti del museo bolognese dove stratificano armi, arazzi, stele sepolcrali, sculture sacre e bronzi che datano dal XIV secolo. I suoi ricami aerei insieme agli effetti a specchio delle installazioni si intrecciano con l’impronta medievale del museo e della città. Bologna ne è pervasa In ogni angolo o lembo del centro storico, dalle cortine rosse abbassate sulle finestre dei palazzi comunali, agli emblemi dei casati incisi sulle mura rossicce, ai porticati dove ci si ripara nei roventi pomeriggi d’agosto. Allo stesso modo, le piazze ampie e soleggiate si alternano alle stradicciole strette e tortuose del centro antico mentre una costellazione di torri e resti di mura medievali circuiscono le porte cittadine. Da una parte la storia è stratificazione di tracce e lasciti del passato, nell’arte sacra e profana da un’epoca all’altra in forme e stili differenti. D’altro lato, l’arte di oggi entra in un dialogo sottile, ironico con il passato al limite cercando ciò che è latente piuttosto che manifesto in esso: il suo doppio nascosto o invisibile, quello che le opere suggeriscono tra le righe a noi con la sensibilità del presente come risonanza spesso asincronica tra due epoche. Qui, nello specifico, i monocromi d’ oro e i “mirrors” di Donzelli restano sospesi come filigrane lievi di colore e di luce in un tempo altro che non è né il passato delle collezioni, né il presente della sua arte. Un intreccio invisibile tra i due suggerisce possibili connessioni attraverso il tempo e lo spazio secondo le libere reminiscenze o sensazioni degli spettatori. Continua a leggere

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