maalox 10 – il bravo poeta, il poeta bravo

Totò diabolicus (1962)Avevo intitolato maalox, come un noto farmaco contro il bruciore di stomaco, alcune noterelle acide che avevo pubblicato nel vecchio sito di Imperfetta Ellisse, con lo scopo il più delle volte di alleviare un certo mal di pancia, poetico e non. Ne trovate alcune QUI.  (g.c.)

Non è facile dare consigli a chi aspira ad essere un bravo poeta o almeno un poeta bravo. Ma possiamo almeno provarci.
1 – il bravo poeta cura l’immagine, cosa molto importante in questa epoca di social media. Pertanto provvederà di munirsi di un photography assistant (PA), cioè di uno che lo fotograferà ad ogni ora del giorno e della notte, mentre legge le sue poesie, mentre scrive, mentre guarda un’opera d’arte con aria ispirata, mentre si gode uno spritz in gondola, mentre si perde nelle brume serali. Se il poeta è un maschio è preferibile che il PA sia una donna, per ovvie ragioni di sensibilità, meglio ancora se legata sentimentalmente o se fa la musa come secondo lavoro. Se il poeta è una signora idem, per una questione di sorellanza. Il top, quello che ti identifica come un vero poeta, è riuscire ad avere una foto, magari in bianco e nero, di un noto fotografo di poeti (sì, quello che state pensando). Lì sei proprio arrivato. I selfie invece non sono ammessi perché, diciamolo, sono roba da dilettanti, equivalgono a farsi una sega (ma vanno bene se sei quello che tiene il cellulare nella foto di gruppo di un “evento” con Davide Rondoni).
2 – il bravo poeta non è un solitario o quello che una volta si chiamava appartato. È una cosa brutta, ti identifica come antisociale, se non proprio come sovversivo. Viceversa il poeta bravo si mescola, ma con un certo discernimento. Preferibile accostarsi a cenacoli già consolidati, nei quali la pratica della vicendevole pacca sulla spalla è già ben avviata. Per riconoscere il circolo giusto occorre vedere se in esso funziona il sillogismo o la proprietà transitiva della recensione. Vedere ad esempio se A recensisce l’opera di B mentre B scrive la prefazione alla silloge di C, il quale fa la presentazione di quanto A ha pubblicato.  E allora D, direte voi? Be’, D se lo prende in quel posto. Ma niente paura, basta che D abbia cura di occuparsi del lavoro di C, purché lo faccia benevolmente e con positivi rimandi all’opera di B o A, solo modo per sperare di entrare nel cenacolo. Va da sé che se A dice che B è bravo e B dice che C è bravo (o viceversa), allora A, B e C di certo sono bravi. O forse non lo è nessuno? Bel problema. Ma resta il fatto che questa sorta di cambiale poetica in certi ambienti vale quanto i bitcoin ed è anche, se vogliamo, un bell’esempio di economia circolare. Fra parentesi, si chiamano cenacoli perché gran parte dell’attività letteraria si volge in happy hour o osterie del centro storico specializzate in bolliti (con foto allegata ovviamente).
3 – il bravo poeta non esita a rendersi visibile. Bisogna darsi da fare, frequentare i reading (ricordarsi di fare foto che testimoni il fatto), conoscere gente, partecipare a tutti i premi letterari che capitano a tiro (o al limite inventarsene uno), postare su Facebook i propri parti notturni (ricordarsi sempre di scrivere in fondo “Copyright di”, non si sa mai), e se già editi postare ogni tanto qualche inedito, che come Mussolini bisogna sempre lasciare la luce accesa, insomma far vedere che si lavora anche di notte. Ma soprattutto, siccome viviamo nell’era della riproducibilità tecnica, bisogna inviare, non richiesto, un pdf della propria opera  a chiunque dia appena l’impressione di essere un recensore. Eh sì, si spera sempre nel buon cuore della gente, anche se a volte capita di ricevere risposte un po’ piccate (v. esempio QUI).
4 – il bravo poeta non è un poeta bravo se non ha una sua poesia tradotta in spagnolo più o meno poetico dal Centro Cultural Tina Modotti. Meglio sarebbe in bulgaro, che ha il vantaggio di non essere una lingua neolatina, il che solleva da un sacco di responsabilità, nel caso ci fossero rime.
5 – il bravo poeta non manca di investire su sé stesso, anche finanziariamente, non tanto, come ovvio, nella pubblicazione del proprio libro quanto nella sua promozione presso un pubblico sempre avido di poesia. Questo significa non esitare ad intraprendere viaggi in treno, in auto e se occorre in corriera attraverso tutta la penisola per presentare la propria opera al suddetto pubblico. “Non esitare” vuol dire non mettersi lì a fare il taccagno con le spese di trasferta, pensioncina e vari panini Camogli. Tanto con la vendita di due o tre copie alla volta qualcosa si recupera sempre. (segue)

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Antonella Bukovaz – casadolcecasa

casadolcecasa di Antonella Bukovaz (Miraggi Edizioni 2021)Pubblico anche qui la nota che ho scritto per Bologna in Lettere 2022 per il libro casadolcecasa / domljubidom di Antonella Bukovaz (Miraggi Edizioni 2021, anche audiolibro), Premio speciale del Presidente in questa edizione. La nota è uscita anche sul sito del premio, senza i testi esemplificativi qui aggiunti.

Antonella Bukovaz è nata a Topolò-Topolove, in quella che una volta si chiamava la Slavia friulana, a un tiro di schioppo dal confine sloveno, a stretto contatto con quell’areale linguistico che ha espresso nel tempo scrittori come, solo per fare un nome, Boris Pahor. Autrice di diversi volumi di poesia, è anche autrice di teatro e performer, collaborando con musicisti e artisti del suono (e in effetti casadolcecasa / domljubidom, prima sezione e titolo del libro, è anche performance teatrale).

In realtà in questo libro la lingua di appartenenza, quella autoriale, non vuole essere esclusiva, poiché come talvolta avviene in quelle che spesso vengono vagamente definite letterature di confine, una seconda lingua non è meno vitale, ovvero non meno portatrice di una identità che se non è familiare è certo di senso, di contatto con l’altro, come un ponte fecondo. Poiché, ci avverte Bukovaz, “i luoghi di confine invece non sono mai in pausa (…) non smettono mai di comporre storia di fruttare storie”. Così, accanto alle sezioni principali del libro (la citata sezione eponima e poi Mèd / Tra – corredata anche da Between, versione in inglese – e Antigona govori kralju / Antigone parla al re) troviamo la versione in sloveno, in traduzioni che non sono di Bukovaz ma a cui si suppone l’autrice abbia collaborato. Finiscono di comporre e concludono la raccolta altre due parti solo in italiano, La rima dirime e Quieta e ardente. Viaggio dal centro della terra.

Quella di Bukovaz è una poesia che trova la sua forza in una metafora che potremmo definire totale, che cioè non ha funzione retorica, non serve al linguaggio ma in qualche modo lo determina, determina la “storia” che i versi costruiscono, ne è oggetto e la occupa. In questo senso è emblematico proprio casadolcecasa, un tragitto accidentato e tuttavia fermamente determinato attraverso un luogo che è insieme e in maniera indistricabile vero e immaginato, domestico e universale, privato e comune e forse non è nemmeno un luogo, ma un corpo, una mente, un territorio psichico, un archivio di ferite. Ingresso, cucina, corridoio, ripostiglio, bagno, camera, soffitta: sono le stanze (anche in termini poetici) attraversate in questo tragitto, virtualmente dal basso verso l’alto, e anche oltre (”la soffitta come un razzo in partenza con i motori sempre accesi”), abitate da una sorta di dialogo senza risposta con presenze (o assenze) sfuggenti, con gli oggetti, qualche fantasma. Continua a leggere

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Due o tre cose che so di lei (la poesia), qualche domanda a Paolo Castronuovo

Due o tre cose che so di lei (la poesia)

qualche domanda a Paolo Castronuovo

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Biografia autore:

Paolo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Tra prosa, poesia e volumi d’artista ha pubblicato undici libri. Ricordiamo la trilogia poetica composta da: Labiali (Pietre Vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018) e La Croce Versa (Effigie, 2022); il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha scritto la poesia più breve mai esistita poi pubblicata in tiratura limitata come libricino d’artista. Presente in molte antologie poetiche, alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, altri pubblicati in Polonia, Irlanda, Stati Uniti. Dirige la collana «Occhionudo» per la quale ha curato diversi volumi di poesia e testi sperimentali. Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022).

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GC:Comincerei con il chiederti un tuo punto di vista diciamo generale sulla poesia come arte, come strumento di comunicazione, come terreno di ricerca, la sua rilevanza (o irrilevanza) oggi. Non ti chiedo se è viva o morta secondo te, voglio solo sapere che cosa ne pensi, anche sulla base dell’esperienza di poeta ed editor, di cui magari parleremo dopo.

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PC:Ciao Giacomo, grazie per l’intervista e per lo spazio. Cominciamo col dire che la poesia “è”. Non ha definizione, non ha tipologia, o altri rami. È un creato. È l’illuminazione che viene prima che la penna si posi sul foglio o prima ancora che la bocca si apra, prima che l’immagine sia chiara davanti all’occhio. Ho sempre pensato che la poesia o è, o non è. D’altronde anche Lautremont aveva detto che “non esistono due tipi di poesia, ce n’è uno solo”. Da cosa dedurre poi questo “essere-non-essere”, è la vera strada ardua da fare, che solo l’esperienza della lettura o della scrittura, ti porta a definire. È uno dei linguaggi più diretti mai sperimentati, intima e personale, ma che sta alla bravura del poeta renderla universale, fruibile, commestibile, renderla tale e se stessa, renderla poesia. Poeti si nasce, non lo si diventa con i corsi. Si può migliorare il proprio creato – per fortuna! – attraverso confronti e consulenze, ma non si può reinventarlo. Nessuno può insegnarti a vedere. Nessuno può vedere lo stesso oggetto con lo stesso occhio. E la poesia sta proprio in questo: l’occhio illuminato. Continua a leggere

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Civilization, una mostra a Forlì, nota di Elisa Castagnoli

Michael Wolf, Tokyo Compression #80, 2010Vivere, sopravvivere o diversamente buon vivere, in questa dicotomia obbligata e, insieme sentiero che biforca in contrastanti direzioni sembra porsi la scelta obbligata della società a noi contemporanea così come il nodo focale della mostra attualmente a Forlì, Civilization. Come se la nostra civiltà planetaria giunta ormai al ventunesimo secolo debba fermarsi di fronte a un bivio irreversibile tra innovazione tecnologica_ un avanzamento digitale senza precedenti_ dall’altra parte, la minaccia di sopravvivenza per quella stessa umanità messa di fronte a processi irreversibili e distruttivi da essa stessa generati. Basta solo enumerare i molteplici e deleteri mutamenti della superficie terrestre, la manipolazione distruttiva delle sue risorse o le derive ambientali che giorno dopo giorno continuano a mettere in discussione la sussistenza del nostro pianeta, i suoi abitanti ed ecosistema. Inedita alternativa che si prospetta rispetto a tale dicotomia è quella citata nell’ultima parte del titolo, la scelta del “buon vivere”, scelta consapevole di un ritorno a una sorta di equilibrio planetario ristabilito, altra via percorribile rispetto a quella attuale nella progettazione delle nostre società presenti e future. Trecento immagini e centotrenta fotografi provenienti da oltre 30 paesi nel mondo raccontano e riflettono, esaminano e attraversano i nodi focali di tale attualità spesso conflittuale da molteplici prospettive e luoghi del mondo.

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Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti – L’arte di allacciarsi le scarpe

Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti - L'arte di allacciarsi le scarpe - Pietre Vive Ed., 2022Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti – L’arte di allacciarsi le scarpe – Pietre Vive Ed., 2022

Ho già parlato in questo spazio del lavoro poetico di Alessandro Silva  in due occasioni su cui torneremo più avanti perché in diverso modo sono utili per capire qualcosa dell’autore. Ma intanto diciamo di questa ultima fatica, equamente condivisa con l’artista Federico Galeotti, disegnatore e illustratore autore di diversi libri nei quali la poesia e i poeti (Baudelaire, Poe, Blake) sono stata affrontati graficamente. In questo caso sono i versi di Silva a fare da contrappunto testuale alle tavole di Galeotti, in uno scambio di significati reciproco.
Il libro prende spunto dall’evento catastrofico avvenuto nel 2011 in Giappone, a Fukushima, dove la centrale nucleare venne severamente danneggiata da uno tsunami scatenato da un terremoto, compromettendo l’ambiente e la vita delle popolazioni con gli elementi radioattivi liberati dall’incidente, e causando decine di migliaia di morti. Un fatto di cui ancora ci ricordiamo e che tuttora ha effetti a livello planetario.
Non è un tema da poco, se lo si vuole affrontare con un mezzo “fragile” come la poesia, per quanto efficacemente sostenuto dalle immagini. Tuttavia Silva non è nuovo a impegni del genere, cioè a una poesia che sia insieme “civile” e drammaturgica, lirica e a suo modo cinematografica, con una storia individuale e tuttavia collettiva e con un suo epos. È un tipo di sfida che lo affascina, poiché nel 2016, sempre per Pietre Vive, aveva messo mano, tentando – come dicevo allora – di farne un poema (come adesso), alla vicenda tragica e ancora irrisolta dell’Ilva di Taranto, nel libro L’adatto vocabolario di ogni specie (v. QUI). Sfida già impegnativa per il fatto che si trattava di un’opera prima. Anche lì c’erano tavole di corredo, opera di Giovanni Munari, a supporto di una storia, di un racconto di vicende dolorose, di protagonisti in varia misura vittime di un disastro ambientale. Anche questo libro mi pare risponda a un’attitudine di Silva, che è in fondo quella di un’attenzione acuta e un po’ dolente verso “il mondo, quindi, come un catalogo permanente”, come cita l’esergo di Edoardo Sanguineti (presente qui, mi pare, anche con altre ispirazioni); ma le similitudini mi sembrano finire qui, per ragioni che è utile sottolineare. In questo ultimo libro, intanto, Silva fa una precisa scelta di linguaggio, o addirittura di riposizionamento rispetto alle precedenti scelte stilistiche. Nel Vocabolario la linea era quella descrittivo-lirica, in tono narrativo, con accenti di critica sociopolitica filtrati dalla saltuaria apparizione di un io compartecipe, un io personaggio che ogni tanto dava dolente voce alle vittime come un corifeo, le scene erano nette, discorsive, i fatti avevano una loro evidenza poetica come episodi esemplari. 
Silva sceglie di scrivere una sua Terra desolata, di giorni quasi uguali a sé stessi di persone normali, di piccoli eventi, di vita ordinaria di gente che prende l’autobus, di simboli del quotidiano come delle semplici scarpe o un gatto che attraversano tutte le scene, mentre qualcosa là fuori sta succedendo. E sceglie di scriverla con un linguaggio altro e distante dalla sua prima prova, ma anche da altre sue cose più personali, più intime o più liriche (v. QUI), una lingua poetica dal piglio sperimentale di una certa efficacia e di non poca inventiva lessicale, ma che porta con sé e trasmette un senso di oscura allusione, d’indeterminatezza, di chiusura ermetica riguardo a ciò di cui sta parlando. Tanto che se avessimo il solo testo forse non emergerebbe agevolmente il tema, l’occasione, il luogo, la denuncia se non con la sinergia con le tavole di Galeotti (che, sia detto per inciso e forse i meno giovani lo riconosceranno, in certi modi e tratti mi ricorda lo splendido Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez), che tanto più funziona quando il verso, ma non sempre, diventa lettering del disegno, cioè si innesta in esso, nella sua rappresentazione. E questo va bene, se si considera – come giusto che sia – questo libro non tanto una graphic novel atipica (e men che mai un manga come ha detto qualcuno) quanto un’opera visiva mista – come certe opere d’arte in cui concorrono al risultato materiali di diversa natura e consistenza, magari asincroni ma funzionali – con il testo che assume una funzione più tipicamente soggettiva (anche in senso cinematografico) e non necessariamente narrativa (quindi “interna” o interiore); mentre la grafica si accolla la funzione diegetica, di racconto, scenica, o di uno storyboard possibile, e di raccordo con un immaginario visivo (quindi “esterna”). Sono due codici che mirano alla descrizione di due entropie parallele, una diciamo privata l’altra pubblica. Tuttavia questa dicotomia tra testo, che evita qualsiasi didascalismo nei confronti dell’immagine, e l’immagine stessa che ricrea la cronaca per spezzoni, alla fine nell’architettura complessiva dell’opera funziona bene, facendone, al di là della cronaca stessa, qualcosa di emblematico del rapporto tra l’uomo, specie l’individuo, e l’ambiente, nel quale la natura incontrollabile trova nei guasti prodotti dall’uomo un moltiplicatore. E la scrittura di Silva, nel suo cupo andamento spesso tanto simbolico quanto a tratti surreale (specie nella formazione di certe immagini) o dichiaratamente onirico restituisce al lettore la sua angoscia, una densa atmosfera che sembra presagire comunque il disastro, qualunque disastro, questo e quelli futuri. (g.cerrai)

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Luigi Cannillo – Between windows and skies

Luigi Cannillo - Between windows and skiesUna piccola ma preziosa antologia bilingue, quella edita da Gradiva Publications di Luigi Fontanella, che collaziona testi editi di Luigi Cannillo,  la parte più cospicua dei quali proviene da Galleria del vento, che ho recensito alla sua uscita e a cui rimando (v. QUI), e inediti provenienti da una raccolta in attesa di uscita dal titolo Dal Lazzaretto. Con una prefazione di Luca Ariano e traduzione di Paolo Belluso, entrambe in inglese, il libro è una agevole guida per ripercorrere, seppur brevemente, la carriera poetica di Luigi, attraverso testi a cui, per chi sia in grado di apprezzarla, la traduzione sembra aggiungere una ulteriore brillantezza e sonorità. L’antologia presenta, a volte anche in un solo esemplare per ogni opera di riferimento, testi che vanno da Transistor del 1985 alla già citata Galleria del vento del 2014, e pur nella sua sintesi è in grado di dare una chiara indicazione del percorso poetico di Cannillo. Il quale è marcato nelle sue linee più caratteristiche da una costante fedeltà ad un realismo lirico nutrito certo dal vissuto, compresa la sua esperienza di insegnante, dagli affetti, dalle assenze e dalle perdite (come in Galleria la perdita della madre), ma senza essere né retorico né sentimentale, come già avevano notato critici come appunto Ariano e Sebastiano Aglieco, e nemmeno senza dimenticare una tradizione eminentemente lombarda che incarna con ogni evidenza la poesia di Cannillo quanto il paesaggio e la natura di quelle terre (e viene a volte da pensare a certe immagini del “Viaggio in Italia” di Luigi Ghirri), e che mantiene i suoi versi, per così dire, con i piedi per terra, sorretti da uno stile che definirei classico e orgogliosamente senza tempo. Paesaggio, natura, arte (in Sesto senso, 1999) e l’uomo al centro, con sentimenti, afflizioni ma anche pulsioni,  una riflessione costante, negli anni, su di sé, come uomo sferzato dalle sollecitazioni di una metaforica galleria del vento, e sul mondo: sono questi i punti di orientamento della costellazione che occupa il suo cielo privato, come titola uno dei suoi libri più importanti, del 2005. Un titolo, come notò a suo tempo Gabriela Fantato, felicemente ossimorico, che sta a significare il destino comune, l’esperienza esistenziale, le eterne  domande che riempiono il cielo e che, dice il poeta, sono miei e, per la poesia,  sono di tutti. (g.c.) Continua a leggere

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ecfrasi si, ecfrasi no: William Carlos Williams

William Carlos WilliamsNell’ultimo post dedicato ad alcuni testi di Carlo Gregorio Bellinvia a proposito di Francis Bacon (v. QUI), chissà perché mi è venuto in mente di tirar fuori – nel caso specifico confutandolo – il concetto di ecfrasi. Ne è nata una collaterale, brevissima discussione su Facebook, che poi come sempre avviene lì si è spenta rapidamente come un moccolo, ma che spererei si riaccendesse altrove in maniera più proficua. Nel frattempo mi sono ricordato di William Carlos Williams  in un vecchio post (2011) apparso nella vita precedente di Imperfetta Ellisse, dove il grande WCW (ma anche Auden, vedi in fondo al post) tirava poeticamente in ballo Brueghel. Se vi interessa lo trovate QUI.

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Carlo Gregorio Bellivia – da “bacon, fast food”, inediti

F. Bacon - Selfportrait, 1956Cinque testi di Carlo Gregorio Bellinvia, tratti da un progetto dal titolo bacon, fast food, composto – almeno nella versione che ho avuto modo di leggere in anteprima – da 42 “stanze”. Diciamo subito che il bacon che nel titolo sembra presentarsi come probabile ingrediente di un Big Mac è in realtà Francis Bacon, uno dei più rappresentativi, discussi e geniali artisti del Novecento. È su di lui, sui suoi quadri, sulla sua potenza iconica che Bellinvia costruisce il suo libro. Anzi forse sarebbe meglio dire intorno a lui, o a partire dalle suggestioni che genera. D’altra parte, il “fast food” del secondo termine del titolo, non è ironico né vuole essere dissacrante, secondo me, nei confronti dell’artista. Mi pare di intravedere semmai una carica critica, qualcosa che, nel momento stesso che in qualche modo “consuma” l’oggetto artistico, denuncia la sua consunzione che avviene non appena si rinuncia (ma non certo l’autore) alla comprensione – dall’altra parte, nel quadro, sulla parete – del soggetto. Preciso che qui “comprensione” va inteso in senso certo etimologico, ma soprattutto dinamico, forgiativo, come assimilazione di elementi creativi che in varia misura Bellinvia sente corrispondere, anche linguisticamente, alla propria poetica. È questo lo sforzo che l’autore ritiene di dover compiere nel momento in cui entra nel quadro, non rinunciando tuttavia a tener presente quel che di carnale e feroce, di avido e disperato che sta tanto in quel “fast food” (cosa c’è di più feroce di un hamburger?) quanto nella pittura di Bacon.
Ho parlato di linguaggio perché, mi pare, i caratteri qui accennati proprio in quel linguaggio si riversano, rimbombano. Le parole sono pesanti, la lingua ricercata in funzione della sua forza percussiva, non ellittica, non mimetica, non omissiva, la scelta dei termini nutre ed è nutrita, galvanizza ed è galvanizzata dal dialogo con l’opera pittorica, dal fascino sub-limen della metamorfosi dei materiali di cui Bacon era maestro.
Ecfrasi, potremmo supporre? Direi di no, o almeno non ridurrei il lavoro a questo, per quanto i precedenti siano illustri (v. ad esempio QUI): direi di no perché non descrive ma “rilegge”, interpreta, forse psicanalizza anche un po’; no perché non ci sono caratteri tipici ecfrastici, cioè descrittivi in primis, deittici o altro; no perché riscrive una “storia” (la raccolta segue una selezionata cronologia delle opere) e quindi riabilita una biografia, una sequenza temporale di eventi che Bacon aveva voluto congelare per sempre in quadri, elaborando anche un lutto; no perché non vi si riconosce un “atteggiamento” per così dire tecnico, parafrastico o semplicemente visivo/eidetico, quanto piuttosto la volontà di fare di Bacon (degli eventi che B. dipinge) una metafora poeticamente utile (e forse utilizzabile), un campione esemplare di artista tra ragione e pulsione, tra desiderio e morte, tra contemplazione del nulla e azione. Ma ne riparleremo alla sperabile uscita del libro. (g.c.)

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Viola Amarelli – Inediti

Alcuni inediti di Viola Amarelli, tratti da una raccolta dal titolo provvisorio “Il suono e il muto” che ho avuto il piacere di leggere in anteprima ma su cui sta ancora lavorando. Conosco Viola da diversi anni, almeno dal 2008 se non prima, e ho avuto modo di scrivere qualche nota sulle sue poesie in più di una occasione (trovate qualcosa QUI), sottolineando sempre una costante ricerca su almeno due binari strettamente interconnessi, anzi che si andavano alimentando a vicenda, generando senso: sulla sua lingua poetica, rimodulata e essenzializzata come poche altre, dalle sue prime cose fino ad oggi (“pulendo all’ossoessenza / quello che resta, quel che m’interessa”, scrive ne Il cadavere felice) – lingua che mi pare essere, come scrissi e ne ho qualche conferma, “avvicinamento al silenzio come perfezione inattingibile, come forma d’arte suprema, o mistica”; e poi sulla realtà attuale, analizzata nelle sue crisi, nelle sue contraddizioni e nelle sue aporie, realtà che comprende anzi occulta, come scrive, “il niente, il nec entem dove poggiamo”, ma anche comprende non paradossalmente un intenso lavorio non tanto sull’io, poetico o meno, quanto sul sé persona e essere umano in viaggio, in accordo anche con le sue convinzioni filosofiche e spirituali. Buona lettura. (g.c.) Continua a leggere

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Note a margine: Silvia Rosa e il corpus nigrum

Silvia Rosa - Tutta la terra che ci resta (Vydia ed. 2022)Dopo la serata di presentazione a Livorno (28 agosto 2022, presso il Caffè letterario Le Cicale Operose) di Tutta la terra che ci resta (Vydia ed. 2022), raccolgo qui qualche appunto di lettura, qualcosa che forse ho detto o forse ho tralasciato di dire nel dialogo con Silvia Rosa:

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Come talvolta ho scritto, l’arte, compresa la poesia, ha tanto più senso quanto più riesce a fornire al fruitore, oltre che un’esperienza, anche un’idea dell’aria che tira, di come va il mondo, di come evolve la realtà, magari anche quella personale, percepita da chi crea. Tutta la terra che ci resta è un libro ambizioso, che nasce da una riflessione e da un’angoscia, da un sentimento del tempo e dalla prefigurazione – di una parte almeno – della complessità che ci circonda. Che in questo caso è quella dell’umano (odierno e quindi in qualche modo già diverso e in divenire) di fronte alla contaminazione tecnologica, alla mutazione di cui in qualche misura siamo complici e insieme vittime, alla velocità con la quale il mutamento si determina, anche in relazione alla lentezza adattiva del corpo. Realtà su cui Silvia riflette poeticamente, costruendo un’opera racconto che è anche viaggio, attraversamento, percorso/indagine e forse, soprattutto, transizione, come vedremo, verso uno stato.

L’atmosfera in cui la poetica di Silvia, nello specifico, è calata è quella di un paesaggio urbano o meno, qualcosa di non necessariamente vivibile, ma in cui certo siamo stati, forse torneremo. Il paesaggio, o meglio l’ambiente, è “narrativo” nel senso di una prefigurazione, di una percezione “storica”, nella Storia. Come il resto dell’opera, cerca di interpretare una realtà attuale, che sembra desertica e solitaria anche allorquando vi si riscontrano figure, anche quando si inciampa in oggetti che appaiono insieme consueti e alieni; e insieme preconizzata, distopica e tuttavia imminente. Continua a leggere

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