Alberto Pellegatta – Piccola estate, nota di Matteo Zattoni

Alberto Pellegatta - Piccola estate - Guanda, 2025Alberto Pellegatta – Piccola estate – Guanda, 2025, pp. 107, 16 €.

Approcciandosi alle ultime poesie di Alberto Pellegatta, edite nella nuova collana “Guanda Poesia” diretta da Mario Santagostini, mi pare fondamentale rifuggire dalla postura di quelle “torme di critici” che “si appostano per estorcere loro una parafrasi” (p. 49), pretesa scoraggiata dallo stesso autore nei suoi versi. Dunque più che analizzare lo sviluppo lineare dell’opera, intitolata Piccola estate e suddivisa in sei sezioni, potrebbe risultare fruttuoso seguire alcune piste tematiche che si intrecciano al loro interno, tenendo a mente che in quest’opera, più che in altre, è la componente visionaria a essere preponderante, portando all’estremo lo stile dell’autore con l’intero corredo di figure retoriche e cortocircuiti semantici: dal calembour alla sinestesia, dall’ossimoro all’allegoria.

Un primo aspetto notevole di quest’opera è il suo essere pervasa dal ritorno ciclico della figura materna (chiamata ora “madre”, ora più affettuosamente “mamma”), ben più di quanto accadesse nella precedente Ipotesi di felicità (2019), in cui i riferimenti erano concentrati quasi esclusivamente nella sezione omonima. Cambia anche la collocazione temporale: ciò che allora veniva detto durante o subito dopo gli eventi, qui assume la veste del ricordo cristallizzato in una foto e antecedente alla propria nascita (“… e molto meno l’acqua, mamma/ che esce dal mare nel 1970/ con un costume rosa e verde”, p. 16) o del sogno, nella pregevole prosa poetica “Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia madre da Peck” (p. 13), in cui al nume tutelare della madre si aggiunge anche la figura nobile del poeta milanese, quasi come se la prima dovesse intercedere presso il secondo (“ti indica dove ho sbagliato nel mio ultimo libro e tu accampi per me qualche ragione”). Continua a leggere

Christian Gabriel/le Guez Ricord – Poesie

Questo articolo è già apparso, con minime variazioni, nel n. 22, Febb. 2026 della rivista “Menabò” (Terra d’ulivi Edizioni) – Tutte le traduzioni sono di G. Cerrai.

.

Christian Gabriel Guez Ricord (poi “Gabriel/le” a partire dal 1986–1987, per ragioni di superamento “angelico” del genere, di ricerca di una identità “totale”) nato a Marsiglia il 9 gennaio 1948 e morto il 7 giugno 1988, è una delle stelle comete della letteratura francese del Novecento. Vincitore a soli 17 anni del Premio Valéry, poeta, artista grafico (fu allievo di Balthus, ospite per un breve periodo a Villa Medici a Roma, nel 1972), aveva abbandonato gli studi di astrofisica, anche per via della salute mentale cagionevole (già nel 1974 aveva subito un internamento psichiatrico che aveva comportato l’allontanamento da Roma), per dedicarsi alla poesia. A partire dal 1967, quindi appena ventenne, pubblicherà su varie riviste e inizierà una serie di rapporti con alcuni dei poeti più significativi della scena francese, come Edmond Jabès, Pierre Emmanuel, Michel Deguy, Bernard Noël, Salah Stétié e soprattutto Yves Bonnefoy che sarà sempre il suo principale sostenitore e un punto di riferimento, anche se non sempre all’altezza delle aspettative del carattere ardente di Christian. Il grosso della sua opera prende corpo nell’arco di una decina d’anni, un periodo di intensa creazione che vede la pubblicazione di Cènes, Gallimard, 1976, La Monnaie des morts, Fata Morgana, 1979, La Tombée des nues, Le Lamparo, 1980, Le Dernier anneau, Fata Morgana, 1981, Maison Dieu, Granit, 1982, L’Annoncée, Spectres familiers, 1983, Neumes, Ryôan-Ji, 1983, Chambres, L’Alphée, 1984, La Mort a ses images, Thierry Bouchard, 1985, nessuno dei quali è tradotto in italiano.

Difficile inquadrare la personalità letteraria di Guez, creatore di mondi interiori, di precipitazioni poetiche, la cui ispirazione attingeva a temi religiosi, intrisi a loro volta dagli influssi di una profonda conoscenza, accesa dalle sue visioni e allucinazioni, del simbolismo. La poesia per Guez è un abisso niente affatto salvifico, una estensione da popolare fittamente di versi anche lunghissimi (per la sua opera principale, Maison Dieu, si inventò ampie stanze di 21 versi di 20/21 piedi), quella che il suo amico e esecutore testamentario Bernar Mialet ha definito una lingua oracolare, angelica, che mantiene costante la tensione della parola sul vuoto su cui si apre il poema. Se i folli sono creature care agli dei, anche se a caro prezzo, è per il loro guardare oltre, parlare con i morti. “Le costruzioni poetiche e ‘deliranti’ di C.G.G.R. – scrive la psicanalista Simone Wiener – sfidano la morte fino al non senso [con una] scrittura vicina alla verità nella sua funzione di velamento/disvelamento”. Ed è singolare che tra i libri di Guez considerati più importanti ci sia Du fou au bateleur (Da pazzo a saltimbanco, 1984) scritto insieme al suo psichiatra Jean-Pierre Coudray, il racconto del suo percorso di cura che è stato definito dall’amico e esecutore testamentario Bernar Mialet “un esempio unico di autobiografia certificata”. Guez scrive a Coudray: “La fiducia nella parola che tu mi hai dato, così me la dà la poesia. Posso scrivere in modo velato, a volte mascherato a volte metaforico…”. Sono, per Guez, tutti strumenti di scavo in quella zona d’ombra tra realtà, simbolo, follia. La morte è sempre una presenza costante. A proposito del suo libro caposaldo, Le Cantique qui est à Gabriel/le (1968-1988) Guez scrive: “Questo libro è un libro dei morti, scritto come nella morte. La voce, qui, ha la morte come provenienza, ci giunge per accompagnare il defunto nella sua ultima traversata”. In questa ricerca la scrittura è centrale: a volte erotica, a volte criptica (dice a Bonnefoy in una lettera: “Non si inventa una lingua che tutti possano vedere”), di non facile traduzione, come alla ricerca di un senso ulteriore, di una parola definitiva da una parte, il fondo di un abisso dall’altra, sempre animata da una vertigine trascendente, dall’aspirazione a una verticalità tra cielo e inferno da cui il poeta dall’io multiforme venga attraversato.

A dieci anni dalla sua morte il poeta Michel Deguy ebbe a dire: “Se l’epoca fosse ancora capace di questo, Guez sarebbe il nostro Nerval”, a sottolineare il romanticismo visionario e mistico e insieme la tragedia personale del nostro. (g. cerrai)

. Continua a leggere

Agnès Varda, una mostra a Bologna

comunicato_mostra_viva_varda

Agnès Varda, liberamente tratto da “Viva Varda”(Galleria Modernissimo Bologna)

Come un prisma che si scompone in una miriade di riflessi, scintillante ancora di più nel passaggio del tempo, tale appare oggi il lavoro multiforme e poliedrico di Agnès Varda dal cinema alla fotografia a metà tra il XX e il XI secolo esposto nella retrospettiva“Viva Varda, il cinema è donna” fino al prossimo 10 gennaio 2027 alla Galleria Modernissimo di Bologna. Omaggio imprescindibile a una delle figure più iconiche e rappresentative della storia del cinema contemporaneo dal secondo dopoguerra ad oggi, Agnès Varda cineasta, artista e fotografa ha saputo restituire e far convergere nel suo lavoro uno sguardo femminile unico, originale e anticonformista sul mondo delle donne attraverso un punto di vista autentico e poetico sulla realtà, un filo rosso in tutto il suo percorso artistico.

Nata da padre belga e madre francese Agnès Varda trascorre gran parte della sua vita in Francia dove dalla fotografia passa rapidamente alla sperimentazione cinematografica anticipando con i suoi primi lungometraggi caratterizzati da una nuova libertà stilistica e la scelta di soggetti anticonvenzionali la generazione dei giovani registi della Nouvelle Vague tra cui Jean Luc Godard e Alain Resnais. Nel suo approccio filmico lo stile documentario e la finzione si fondono fortemente influenzati dalle arti visive nonchè dall’incontro con personalità importanti come Jean Vilar, lo scultore Alexander Calder, registi come Chris Marker e Jacques Demi suo futuro marito. La mostra si snoda come percorso tematico complesso attraverso la presentazione di estratti dei film più significatici accompagnati da fotografie, installazioni e documenti d’archivio o costumi provenienti dai medesimi. Continua a leggere

Dominique Villa – In quel vuoto freddo

Dominique Villa – In quel vuoto freddo, inazzurratoNeobar Ebooks, 2025

.

Dominique Villa (o forse Domenica, o forse Villa Dominica Balbinot o qualsiasi altro mix di questi nomi, mai saputo con certezza) è già presente su Imperfetta Ellisse, con un post della vecchia edizione (v. QUI). Di lei non conosco nemmeno una bibliografia, per quanto sue poesie siano leggibili in diversi siti, come ad esempio QUI o QUI.

In quel vecchio post del 2018 mi pareva di aver individuato delle peculiarità riguardo alla sua scrittura e all’universo ivi racchiuso, arrivando a dire che l’insieme di queste qualità delineasse una inconsueta poesia tra il barocco e un cupo neoromanticismo. Scrivevo infatti: “se si aggiungono caratteri anche indubbiamente romantici come un certo senso dell’assoluto o una certa irrazionalità o un’idea di sublime che sovrasta l’uomo, allora cos’è che tiene insieme e fonde il barocco, il crepuscolare, il simbolista, l’espressionista, il romantico? in altre parole cos’è la poesia di Villa Dominica Balbinot? Ma è ovvio: è poesia gotica”.

Cambiato qualcosa in questi testi scritti tra il 2023 e il 2025? Apparentemente no, lo stile si è forse raffinato, mantenendo anche certi accorgimenti grafici molto personali, come i grassetti, i corsivi, le parentesi, qualche variante lessicale, la ricerca di parole “pesanti”; il mood, la visione del mondo, si sono forse incupiti (anche i colori più brillanti si imbruniscono) ma non tanto per una questione di pessimismo esistenziale quanto per una maggiore focalizzazione dello sguardo lanciato nell’oscuro, come quando si stringono le palpebre per vedere meglio. Da questo punto di vista è interessante dare un’occhiata – su Facebook – ai suoi i brevi video, le foto…una natura cupa, disabitata, soprattutto misteriosa, piena di segni indefiniti e di paesaggi che “consumano” e sempre ambigua come in un film di Lynch, che sembra, come la vita stessa, “di esser sempre sul punto / di fare qualcosa di estremo”. Piccoli oggetti creativi che se non aggiungono niente dal punto di vista critico certo danno un’idea, paradossalmente, dell’invisibile che abita l’ispirazione di Villa, del suo ritenere un “possibile”, sfuggente forse ma non – a saper vedere – reticente.

In tutto questo un io conclamato non c’è. Al suo posto c’è una presenza umana (talvolta una “lei”) non dichiarata ma soggettile (Derrida/Artaud), che registra e percepisce una realtà fenomenica che si fa linguaggio, verbalizza una immanenza inquieta che non si può ignorare, cerca un fondo. La presenza umana, anzi femminile, è quasi sciamanica, cioè un medium e come tale incolpevole di ciò che rinviene. Dei “paesaggi morbosi”, dei “gialli sfatti”, del “freddo medievale”, della “lussuria plumbea”, della “sanguigna fioritura”, degli “appartamenti insepolti” e molto altro, di queste cose dobbiamo prendere atto, ma sono cose che ci informano nei diversi sensi del termine: ci danno notizia e ci danno un’idea, forse una dritta. E non sono solo natura, sono tempo. In quegli aggettivi, come negli esempi citati sopra, non c’è solo una qualità, c’è un divenire, una trasformazione, un deperire, come in un evento ripreso in timelapse. E in fondo al deperire, certo, la morte, a cui è necessario dare una “lontananza”. Ed è forse questo, il tempo, il fantasma che Villa cerca di fissare nei suoi testi come su una lastra emulsionata. (g. cerrai)

. Continua a leggere

Ugo Mauthe – Mélange

Ugo Mauthe - Mélange - Puntoacapo Ed., 2026Ugo Mauthe – MélangePuntoacapo Ed., 2026

.

Quando scrissi qualcosa, nel 2021, su Il silenzio non tace (v. QUI) dubitavo fortemente che Mauthe avrebbe mai abbandonato quella modalità stilistica che si era scelto, tra l’aforisma e il gioco di parole, tra l’haiku e il frammento, con la quale, tenendo d’occhio secondo me quella funzione poetica (quella di Jakobson) tanto cara ai creativi pubblicitari (è il suo mestiere), descriveva una realtà fatta di brandelli e sprazzi, anzi, come scrivevo, fatta di “epifenomeni del reale”, almeno così come lui lo coglie. Lo slogan, come sapeva ad esempio Elias Canetti, non è che questo. È anche, se vogliamo, una forma di riduzionismo. Ma ne parleremo forse più avanti.

E in effetti eccola di nuovo qua, nella sua rigorosa brevità, però con un paio di varianze che riguardano soprattutto il come Mauthe pensa la poesia, la sua e quella in generale. Diciamo intanto che questo libro ha una struttura pensata, un progetto architettonico a monte che è quello che individua Antonella Sica nella prefazione: una divisione in due, destra/sinistra, da una parte i giochi di parole, gli haiku, i monostici (testi di una riga), dall’altra testi che sono in sostanza metapoesie, riflessioni sull’altra parte, in dialogo con essa ecc. Trentasei sezioni (anzi quadri) con un loro titolo o tema, in genere brevi, per quello che Sica definisce “un piccolo teatro del linguaggio”. L’idea è buona e certo ha una sua curiosità, se si parte proprio dal fatto che sia un teatro in cui, in buona sostanza, l’unico personaggio e interprete è appunto il linguaggio. Linguaggio morfico, espressione in cui si fa finta che confluiscano a pari titolo inconscio (o roba simile) e manipolazione. Se si accoglie la tesi, in postfazione, di David La Mantia, si direbbe che prevalga la seconda, giacché egli definisce la raccolta “essenzialmente un lavoro sulle figure retoriche”, “un’opera originalissima sulle devianze della parola, sui piccoli equivoci del dettato poetico”, in ultima istanza una “geniale allegoria della vita, dei lapsus da cui è composta, dagli inganni della parola, vera idola fori, come in Bacone”. Mi pare un giudizio positivo, su cui posso essere d’accordo, a parte forse l’entusiastico “geniale”. Mi pare anche, in sostanza, una organizzazione migliore, più attenta e consapevole forse, di quanto visto ne Il silenzio non tace, con la differenza che, a mio avviso, quello che il gioco produceva allora aveva una maggiore concretezza, una certa liricità, in ultima analisi una maggiore significazione da offrire al lettore, a parte il ludus. Voglio dire, generalmente parlando non è sufficiente, per pagare il proprio tributo alla poesia, girarsi tra le dita il giocattolo lingua. Che, certo, non è privo di significato, anzi. Ha un significato in sé, come il gioco, e un significato prodotto, per precipitazione, accidente, intelligenza, accostamento tonale, puro caso. Voglio dire, è inevitabile, anche in una realtà frammentata e oscura, cogliere un bagliore, come quando un astrofilo dilettante ha la fortuna (o anche – certo – l’intelligenza) di cogliere l’esplosione di una supernova. In quanto al lapsus, alle contrepèteries come le chiamava Giovanni Giudici riguardo ad Amelia Rosselli, agli “inciampi”, ai fausses erreurs, il discorso sarebbe complesso, sia dal punto di vista letterario – e La Mantia correttamente segnala la netta distanza di Mauthe da nomi come Scialoja, Dario Villa, Maraini -, sia da quello dell’intimo essere dell’autore. Che qui certo, in questo lavoro per così dire “premeditato”, mette in campo poco che sia ingenuo (nel sento etimologico di “nato libero”), poco che somigli a quella lalangue, a quella lingua delle radici di cui parlava Lacan (ammesso che questo abbia importanza), anche se sicuramente Mauthe con il suo “gioco” voleva andare alla ricerca di una verità altra e oltre. Continua a leggere

Viola Amarelli – Simplex (inediti)

Viola AmarelliViola Amarelli – Simplex (inediti)

.

Simplex, semplice, non complicato, e però complesso, che è cosa diversa, con le sue minute articolazioni. Una riduzione certo non riduttiva, certo non del pensiero che la muove e che ce ne perviene. Viola procede in un suo percorso di decantazione della scrittura alla ricerca di una parola quasi autonoma, di quelle che l’io non possa farci niente. Una ricerca che certo è spirituale, la scrittura in un certo senso, pur indispensabile, viene dopo, ne è una sorta di certificazione. Non gli interessa, forse, nemmeno più essere la Pizia che è stata (v. QUI), portatrice di un significato a tratti oscuro ma ineludibile, ricercatrice di una dimensione tra l’umano e il divino dove risieda il senso; e anche le sue nudecrude cose – cioè quelle che “se ne fottono o, più esattamente, restano imperturbabili”, ma che “hanno una loro bellezza, anche quando distorte, lesive, a volte mortali”, e sono popolate da un “dio disperso” (v. QUI) – sono tornate ad essere qualcosa di semplicemente ammirabile, contemplabile con un certo distacco, senza l’urgenza di doverle mettere in ordine (e “disordinare l’ordine” è sempre stato quasi imperativo per lei). È il limen che affascina e attrae da sempre Viola, quello di una soglia tra voce e silenzio, un avvicinarsi e un ritrarsi, anche in frammenti molto brevi, ancora meno di un haiku (o forse un koan), ma non apodittici perché la certezza assoluta non è di questa poesia che, come scrissi, se ne frega altamente di essere lineare o assertiva, cerca sempre semmai un suo stile non autotelico.

Per altre osservazioni rimando a quanto scritto in passato (e vedi altri inediti di Amarelli QUI) ma un’altra cosa vorrei dirla: si parla molto, e spesso a vanvera, di poesia femminile, di apposita scrittura (cioè di genere, cioè “politica”, cioè antipaternalista) e spesso con una certa suscettibilità. Bene, la poesia di Viola è piena di femminile, è piena di donne, come ad es. appunto in Notizie dalla Pizia o ne Le nudecrude cose. Semplicemente qui, come in certe tragedie classiche (gli antichi lo sapevano meglio di noi), la donna è centrale, senza tante bandiere, non ha bisogno di essere invitata al ballo da nessuno. (g. cerrai)

. Continua a leggere

Marina Pizzi – Le date onnivore

Marina Pizzi – Le date onnivore

.

Altri inediti che mi invia Marina Pizzi. Un’altra serie segnata da una numerazione progressiva, come avvenuto altre volte in passato, per ora interrotta al numero 69. Una sorta di accorata aspirazione all’infinito.

La sequenza di testi ha un titolo che credo provvisorio quanto la sua numerazione, Le date onnivore, un titolo bellissimo che di primo acchito non può non ricordare grandi icone metafisiche come Le muse inquietanti o Le città invisibili.

Credo di essere un lettore “forte” di Marina Pizzi, fin dal primo post che le dedicai venti anni fa, nella vecchia edizione del blog, una dozzina di interventi tra post e articoli su rivista (v. QUI e QUI) che non pretendono di essere esaustivi ma possono fornire nel complesso qualche chiave di lettura del suo lavoro. Un lavoro complesso, denso, stratificato, fatto di testi che a suo tempo definii lucidamente oscuri ma capaci di retribuire l’attenzione che pretendono dal lettore, una scrittura che percuote costantemente la lingua, la vela e disvela, la accredita e smentisce, la accende talvolta con visioni liriche inusitate o metafore inattese, una lingua che comunque, come scrissi, è mimesi di quel costante male di vivere che non trova esito né sollievo. Marina ha un suo stile inconfondibile (che ricorda forse alla lontana Rosselli) e una sua “maniera” che però non è ridondanza né accomodamento né zona di conforto, assomiglia di più semmai a una barra di acciaio che ripiega e martella infinite volte come un mastro spadaio giapponese.

Anche questi versi sono “suoi”, pur appartenendo, non certo per questioni cronologiche, a una diversa stagione, iniziata forse con lavori come Afa epifanica dello steccato (v. uno dei link sopra) o anche un po’ prima, lavori che mi sembrava segnalassero meno rabbia, più vena malinconica e emotiva, forse un qualche tratto commiserativo, comunque mantenendo centrale e assoluta, come scrivevo in altra sede, “la domanda di una ragione, o una giustificazione se volete, della vita e dei suoi accidenti, cioè del suo perché”.  Domanda che forse ormai non attende risposta.

In calce una selezione di testi. Per altre osservazioni e note rimando a quando scritto in passato. (g.c.)

Continua a leggere

Nino Iacovella – La parte arida della pianura

Nino Iacovella - La parte arida della pianura - Pietre Vive Editore, 2026Nino Iacovella – La parte arida della pianuraPietre Vive Editore, 2026

.

La parte arida della pianura è un destino, quella che ti tocca in sorte, quella più dura da dissodare; o una sconfitta, una regione povera dell’esistenza in cui vieni sospinto prepotentemente da chi detiene il potere. In entrambi i casi è un luogo dello spirito e insieme un agone politico, il terreno che forse non ti sei scelto ma su cui in un modo o nell’altro ti tocca combattere.

Credo che sia questo il tema di fondo dell’ultima raccolta di Nino Iacovella, un libro in cui si narra molto e si riflette, si fa storia anche di sé nel riconoscersi in vicende che certo, da quel poco che lo conosco, hanno contribuito al suo pensiero. Se ancora avesse un senso in questa realtà complessa potremmo dire che si tratta di una poesia civile, militante, identitaria. Certo, c’è anche questo, con le problematiche espressive e retoriche che talvolta si porta dietro, che sono essenzialmente quelle che riguardano per così dire la “liricizzazione”, la resa poetica del dramma, non sempre agevole perché deve contrastare la “narratività” secca degli eventi. Ma Nino mi pare abbia ben presenti questi aspetti e infatti non solo inserisce egregiamente elementi lirici o perfino elegiaci, ma lo fa partendo sempre dalla centralità dell’umano, anche quando esso è un “io” nascosto, un “tu” relativo, un nome noto, o un anonimo abitante di questo Occidente perso nello spazio monodimensionale “tra divano e televisore”. Tutti hanno una dignità, anzi una esemplarità ineludibile, un loro modo di essere vittime, di onorare la propria sconfitta. Che, ancorché sia personale e definitiva, tuttavia preserva un margine di lotta, un legato di speranza. Continua a leggere

Ruth Orkin: the illusion of time, mostra a Bologna

Ruth Orkin - Selfportrait

Ruth Orkin: the illusion of time (a Palazzo Pallavicini, Bologna)

“Le donne contribuivano ad alimentare la fabbrica dei sogni non a crearli, il che significava che tutte le carriere dietro la macchina da presa erano indiscutibilmente riservate agli uomini.” Così scrive Anne Morin, curatrice della mostra presentata per la prima volta a Bologna incentrata sulla figura ancora poco conosciuta in Italia della fotografa e regista statunitense Ruth Orkin (1921-85) esposta in un’ampia retrospettiva a Palazzo Pallavicini fino al prossimo 19 Luglio. Tale conclamata impossibilità nel proseguire una carriera da cineasta per una donna all’inizio del XX secolo condizionerà inevitabilmente il lavoro della fotografa dando vita a una commistione originalissima tra i due generi_ l’immagine in movimento del cinema plasma la sua immagine fotografica e viceversa_ che appare ancora oggi come la cifra più originale e distintiva del lavoro della Orkin.

Ruth Orkin nasce a Boston nel 1921 e cresce a Hollywood negli anni ’30 figlia di un’attrice del cinema muto; negli anni ’40 studia fotogiornalismo al Los Angeles City College e inizia ad intraprendere una carriera di fotoreporter per importanti riviste americane tra cui LIFE, Look ecc. La passione per il cinema traspare costantemente dai suoi primi scatti fotografici come la volontà di sperimentare con l’idea di durata derivante dall’ “l’immagine in movimento”, vale a dire l’intenzione sottile di portare qualcosa del cinema dentro la fotografia permane come un richiamo, un’eco costante nel suo lavoro di fotografa. L’immagine è vista da Orkin come “una scintilla, un’impronta che racchiude in sé un effetto filmico di durata”, seppur apparente, ricreata attraverso tecniche visive da lei predilette quali la sequenza, la duplicazione di uno stesso soggetto, la simultaneità nella visione all’incrocio tra fotogramma immobile e illusione di movimento. Continua a leggere

Podcast: Umberto Saba e il suo Ulisse

Poet’s cuisine: 02 – Umberto Saba, Ulisse

A quasi due anni dal primo tentativo di podcast (quello dedicato a La malattia dell’olmo di Vittorio Sereni – v. QUI), ci riprovo utilizzando materiali scritti e audiovisivi che avevo accantonato. Si tratta in questo caso di quella poesia arcinota ma esemplare, da diversi punti di vista, che è Ulisse di Umberto Saba, tratta dalla raccolta Mediterranee, uscita nel 1946, proprio 80 anni fa, dove il triestino si pone come un piccolo Odisseo adriatico. Anche qui cerco di gettare uno sguardo, minimale ma spero interessante, nella “cucina” del poeta. Buon ascolto (trovate il testo della poesia più sotto).

Umberto Saba

Ulisse (Mediterranee, 1946)

Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.