Ugo Mauthe – Mélange – Puntoacapo Ed., 2026
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Quando scrissi qualcosa, nel 2021, su Il silenzio non tace (v. QUI) dubitavo fortemente che Mauthe avrebbe mai abbandonato quella modalità stilistica che si era scelto, tra l’aforisma e il gioco di parole, tra l’haiku e il frammento, con la quale, tenendo d’occhio secondo me quella funzione poetica (quella di Jakobson) tanto cara ai creativi pubblicitari (è il suo mestiere), descriveva una realtà fatta di brandelli e sprazzi, anzi, come scrivevo, fatta di “epifenomeni del reale”, almeno così come lui lo coglie. Lo slogan, come sapeva ad esempio Elias Canetti, non è che questo. È anche, se vogliamo, una forma di riduzionismo. Ma ne parleremo forse più avanti.
E in effetti eccola di nuovo qua, nella sua rigorosa brevità, però con un paio di varianze che riguardano soprattutto il come Mauthe pensa la poesia, la sua e quella in generale. Diciamo intanto che questo libro ha una struttura pensata, un progetto architettonico a monte che è quello che individua Antonella Sica nella prefazione: una divisione in due, destra/sinistra, da una parte i giochi di parole, gli haiku, i monostici (testi di una riga), dall’altra testi che sono in sostanza metapoesie, riflessioni sull’altra parte, in dialogo con essa ecc. Trentasei sezioni (anzi quadri) con un loro titolo o tema, in genere brevi, per quello che Sica definisce “un piccolo teatro del linguaggio”. L’idea è buona e certo ha una sua curiosità, se si parte proprio dal fatto che sia un teatro in cui, in buona sostanza, l’unico personaggio e interprete è appunto il linguaggio. Linguaggio morfico, espressione in cui si fa finta che confluiscano a pari titolo inconscio (o roba simile) e manipolazione. Se si accoglie la tesi, in postfazione, di David La Mantia, si direbbe che prevalga la seconda, giacché egli definisce la raccolta “essenzialmente un lavoro sulle figure retoriche”, “un’opera originalissima sulle devianze della parola, sui piccoli equivoci del dettato poetico”, in ultima istanza una “geniale allegoria della vita, dei lapsus da cui è composta, dagli inganni della parola, vera idola fori, come in Bacone”. Mi pare un giudizio positivo, su cui posso essere d’accordo, a parte forse l’entusiastico “geniale”. Mi pare anche, in sostanza, una organizzazione migliore, più attenta e consapevole forse, di quanto visto ne Il silenzio non tace, con la differenza che, a mio avviso, quello che il gioco produceva allora aveva una maggiore concretezza, una certa liricità, in ultima analisi una maggiore significazione da offrire al lettore, a parte il ludus. Voglio dire, generalmente parlando non è sufficiente, per pagare il proprio tributo alla poesia, girarsi tra le dita il giocattolo lingua. Che, certo, non è privo di significato, anzi. Ha un significato in sé, come il gioco, e un significato prodotto, per precipitazione, accidente, intelligenza, accostamento tonale, puro caso. Voglio dire, è inevitabile, anche in una realtà frammentata e oscura, cogliere un bagliore, come quando un astrofilo dilettante ha la fortuna (o anche – certo – l’intelligenza) di cogliere l’esplosione di una supernova. In quanto al lapsus, alle contrepèteries come le chiamava Giovanni Giudici riguardo ad Amelia Rosselli, agli “inciampi”, ai fausses erreurs, il discorso sarebbe complesso, sia dal punto di vista letterario – e La Mantia correttamente segnala la netta distanza di Mauthe da nomi come Scialoja, Dario Villa, Maraini -, sia da quello dell’intimo essere dell’autore. Che qui certo, in questo lavoro per così dire “premeditato”, mette in campo poco che sia ingenuo (nel sento etimologico di “nato libero”), poco che somigli a quella lalangue, a quella lingua delle radici di cui parlava Lacan (ammesso che questo abbia importanza), anche se sicuramente Mauthe con il suo “gioco” voleva andare alla ricerca di una verità altra e oltre. Continua a leggere→