Thomas Torelli – Un altro mondo, nota di Elisa Castagnoli

“Un altro mondo possibile” (dal docu-film di Torelli alla svolta post-covid)

Un altro mondo, è quello cui aspiriamo nell’impasse delle nostre vite attuali compresse nella propria libertà individuale dall’epidemia Covid in corso. Ancora, “un altro mondo” è evocato nel documentario di Thomas Torelli ritrasmesso in questo periodo su diversi canali online in un paese relegato una volta di più alla chiusura a tutti i livelli della “zona rossa”. “Un altro mondo” sarebbe allora l’immagine tacitamente invocata da molti dell’ azzerare il meccanismo e ripartire , rimettere tutto in circolo ma con un intento comune rinnovato mentre portiamo addosso, ancora, l’oppressione della malattia, la morte dei molti intorno a noi e viviamo l’inesausto senso di frustrazione di un virus che continua a infiltrarsi al quotidiano senza poterlo estirpare. Sarebbe      “ un altro mondo”, forse, la svolta necessaria oggi, rispetto a questa società post-industriale di continuo progresso tecnologico dominata da un materialismo distruttivo e alienante per l’essere umano.

Voci di scienziati, filosofi, fisici e sciamani si alternano premonitori in questo video girato nel 2014 (prima dell’avvento del Covid) mettendo in discussione la visione attuale del mondo per farci riscoprire sistemi e valori delle società antiche come i nativi d’America o le popolazioni aborigene. Allo stesso modo, alcuni principi della fisica quantistica divulgati da noti ricercatori spiegano la materia del cosmo come intelligente, vivente e in connessione con ogni singola particella nell’universo riallacciandosi in qualche modo alla saggezza degli antichi. Se la separatezza come lo studio di unità discrete contraddistingue il pensiero scientifico moderno, la teoria quantistica della correlazione di ogni singolo atomo dell’universo come totalità_ “una fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”_ può modificare la visione attuale dell’uomo producendo in lui una coscienza critica sul presente.

“ Tutto è energia e questo è quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia. Questa è fisica” ( A. Einstein)

Vasti altopiani del Messico: cieli tersi, di un blu limpido seppur attraversato da striature di nuvole biancastre. Dall’alto si vedono le distese sconfinate delle catene montuose rossicce e aride, i loro massi millenari plasmati e scolpiti dal passaggio del tempo, nello spazio aperto di un orizzonte che si perde illimitato oltre il nostro sguardo. Si ode il gracchiare di uccelli attraverso la piana silenziosa, poi il canto di uno sciamano a distanza e il battito dei tamburi. Egli afferma: “ la natura non ci appartiene ma ci è solo donata, non porteremo nulla con noi ma possiamo gioire di quello che è qui e ora”. Nei bambini il “qui e ora” è l’eterno presente del gioco, il continuum del gioire incondizionato a cui non si sovrappone l’aspettativa o l’ansia del futuro né il peso o il rimpianto del passato. Ed è solo in questo presente vissuto ogni istante pienamente e in profonda connessione con sé stessi, afferma ancora la voce fuori campo nel video, che potremmo dischiudere il potenziale per un cambiamento, le basi per un futuro differente”. Continua a leggere

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Carlo Tosetti – La crepa madre

Carlo Tosetti – La crepa madre – Pietre Vive Editore, 2020Carlo Tosetti - La crepa madre - Pietre Vive Editore, 2020

Trovo sempre curiosi i libri in cui l’autore in qualche modo mette le mani avanti – o in fondo al libro, come in questo caso. Magari con un “Ammonimento” come il seguente:

 

A chi pensi che la Crepa
sia metafora, allegoria,
l’ammonisco che si inganna:
peculiare è che sia viva,
il suo istinto – che ho vissuto –
non fu sogno, né malia.

D’accordo. Inutile cercare di convincere l’autore che sarebbe come mettere in guardia sul linguaggio medesimo, sulla sua capacità eidetica anche al di là delle intenzioni di chi scrive. E del resto, oltre a questo, il lavoro di Tosetti già si presenta, fin dalla prime righe, come un singolare prosimetro narrativo, nel quale l’occasione è un fatto vero o veritiero avvenuto in un luogo vero (o – narrativamente – veritiero), là dove – cito dall’ Avviso che apre il libro – “le vicende narrate sono intreccio di fantasia e convinzioni attecchite nel substrato dei miei ricordi”. Ecco qua, con qualche piccola contraddizione. In altre parole, se non è metafora è, in certa misura, mito. La mitostoria di una crepa “viva” che nel tempo attraversa una casa, una città, un territorio (siamo dalle parti di Erba, vicino al Lago di Como), sembra tornare indietro sui propri passi, in un certo senso “guarire”, imparentata alla lontana ma con qualche significato con una brutta ferita che l’autore si è procurato da ragazzo e che in qualche modo li apparenta. La crepa, che poi appunto miticamente diventerà la Crepa, ovvero qualcosa con una sua propria identità, manifesterà il suo essere in un’estate con un frastuono dalla casa di fronte, quella dei vicini: “trovammo uno squarcio tremendo nel muro: partiva dal primo piano e irrompeva di sotto, nella spaziosa sala da pranzo”. Da questo evento parte la storia, della Crepa e della Casa (anch’essa mito – in buona misura  e per proprietà transitiva – in quanto ospitante l’evento).   Tra Storia e folklore (la Casa che è antica, la Crepa che ripara i suoi danni nelle notti di luna, entrambe destinatarie di inutili esorcismi, la Crepa che rumoreggia ma non fa danni, si muove per la Casa, la Crepa che si attiva col malumore degli abitanti della Casa, che rumoreggia, che è viva, “dotata di una sua petrosa e peculiare sensibilità”, che terrorizza i nuovi proprietari ecc.) la storia, intesa come narrazione, si dipana. Il tentativo di mettere mano ad una ristrutturazione della Casa  che la ospita scatena una reazione della Crepa che guadagna l’esterno, come in fuga, attraversa il paese risparmiando le case e la Chiesa ma non condutture, tubi, fogne, fili elettrici, si inoltra in campagna fino a giungere a pochi metri dal lago, dove si arresta, recede un po’, “dopo uno sbuffo da locomotiva esausta”. La Crepa, ci dice l’autore, è qualcosa di vivo e ancestrale collegato alla vita, perché fin dalla creazione del mondo è ciò che ha unito, più che separare, sigillando la crosta. La ricostruzione del paese e la riparazione dei danni relegano in seguito la Crepa madre nell’oblio, per tutti ma non per l’autore, memore di una misteriosa parentela tra di essa e la brutta ferita al ginocchio della sua infanzia, convinto del simbolo, la “forma” che essa rappresenta delle infinite ramificazioni della vita. Così col tempo alla fine chi racconta ritrova la Crepa, sicuro ormai che essa “è la manifestazione di una forza, una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura”, la ritrova e la riconduce come un docile animale, ripercorrendo a ritroso il vecchio cammino, riscrivendo le vecchie ferite, alla sua antica dimora.  Forse un movimento geologico, forse una manifestazione di una natura non necessariamente deterministica, ma comunque qualcosa non avulsa dall’uomo, che come ogni aspetto del mondo agisce il suo riflesso con esso.

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Sergio Bertolino – La sete

Sergio Bertolino – La sete – Marco Saya EdizioniSergio Bertolino - La sete - Marco Saya Edizioni
La sete è il secondo libro di poesie di Bertolino e il primo che leggo, se ricordo bene. Una prima lettura non facile, per ragioni che vedremo. Una seconda lettura che apre qualche finestra su un circoscritto universo privato, molto intimo, una realtà su cui esperienza e percezione sembrano aver lasciato tracce sfumate, segnali emergenti da una bruma infittita dalle parole. La relazione con il mondo e con le cose, rarissime da un punto di vista oggettuale, sembra generare il pensiero, che a sua volta genera la poesia di cui è soggetto, una poesia “pensata”, come in un anello di Moebius. In altre parole in questa poesia la realtà recede velocemente fino a frantumarsi in parti finissime, e a farsi elemento di una riflessione su impressioni di un io ben presente e centrale anche quando non è espresso grammaticalmente.  E’ per questo che ho parlato di privatezza, anche estrema, del mondo dell’autore. L’immersione in profondità abissali che si percepisce sperimentata da Bertolino ha un suo fascino, anche di musica arcana, ma resta il fatto che l’abisso talvolta ha bisogno di una qualche luce che scontorni le presenze che lo abitano, cioè di una parola non “innamorata” che dia identità all’amore, alla morte o a qualsiasi altra cosa che inquieti questi versi. Gli estremi della poesia di Bertolino stanno qui, in questa verticalità dell’ascolto tra luce e oscurità, tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile che si riflette sulla scrittura, a tratti affollata, a tratti tesa alla ricerca di una metafora astratta, che non “pone dinanzi agli occhi”, come diceva Aristotele, cioè non mostra l’ “azione” in transito da un concetto all’altro. Perché a volte il problema della poesia è la ricerca del poetico, se mi si passa il paradosso.

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Laura Liberale – Unità stratigrafiche

Laura Liberale - Unità stratigrafiche - Arcipelago Itaca 2020Laura Liberale – Unità stratigrafiche – Arcipelago Itaca 2020

 

Per una felice coincidenza ho avuto tra le mani questo ultimo libro di Laura Liberale dopo aver letto su La balena bianca la sua interessantissima recensione di Legati i maiali  di Teodora Mastrototaro (Marco Saya 2020).
La cosa c’entra  perché questo è il primo libro di Liberale che leggo, lo ammetto, e quella recensione in qualche modo mi aiuta a capire, per quanto sia sempre stato convinto che già il testo parli a sufficienza per sé. Ma a quanto pare anche le recensioni ci dicono qualcosa di chi le scrive, senza contare delle affinità di cui parleremo. In quel libro, opera singolare di poesia militante (non tanto e non solo nel senso poetico quanto in quello eticopolitico e ambientalista) si parla di morte, di morte procurata agli animali per farne cibo, di efferatezze crudeli nei loro confronti. Un libro che per quanto mi riguarda definirei disturbante (sebbene “davvero notevole”, come dice Liberale), anche per chi non sia, diciamo così, un convinto animalista. Verrebbe da ricordare (ma Liberale non lo fa) il Macello di Ivano Ferrari, un’opera che tuttavia – anche se per molti versi così simile a questa – mi pare da ascrivere ad un altro livello, quello di “un poeta fuori parametro e fuori asse” (Antonio Moresco),  nonché di un antesignano (Macello vede la sua prima apparizione nel 1995). Ma che cosa sottolinea Liberale del libro di Mastrototaro? Essenzialmente che la morte non ha una sua unicità, se solo la si considera da un punto di vista “altro”, di un altro, sia pur esso un animale deprivato della supposta coscienza della morte stessa, perché “per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso”. Dal punto di vista del poeta, la questione è restituire a questa materia poetica “animale” o, come vedremo, disanimata, “il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole” (Liberale cita qui il Derrida de L’animal que donc je suis) che l’uomo – direi io biblicamente – ha arrogato a sé stesso, e farlo senza tuttavia banalizzare, cioè “debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate ‘risposte’ viscerali prive di un profondo pensamento a monte”. Sull’altro versante, dalla parte opposta, sta – anche come rischio – una “reificazione totale” – per difesa dal dolore – dell’oggetto/soggetto senza che si lasci poeticamente aperto uno “spiraglio di relazione” con esso. E’ importante sottolineare che Liberale parla di Mastrototaro ma parla anche per sé, perché questa etica del linguaggio fa da pivot all’intero Unita stratigrafiche, traspare dalla cura significativa che Liberale mette nella scelta delle parole che usa, si sostanzia nell’approccio creativo alla sua propria materia poetica. Che è la morte, la morte osservata (Liberale è, tra l’altro, tanatologa, termine che ha peraltro diverse implicazioni), analizzata come compresenza ed esito (destino) di tutte le creature viventi, cessazione e tuttavia permanenza, fenomeno che travalica le dicotomie uomo/animale, vivi/morti, uccisori/uccisi, immagine ed estinzione di essa, conservazione e oblio, fascino e timore. Ed anche come non-comunicazione (comunione) o altresì  comunicazione “altra”, almeno quanto lo è una contemplazione, che necessiti in qualche misura di un “mezzo”, come vedremo. E tuttavia da tenere a debita distanza, poiché la morte è anche, da sempre, un altro mondo, più prossimo al metafisico, e perciò perturbante.

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Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia? Continua a leggere

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Studio Azzurro: Testimoni dei testimoni, la Shoah, un video

Studio Azzurro: “Ricordare e raccontare la shoah, di Elisa Castagnoli

Molti sono stati i modi di ricordare, commemorare e rendere tributo alle vittime dell’olocausto attraverso testimonianze, racconti, opere cinematografiche e letterarie in occasione della Giornata della Memoria, lo scorso 26 gennaio. Gli Istituti Italiani di cultura all’estero hanno reso disponibile e presentato in streaming il documentario “Testimoni dei testimoni, ricordare e raccontare Auschwitz” realizzato da Studio Azzurro, un collettivo di artisti contemporanei in collaborazione con un gruppo di giovani studenti esplorando le possibilità espressive dei nuovi media.

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Ci si potrebbe chiedere, come raccontare oggi ciò che a distanza d’anni appare ancora sotto il segno dell’indicibile, dell’inenarrabile, nell’aberrazione ultima dell’umano, in altre parole quale arte si può produrre ancora dopo Auschwitz, si domandava Adorno nel 1949, dopo il fallimento di tutta la cultura occidentale di fronte alle barbarie dello sterminio?

Il proliferare di opere artistiche e letterarie intorno alla shoah palesa in maniera evidente la necessità innegabile della memoria, non solo quella individuale dei testimoni diretti o di seconde generazioni ma anche quella collettiva, di una coscienza critica comune sorta sulle ceneri del passato contro l’oblio e la ripetizione cieca degli stessi meccanisti distruttivi. Continua a leggere

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Guido Gozzano – I colloqui e altre poesie, nota di Claudia Mirrione

Guido Gozzano - I colloqui e altre poesie - A cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020Guido Gozzano – I colloqui e altre poesieA cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020

Recensione di Claudia Mirrione

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Alle soglie

[…]

III

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,

mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

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mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –

che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

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(Dall’uomo: ché l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo

le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra)

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È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.

Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

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Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;

ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

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Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;

né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

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Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,

sereno come uno sposo e placido come un novizio.

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Un’apostrofe al cuore famosa, quella di Gozzano, tanto quanto il suo classico – odissiaco – paradeigma. Nel corso della sua vita di poeta, il nostro ‘guidogozzano‘ mantenne, nonostante ancor giovane si fosse ammalato di tubercolosi polmonare, un cuore «monello giocondo che ride pur anco nel pianto». È questa, forse, la sintesi più estrema della poesia di Gozzano, perché in essa si mischiano una certa carica ironica e insieme i carezzamenti degli atri umori della malinconia (ecco il suo cuore che deride i dottori mentre gli auscultano il petto: «pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori / sovente qualcuno che picchia, che picchia… Sono i dottori. // Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, / m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro. // E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo? / Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli…»). Quella di Gozzano è, infatti, una dolceridente malinconia che porta con sé l’arte del novellare in versi e che, oscillando lievemente tra l’amore che non giunge mai e la morte che tutto e tutti eguaglia (l’Eguagliatrice, questo il suo appellativo ne La signorina Felicita), prende le forme di una sonorità giocosa, sa fondere aulico e prosaico, sa far uso di una metrica classica e talvolta chiusa, coniugandola a notissime rime eccentriche e a una sintassi spezzata e spesso sospensiva. Continua a leggere

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Ugo Mauthe – Il silenzio non tace

Ugo Mauthe – Il silenzio non tace – Edizioni Ensemble, 2019Ugo Mauthe - Il silenzio non tace - Edizioni Ensemble, 2019

 

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) è un pubblicitario con una lunga esperienza come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Nel 2017 con la fiaba Sem fa cucù ha vinto il contest “Racconti nella Rete” (pubblicata poi all’interno di un volume edito da Nottetempo). Ha pubblicato il romanzo Qunellis e la raccolta poetica Minuziosa sopravvivenza. Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi, fra cui Albero Andronico, Argentario, Bukowski, Pietro Carrera, Città di Castello, Città di Cattolica, Fiabastrocca, Giovane Holden, Carlo Levi, Il Meleto di Guido Gozzano, Lorenzo Montano, Andrea Torresano

 

Una poesia dalla leggerezza ricercata, perennemente in bilico su molti equilibrismi, alcuni dei quali, specie quelli lessicali, scovati con una certa acribia, spesso con l’obbiettivo di raggiungere quella “funzione poetica” (l’eco, la rima, l’assonanza, la consonanza, l’allitterazione, la paronomasia) di jakobsoniana memoria che Mauthe, come pubblicitario, dovrebbe conoscere bene, e che non sempre ha a che fare con la poesia. La cifra formale è quella del testo brevissimo, a volte al limite dell’aforisma criptico o del koan buddista (“finché non cambiano i pesi nei piatti / è una schizofrenia ben bilanciata”), altre volte dell’haiku ridotto ai minimi termini e tendente ad una circolarità basata spesso sulla parentela sonora di parole in effetti diverse (es. la doppia significazione: “s’inspirano e si espirano / gli spiriti che mai spirano / e tutt’intorno spirano”). Spesso presente quindi il gioco di parole, al limite qualche volta del puro witz verbale  in relazione, diciamo, alla economia  totale del testo, meccanismi che ricordano alla lontana Perec, Queneau e che in effetti hanno una discreta parentela nella letteratura dove, insomma, c’è sempre qualche processo combinatorio in atto. Il lettore deve in qualche modo decidere se è l’approccio formale che si riverbera sulla materia poetica (diciamo sulla sua scelta, o se preferite l’ispirazione) o viceversa, se cioè è quel carattere epifanico e immediato delle “cose” che si realizza e non può che realizzarsi in quella forma, il più delle volte, secca. Quali cose? L’ispirazione – continuo a usare questo termine improprio – di Mauthe proviene da una serie di fatti, pensieri, altre emergenze. Sono per lo più epifenomeni del reale, nel senso di manifestazioni accessorie di qualcosa che c’è, è in sostanza avulso dal tempo e dal luogo, qualcosa che preesiste al poeta e alla poesia, che si palesa, si accende, dura qualche istante, qualche verso, quel che serve per dire al lettore pirandellianamente “così sono (se vi pare)”. Appunto, quel che appare, a chi scrive e a chi legge: immagini, colpi d’occhio, pensieri improvvisi, anche singole parole che innescano il gioco, tutto sembra appena trascritto da qualche bloc notes, e invece magari ogni testo è frutto di un accanito lavorio di limatura, non è dato sapere – e in effetti non si sa se scrivere (Fontane al vento) versi come “si sventaglia il tempo / in meridiane d’acqua”  è improvvisa intuizione ungarettiana o ricerca di un effetto lampo.
E però, al di là delle apparenze, la forma corta non si traduce (non sempre) in un testo chiuso e perentorio. Voglio dire che se l’aforisma per sua natura è apodittico e lascia poco spazio, queste poesie di Mauthe quando raggiungono la loro espressione migliore forniscono al lettore o un corto circuito significativo o una riflessione sulle prospettive, le ambivalenze, sull’immediatezza di certe percezioni, lavorando per omissione e allusione, per alleggerimento e sottrazione.  Altre poesie invece, (come ad es.: “si era lasciato scivolare / nei suoi occhi / e con un suo pianto ne era uscito”), in un libro che nella brevitas (intesa come concisione ma soprattutto  pregnanza) ha uno dei suoi punti di forza, a mio avviso probabilmente  andavano espunte dalla raccolta. (g. cerrai)

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Aljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine

Aljoša Curavić - Scadenzario minimo di un viaggio senza fine - Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella MusettiAljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine – Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella Musetti.
Aljoša Curavić è già stato presente su questo blog circa dieci anni fa almeno in un paio di occasioni, una delle quali riguarda un suo interessante articolo intitolato “Trasparenze di confine” (v. QUI), relativo alla “parentela” che gli sloveni di lingua italiana come lui, attraverso anche la mediazione della cultura triestina, hanno sempre nutrito con la nostra/loro cultura, soprattutto quella di ambito fiorentino (anche il nostro autore ha studiato Lettere a Firenze). L’altra sua presenza sul blog si riferisce alla silloge Silenziario, con cui ha vinto il Premio Istria Nobilissima, confluita ora – insieme ad altre poesie che coprono un arco di tempo che va dal 1980 al 2019 – nella presente raccolta. Ed è per questo che partirei riproponendo quello che brevemente scrissi nel 2010, che è ancora parte di un approccio possibile alla poesia di  Aljoša. Scrissi allora: “Curavić  è un poeta che ha letto parecchio, si direbbe. Non solo dagli exerga  di autori noti spesso presenti, ma anche da richiami abbastanza decifrabili nella sua scrittura. C’è un Saba (ovviamente), sincopato e infitto in una sensibilità tutta ultramoderna attraverso l’uso di parole di allora (sciabordii, flutti, rabescate) inchiodate in una visione di oggi,  c’è qualche limpido endecasillabo di stampo leopardiano, c’è anche il Pavese poeta narratore, da qualche parte. Comunque sia la poesia di Curavić riesce poi a liberarsi di certi debiti (ma chi non ne ha?) acquistando una sua originalità, sopratutto in quei testi connessi a una identità, anche storica e ambientale, più specifica, a cui il poeta è legato, non ostante “la nostra micragnosa storia”. Assai significative, da questo punto di vista, poesie come “Frammenti di un viaggio” e “Un pò di pace” (v. QUI), ispirate da un sentimento partecipe di appartenenza. Ma Curavić non è poeta confinario, almeno non nel senso che intendeva Magris, dire questo sarebbe riduttivo. L’identità di cui si diceva non è tutto, in lui si ritrovano – in testi più essenziali, quasi spogli,  a volte lapidari – anche i denominatori comuni della poesia, italiana e non, attuale, la riflessione dell’io sulla realtà, certa inanità dell’essere di fronte all’esistenza e alla sua descrizione (“come descrivere questa sorta / di molle refrattarietà del male / di ostile benevolenza del bene?”, dice in un testo qui riprodotto). La risposta, anche per lui, credo che sia: provarci sempre, provarci con la poesia”.

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A proposito di Artemisia, una nota di Elisa Castagnoli

.Artemisia GentileschiA proposito di Artemisia Gentileschi, una voce al femminile nell’arte

 

 “Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera”, il nuovo film documentario di Jordan River uscito recentemente sulle piattaforme streaming nella Giornata internazionale contro la violenza alle donne, illumina e apre un squarcio poetico sulla vita e le opere di Artemisia Gentileschi, pittrice italiana del ‘600 di scuola caravaggesca, figura eccezionale per la propria epoca_ una tra le  prime donne ad essere ammessa in una accademia di disegno_ artista di rilievo e precorritrice di un’arte al femminile e delle future poetiche femministe.

Come afferma il regista Jordan River: “Penso che la vita di Artemisia e le sue opere possano oggi immergere la potenza dell’arte su un piano emozionale e farci comprendere ciò che vive nell’animo un artista a tratti oppresso dalle circostanze quotidiane che a volte la vita può riservare a un essere umano”. Il documentario mette in luce, in particolare, questa commistione profonda tra la vita e l’opera della pittrice, la sua personalità artistica e stile espressivo intimamente connessi alle vicende esistenziali. Orfana molto giovane di madre, Artemisia era figlia del noto pittore Orazio Gentileschi, che nella sua casa-bottega a Roma ne valorizzò il talento precoce, la condusse passo a passo sulla via della pittura mettendola  in contatto con maestri influenti e noti come il Caravaggio. L’evento dello stupro giovanile subito dal Tassi, l’umiliazione del processo che ne seguì e il matrimonio riparatore con un mediocre e quasi sconosciuto pittore  segnarono tutta la sua giovinezza proiettandosi con veemenza nella sua opera fino a renderla senza dubbio il simbolo di un’arte inequivocabilmente femminile. In definitiva, è la dimensione interiore e esistenziale dell’artista, nello specifico il suo essere donna in un mondo dominato da leggi e gerarchie di potere a lei precluse, e riflettersi in queste opere di matrice classica, a sfondo mitologico o religioso, tanto da renderle per noi estremamente espressive e attuali oltre il tempo e la storia.

 

Artemisia, privilegiata dalla protezione di committenti e mecenati potenti, appare nel ‘600 l’eccezione in un mondo dominato da sole presenze maschili; è tra le prime donne a combattere contro cliché e discriminazioni di genere per affermarsi professionalmente grazie al suo talento e alla sua formazione artistica. Continua a leggere

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