Bernardo Pacini – Fly mode

Bernardo Pacini – Fly mode – Amos Edizioni, 2020Bernardo Pacini - Fly mode - Amos Edizioni, 2020

Stanchi di guardare le cose sempre dalla stessa prospettiva? O meglio, di pensarle, immaginarle o vederle spuntare da un piatto orizzonte? Bene, leggete l’ultimo libro di poesia di Bernardo PaciniFly mode. Un libro interessante, nell’insieme ben scritto e ben confezionato ed anche – e non è cosa da poco – in tante parti divertente da leggere.
Il libro muove da un’idea che è eminentemente narrativa, almeno se si considera l’oggetto a cui lo sguardo  è delegato. Come ormai tutti sanno (del libro si è parlato non poco in giro) lo sguardo lanciato sulla realtà (che ricordiamo è sempre una porzione di sé stessa) è quello di un drone, un oggetto volante comandato a distanza. E’ come se il soggetto (il pilota, il poeta) disponesse di una immaginazione estesa o una visione quanto meno bidimensionale dei fenomeni, come se si esaminasse un edificio con davanti la pianta ed il prospetto insieme, però entrambi dotati di una loro mobilità visiva interagente. L’idea di base appare essere questa e se ho parlato di narrazione è perché secondo me alcuni aspetti devono essere presi in esame, come ad esempio il “punto di vista” di chi scrive, un tratto precipuo di narratologia. Per inciso, sotto questo aspetto quello del drone può essere interpretato anche come un espediente per espellere l’io autoriale dal territorio poetico, per sostituirlo in parecchi testi con un io robotico di drone pensante, che pensa sé stesso come macchina vincolata e prigioniera (“il giroscopio mi serra la testa, ché io non pensi di poter vomitare”), che è “costretta” a guardare le cose. Un alter ego, un’interposta persona, una finzione, nell’accezione nobile della parola. Finzione come estensione, prolungamento, distanza  ma anche una specie di rivincita sugli orizzonti che ci limitano se non fosse per l’immaginazione che li travalica. Ma trattandosi di poesia il narratore non può essere onnisciente (prendetela come una battuta): anche il suo drone non può andare oltre quello che il suo pilota già conosce, non può che esplorarne la memoria, il carico emotivo, l’irrealizzato, la nostalgia, non può che registrare – della realtà oggettuale (le cose) che vede –  altro che la persistenza di qualcosa poeticamente dicibile. Invero c’è una certa abile (e sotto un certo aspetto ovvia) “separazione delle teste”: il drone guarda, il pilota riflette e interpreta. Esattamente come nella figurazione o nella fotografia (Barthes, Sontag et alii docent) la realtà non è mai come la si dipinge o la si fotografa, ma come la si porge al fruitore e come la si influenza nel momento in cui la si coglie, quale “esperienza catturata” di cui si ha una “consapevolezza di tipo acquisitivo” (Sontag), un processo in cui – poi – ha larga parte l’immaginazione, però in vari modi orientata, di chi guarda. Nella poesia di Pacini c’è una – per fortuna – irrisolta volontà di controllo, che è controllo della scrittura, quasi sempre notevole, ma soprattutto, là dove gli riesce, controllo della “trasparenza” delle emozioni, una specie di raffreddamento intellettuale del trasporto, che sia lirico o meno (e qui torna in ballo il calibro del linguaggio), che non può non tenere conto, come l’autore scrive, del “falso peso di una pietà virtuale dello sguardo / che quanto più registra tanto meno guarda”.  E’ un assunto importante che in qualche modo si riverbera sull’intero libro.

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Marina Cvetaeva – La principessa guerriera

Marina Cvetaeva - La principessa guerriera - Sandro Teti EditoreUn libro di Marina Cvetaeva è sempre una notizia. È da poco uscito (Settembre 2020), pubblicato da Sandro Teti Editore, La principessa guerriera, testo a fronte, traduzione, introduzione e note di Marilena Rea, postfazione di Monica Guerritore, con immagini originali dell’opera pubblicata a Mosca nel 1922 (edizione GIZ). Come si legge nell’introduzione di Rea:

“Nell’universo Cvetaeva il poema Zar-fanciulla (Car’-devica), una fiaba in versi (poėma-skazka, recita il sottotitolo), occupa un posto cardinale. Perché venne composto nel 1920, anno di enormi privazioni, di miseria, freddo e lutto: tra memorie tracciate febbrilmente nei diari e nelle lettere, guerra civile, mercato nero, un marito al fronte e la morte della piccola figlia Irina. Perché è l’espressione più complessa di quello che Cvetaeva chiama la sua «linea russa», cioè l’immaginario folclorico, epico e fiabesco – «Voi sapete quanto io ami l’arte popolare (NB! Io stessa sono il popolo!)». E soprattutto perché è sempre stato considerato da Cvetaeva la sua «cosa migliore». In un tempo astorico e ciclico, tipico della tradizione folclorica, ripartito in tre Notti e tre Incontri fondamentali (più una breve Notte ultima e una Fine), si consumano le vicende di quattro personaggi: lo Zar ubriacone, la Zarina di seconde nozze, lo Zarevič, e lei – la protagonista assoluta: Zar-fanciulla, la principessa guerriera, la gigantessa dal nome androgino, l’amazzone russa, insieme donna e re. Suo è il regno al di là dei mari, sua è la forza ignea, suo è il dominio sugli elementi del creato; di altezza smisurata e potenza da bogatyr’ (l’eroe epico delle byliny), principio universale maschile, simboleggia la forza attiva del Sole: ha il volto tondo e radioso che ustiona chiunque si accosti, ha una folta chioma riccioluta di un rosso infuocato, vive in un rosso palazzo, guida un Vascello di Fuoco, siede in un rosso padiglione; e, infine, agisce sempre di giorno, durante gli Incontri. Cvetaeva iperbolizza la principessa guerriera della tradizione, protagonista delle due fiabe russe (la n. 232 e la n. 233) raccolte in Narodnye russkie skazki dell’illustre etnologo Aleksandr Afanas’ev, un libro di fiabe ricevuto in dono nel 1915 dagli amici pietroburghesi Jakov Saker e Sofija Čackina, un libro amato, probabilmente uno di quelli con cui «mi bruceranno», scrive Cvetaeva nel 1926. Guerriera, eretica, santa, pellegrina, strega – sono tante le maschere in cui Cvetaeva racconta il suo rifiuto nei confronti del ruolo convenzionale della donna, a partire dalla lirica Se ti chiamo caro – non ti annoiare (1916), fino ai poemi coevi di Zar-fanciulla (Il Prode, Sul cavallo rosso, Vicoletti); un popolo di donne leggendarie – Pentesilea, Brunilde, Giovanna d’Arco – marcia in filigrana con lo stesso passo militare di Zar-fanciulla, finendo per sovrapporsi alla stessa Cvetaeva”. Continua a leggere

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Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France

Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de FranceUn libro importante, questo, almeno per chiunque nutra un certo interesse per le lingue indoeuropee, romanze o per le isole linguistiche di questo nostro continente. Si tratta di Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France, edito nel 2019 da Le bord de l’eau, Lormont (F), ISBN 9782356876256. Per la cura di Marie-Jeanne Verny e dell’amico poeta Norbert Paganelli (v. anche QUI), che gentilmente me lo ha donato, il volume (480 pagg.) è una cospicua antologia della presenza  di una produzione poetica contemporanea e perciò viva nelle lingue dialettali e minoritarie della Francia, alcune delle quali, come l’occitano, il catalano e il còrso, interessano e intersecano anche la realtà linguistica del nostro paese (la prima in valli alpine occidentali piemontesi, le altre due soprattutto in Sardegna settentrionale). Le altre di cui è documentata in Francia la presenza in poesia sono il bretone, il basco e l’alsaziano. Mentre le prime tre lingue citate sono patrimonio dell’area romanza come ricorda chi abbia fatto qualche lettura di glottologia, il basco è una cosiddetta “lingua isolata”, cioè senza derivazioni dimostrate, il bretone è una lingua celtica come il gallese e l’alsaziano è classificato come un dialetto di stampo alto-tedesco (alemanno). Se alcune di queste realtà linguistiche sono in contrazione e a rischio di estinzione è proprio l’attività artistica, non solo poetica, che tenta di combattere un ovvio impoverimento culturale, ma anche politico, se è vero, come afferma nella prefazione Jean-Pierre Siméon, poeta e direttore della Collection Poésie di Gallimard, che “il cosiddetto potere rifiuta per principio, tramite esclusione o marginalizzazione, quello che percepisce come un eccesso di lingua” (poesia compresa) e che “ogni lingua non conforme alla lingua dominante è una terra di libertà”. E trattandosi di poesia Siméon aggiunge che “niente di quello che riguarda le lingue è estraneo al poeta perché sa per esperienza che ogni lingua è un mondo che aumenta il mondo, che ogni lingua possiede un genio incomparabile e senza uguali e conviene quindi attraversare senza sosta”. E in effetti il libro, pur con le difficoltà di leggere lingue per noi ostiche ma con l’ausilio della corrispondente traduzione dei testi in francese, è un affascinante viaggio in nuovi territori, ben rappresentati da poesie spesso di elevato valore e di intensa liricità. Una poesia che tuttavia non è affatto “locale”. Nota infatti Siméon: “Non si stupirà il lettore di scoprire quanto i poeti riuniti qui e che chiamiamo volentieri ‘locali’ siano, al contrario, poeti dell’apertura al mondo, degli individui impegnati nel loro tempo e, per molti, dei viaggiatori che nutrono di lontananze il loro immaginario. Cosa che del resto mi fa pensare a quella magnifica formula di Manuel Torga: – L’universale è il locale meno i muri”.

Riporto qui alcuni testi tratti, per difficoltà tipografiche e per maggiore facilità di comprensione, solo dalle citate lingue romanze che sono quelle a noi più “parenti”, anche geograficamente. Ho provveduto comunque ad aggiungere anche la mia traduzione in italiano. Buona lettura. (g.c.) Continua a leggere

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Emilio Capaccio – Canzoniere della biondezza

Emilio Capaccio - Canzoniere della biondezzaEmilio Capaccio – Canzoniere della biondezza – Ed. L’arciere del dissenso, di Emilio Paolo Taormina, 2019, f.c.

Parlare d’amore in poesia è tutt’altro che facile. Il banale, l’ovvio, il già detto, lo scontato sono sempre in agguato in un tema di cui i poeti hanno parlato negli ultimi settemila anni. Ci vuole passione e arte, e soprattutto la convinzione di poter trattare in modo “nuovo” un’esperienza certo comune per la gran maggioranza dei lettori. Emilio Capaccio con un certo coraggio ci prova e lo fa seguendo due direttrici principali: da una parte, trattando di un amore già in qualche modo “accaduto” e quindi già filtrato in parole, già trasportato in un linguaggio che non descrive tanto una realtà contingente quanto un ricordo e la decantazione di un affastellarsi di esperienze, affettive, sessuali. E’ dove il poeta, come “padrone” del linguaggio, in genere prende il sopravvento, afferma una supremazia creativa rispetto all’innamorato (e tuttavia le parole del poeta sono “gravide di te / gravide del tuo pane”), prende una giusta “distanza” dal fuoco, senza tuttavia spengerlo, anzi cercando di trasfigurarlo in qualcosa di universale. Non è necessariamente un procedimento per così dire romantico, di incielamento dell’amata, anzi fin dal primo testo ci si riferisce a questo/i amore/i come a qualcosa che consuma, che ossifica e altrove come a qualcosa di carnalmente ossessivo (“l’ossessione del neo sul tuo seno”, si legge tre volte nello stesso testo), senza contare gli  interessanti accenni all’aleatorietà che a volte caratterizza questa fondamentale esperienza umana (“Estratta a sorte dal vaso della materia / sguardo senza occhi del caso alla mia porta / dado disceso tra le mie mani”).
Dall’altra parte Capaccio lavora ad un depotenziamento, a volte riuscito a volte no, e ad una rinnovazione di tutto l’armamentario metaforico/metonimico che quasi inevitabilmente accompagna la poesia d’amore, le similitudini, le analogie, i paragoni, le sinestesie, le personificazioni dell’oggetto amato e delle situazioni fattuali, insieme ad un lirismo controbilanciato da un ritmo poco musicale, da versi senza sospensioni o enjambments, spesso monofrasali e assenti di interpunzione, dall’uso sporadico ma visibile di accostamenti un po’ “iperbolici” che mi ricordano Marina Pizzi (“io sono eretto al rebus della dissomiglianza”; “il sesso scoperto di una forma aleatoria”; “si scaglia un brivido di vita elefantiaco”, “il biondo passero della rarità”, “la conoscenza planimetrica del salice”, ecc.), tutti artefatti  che contribuiscono – a volte eccedendo in senso contrario verso una involontaria ironia (“anche gli uccelli sul nocciolo / leggono Neruda / col monocolo in bellavista”; “bevo un ricordo / dopo averlo fermentato”) –  ad aggirare i rischi di cui si diceva all’inizio.

Meccanismi in azione, ma forse con meno frequenza, anche nella seconda sezione del libro, “Canzoniere dell’estate”, dove l’amore c’è, è ancora presente ma disperso in un’aria estiva a volte onirica, in un’ambientazione leggera che tuttavia ha maggiori concretezze anche oggettuali, dipinge atmosfere più visibili per quanto qui decisamente più liriche, di un lirismo che Capaccio non teme, anzi esibisce senza infingimenti in tutte le sue tradizionali sfumature (“Vengono all’estate i violini piagnucolanti / delle ore lente dei giorni / inneggiano / alla fiacca sospesa delle mosche”; “Cantano i cappelli dei narcisi / questa rotta canzone”) e forse è proprio questo ricorso senza patemi d’animo a tonalità e registri che ci rimandano direttamente alla prima metà del Novecento a restituirci una certa piacevolezza, anche per così dire “eccessiva” come nella poesia Brandeggiano i loro spadici d’oro o in  Fuori la veranda (v. più avanti) dove la fa da padrone un divertente affastellamento di termini botanici e entomologici, un’accumulazione che invece è piuttosto moderna e a volte ha esiti che sono –  però qui volutamente – scherzosi (“Dimmi che sono io il tuo cochon d’Inde / l’uccello delle tempeste che svilisce nella ragna”). Se si superano steccati del tutto paradigmatici, come quello che divide il resto del mondo poetico dalla poesia lirica, non si fa fatica a dire che questa seconda sezione appare (per diverse qualità, accenti, disposizione e scelta della lingua, leggerezza, forse ispirazione) senz’altro migliore della precedente. Lo dico sulla base di un metro empirico che uso qualche volta, ovvero quanti testi a mio avviso meriterebbero di essere trascritti all’attenzione del lettore, che in questa sezione dovrebbero essere davvero quasi tutti. Forse merito, in sintesi, di una felicità dello scrivere fregandosene di alcune cose, che mi pare traspaia ed arrivi a chi legge da queste poesie di Emilio Capaccio. (g. cerrai) Continua a leggere

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Monet e gli impressionisti a Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Claude Monet - AutoritrattoMonet e gli Impressionisti: paesaggi d’acqua a Palazzo Albergati (mostra a Bologna)

 

Color is my daily obsession, joy and torment”: il colore è la mia ossessione quotidiana, la mia più grande gioia e tormento” affermava Monet, come leggiamo nella citazione all’inizio del percorso a Palazzo Albergati; al centro della mostra bolognese alcuni tra i più noti capolavori del movimento impressionista francese, in particolare Monet, Degas, Renoir ecc sono affiancati da alcuni inediti provenienti dal museo Marmottan di Parigi tra i quali assumono particolare rilievo le tele di Berthe Morisot unica esponente femminile del gruppo.

Un’irradiazione di colori accoglie i visitatori attraverso l’installazione all’inizio della mostra: ninfee d’acqua, distese fiammeggianti di papaveri rossi, piccoli pesci guizzanti nel laghetto dai riflessi smeraldo di Giverny trasformano il corridoio del palazzo in un prato fiorito, in un campo acceso di colori dove le ombre dei passanti si confondono con quelle delle forme proiettate sugli specchi laterali per lasciarli precipitare nel sogno luminoso degli impressionisti.

 

Nel 1875 Monet dando inizio alla svolta pittorica moderna scrive a proposito del suo quadro “treno nella neve”: “Quando il treno parte il fumo della locomotiva è talmente denso che rende ogni forma difficilmente riconoscibile”. Tale il treno diviene sulla tela: una presenza scintillante, viva come due occhi irradianti nella notte, un bagliore arancio sulla bianca coltre di neve, una fantasmagoria di punti luminosi , fugace come l’impressione che l’ha generata. Tale la svolta semplice quanto radicale della nuova pittura impressionista alla fine del diciannovesimo secolo: dipingere la vita, l’impressione immediata e autentica dei sensi, lasciare l’atelier per lavorare in esterno, “en plein air” utilizzando la contingenza del momento, le varianti atmosferiche, l’influenza dei primi procedimenti fotografici. Gli impressionisti abbandonano il canone e la staticità della pittura accademica classicista di soggetto mitologico; dipingono all’aria aperta portando con sé tele e pennelli, rapidamente prima che la luce del giorno scompaia oppure utilizzandone le sfumature più cangianti per immergersi in quei paesaggi e renderli così come apparivano ai loro sensi. Continua a leggere

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Luca Bresciani – Linea di galleggiamento, nota di Claudia Mirrione

Luca Bresciani - Linea di galleggiamento - Lietocolle & Pordenonelegge, 2020Luca Bresciani – Linea di galleggiamento – Lietocolle & Pordenonelegge, 2020

.Nota critica di Claudia Mirrione

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La raccolta Linea di galleggiamento di Luca Bresciani è stata pubblicata quest’anno per LietoColle e pordenonelegge.it nella prestigiosa Collana Gialla che, come detto nella nota che precede la silloge, ha lo scopo “di promuovere e diffondere l’opera di alcuni autori già conosciuti (…), accompagnandoli nell’edizione di una loro prova significativa”.

In effetti, con Linea di galleggiamento abbiamo a che fare con una prova poetica significativa, una voce cristallina tendente all’equilibrio e alla salvazione esistenziale, psicologica ma anche spiccatamente morale, messaggio che è già implicito nel titolo della raccolta.

Tanti elementi colpiscono in Linea di galleggiamento. Il primo che ha colpito me è l’interazione tra soggetto, oggetti e situazioni, ma soprattutto il messaggio che il poeta ne trae e cede al lettore come restituzione della propria riflessione. Come dice Paolo Maccari nella Postfazione, in Linea di galleggiamento “la realtà è perlustrata nelle sue emergenze più minute – piatti, tovaglie, ciabatte – ma il catalogo che ne deriva non è abbandonato all’implicita luminescenza semantica del singolo oggetto: nel giro breve dei testi si assiste sempre a una interferenza meditativa (…): il pensiero si cala tra le cose, ne partecipa con la sua provvisorietà e con l’ardore delle sue interrogazioni”. Quello che dice Maccari è pienamente rispondente a quanto avviene nella poesia di Bresciani. Non possiamo commentare le singole liriche, ma possiamo offrire qui una riflessione critica per dare un’idea di come esse per lo più si svolgano. Prendiamo ad esempio la prima lirica, splendida, che ci offre la struttura-base da cui si sviluppa la poesia di Bresciani:

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Le mani accecate dal sapone

non sanno chi andranno a salvare

se un coltello o una tazza

l’appetito o la pienezza.

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Meglio una fitta nell’equilibrio

che la fermezza nell’abbandono

e si deforma lo scolapiatti

per accogliere tutti. Continua a leggere

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Giacomo Cerrai: inediti su La poesia e lo spirito

Oggi su “La poesia e lo spirito” l’amico Enrico DeLea ha curato la pubblicazione di alcuni miei inediti. Lo ringrazio di cuore e ringrazio LPELS dell’ospitalità. Si tratta di testi che risalgono ad un periodo che va dal 2014/15 al 2019 e corrispondono a “sentimenti” di scrittura abbastanza diversi tra loro e anche rispetto a quanto già pubblicato. “Bootleg” è il riflesso di una incazzatura, anche politica. “Soggetto due” (esiste anche un “Soggetto uno”, ne trovate una versione QUI) riguarda il sociale e le relazioni interpersonali. Nel caso dei “dettagli” (titolo del tutto provvisorio) si tratta poi di un lavoro ancora in progress che non è ancora chiaro dove vada a parare, ma che in sostanza dovrebbe rispondere a due direttrici abbastanza definite: mentre l’ascolto di sé e della realtà va verso il profondo, il basso, l’oscuro la scrittura corrispondente tende a riempire d’aria certi spazi vuoti e in qualche modo sollevarsi, alla ricerca di altre correnti in quota. Se vi interessa potete leggere gli inediti su LPELS  QUI. Altri inediti, in parte collegabili a questi, li trovate QUI.

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Emanuele Pini: Considerazioni sull’Arte Nera

Una statua antropomorfa non è la rappresentazione di un uomo: questa è la premessa imprescindibile per ogni discorso sull’arte cosiddetta “primitiva”, per non cadere nell’abbaglio di credere che questa si riduca a un’espressione infantile o rozza.

Al contrario è innegabile che l’Arte Nera possiede una maturità artistica, una spiritualità e un’astrazione che hanno affascinato gran parte della critica europea del XX secolo. D’altronde se lo sguardo di un bimbo è metafisica, l’intaglio di una figura può divenire spirito, come è stato evidenziato da molte altre esperienze; parlo ad esempio delle prime pitture parietali nelle grotte di Lascaux, di alcuni ambiti della scultura e dell’architettura medievale, delle opere di Henri Matisse nel soleggiato studio di Cimiez, delle composizioni declamate a piena voce nella Parigi surrealista.

Se poi la società umana è divenuta lungo i secoli sempre più il prodotto di accumulazioni notevoli e molteplici, l’arte è stata spesso uno strumento di semplificazione, una riduzione all’essenza. Questo vale tanto più per le statue africane che consistono nella concretizzazione di spiriti, di potenze della natura, di stati d’animo, di desideri, se l’osservatore non si fa ingannare dalla finta apatia che talvolta è tratteggiata sui volti di queste creazioni. Continua a leggere

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John Taylor – Oblò / Portholes

John Taylor - Oblò / Portholes - Pietrevive editore, 2019John Taylor – Oblò / Portholes – Pietrevive editore, 2019, postfazione di Franca Mancinelli

 
Apro con un certo ritardo (ma faute) il libriccino che John Taylor mi ha inviato alla fine dello scorso anno. Libriccino solo nelle dimensioni, come si conviene a certe botti piccole ma preziose (e John, che vive nell’Anjou, sa di cosa parlo). Il libro, come ricorda Franca Mancinelli nella postfazione, è la raccolta di frammenti di ricordi di un viaggio nell’Egeo fatto negli anni ’70 da Taylor, giovane studente di matematica, prima di decidere di vivere definitivamente in Europa e di darsi alla letteratura. Ricordi che sono emersi grazie ad una collaborazione artistica con l’amica Caroline François-Rubino, autrice di una serie di dipinti (“Hublots”) tra cui gli acquerelli (gli “oblò”) che illustrano la raccolta. Parlare di frammenti tuttavia è fuorviante. Giacché si tratta indubbiamente di una sequenza che andrebbe apprezzata senza soluzione di continuità, come un rullo di pellicola, sia nella traduzione di Marco Morello, sia se possibile nella versione originale in inglese. Una sequenza di sguardi gettati all’esterno di una “apertura” non meno di quanto il poeta li rivolga o li ritorni all’interno di un pensiero che quello stesso “esterno”, fatto di cangiare di luce e di elementi primordiali come il mare e il cielo, corrobora e sostiene. E per quanto il ricordo sia sempre un’emergenza affiorante, una sorta di scrematura del vissuto, tuttavia esso fa parte, anche nella poesia di Taylor ove spesso si addensa in bagliori fulminanti come un haiku, di una storia che inizia e si chiude, come ogni viaggio che si rispetti. E in effetti il libro è la sintesi di un viaggio per mare e insieme non lo è, nel senso che quanto intravisto dall’oblò non è tanto materico quanto metaforico, il cielo, la luce, i riflessi sull’acqua sono e non sono, tendono piuttosto ad essere un sublimato alchemico di una trasformazione che poi, come sappiamo dalla biografia di Taylor, si è concretizzata in una scelta di vita, in una rivoluzione dei suoi interessi personali (sono infatti “frammenti di un viaggio decisivo”, come mi ha scritto). C’è un tema e una visione, quindi. Riguardo ai quali si possono dire cose diverse. Ad esempio che ci sono certamente in questi frammenti delle “intermittenze tra vedere e visione”, come scrive Mancinelli (usando un termine proustiano certo non a caso), proprio nel senso materico/metaforico a cui accennavo prima, ma non sono tanto sicuro che si possa definire una “poesia fenomenica, che si attiene alle percezioni”. Credo, soprattutto alla distanza di anni da quegli anni ’70, che Taylor abbia operato in maniera più ragionata eppure creativa di quanto appaia, assumendo su di sé, come direbbe Paul Ricoeur, la responsabilità di immettere l’immaginazione del poeta nella distanza del tempo, superando i limite stessi della memoria, che è sempre “sfocata”, blurred. Scegliendo mezzi, segni, simboli, stile: la luce e l’arco che essa disegna nella notte (il cedere all’oscurità – il dubbio, forse l’angoscia -, il riemergere dall’oscurità – luce che torna, anche simbolicamente, forse decisione e svolta); gli elementi della natura (la cui visione è focalizzata dall’oblò) tratteggiati come primordiali, “nuovi” per il nuovo; la prosodia franta come un respiro corto e tuttavia ostinato che ben rappresenta lo sforzo che deve fare la parola, seppure poetica, per verbalizzare il pensiero, farne immagine raffinata. Ma senza la paura di non farsi comprendere dal lettore: John ormai da anni appartiene ad una cultura letteraria in cui il sottinteso non è affatto un non detto, un’omissione, ma l’offerta di una scelta di senso. Avevo già parlato di Taylor riguardo al suo libro L’oscuro splendore (v.  QUI), che tra l’altro comprende una sezione, “Onde” che mi pare proprio imparentata con quest’ultimo lavoro. In quell’occasione mi pareva di aver rilevato degli elementi che qui sono ulteriormente decantati, a cominciare da una intima accoglienza di tutta una tradizione poetica novecentesca, soprattutto francese, che rende familiari i suoi versi al nostro orecchio. “Come in un cerchio creativo – scrivevo allora – quell’ “incerto” nebuloso (che è in ultima istanza ricerca di senso) che John cerca di diradare con i suoi versi, è lui stesso che lo tratteggia per mezzo di una scelta appropriata di termini “blurred”, sfumati, deittici “vaghi” (…) che concorrono a dipingere questo “incerto” (vago, indefinito) e che, soprattutto a un lettore italiano, richiamano inevitabilmente certi stilemi, questi sì, del decadentismo, che tuttavia devono essere ricompresi in una matrice simbolista a cui tutta la poesia francese e europea attinge”. Da qui lo stile e lo sguardo di Taylor si sono ulteriormente affinati, procedendo verso una scrittura che tende ad essere assoluta (ab-soluta, sciolta) da sé stessa (un esempio: “stivare possibilità / sotto // la prospettiva”) cioè estremamente selettiva come lo sguardo stesso, pur essendo corpo inseparabile del corpo del racconto, parte di quella sequenza a cui ho accennato all’inizio (basta, nell’esempio citato, prendere in esame le tre parole chiave – stivare, sotto, prospettiva – e meditare su di esse per rendersene conto). Una scrittura di parole essenziali, “focali”. Lo scopo del viaggio, la sua risposta: “trovare la parole / un punto focale // ciò che hai imparato dall’oblò”. (g. cerrai)

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Banksy – A proposito di muri e di pace, nota di Elisa Castagnoli

Banksy, Lab-ratBanksy…A proposito di muri e di pace (mostra a Palazzo dei Diamanti, Ferrara)

“I muri sono sempre stati i luoghi migliori dove pubblicare i lavori. Contrariamente a quanto si va dicendo non è vero che i graffiti siano la più infima forma d’arte…in verità è una delle forme più oneste che ci siano. Non c’è elitarismo ne ostentazione, si espone sui migliori muri che la città abbia da offrire e nessuno è dissuaso dal costo del biglietto.”

Più di cento opere e oggetti originali ci conducono attraverso la mostra ferrarese a Palazzo dei Diamanti del noto quanto discusso street artist britannico Banksy la cui identità resta tuttora avvolta nel mistero. Dipinti a mano, stencil e serigrafie simili ad affreschi popolari investono i muri del museo con questioni fondamentali della nostra società al centro della sua poetica, in primo luogo la critica stringente alle derive del capitalismo occidentale, la guerra, le manipolazioni mediatiche, infine, il controllo sociale contro la libertà individuale. L’insieme della sua opera diviene asserzione originale di una voce discordante, ironica e dalla risonanza profondamente etica. La sua è un’arte nata nelle strade di Bristol e di Londra fatta di incursioni solitarie nella notte, pareti rubate agli spazi colonizzati della citta, luoghi pubblici investiti di graffiti, spray o acrilico al crocevia tra pop art, cultura hip-hop e quella digitale d’oggi. L’artista sceglie di restare senza volto o meglio la sua identità emerge unicamente attraverso il comparire repentino e ironico di un alfabeto visivo inconfondibile in immagini o tag sui muri e gli edifici in giro per le città del mondo. Come per non smettere di ricordarci il ruolo di un’arte autentica che elude la legge del mercato e si vuole libera, portatrice di una propria critica sociale, investita di un senso collettivo e globale insieme. Non elitaria ma che si espone, con gratuità allo sguardo di tutti.

“Se vuoi dire qualcosa e avere persone che ti ascoltano allora devi indossare una maschera. Se vuoi essere onesto devi vivere in una bugia.” Continua a leggere

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