Gabriele Gabbia – L’arresto

Gabriele Gabbia – L’arresto – L’Arcolaio, 2020Gabriele Gabbia - L'arresto - L'Arcolaio, 2020

Un libro minuto, fatto di pochi testi, confezionato tra due note non lunghe ma di vaglia (apre Giancarlo Pontiggia, chiude Flavio Ermini, a cui è dedicato), che evito di leggere preventivamente. Minuto ma di buona fibra, lo dico subito, testi che sembrano “toccarla piano”, che si esauriscono per lo più in pochi versi, ma sono come quelle asserzioni che pesano, sono dettati la cui rilevanza significante sembra accrescersi ad ogni nuova lettura. Gabbia intanto è uno che pensa e pesa accuratamente e a lungo quello che scrive, tanto che mi accorgo che in questo libro sono presenti (con variazioni anche rilevanti di cui magari parleremo) tre  inediti che avevo ospitato e commentato sul blog già nel 2015, dopo che nel 2012 avevo commentato brevemente la sua opera prima La terra franata dei nomi  (v. QUI), sempre edita da L’Arcolaio, di cui questa silloge è una naturale continuazione, specie dell’ultima sezione. Potrei in qualche modo e in qualche parte rimandare a quelle note, in qualche punto mi pare ancora valide, ma in realtà qualcosa, non poco, è cambiato da allora. Gabriele è un giovane uomo che ascolta, non tanto le critiche che gli vengono rivolte (sarebbe ingiusto), ma semmai – da una parte – le consonanze che esse hanno con quanto va maturando, diciamo i riscontri; dall’altra il suo linguaggio, così come si sviluppa, col rispetto che esige, con la necessità che avanza di essere liberato (uso un termine generico) dal superfluo, confidando nella capacità di esprimere molto con poco, senza che tuttavia quel poco lasci tracimare quel “nulla” che continua ad essere un tema fondamentale della poesia di Gabbia (un titolo: Dal nulla da cui vedo). Insomma, ascolta sé stesso e quella cassa di risonanza che è la realtà in cui vive (che poi è il mestiere del poeta). In questo senso lo smottamento delle parole che  denunciava (mi cito) che “il legame tra le cose e la loro identità di nomi è spezzato per il poeta fin dalla nascita (fin dall’ “impasto ventrale”)”, sembra essersi assestato, forse non senza inquietudini, insomma un armistizio nella incessante lotta per la definizione del mondo tramite la sua nominazione, in cui il linguaggio, con le sue necessarie rimodulazioni o “sperimentazioni”, è il solo recinto di contenimento del nulla. Questo maggior controllo, che è segno inequivocabile di una maturazione “naturale”, libera la poesia di Gabriele quanto meno dell’esigenza, tutta giovanile, di dover dimostrare qualcosa, in termini di stile, di forzatura della lingua, di experimentum. Anche il semplice accostamento dei testi di allora che qui ritroviamo ci offre qualche indizio, che non è solo stilistico: l’eliminazione di certi corsivi assertivi e ammiccanti, la riduzione drastica di enjambements che mimavano in maniera non utile un discorso franto e singhiozzante, l’eliminazione di inserti linguistici alloctoni, l’ampliamento di testi, almeno nel caso di Mancante figura (due strofe), l’inclusione degli apporti culturali senza la reverenza di note aggiuntive/esplicative, insomma una maggiore consapevolezza di sé. Gabriele continua ad essere il cantore dell’inesplicabile senso della vita e di quel nulla di cui la morte è segnacolo (“soglia”) e alter ego più inesplicabile, in testi di rilievo come quelli che già avevo segnalato e altri come il citato Dal nulla da cui vedo. In questa perlustrazione poetica i morti sono titolari di una “eternità aggressiva”, e perciò ineludibile  ex ante, come pensiero prefigurante da cui non ci si può difendere abbastanza, lo sguardo è laico, con radi ma evidenti riferimenti cristologici (avventocalvariocorona di spine, che certo qualcuno avrà notato) che tuttavia sono elementi, più che di appartenenza, di una cultura “ereditaria”, introiettata come l’altrettanto cristiano senso di colpa (o di umana impotenza, che qui c’è), o come l’eterno debito dei viventi. Che è un debito di comunicazione, prima di tutto: con la morte non c’è “nessuna parola più da pronunziare”. E’ questo l’arresto (gli arresti sono una serie di lutti, mi confida l’autore), il liminare sul quale – ed è un attimo – da una parte c’è la libertà di chi se ne è andato (“Tu sei libera”, citando De Angelis), dall’altra la prigione esistenziale di chi resta, entrambi – sia detto per inciso – concetti universali che vanno dagli orfici a Platone e S.Agostino. E però, in una visione del tutto agnostica, i lutti sono un precipitare nel nulla. Il poeta, qui, è l’osservatore impotente del mistero, affascinato da una conclusione che è il nulla. E’ inevitabile che in una poesia che esplora certi confini scompaia o quasi ogni riferimento ad una realtà oggettuale o mondana, sia in pratica inesistente un affaccio sull’infinito di tipo leopardiano, un confronto con la natura. Se c’è un accenno ad essa, subito spietatamente richiama alla mente un quadro di Arnold Böcklin (“Un primo temporale: t’intercetta / il suo testamento. Tu / solo vi fai approdo”, L’istanza). E’ un discorso privato, in un certo qual senso, un dialogo muto, un interloquire principalmente con sé stessi, i ricordi, le angosce di quel medesimo mistero.  Ma va aggiunto che questo sguardo sul nulla sembra a sua volta provenire da un nulla rimuginato, esistenziale, in qualche modo “vissuto” o temuto non come futuribile ma come presente, attuale, intriso alla propria vita stessa, quasi una dimensione “altra” separata da un velo che la poesia tenta di squarciare. Forse, se possibile, il discorso poetico si è ancor più rarefatto, ancor meno “popolato da ‘frammenti, lacerti, lembi, brani’ “, come avevo scritto a suo tempo. Da un certo punto di vista è inevitabile, e niente affatto in contraddizione con la sua unità tematica. In questa poesia ci sono due colonne d’Ercole con cui bisogna fare i conti: il “nulla” con tutti i suoi relativi isotopici, e le “cose”, così spesso nominate nei testi. “Nulla” e “cose” sono due opposti contro cui cozza il linguaggio (e la sua potenza), l’indefinibile per definizione, se mi si perdona l’ossimoro, elementi impenetrabili dal linguaggio, che può solo nominarli. E’, in altre parole, un limite di arte, se non li rappresenti, aggirandoli, se non li trasfiguri trascendendoli anche linguisticamente. Non a caso due muri contrapposti: l’uno è l’assenza, il vuoto, il buco nero; le altre la presenza indefinita, potenzialmente il tutto esprimibile, potendo. E sono, indiscutibilmente, i limiti di demarcazione di una poesia che potremmo chiamare (non solo Gabbia ma in generale) “speculativa”, nella quale cioè l’elemento fattuale (una morte, un distacco, una assenza) dà luogo ad una domanda tanto irrinunciabile quanto inevasa. In altre parole, al dolore. In effetti non è infrequente (ed ha il suo interesse) trovare formulazioni di stampo intrinsecamente filosofico, il cui esemplare, come avevo già annotato a suo tempo, è una apparente tautologia alla Wittgenstein  (“di quel che non è / potuto essere / non può dire”, Mancante figura) o asserzioni come “ma la bellezza / non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia” (Nulla che non sia ombra alla luce), perché – mi viene da notare – indivisibile o priva di scopo o rappresentazione come in Kant. E proprio in termini di rappresentazione, come dicevo sopra, c’è per Gabriele ancora margine di lavoro.
Ma al di là di queste aporie – che poi sono l’incessante ricerca di senso – Gabbia si assume i suoi rischi e lo fa bene,  ricerca una sua “sapienza” sapendo che si vive di contraddizioni e di incertezze, e che la poesia non è altro che una sonda appassionata lanciata in spazi oscuri. (g. cerrai)

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Domenico Brancale – Mal d’acqua, nota di Francesca Marica

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Domenico Brancale - Mal d’acqua (Modo Infoshop – fotocopie:27)Ciò che ora ti tortura è trasparente come l’acqua. L’acqua ci sdoppia, dice “ Io è l’altro”.

Per rimanere dentro te stesso devi assolutamente essere fuori.

La mia sete contiene più acqua dell’acqua. La mia sete contiene il vuoto.

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Leggo Domenico Brancale da molti anni e ogni volta senza l’imposizione di un dovere o di una direzione, mossa dalla curiosità di scoprire cosa nascondono i territori e le ombre che abitano le sue parole e i suoi silenzi. Leggo Brancale in modo teatrale, andando alla ricerca di una scenografia. Ormai lo so, ne ho consapevolezza e lo dichiaro apertamente.

Anche Mal d’acqua (Modo Infoshop – fotocopie:27), il libro uscito nel febbraio di quest’anno – a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro in versi di Domenico, Per diverse ragioni (Passigli, 2017) – non si è sottratto a questo rituale di lettura.

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Ci sono diverse scenografie che fanno da sfondo a Mal d’acqua ma, che cosa sia veramente Mal d’acqua, che cosa Mal d’acqua rappresenti, lo chiarisce lo stesso Brancale nella breve nota iniziale con cui si presenta ai lettori. Mal d’acqua è un quaderno di appunti rimasti a lungo sott’acqua dove l’inchiostro ha trattenuto il respiro e, a partire dalla parola acqua, gli scritti hanno assunto una forma diversa. Ciò che mi ero prefisso non è stato raggiunto. Le parole non sono mai il fine. Qualche cosa galleggia. Qualche cosa affonda. Ce n’est pas fini la bête

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Ce n’est pas fini la bêteCe n’est pas fini. Mal d’acqua è un piccolo libro che sta dentro il palmo di una mano, un libro di quaranta pagina appena. La narrazione è fitta e organizzata in nove titoli che non rappresentano però vere e proprie sezioni o capitoli (La via delle sete; Rimane la fuga; Acqua alta, Diario di un’ora; Derive del tu; Il bene necessario; Il territorio dell’acqua, Ate ca tu; Una crepa nera). L’impressione è che all’interno di quei nove titoli si intreccino due narrazioni parallele: una più generale – volta a stabilire i confini e i contorni delle cose; e una più intima e più personale – che attinge a piene mani dalla vita e dalla biografia del poeta. Continua a leggere

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Robert Doisneau, eterna Parigi – nota di Elisa Castagnoli

Robert Doisneau - Pierrette d'Orient (Paris)Robert Doisneau, eterna Parigi

“Ho molto camminato per Parigi, prima sul pavé poi sull’asfalto, solcando in lungo e in largo per mezzo secolo la città. Nella mia condotta non c’è mai stato nulla di premeditato. A mettermi in moto è stata la luce del mattino, mai il ragionamento. D’altronde, che c’è di ragionevole ad essere innamorato di quello che vedevo?”.

Una Parigi popolare e romantica, ora grottesca e sfavillante emerge scorrendo attraverso le immagini del noto fotografo francese Robert Doisneau a Palazzo Pallavicini per dare vita al suo “racconto autobiografico del mondo”. Sono i quartieri popolari di una Parigi antica, intrisa di poeticità e bellezza quella che ci mostra Doisneau dalla Resistenza francese negli anni ‘40 ai decenni successivi. Sono i ritratti degli artisti e delle celebrità negli anni ‘50, gli interni delle loro dimore o atelier, i personaggi eccentrici incontrati casualmente lungo le strade o nei caffè, infine i bambini solitari o ribelli colti in improvvisi slanci di libertà. Perché la fotografia sarà sempre per Doisneau, “la cattura di piccoli momenti” osservando il mondo che gli appartiene in scatti di poesia e vita quotidiani. Continua a leggere

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Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento

Gabriele Pepe - L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO - Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe – L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO – Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe ama i titoli “giocati”, come ad esempio il precedente L’ordine bisbetico del caos (2007), che in un witz contengono già un indizio della sua poetica, o quanto meno del tipo di rapporto poetico/strumentale che ha con la sua visione del mondo e con il linguaggio. Che, come il suo estro, è “libero ed eclettico, magniloquente ex contrario“, come rammenta Plinio Perilli nella sua esorbitante introduzione. Lo (pseudo)shakespeariano “Inferno del nostro portento” potrebbe perfino vagamente richiamare certi ironici titoli o testi di gente come Corrado Costa (“Inferno provvisorio”), Gianni Toti, Emilio Villa, Paolo Gentilomo, ma la somiglianza si ferma lì. Costruito in tre sezioni (Urbi et orbi e la Teoria del tutto; Distanze vicinanze ed altre vie di fuga; Gli inganni del traguardo) i cui titoli celano  tre poemetti (l’ultimo assai corto), in realtà ulteriormente e diversamente titolati, articolati in parti, a loro volta costituite da spezzoni aperti e chiusi  talvolta da una punteggiatura (…) sospensiva (nella prima sezione), il libro appare un ambizioso canovaccio del mondo e della Storia, dell’individuo con i suoi accidenti e del cosmo,  tratteggiato con un piglio a tratti epico/oratorio (grazie anche alle numerose citazioni classiche e non, e all’emergere di una ipermetrica altrettanto epica), a tratti aforistico, e nel quale il poeta si tiene da parte come un descrittore interessato e coinvolto ma sufficientemente disilluso, quasi – per quanto possa apparire contraddittorio – esterno alla faccenda. In  realtà c’è materia per più di un libro, materia qui abilmente concentrata in una sessantina di pagine e trattata soprattutto con una lingua il cui tono principale è polemico/sarcastico, e con la quale  Pepe, secondo Perilli, costruisce la sua “disquisizione”. Se dico materia per più di un libro vuol dire anche però che si ha a volte l’impressione di un veloce excursus a volo d’uccello, quello che Perilli chiama bonariamente un “passare agilissimo…dal Mito alla Storia, dall’Arcano al Culto sempiterno”, nel quale si toccano temi svariati e di per sé complessi, come la società dei consumi, il malessere del pianeta, la contemporaneità veloce, l’uomo in essa coinvolto ecc., e lo si fa spesso con flash fulminanti e assai significativi, a volte con aforismi secchi prima di passare oltre.

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Herman Melville – Poesie, trad. di Emilio Capaccio

Herman Melville ca.1860La battaglia di tutte le battaglie

è scrivere.

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H. M.

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NOI PESCI

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Noi pesci, noi pesci, allegramente nuotiamo,

Senza badare al compagno o al nemico.

Le nostre pinne sono forti,

Le nostre code sono fuori,

Mentre per i mari andiamo.

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Pesci, pesci, siamo pesci con branchie rosse;

Nulla ci turba e freddo è il nostro sangue:

Siamo ottimisti per i nostri guai,

Che a esser branco ogni pesce è eroe.

Non badiamo a cosa sia questa vita

Che seguiamo, questo fantasma sconosciuto;

Incredibilmente bello è nuotare, —

Così nuotiamo lontano, facendo la schiuma.

Questa strana cosa intorno a noi,

Non per salvarci fuggiamo al suo fianco: —

È così ambigua la sua ombra, tutto qui —

Notiamo soltanto dal suo lato di sottovento.

E quanto alle anguille là sopra,

E quanto agli uccelli nell’aria,

Non ci curiamo di loro né delle loro rotte,

Mentre andiamo gioiosamente lontano!

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Noi pesci, noi pesci, allegramente nuotiamo,

Senza badare al compagno o al nemico.

Le nostre pinne sono forti,

Le nostre code sono fuori,

Mentre per i mari andiamo. Continua a leggere

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Carla Paolini – Moti moventi, nota di G. Cerrai

Carla Paolini - Moti moventi - Controluna ed., 2019Carla Paolini – Moti moventi – Controluna ed., 2019

 

Carla Paolini continua, dalla sua postazione defilata, un lavoro sulla parola, soprattutto su quello che la parola, anche singola e apparentemente celibe, produce, all’interno del testo da una parte, all’interno del corpo che la emette dall’altra. Ne avevo già parlato qualche anno fa QUI e QUI, in relazione soprattutto, all’epoca, a una poesia in cui “il linguaggio coagula ulteriormente attorno a parole affini o parenti” e dove la parola stessa è un oggetto manipolabile, concettualmente, fino a farne una sorta di installazione, un testo cioè in cui il senso non è necessariamente conclusivo senza che, come in tutte le installazioni che si rispettino, il lettore “intervenga”, ci metta del suo, il suo “senso” o almeno la sua perplessità. Tuttavia, rimanendo nel campo del significato, sia in “Elettroshock” che in “Installazioni”, l’aura criptica del testo era abbastanza agevolmente perforabile, il senso, per dirla con Eco, abbastanza univoco, era cioè minore il grado di discrezionalità (in senso etimologico del termine) lasciato al lettore. Là si partiva, insieme all’autrice e secondo le sue parole, da “questo embrione energetico, [la parola da cui] il pensiero struttura e specializza nuove sintassi. La sostanza espressiva si diffonde, disseminando segmenti come linfonodi messi a difesa delle sue intenzioni. L’organismo poetico addensa fisicità singolari, s’installa sulla pagina e accetta l’urgenza di esistere”.  Era perciò possibile e intrigante scoprire queste nuove sintassi (e nuovi sensi), cosa non facile senza una lettura “attiva”, che in fondo è ciò che bisognerebbe pretendere dalla poesia. Come si vede da certi termini isotopici (embrione, linfonodi, organismo, fisicità) centrale è il corpo emittente e anche ricevente forse vittima o succube, del linguaggio, ma comunque individuale, un corpo d’artista. Continua a leggere

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Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche, nota di Claudia Mirrione

Luciano PaganoSoluzioni fisiologiche (Vydia 2020), Premio Lucini 2019Luciano Pagano – Soluzioni fisiologiche (Vydia 2020)

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XXXII

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prima o dopo tutto passa e ti dimentica

un anno fa c’era il sole come d’estate

quasi nevica adesso – è novembre

un ragazzo ogni mattina porta i fiori

sui resti della madre

morta a cinquant’anni e cinque chilometri

dalla fabbrica – era magra –

dicevano – un uccellino –

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tu mi chiedi di cosa deve parlare una poesia

io ti dico che basta il cadavere di un

passero – nelle mani di una

che si fa chiamare Lesbia

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Questi versi, dobbiamo dire così amari, di Luciano Pagano pongono un interrogativo rilevante nell’ambito della poesia, soprattutto della poesia contemporanea (e da cui sgorga poi gran parte dell’originalità e attualità del poeta): cosa è o non è oggetto di poesia? Continua a leggere

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Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi)

Ilaria Boffa – About sounds about us (Di suoni e di noi) – Samuele editore, 2019Ilaria Boffa - About sounds about us (Di suoni e di noi) - Samuele editore, 2019

Un libro interessante, questo di Ilaria Boffa, che pone delle questioni rilevanti (e anche dei problemi) che cercheremo di vedere. In versione bilingue, con testo a fronte  in inglese, composto dalla stessa autrice e dalla medesima tradotto in italiano (con altre collaborazioni per alcuni brani), il libro parte dall’idea-progetto di una “poesia sonora”, come ricorda Patrick Williamson nella prefazione, ovvero di testi in cui l’elemento fonico, sonoro sia parte preponderante, sebbene non esclusiva, del significato, del livello comunicativo, almeno tanto quanto ciò che possiamo definire come “tema” o motivo dello scritto stesso. Dovrebbe  essere, il libro, il punto di coagulo o di affioramento di un percorso artistico in cui è coinvolta l’autrice, che come si legge in una nota “dal 2018 produce lavori che uniscono poesia e field recording in collaborazione con musicisti italiani e stranieri”. Come avverte il prefatore, si tratta di mettere in opera una “forma poetica nello spazio sonoro tra i suoni, i versi e le lettere”, là dove “le parole sono macro strutture che contengono informazioni ma le unità verbali sottostanti agiscono semplicemente come elementi sonici”, raggiungendo (o tentando di raggiungere) “una messa in atto poetica di uno stato di consapevolezza non-duale che collassa la suddivisione soggetto-oggetto” (quest’ultima affermazione, per la verità, appartiene a Timothy Morton, teorico degli iperoggetti e della realtà “viscosa”). E’ questa l’ambizione di fondo del libro, anche se mi pare che alcuni di questi concetti in realtà appartengano da sempre alla poesia. Dico subito che in questa raccolta non c’è niente, nemmeno a livello di citazione, della poesia sonora come storicamente la intendiamo in Italia, almeno non quella che ruota intorno a nomi come Giovanni Fontana, Arrigo Lora Totino, Julien Blaine, Adriano Spatola, Gian Pio Torricelli e altri. Il suono in questa poesia deriva, come rimarca anche Williamson, in gran parte dall’uso abile di certi strumenti retorici e pararetorici, dalla selezione verbale per la quale “il suono si adagia su precisi schemi di vocali e consonanti tramite assonanze, allitterazioni, quasi rime e ripetizioni”, come annota Williamson, che di seguito porta l’esempio del primo testo del libro (The sounds of language/I suoni del linguaggio – v. sotto). A questo va aggiunto un uso esteso di “‘s’ sibilanti come suoni iniziali o terminali quasi ad incollare insieme i propri testi, in particolare in Sustain/Sostieni (v. sotto), e una terminologia sonora” (terminologia quale lo stesso sustain, come sa qualsiasi musicista. Andrebbe comunque marginalmente osservato che la citazione di terminologia sonora non è poesia sonora, è semmai metapoesia). Continua a leggere

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Robert Lax – da Il circo del sole

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.L’uscita in Italia di un libro di Robert Lax (Il circo del sole, Ed. Il Ponte del Sale, 2020) è un avvenimento che va celebrato. Perché questa è la prima volta che un lavoro di questo grande poeta americano viene presentato nel nostro paese, colmando almeno in piccola parte una vera mancanza culturale. Questa uscita presso Il Ponte del Sale è il frutto dell’impegno congiunto di Giampaolo De Pietro (curatore, di cui possiamo leggere in calce una intensa nota di lettura, non presente nel libro), Graziano Krätli (curatore e traduttore), Renata Morresi (traduttrice), Andrea Raos (qui postfatore ma da tempo conoscitore e appassionato divulgatore di Lax) e Francesco Balsamo (autore delle sei tavole che illustrano il libro).
Lax è un poeta che, soprattutto in relazione alla produzione posteriore a questo libro, è annoverato tra le espressioni più significative della poesia concreta e minimalista internazionale (sebbene qualche critico lo consideri un “minimalista astratto”, forse perché capace di realizzare vertiginose visioni con poche semplici parole, come un percorso tendente, alla fine, ad una estrema rarefazione, quasi ad una aspirazione al silenzio bianco). Questo lavoro, che risale al 1959, è diverso, è per questo che, come suggerisce Andrea Raos, “questo libro di Lax va letto al contrario, a viceversa, mantenendo impresse nella memoria le poesie-immagine della sua maniera matura: due, tre parole ripetute in ripetute combinazioni e disposizioni, spesso pochi segni per pagina. (…) Così, letto al contrario, Lax rivela un’ebollizione di vita [per Lax il circo è metafora della Creazione] di una purezza che commuove, sapendo fin dove lo avrebbe portato. (…) La trasparenza di questa scrittura, che è già quella delle sue opere mature, è quella di un quotidiano che sprigiona senso, bellezza, culmine di esperienza anche quando, quasi sempre, non accade nulla di speciale”. E tuttavia “alcune poesie di Circus of the Sun sono così dense, così piene, che già per contrario prefigurano il vuoto delle ultime (sempre Lax scrive “in the beginnings, beginning and end were in one”), perché consistenti nella concentrazione e nell’intensificazione di un numero ridotto di elementi”. Sono dati più che sufficienti per leggere Lax con la necessaria attenzione e per attendere con ansia che qualche editore coraggioso (perchè – ancora Raos – “libri difficili, nel senso di costosi, da stampare: decine, centinaia di fogli per una manciata di parole”) si assuma l’onere e il merito di pubblicare le altre fondamentali opere di Lax. (g.c.)

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Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente, tre poesie e una nota

Roberto AriagnoPubblico anche qui sul blog la motivazione del premio ricevuto da Roberto Ariagno come secondo classificato a BIL 2020 per le poesie singole inedite. L’ho stilata come membro della giuria ed è già apparsa sul sito di Bologna in Lettere, ma rispetto al sito qui c’è il vantaggio, per chi non le conoscesse, di leggere le tre poesie presentate al premio, che danno qualche ragione di quanto ho scritto. (g.c.)

Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente
Un interessante impasto stilistico, non necessariamente nuovo, ma con una evidente attenzione all’aspetto fonico del verso, peraltro articolato tra diverse modalità, tra verso lungo e disteso e emergenze di metri tradizionali come qualche endecasillabo che più italiano non si può, e addirittura qualche calco che rimanda, senza star lì a fare nomi, direttamente al primo Novecento (“nell’oro d’una vinta giovinezza”, si legge in chiusura del secondo testo presentato).
Un uso interessante di una liricità che fa finta astutamente di no, applicata a temi che sono con ogni evidenza personali e quotidiani ma che si fanno anonimi, come uno spettatore che frequenta questi paesaggi come tutti gli altri, solo con un occhio un po’ più smagato o disilluso, uno insomma che si è preso l’incarico – come Montale – di svelare un po’ di quel che c’è dietro l’apparenza, conscio del fatto che (cito) “l’ambiguità del reale sta nella sua esattezza”, e tuttavia (cito ancora) “esattamente, o dove ripeti le cose in falsi nomi” (e qui, in questo ossimoro concettuale, viene in mente Guy Debord). Quel reale che forse ha le sue manifestazioni “oggettuali”, i suoi ancoraggi, proprio in quelle “cose”: i palazzi, il traffico, la spesa, il cielo, l’alba, i ponti, i tigli, un cancello arrugginito, un verde inspiegabile. Ma nominarli (cito di nuovo) “in elenchi indifferenti sotto le nubi di un’imminenza” è appunto un depistaggio, anche nel senso francese di rintracciamento, perché l’obbiettivo è un altro, un inizio di qualcosa (che, scrive Ariagno, forse “ci sarà stato”, “una spiegazione a questo andare svelto incontro alla resa”). Ma, da notare, tutti i finali dei tre testi sono marcati dall’apertura di una parentesi che non si chiude, il testo si conclude tipograficamente, ma l’imminente di Ariagno (o forse l’immanente) è ancora lì, da qualche parte, pronto ad assillare una nuova poesia, ed anche in buona misura chi legge. E’ il segno anche che il discorso, sia quello generale sia quello all’interno del testo stesso, rimane aperto, è composto cioè principalmente di domande più o meno esplicite, senza risposte. Siamo a pieno titolo nella poetica dell’incertezza (peraltro nominata) che ci portiamo dietro dal secondo Novecento, forse con meno “io” specifico, un’incertezza dibattuta intorno a metafore cognitive guerresche (si parla di resa, di assedio, di consegnarsi, di fuga, di vinta giovinezza, di odore del ferro, di congiura ecc.) che si attagliano bene al tempo corrente, ma l’interesse di questa poesia sta in una certa abilità nel mettere insieme gli ingredienti a beneficio del quadro nella sua interezza, con una tecnica un po’  a spot,  saltando i nessi logici o analogici come per un’avidità di leggere la realtà (tipico l’inizio della prima poesia: “c’è una vita intera nel dubitare, / la sveltezza degli autunni, la pace scarna / alle finestre, il bosco che risale la collina…”, insomma un pensiero astratto lasciato lì e ripreso un po’ dopo), oppure, come ho già detto, innestando nel testo tonalità e metri diversi, oppure ancora offrendo al lettore suggerimenti tematici (a quello servono le metafore) più che dichiarazioni assertive, senza contare le apparenti digressioni (un esempio: l’uomo dal cappello piumato che spunta alla fine del terzo testo, “se ne va nell’incuranza roca delle cornacchie” e appare come qualcosa di sibillino, una carta di tarocchi rovesciata sul tavolo). E alla fine, quest’aria di inquieta incertezza, questa “aria in armi” come dice l’autore, arriva dritta a chi legge. (g. cerrai)

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