Ernesto Franco – Donna cometa, nota di Claudia Mirrione

Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020Ernesto Franco, Donna cometa, Donzelli editore 2020

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Donna cometa, questo è il titolo della raccolta di poesie di Ernesto Franco, nato nel 1956 a Genova e direttore editoriale di Einaudi, nonché traduttore e studioso di letteratura ispano-americana.

La silloge accoglie in sé quarantotto brevi composizioni incentrate tutte sulle conseguenze di un‘amara perdita, sull’assenza, definitiva, della donna amata.

La figura femminea delineata ha pelle candida, brilla di luce lunare, intagliata, com’è, nella notte dall’astro serale (Luna). I suoi seni come colline ardenti, i fianchi tali da “ferrare al ventre” (Intenzione prima), sono sinuosi come “vele”, come “bianchi petali” (Vele), come le dune modellate dal vento (Dune). Le sue gambe si muovono flessuose e liquide nel lino (Notte e fari) o nella seta, come “una nuvola rossa nel bianco e nero delle strade” (Mobilis in mobile). I suoi capelli sono di rame, come il metallo associato alla dea Venere, bellezza e sensualità in divenire (Rame, il simbolo chimico del rame, Cu, è l’abbreviazione per Cuprum in quanto in antichità era estratto in abbondanza a Cipro, isola sacra a Venere).

Eppure non è tutto qui, l’erotismo o almeno la sua assenza e mancanza, non risolve e non spiega fino in fondo Donna cometa. La donna cantata è leggiadra (La mano tua), così leggera e rarefatta ché, quando cammina, danza di “passi strani” (Per via), è “intensa” e – ossimoricamente – “distratta” insieme (Intenzione prima). Al giorno ella scintilla – in una corrispondenza micro-macrocosmo – di luce solare che le versa sulla pelle “carezza celeste”, “tenerezze astrali” (Rame), una lievissima pennellata stilnovistica (“Come può farcela Dio, ora, senza te al mondo?” In Bestemmia).

Ma soprattutto Donna cometa è metaforicamente intreccio, cioè “ciò che lega” (Tessuto): lega tessere di tempo immoto, frammenti di identità dell‘altro, lega a sé il poeta (La mano tua), è “trama che intreccia i gesti e i volti in uno scopo, le cose che da sole sono niente”: era ed è ancora in qualche modo datrice di senso (Intrecci), come Pilar (XXIV) lo era per Saramago.

Era ed è ancora, sì, perché in queste due solitudini generatesi (l’aggettivo solo/a ricorre con tono pungentemente doloroso nella stragrande maggioranza delle liriche), dopo un lungo cammino difficile da accordare (Contrappunto), rimane potente lo strascico, penetranti le tracce, durevole la scia chiomata tanto da produrre una quarta dimensione temporale, che non coincide più col mero presente, passato o futuro, ma che è il “presente trapassato” (Baie des Trépassés). Cosa vuol dire? Nel Canzoniere di Petrarca, che pure è uno dei modelli tenuti in considerazione dall’autore (cfr. l’incipit di Santa Giulia, “In mar che frange”, con RVF CCXXXVI), venivano separate le rime in vita ed in morte di Laura. Nei delicatissimi frammenti poetici della silloge in questione, invece, vita e morte di Donna cometa vivono insieme in ciascuna delle liriche, simultaneamente: si accavallano strati di tempo, rassegnati Erinnerungen, senso di vacuità dell’hic et nunc, sussurri (“i ricordi non sono futuro, dice piano la tua lingua al mio orecchio”, Raccolto) di un’ombra.

Anzi, del Dono di un’ombra (III) che pure è ed è costantemente accanto e che tuttavia continua a non essere, almeno non nel senso esperibile del termine: è un’ombra “sorda”, è la presenza-assenza di lei di matrice squisitamente montaliana che parifica Donna cometa a Mosca, a Clizia, a Volpe, ad Annetta-Arletta. Oltre ai già citati Petrarca e Montale, in Ernesto Franco si insinua soave la lezione della lirica d’amore degli antichi, in primo luogo certamente riferimenti a Omero, a Saffo e a Catullo. Ma anche della tragicità della tradizione stilnovistica italiana: nel fluire spesso narrativo, solo talvolta raggrumante, del suo poetare, Dante si mischia a Cavalcanti, anche se la cavalcantiana disgregazione degli spirti dell’io avviene non nel senso spirituale, ma – inizialmente – sul piano fisico e intimamente viscerale (cfr. “Per li occhi ai sensi, al cuore non ancora” in Intenzione prima).

Tale immaginario di Donna cometa prende forma in soluzioni metrico-stilistiche estremamente limpide, cioè nella struttura delle composizioni, che fa pendant con un lessico accuratamente selezionato e petrarchescamente omogeneo, e tuttavia non scevro di un raffinatissimo labor limae. L’impiego di figure retoriche (allitterazioni, iterazioni martellanti – Io ti – poliptoti, ossimori, sinestesie, assonanze, etc.) è estremamente vario e diversi sono gli schemi e tecniche rimiche (rime alternate, replicate, baciate, rime derivative al mezzo, rime all’occhio). La sensazione complessiva che ne deriva è quella di un elegantissimo nitore, uno splendore, una lucentezza della forma: la stessa lucentezza di cui si ammanta Donna cometa, che, ancora, e poi ancora, coi suoi “passi strani” danza, facendo in modo da ingenerare non solo e non tanto Uno di due (IX) ma due in uno. (claudia mirrione)

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I.

Luna

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Nuova nella notte antica

Ti veste e ti sveste la luna.

Sulla tua pelle nessuna fatica,

ti taglia e intaglia la luna.

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Come fulgori ti frugano i fari,

chi è più bianca? La luna o la sposa?

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Siamo soli, qui vicini, non siamo pari,

non c’è pace, fra noi qui, non c’è posa.

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Togli il fiato, tagli il respiro, fai mute le voci,

ti tocco e tu bruci, come il sole sulle croci.

 

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IV.

Dune

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Duna fra le dune,

il vento ti modella,

ti cambia e ti respira.

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Sei un giunco, una fune,

un’onda ti bagna e ti fa bella,

io sono lì, sono la mira.

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Mi guardi e chiudi gli occhi,

ti avvicini tanto da sentirmi,

tanto da non toccarmi.

 

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XII.

Rame

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Rame,

come una dea greca.

Rame,

il vento vale la vita

fra i tuoi capelli.

Sulla tua pelle bianca

il sole rimane piano:

carezza celeste,

tenerezza astrale.

 

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XV.

Ti spoglio come un fiore,

piano, lento, per ore ed ore,

amore.

Mi abbaglia il tuo candore,

a tratti, a lampi, ad ogni ardore,

amore.

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Le vele dei tuoi fianchi

sono petali bianchi,

le colline dei tuoi seni

parentesi in cui tu avvieni.

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Scivola via la nostra clessidra,

l’aria tutto intorno vibra.

 

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XXXII.

Tessuto

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Gli anni ai giorni

i giorni agli istanti

i gesti ai suoni

i ricordi ai volti

i volti alle città,

i miei passi

al tuo cammino.

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Cuci con lo sguardo

Ciò che da solo muove,

galleggia, sbanda, inciampa

e si perde.

Sei ciò che lega.

 

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XLVII.

Baie des Trépassés

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Avanza come un fronte il mare

dove le navi salpavano per il tempo eterno.

Non fa prigionieri né coloni,

da lontano avanza come un fronte d’inverno.

E poi va via, allunga il giorno, i toni,

ci trapassa con un suono uguale.

Lascia sole le cose rare, a brillare,

a giocare, a stare.

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Dentro le nostre cerate gialle

Lasciamo che i fari accendano le luci,

che il tramonto freddo bruci.

Due ancorati, due non ancora ormeggiati,

perfettamente felici, presenti trapassati.

Tempo impossibile, essenziale,

senza stagioni, senza male.

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Un’altra nota di Claudia Mirrione (su Ewa Lipska)..

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2 comments

  1. Ho scoperto un lirico. Conoscevo Ernesto come predatore,ma la sua lirica, forse più ispanica che nazionale, mi ha impressionata…Bellissima

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