Fabio Prestifilippo – Abitare la traccia

Fabio Prestifilippo – Abitare la traccia – Lietocolle & Pordenonelegge, Collana gialla, 2019
Quinta proposta nella Collana gialla nata dalla collaborazione tra Camelliti e Pordenonelegge, questo di Prestifilippo è libriccino di una quarantina di poesie o poco più, in genere brevi e brevissime come si conviene a delle tracce, e di veloce lettura. Sì, tracce, ovvero particole di quella che sembra essere una storia, almeno nel senso di serie di fatti, non necessariamente in sequenza, che in qualche modo sono diventati poeticamente memorabili, o meglio registrabili. La quale storia è contraddittoriamente – e forse giocoforza – divisa tra sviluppo e frammentazione, tra fili spezzati e fili riannodati di indizi che ti rimandano al “fatto”, tra analisi del particolare e proiezione verso l’universale, verso considerazioni che (e potrebbe essere altrimenti?) riguardano un po’ tutti. L’esergo di Carver potrebbe comodamente rimandarci ad un minimalismo per così dire originario. Non è questo il punto ma se un esergo sta ad indicare una qualche affinità, allora questo libro rappresenta uno sforzo di ricordare “qualcosa” partendo dalla constatazione che è difficile farlo (“Stai cercando, col sole in faccia./ Ma non ricordi./ Onestamente non ricordi”, dice Carver) e forse dalla consapevolezza che la memoria è solo una serie di parziali affioramenti, scampati magari all’azione di quell’oblio selettivo o di quello profondo di cui parla P. Ricoeur. Una memoria che in qualche modo va riposseduta, come una casa per troppo tempo disabitata. Non è un caso che, fin dal titolo, si parli più volte di “abitare” (anche per via passiva, abitati dall’odio, dal nulla), abitare queste tracce, abitare il sesso, un luogo, la morte e anche disabitare (riferito in questo caso solo all’umano, nel senso di una incapacità o incompletezza). Ma memoria di che?, ci chiediamo. In teoria dovrebbe soccorrerci la poesia di apertura, una specie di singolare esplicitazione di intenti, nella quale si spiega che “l’eroe scintillante è Saul / il luogo in cui ucciderà suo padre / sono le pagine di un libro, / il titolo del libro è abitare la traccia”. Dunque dovremmo partire da questa indicazione piuttosto perentoria, per quanto il riferimento a Saul, se restiamo a vecchi ricordi biblici o alfieriani, ci rimanga oscuro. E però la domanda – che è una domanda valida, almeno finché un qualche significato o una “risposta”, non necessariamente esplicita, non emerga – resta. Perché la storia c’è, deve esserci, e in effetti il secondo testo del libro ci dice che “si comincia da qui // ma di tutte le storie sommerse / nel guano della memoria / questa è di gran lunga / la più infame”. Tuttavia i passi successivi ci portano ad una serie di testi in cui francamente è difficile trovare indizi di questo parricidio, per quanto metaforico, o almeno tracce, sentori, macchie, immagini latenti di un dramma che l’aggettivo “infame”, cosi assoluto, affaccia. Diciamo che c’è un salto notevole tra il preambolo dei testi citati e lo sviluppo nei susseguenti, ed è un problema, per così dire, di coerenza narrativa (visto che è proprio Prestifilippo a parlare di “storie”, anzi circa a metà del libro scrive “e giunti al luogo mediano / della vicenda / non rimane per noi…”). E’ questo, a mio avviso, il punto critico principale del libro, che non ha niente a che vedere con la capacità di linguaggio del poeta, la sua abilità prosodica. E’ semmai, del libro, uno di quei punti deboli che l’autore si autoinfligge, perché mi pare sia alla ricerca di una rarefazione della scrittura, di un sottintendere o accennare che di per sé non è detto garantisca la polisemia tipica del linguaggio poetico o una poeticità patente, non è detto che “trasmetta” qualcosa di condivisibile al lettore, rischia in altre parole di “parlare per sé”, là dove esprime una eco che risuona quasi solo nella memoria del poeta. Ne sono un esempio, per quanto parziale, gli “io” e i “tu” (e anche i “noi”), siano essi espliciti oppure impliciti nelle forme verbali, che si rinvengono nei testi e che realizzano un dialogismo ambiguo (non solo l’ambiguità novecentesca del tu come alias dell’io) soprattutto perché la necessità (dell’autore) di mantenersi in un limbo indefinito, allusivo – e quindi crepuscolare – , o parasimbolico provoca nel lettore una indecidibilità soggettiva, una difficoltà di collocazione all’interno della “storia”. In altre parole essi spesso non hanno una funzione deittica vera, cioè non “collocano” in una dimensione, in un contesto situazionale, proprio per le ragioni appena dette. Un esempio in tal senso lo si trova subito nel quinto testo della raccolta (“Il corpo lo sentivi / come il ricordo di un stanza vuota, / fresca di gesso, bianca…”) dove appare improvvisa una seconda persona singolare tanto “ambigua” quanto irrelata rispetto alle “informazioni” (es. corpo di chi?) che il testo stesso o quelli precedenti ci forniscono.
Diciamo che questi mi sembrano essere i punti critici principali del libro, alcuni aspetti dei quali forse avrebbero potuto essere risolti con un buon editing, tenendo in debito conto che, come ho già detto, la giusta ispirazione di Prestifilippo potrebbe meglio incontrarsi con l’abilità di versificatore che certo possiede (un esempio: Le isole di Langerhans, l’ultima poesia del libro, dove lirismo, adesione alla realtà e coinvolgimento emotivo sono di un altro livello). Punti critici che comunque, occorre rilevarlo, sono interessanti in quanto hanno un loro carattere comune e condiviso con diversa poesia attuale, sono insomma emblematici da una parte di una maniera un po’ rattenuta di porsi nei confronti dell’esperienza personale tuttavia vista e sentita come “esemplare”, dall’altra di un atteggiamento nei confronti di una scrittura forse troppo sottintesa, depotenziata, un po’ frenata, come alla ricerca senza rischi di un’aura di immediata riconoscibilità poetica. (g. cerrai)

ti chiedi perché la morte sia timorosa
solo con gli uomini, perché li corrompa
piano nel corpo, perché li renda torsi nudi,
tesi e grigi, perché il sangue
non proceda ad oltranza
come un fiume carsico
la sua festante inerzia

***

quando dicono il padre di mio padre
sento salire alla gola una gora di sangue
sento il fantasma cattivo della mia infanzia
strapparmi l’anima dal petto

mio nonno
vede misteriose sagome
muoversi nel silenzio
dove è molto
se nella nebulosa degli addii
distingue ancora un mio saluto

***

abita la mia morte se puoi
come si accoglie
la verità dalla bocca di un bambino
con tepore e cura

ma è solo nel tuo corpo
che ricambio
il senso della domanda,
il mio esserci per la morte
e del nostro umano
disabitare

***

non è in ogni tempo,
in ogni agile affetto del corpo
che si incide la traccia

i fiumi, l’acqua offerta,
il filo d’erba, l’iride sommersa
e cambia il confine del tuo volto

pomeriggio-agosto

da una camera remota sentiamo
squillare il telefono,
a passi brevi scompari
nel chiarore della paura

***

per un contratto
di dolore e sangue
entri nel mio corpo e lo calmi

e il corpo è un cane randagio
lungo il calendario delle ossa
sono schierati gli anni,
scanditi dal nero degli istanti

il sesso abitato senza impeto
la tundra del mio sonno

***

andremo al seme
quando l’odio ci avrà abitati
e saremo tronchi vuoti,
spolpati come abissi inattesi,
ospiti murati vivi,
il cuore sparso
alla mensa del becchino
le gambe come terra solcata
da nervi e giunture

dicono
che prima di ogni
cosa viene il seme

quando preme la ronda delle bestie
non c’è un seme di pietà
che regga,
e cresce nelle mie vene
un sangue carnivoro

***

siamo qui per la grazia
per la misericordia appesa
su un io di cartapesta
per l’alberatura della febbre
per la crepa nel vetro delle vene

siamo qui per il senso
che nasconde la cosa nascosta
la cosa che secca e si accartoccia,
e rimane senza fare male
come quando il corpo ti gode
come quando lentamente ti ammala

***

Le isole di Langerhans

l’accesso alla voce dentro,
lo spoglio della pelle dallo scheletro,
l’edera elettrica dei nervi
che strisciano sul bianco dello scalpo

trovasse il punto
nella trama delle ossa
laddove la giuntura è più debole,
che spinga l’addome a terra
per farsi sottile e piccola,
l’anima, ti prego,
che scappi

 

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