Pubblico anche qui sul blog la motivazione del premio ricevuto da Roberto Ariagno come secondo classificato a BIL 2020 per le poesie singole inedite. L’ho stilata come membro della giuria ed è già apparsa sul sito di Bologna in Lettere, ma rispetto al sito qui c’è il vantaggio, per chi non le conoscesse, di leggere le tre poesie presentate al premio, che danno qualche ragione di quanto ho scritto. (g.c.)Roberto Ariagno – L’eredità di un occidente
c’è una vita intera nel dubitare,
la sveltezza degli autunni, la pace scarna
alle finestre, il bosco che risale la collina
o l’esile tenacia delle antenne di fronte al cielo
(una luce sobria colma la stanza e lo sguardo,
è una calma intirizzita, e si procede lungo il paese
ma lo sai che non è la tua vita, la vita,
che l’aria di cappucci non è mai passata,
che anche questo è bosforo e l’assedio continua,
riservato e inesorabile, che presi nella rete
nuotiamo ancora all’impazzata, ognuno per sé…
in questa connivenza il discorso impallidisce,
si esauriscono le domande e ci si consegna,
soltanto la morte ci rende forse credibili,
o quantomeno discreti
(intanto ci vuole fortuna,
ci si muove tra l’ovvio e la fame, si tenta il limite,
a volte si bara nel gioco, si finge di non vedersi
***
l’eredità di un occidente,
e non considerare l’aria in armi
dietro i palazzi, il traffico, la spesa,
il cielo che si muove oceanico, va e torna,
porta ricordi delle battaglie, sale oltre i colli,
o il giorno dopo, quando non sapevano,
e qui è un vento di sempre, una congiura,
un’incertezza durante la fuga (quest’aria è sfacciata,
e poi l’odore del ferro, nei saloni si incrociano
domande affilate, è un entusiasmo di fortunali,
vessilli, offerte speciali, eppure ci sarà stato un inizio,
una spiegazione a questo andare svelto
incontro alla resa
(la parentesi degli equinozi
apre lati insoliti, detonazioni, l’acciaio dell’alba
sui ponti mentre salgono rapidi le scale,
e troppa luce sovrasta la sommità dei tigli,
nell’oro d’una vinta giovinezza
***
o quando l’umido ai parabrezza riga i paesaggi,
la colpa dei pomeriggi trafugati,
e il cancello arrugginito in mezzo al prato
di un verde inspiegabile, dove l’ambiguità del reale
sta nella sua esattezza, esattamente
o dove ripeti le cose in falsi nomi,
in elenchi indifferenti sotto le nubi
di un’imminenza (e nessuna mail è arrivata
ma forse nemmeno l’aspettavi, forse la colpa stessa
era un’allusione
intanto l’uomo col cappello piumato
che era qui è salito su un’auto,
se ne va nell’incuranza roca delle cornacchie
in cui monotono gela il silenzio
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