L’uscita in Italia di un libro di Robert Lax (Il circo del sole, Ed. Il Ponte del Sale, 2020) è un avvenimento che va celebrato. Perché questa è la prima volta che un lavoro di questo grande poeta americano viene presentato nel nostro paese, colmando almeno in piccola parte una vera mancanza culturale. Questa uscita presso Il Ponte del Sale è il frutto dell’impegno congiunto di Giampaolo De Pietro (curatore, di cui possiamo leggere in calce una intensa nota di lettura, non presente nel libro), Graziano Krätli (curatore e traduttore), Renata Morresi (traduttrice), Andrea Raos (qui postfatore ma da tempo conoscitore e appassionato divulgatore di Lax) e Francesco Balsamo (autore delle sei tavole che illustrano il libro).
Lax è un poeta che, soprattutto in relazione alla produzione posteriore a questo libro, è annoverato tra le espressioni più significative della poesia concreta e minimalista internazionale (sebbene qualche critico lo consideri un “minimalista astratto”, forse perché capace di realizzare vertiginose visioni con poche semplici parole, come un percorso tendente, alla fine, ad una estrema rarefazione, quasi ad una aspirazione al silenzio bianco). Questo lavoro, che risale al 1959, è diverso, è per questo che, come suggerisce Andrea Raos, “questo libro di Lax va letto al contrario, a viceversa, mantenendo impresse nella memoria le poesie-immagine della sua maniera matura: due, tre parole ripetute in ripetute combinazioni e disposizioni, spesso pochi segni per pagina. (…) Così, letto al contrario, Lax rivela un’ebollizione di vita [per Lax il circo è metafora della Creazione] di una purezza che commuove, sapendo fin dove lo avrebbe portato. (…) La trasparenza di questa scrittura, che è già quella delle sue opere mature, è quella di un quotidiano che sprigiona senso, bellezza, culmine di esperienza anche quando, quasi sempre, non accade nulla di speciale”. E tuttavia “alcune poesie di Circus of the Sun sono così dense, così piene, che già per contrario prefigurano il vuoto delle ultime (sempre Lax scrive “in the beginnings, beginning and end were in one”), perché consistenti nella concentrazione e nell’intensificazione di un numero ridotto di elementi”. Sono dati più che sufficienti per leggere Lax con la necessaria attenzione e per attendere con ansia che qualche editore coraggioso (perchè – ancora Raos – “libri difficili, nel senso di costosi, da stampare: decine, centinaia di fogli per una manciata di parole”) si assuma l’onere e il merito di pubblicare le altre fondamentali opere di Lax. (g.c.)
BREVE NOTA BIOBIBLIOGRAFICA IN TERZA DI COPERTINA
Robert Lax (Olean, New York, 30 Novembre 1915 – 26 Settembre 2000) è stato tra i maggiori rappresentanti della poesia concreta e minimalista internazionale. Dopo gli studi alla Columbia University, ha vissuto in Francia, Italia, nelle Isole Canarie e, più a lungo, in Grecia. A The Circus of the Sun (1959) hanno fatto seguito numerose raccolte poetiche e, dopo la sua morte, la corrispondenza con Thomas Merton (2001), la retrospettiva Poems (1962-1997) (2013), e la biografia di Michael N. McGregor, Pure Act: The Uncommon Life of Robert Lax (2017).
Traduzioni di Graziano Krätli
In the beginning (in the beginning of time to say
the least) there were the compasses: whirling in
void their feet traced out beginnings and endings,
beginnings and end in a single line. Wisdom danced
also in circles for these were her kingdom: the sun
spun, worlds whirled, the seasons came round, and
all things went their rounds: but in the beginnings,
beginning and end were in one.
And in the beginning was love. Love made a sphere:
all things grew within it; the sphere then encompassed
beginnings and endings, beginning and end. Love
had a compass whose whirling dance traced out a
sphere of love in the void: in the center thereof
rose a fountain.
In principio (in principio del tempo, a dir
poco) c’erano i compassi: roteando nel
vuoto i loro piedi tracciarono principi e fini,
principio e fine in una sola linea. La saggezza danzava
in circoli perché questi erano il suo regno: il sole
ruotava, i mondi vorticavano, le stagioni si susseguivano, e
le cose tutte seguivano il loro corso: ma in principio,
il principio e la fine erano uno.
E in principio era amore. Amore formava una sfera:
e in essa tutto cresceva; la sfera poi abbracciava
principi e fini, il principio e la fine. Amore
aveva un compasso la cui danza vorticosa tracciava una
sfera d’amore nel vuoto, dal centro della quale
scaturiva una sorgente.
Morning is quiet over the field. Clouds hang over it close
and full. The song of the morning goes up from the grass;
the sun receives and returns it to clouds, bending over the
morning field, full of the song of the grass.
In a green straw Mexican hat, very gentle and shy,
Tina watches the morning. Belmonte’s child. Her hair
is brown and shining, straight. She loves to go out into
her province. Air is summer blue, full of life,
eager to carry light and color.
This is the day when the people come walking slowly
to the outskirts of town; when over the field they come to walk
in the grass where the stakes are driven: rust and dew.
They stand in the morning field, watching.
“See him drag that chain. Look how he pulls it?”
At work in loose pajamas, elephants twist their trunks around
the tent poles, lifting lightly, their faces and hides are
finely lined, maps of a land of mountains and rivers: they move
about in the tall grass,
lifting their great scalloped feet.
Mattino quieto sul piazzale. Nuvole basse e cariche
vi pesano sopra. Il canto del mattino sale dall’erba;
il sole lo riceve e restituisce alle nuvole, piegandosi sul
campo mattutino, pieno del canto dell’erba.
Sotto un sombrero verde, assai gentile e timida,
Tina osserva il mattino. La bimba di Belmonte. Ha i capelli
castani e luccicanti, lisci. Ama inoltrarsi nella
sua provincia. L’aria è di un blu estivo, piena di vita,
fremente di luce e colore.
Questo è il giorno in cui la gente viene camminando lenta
ai margini della città; viene sul piazzale camminando
sull’erba dove si piantano i pali di sostegno: ruggine e rugiada.
Sta sul piazzale mattutino, e guarda.
“Lo vedi quello che tira la catena? Guarda come la trascina.”
All’opera in pigiama palazzo, gli elefanti avvolgono le proboscidi
ai pali del tendone, sollevandoli come steli; volti e pelli sono
trame sottili, cartografie di un paese di monti e fiumi: vanno e vengono
nell’erba alta,
levando le conchiglie enormi delle zampe.
A song rises up from the ground, herbs from the field.
Who will watch the green grass growing; who will hear
the song of earth?
Children who come to see the tent set up in the morning.
Three masts stand on a sea of canvas. Rope line loops
from one to another, drops in a gentle arc to the ground.
Bagonghi swings his hand toward the gesture in mid-air.
“Look! The big top!”
Who stretches forth the canopy of morning?
(Knowing the wonder to be born of her, hoping to bring forth
a son, a tree, in whose laughing and delicate shade the
children of innocence could rejoice, the field waited.)
Un canto sale dal suolo, erbe dal campo.
Chi guarderà crescere l’erba verde; chi sentirà
il canto della terra?
I bambini che vengono a vedere il tendone levarsi all’alba.
Tre alberi spuntano da un mare di tela. La fune li allaccia
uno all’altro, ridiscende in un arco dolce fino al terreno
Bagonghi gesticola a mezz’aria.
“Guarda! Il tendone!”
Chi stende il padiglione del mattino?
(Sapendo la meraviglia che genera, sperando di partorire un figlio,
un albero, il cui riso e l’ombra delicata potessero allietare i
figli dell’innocenza, il piazzale attese.)
ORTANS
Ortans stands on one end of a teeter-board:
Mogador and Belmonte,
from the height of two tables
jump
down
and
land
on the other end.
Ortans flips into the air,
does a two and a half turn
and lands neatly in a high chair.
Relaxed as a rag doll,
gracious as a queen,
looking as though she had been there all afternoon.
She lolls a moment in the chair,
gives the audience a glance
and a beautiful smile.
Then she daintily dismounts
into her brothers’ arms;
lifts her right hand,
curtseys on tiptoes and disappears.
ORTANS
Ortans sta a un’estremità dell’altalena:
Mogador e Belmonte,
da un’altezza di due tavole
saltano
giù
e
atterrano
all’estremità opposta.
Ortans salta nell’aria,
fa due giravolte e mezzo,
e atterra perfettamente in un seggiolone.
Rilassata come una bambola di pezza,
graziosa come una regina,
sembra che sia stata lì tutto il pomeriggio.
Ciondola un attimo nella sedia,
dà uno sguardo alla platea
e fa un bel sorriso.
Poi scende con grazia
fra le braccia dei fratelli;
leva la mano destra,
fa una riverenza in punta di piedi e scompare.
Traduzioni di Renata Morresi
They are with me now, the golden people; their limbs
are intertwined in golden light, moving in a heavy sea
of memory: they come the beautiful ones, with evening
smiles: heavy-lidded people, dark of hair and gentle
of aspect, whose eyes are portals to a land of dusk.
Their melancholy holds me now: sadness of princes, and
the sons of princes: the melancholy gaze of those I
have not seen since childhood.
For childhood was full of wonder, full of visions: the
boy on horseback, either in a dream or on the plain,
approaching: the two gypsy girls who stood together and
asked the mysterious question. Truth and the dream so
mingled in their eyes I could not tell which of the two
had spoken .
Once more now they are with me, golden ones,
living their dream in long afternoons of sunlight;
riding their caravans in the wakeful nights.
Adesso è con me, il popolo d’oro; le gambe e le braccia
intrecciate nell’oro della luce, flottando sul mare colmo
di ricordi: eccoli, i più belli, coi sorrisi della sera:
gli occhi truccati, scuri di capelli e dolci nell’aspetto,
gli occhi come porte verso una terra di crepuscolo.
La loro malinconia mi avvince: tristezza di prìncipi e
figli di prìncipi: lo sguardo malinconico di chi
non vedo più da quand’ero bambino.
Poiché da bambini siamo pieni di stupore, pieni di visioni:
il ragazzo a cavallo, o era nel sogno, o era la pianura,
che mi viene incontro; le due zingarelle insieme
a farmi la domanda misteriosa. Visioni e verità così
mescolate nei loro occhi che non so dire quale delle due
abbia parlato.
Adesso ancora una volta sono con me, è il popolo d’oro:
vivono il loro sogno in lunghi pomeriggi di luce,
guidano le carovane in notti di veglia.
THE DUST OF THE EARTH
The dust of the day hangs in the air,
motes in the light,
dust of the trampling multitude,
dust of the elephants padding by,
dust no one stirred till the circus came,
it hangs like a veil!
Dust of the earth
riding the twilight,
silently moving
each sphere
each molecule
riding the air,
in wakening twilight
could
whirling
turn to earth
to planets,
support the verdure of creation
the moving animals and men,
could raise from its own green growing
white clouds and dark
alive with lightning,
could ripple with seas
flow with rivers
reflect the waters,
the mountains and sky.
But where does the first mote come from,
the first gliding sphere?
LA POLVERE DELLA TERRA
La polvere del giorno è sospesa nell’aria,
pulviscolo nella luce,
polvere della moltitudine che avanza
polvere dei passi calmi d’elefante
polvere che prima del circo nessuno smosse,
aleggia come un velo!
Polvere sulla terra
corre sul tramonto
muove silenziosa
ogni sfera
ogni molecola
corre nell’aria,
al levarsi del tramonto
potrebbe
roteando
trasformarsi in terra
in pianeti
sostenere il verdeggiare del creato
gli animali e gli uomini
potrebbe sollevarsi dal suo stesso verde plasmando
nuvole bianche nuvole nere
vive di lampi
potrebbe incresparsi coi mari
scorrere coi fiumi
riflettere le acque
le montagne e il cielo.
Ma da dove viene il primo granulo
la prima volteggiante sfera?
ACROBAT ABOUT TO ENTER
Star of the bareback riding act,
dressed in a dark-red high-collared cape,
black-browed,
waiting with the others
to go in:
To enter
the bright yellow
glare of the tent,
He stood on an island,
self-absorbed.
At twenty-one
there was trouble in his universe.
Stars were falling;
planets made their rounds
with grating axles:
The crown of stars in blackness
was awry.
Clouds were rising,
thunder rumbled;
he was alone,
nobly troubled
waiting a moment.
L’ACROBATA STA PER ENTRARE
Stella della cavalcata a pelo
avvolto in una cappa rosso scuro
sopracciglia nere
aspetta con gli altri
di entrare:
Per entrare
nel giallo lucore
brillante del tendone,
se ne stava su un’isola,
assorto.
A ventun anni
c’era dramma nel suo mondo.
Le stelle precipitavano;
i pianeti sulle orbite ruotavano
con stridore d’assi.
La corona delle stelle nello spazio nero
s’inclinava di traverso.
S’alzavano nubi
rombava il tuono;
era da solo,
inquieto e distaccato,
in attesa del momento.
He stood outside the horse truck, waiting for Mogador to
come back and he began to whistle. Across the field the men
had taken down the sides of the tent and were moving about in
dim light under the top, picking up trunks, ropes and equipment
and packing it away. He began to whistle a tune from the
depths of his soul; he had never heard it before but he
recognized it as a form of the song his soul had always been
singing, a song he had been singing since the beginning of
the world, a song of return. It was as though he stood in a
dark corner of the universe and whistled softly, between his
teeth, and the far stars were attentive, as though he whistled
and waves far off could hear him, as though he had discovered
a strain at least of the night song of the world.
Se ne stava fuori dal van dei cavalli, aspettava che Mogador
tornasse, e cominciò a fischiare. Attraverso il campo gli uomini
avevano tirato giù il tendone e lo stavano spostando
nella tenue luce sotto i pali, raccogliendo travi, funi e attrezzi
e imballando tutto quanto. Cominciò a fischiare un motivetto dalle
profondità dell’anima; non lo aveva mai sentito prima ma lo
riconosceva come una forma del canto che la sua anima era sempre
andata cantando, un canto che andava cantando dal principio
del mondo, un canto di ritorno. Stava come in un
angolo buio dell’universo e fischiava dolcemente tra le labbra,
e le stelle lontane prestavano attenzione, era come se fischiasse
e le onde lontane potessero ascoltarlo, come se avesse scoperto
una melodia del canto notturno del mondo.
By day I have circled like the sun,
I have leapt like fire.
At night I am a wise-man
in his palanquin.
By day I am a juggler’s torch
whirling brightly.
Di giorno giro come il sole,
guizzo come il fuoco.
Di notte sono un saggio
sul suo palanchino.
Di giorno sono la torcia del giocoliere
che vortica radiante.
NOTA AL TESTO
The Circus of the Sun ha esordito nell’autunno del 1959 per i tipi della Journeyman Press, piccola casa editrice artigianale fondata da Emil Antonucci con un sussidio della Fondazione Guggenheim. Il volume di sessantaquattro pagine, con progetto grafico e illustrazioni dello stesso Antonucci e copertina del fotografo Charles Harbutt, ebbe una tiratura di 500 copie firmate e una ristampa paperback nel 1960.
Nel 1981 la Pendo Verlag ha pubblicato un’edizione quadrilingue (Circus /Zirkus / Cirque / Circo) con traduzioni di Alfred Kuoni (tedesco), Catherine Mauger (francese) e Ernesto Cardenal (spagnolo) e fotografie circensi di Bernhard Moosbrugger.
Successivamente, il testo è stato incluso nelle antologie laxiane 33 Poems, a cura di Thomas Kellein (Stuttgart: Hansjörg Mayer; New York: New Directions, 1987), Love Had a Compass (1996) e Circus Days and Nights (2000).
La presente traduzione è stata condotta sull’edizione originale del 1959, ma ha tenuto conto di quella del 2000, specificatamente nell’uso della maiuscola motivato dalla punteggiatura invece che all’inizio di ogni verso.
La traduzione delle sezioni “mattino” e “pomeriggio” è a cura del sottoscritto; le sezioni “sera”, “galleria” e “notte” sono state tradotte da Renata Morresi.
Graziano Krätli
New Haven, Connecticut
Il poeta e il circo: una Creazione.
Robert Lax incontrò per caso la famiglia Cristiani e il loro Circo. Nacque da subito l’innata confidenza che li fece riconoscere: una successiva visita dei Cristiani al nuovo amico, ad Hollywood e, anni dopo – era il 1949 – l’opportunità per Lax di viaggiare per il Western Canada insieme a loro, come ‘poeta e filosofo senza portfolio’.
Verrebbe da immaginare così tanto, intorno a quell’incontro: quando e come, per esempio, la parola lirica dello strambo cronista Bob Lax (dalla lunga barba nera) – che di tanto in tanto si esibiva con il proprio clown naturale (Chesko) – prendeva posto e veniva tracciata su carta, giorno per giorno, nell’inventario di scene che montavano e smontavano, nell’intensa convivenza con gli artisti circensi, e l’amicizia con Mogador, il giovane acrobata della famiglia Cristiani, le passeggiate e chiacchierate notturne con lui nelle città che li ospitavano (i primi scritti di Lax sul circo prenderanno il titolo Mogador’s Journal).
L’immaginario è probabilmente un filo che era lo stesso tenuto dal bambino Robert Lax, che insieme al padre, all’alba di un giorno non qualsiasi degli anni Venti del ‘900, si trovava all’entrata della cittadina di Olean, nello stato di New York: aspettavano l’arrivo del circo.
La prima raccolta poetica in libro, uscita dieci anni dopo la sua esperienza con il circo Cristiani, The Circus of the Sun, viene pubblicata dalla piccola casa editrice Journeyman Press di Emil Antonucci, artista che da quel momento, con le sue illustrazioni, collaborerà con Lax a molte altre straordinarie pubblicazioni.
Il tono di questa poesia è entusiasticamente in crescendo, come il sorgere di un circo e la magia che viaggia in esso: Inizio e fine, non v’è confine, se non quello del cerchio, o circolo, di luce e buio, giorno e notte.
Una Creazione – come unica è stata la creazione del mondo: un tempo in uno spazio che si generano; rotazione di sfere che rendono l’universo quello che è stato ed è. Una danza. C’erano i compassi – nascevano i pianeti – l’amore ne aveva, di compassi, per danzare come un derviscio.
E le creature, di acqua e terra, piante e animali, e l’uomo, la donna. Eccoli.
A roteare.
Il sole, il suo circolo: ‘Grazia dispiegata’ (Unfolding grace, era il titolo che Mogador l’acrobata consigliava all’amico Bob di dare ai suoi scritti sul circo) – Grazia spalancata, si direbbe.
Il circo arriva come un animale notturno, nessuno se ne accorge. O forse sì, qualcuno, come i bambini, qualcuno come il poeta.
Il campo, steso lì, sembra un po’ aspettarsela questa “apparizione”. È sì disposto ad ospitare l’occasione del circo, la sua voce e i suoi cerchi e numeri – tutto è lì, per la prima volta, così come deve essere. Una geometrica appartenenza, e mancanza.
Chi lo ha visto, questo prodigio, sarà un’apparizione dal nulla, di un fantastico mondo viaggiante sorto sulla terraferma del piazzale?
Il mattino, il risveglio degli acrobati è una lirica illuminata dai raggi più mirati e pure abituali, quasi segreti – il loro sonno speciale, che nessuno, neppure Dio disturba.
Il popolo di Dio, che sono gli acrobati, e il popolo d’oro, tutti coloro che in potentia esercitano un numero speciale, il proprio, che li avvicini a Dio – atto puro che li libera (compiendo il prodigioso numero – fatto di una vera trasformazione in altro elemento, di rischio, euforia e stupore per chi vi assiste – essi se ne liberano), ogni volta, rendendoli così prossimi al Creatore.
Gli acrobati, popolo eletto di Dio, sono operai in preghiera, che portano ogni volta al mondo una nuova dimensione, sotto a una volta capovolta del cielo.
È un inno, l’intero partecipare a e di questa creazione, il circo è un “inno di lode al Signore” – e ogni verso scaturito, ripetuto, scandito, cantato dal suo sguardo che sta dentro ogni atto, è ancora un inneggiare al respiro di tutte le cose che sono lì, come venendo al mondo, e scomparendovi.
Il canto sale dall’erba, il canto del mattino. I momenti salienti del giorno, come quelli della preghiera.
L’arrivo delle persone, grandi e piccoli – che stanno per assistere all’avvento. Non se ne dimenticheranno, i loro volti illuminati nel buio, lo esprimono chiaramente, questo sogno riemerso.
Robert Lax è concentrato sulla luce sorprendente di questo evento, di chi vi partecipa, tra chi lo crea e chi vi assiste, il poeta che, alla ricerca di una strada e delle sue direzioni (sta ricordando, inoltre?) sta innanzitutto nell’accoglienza di questo accadere, semplicemente.
(…)
It was as though he stood in a
dark corner of the universe and whistled softly, between his
teeth, and the far stars were attentive, as though he whistled
and waves far off could hear him, as though he had discovered
a strain at least of the night song of the world.
Stava come in un
angolo buio dell’universo e fischiava dolcemente tra le labbra,
e le stelle lontane prestavano attenzione, era come se fischiasse
e le onde lontane potessero ascoltarlo, come se avesse scoperto
una melodia del canto notturno del mondo.
Galleria, come passaggio. Come dalla luce al buio, da un numero all’altro.
La sera luccica, dentro e fuori il tendone, la musica, i numeri a cavallo di Mogador e i fratelli acrobati – il dialogo giocoso e serio fra l’acrobata e la funambola – la scansione di salti, capriole, cadute – la trasformazione che l’acrobata agisce e il suo prodigio che si compie, roteando, così – su di un filo – fino a ritornare su due piedi: roba da niente.
Ci sono tutti. Descritti in chiaroscuro, lucenti e vivi, presenti. E tutti poi se ne andranno.
La polvere della terra, polvere che prima del circo nessuno smosse. Ancora un canto a memoria, e nuovo, sempre.
Anche la poesia di Robert Lax, dopo Il Circo del Sole non sarà più la stessa, tenderà ad assottigliarsi, non perdendo però quella luce, promettendosi magari un ritorno, e cercando sempre – poesia poi considerata concreta, verticale, visiva nonché vertice della poesia americana sperimentale. Il poeta solitario (che non poteva considerarsi eremita, già solo per il fatto di non saper tagliare la legna – cosa che immaginava, un “vero eremita” dovesse saper fare!), viaggerà spesso in Europa, fino a trovare casa in Grecia, nell’isola di Patmos, e abitarci per più di trent’anni, fino al suo rientro ad Olean, dove si trova un archivio, da lui affidato, ricchissimo delle sue multiformi scritture, alla biblioteca della St. Bonaventure University. (Giampaolo De Pietro)
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