Gabriele Pepe – L’inferno del nostro portento

Gabriele Pepe - L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO - Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe – L’INFERNO DEL NOSTRO PORTENTO – Puntoacapo Editrice, 2019

Gabriele Pepe ama i titoli “giocati”, come ad esempio il precedente L’ordine bisbetico del caos (2007), che in un witz contengono già un indizio della sua poetica, o quanto meno del tipo di rapporto poetico/strumentale che ha con la sua visione del mondo e con il linguaggio. Che, come il suo estro, è “libero ed eclettico, magniloquente ex contrario“, come rammenta Plinio Perilli nella sua esorbitante introduzione. Lo (pseudo)shakespeariano “Inferno del nostro portento” potrebbe perfino vagamente richiamare certi ironici titoli o testi di gente come Corrado Costa (“Inferno provvisorio”), Gianni Toti, Emilio Villa, Paolo Gentilomo, ma la somiglianza si ferma lì. Costruito in tre sezioni (Urbi et orbi e la Teoria del tutto; Distanze vicinanze ed altre vie di fuga; Gli inganni del traguardo) i cui titoli celano  tre poemetti (l’ultimo assai corto), in realtà ulteriormente e diversamente titolati, articolati in parti, a loro volta costituite da spezzoni aperti e chiusi  talvolta da una punteggiatura (…) sospensiva (nella prima sezione), il libro appare un ambizioso canovaccio del mondo e della Storia, dell’individuo con i suoi accidenti e del cosmo,  tratteggiato con un piglio a tratti epico/oratorio (grazie anche alle numerose citazioni classiche e non, e all’emergere di una ipermetrica altrettanto epica), a tratti aforistico, e nel quale il poeta si tiene da parte come un descrittore interessato e coinvolto ma sufficientemente disilluso, quasi – per quanto possa apparire contraddittorio – esterno alla faccenda. In  realtà c’è materia per più di un libro, materia qui abilmente concentrata in una sessantina di pagine e trattata soprattutto con una lingua il cui tono principale è polemico/sarcastico, e con la quale  Pepe, secondo Perilli, costruisce la sua “disquisizione”. Se dico materia per più di un libro vuol dire anche però che si ha a volte l’impressione di un veloce excursus a volo d’uccello, quello che Perilli chiama bonariamente un “passare agilissimo…dal Mito alla Storia, dall’Arcano al Culto sempiterno”, nel quale si toccano temi svariati e di per sé complessi, come la società dei consumi, il malessere del pianeta, la contemporaneità veloce, l’uomo in essa coinvolto ecc., e lo si fa spesso con flash fulminanti e assai significativi, a volte con aforismi secchi prima di passare oltre.

In questi versi il tempo, anche storico, si appiattisce, perché tutto sembra avvenire nello stesso momento o in momenti che sovvertono un ordine cronologico; lo sguardo si dilata ed è onnivoro, preda di una specie di insopprimibile inquietudine, un nistagmo che svaria sulle cose, sulle persone, sui luoghi (spessissimo Roma, la sua città, sia antica che moderna). C’è da dire che queste osservazioni riguardano soprattutto la prima sezione e in ogni caso va sottolineato che Pepe scrive bene, che la sua scrittura espansa e onnicomprensiva (di cose, riferimenti, allusioni, indicazioni) è del tutto funzionale a quel suo voler essere (sì, c’è qualcosa di volitivo) “loico e fumigante, lucido e solforoso” (Perilli), e poi cultore dell’invettiva di “caparbia e indignata ispirazione anticontemporaneistica” (sempre Perilli). Che insomma, anche col suo saltare di palo in frasca, gli riesce bene, se si accetta di seguirlo, con il suo sguardo, in questa specie di “passeggiata” a ritmo di marcia per la città e la Storia, con la prima (questo sì che è interessante) come metafora e sede  della seconda e del mondo, un po’, prendendola alla lontana, come in Pasolini. Questa indignazione sembra affievolirsi o risolversi nelle sezioni successive: la seconda (forse la migliore, che contiene un unico testo dal titolo Metafisiche da passeggio 1-3) pur non smettendo questa specie di flânerie pensosa (come indica lo stesso titolo) però si incarica  di “immergersi in un intimo spiraglio: / farsi frammento clandestino d’un calendario umano”, i luoghi non sono più nominati né riconoscibili, gli elementi della natura (il vento, la pioggia) sono indistinti e schiacciati “tra basso cielo e vasta terra” come si conviene appunto ad un paesaggio metafisico, luogo ideale per una meditazione su uomo, natura e universo dal tono più riflessivo, quasi leopardiano. Oggetto dell’ultima parte (che anch’essa contiene un unico testo, più breve, I sing the body electric, citazione – ricorda il prefatore – di Withman e dei Weather Report), la più oltranzista secondo Perilli, è in qualche misura il post-umano, la fine dei sentimenti, l’avvento “del corpo nuovo che ibrido / riassume, nel buio e nell’azzurro, / la risacca modulare delle intere percezioni / organico-inorganico”, tema quanto mai impegnativo, che però, mi pare, sarebbe stato quanto mai adatto ad un testo più articolato, meno ellittico. E tuttavia è un testo di sicuro interesse, se non altro per il pregio che ha di allungare un po’ lo sguardo poetico attuale su qualcosa che è altro e starà altrove, qualcosa che insomma sfugge al presente poetico in cui siamo invischiati. E Pepe, in un libro che, anche senza il sostegno delle note entusiastiche di Perilli, presenta diversi spunti interessanti a cominciare da quel piglio oratorio che dicevo, ha quanto meno il merito di osare un po’, di allargare un po’ l’orizzonte oltre l’ombelico di tanta poesia attuale. (g.cerrai)

 

da Urbi et orbi e la teoria del tutto

5.
… lunedì in luna: non spunta a Marechiaro
implacabile riflette sempre la stessa vocazione,
il frastuono si eleva in forme originali e assedia la giornata,
sul lato oscuro della strada il grande monolito
progetta prossime odissee;
martedì in marte: un tono cosmico di rosso che aiuta a guerreggiare,
tra queste mandrie incolonnate la vita si torce nei deflussi
appanna i parabrezza, raccoglie i frutti dell’albero motore
implora una riserva che la trasporti al di là del limite di fabbrica;
mercoledì in mercurio: tra un inganno, una bugia, un mercato
da esplorare, l’oroscopo del giorno, due chiacchiere
e un certo grado di eloquenza, tra un furto e una rapina
l’arco del giorno si piega verso sera,
oltre le radici del buio: l’accompagnatore
col suo bastone alato, all’ombra dei serpenti,
sulla via per gli inferi divinamente attende l’anima di turno;
giovedì in giove: gravoso nel mezzo delle orbite,
al centro di tutte le fatiche ancor più dura ci appare la salita:
superati fulmini e saette a volte la burrasca
ci trascina verso mondi più leggeri;
venerdì in venere: verità bellezza (sorgiva come stella del mattino,
azzurra come l’ombra degli Dei) è l’utopia del vuoto
cielo terra oceano, un nòcciolo pensiero in grado di pensarla;
sabato in saturno: lo schiavo per un giorno banchetta col padrone,
tempo concesso alla confusione delle forme, al tradimento delle scale,
un attimo lasciato all’intemperie prima che Bonaccia torni ad infuriare;
domenica al Signore: che sia incenso, fiore, verbo, coscienza, pace,
che sia: suono, canto, danza, onda, silenzio, moltitudine, candore,
che sia pioggia, deserto, assenza, compassione, che sia salvezza o cenere:
che sia oppio o verità: a ciascuno il suo spicchio d’infinito…
…oltre la forza bruta di Nettuno, dopo la fascia di Kuiper,
la nube di Oort, asilo di comete, ai margini estremi
del nostro sistema, ultimo residuo della grande nebulosa
da cui nacquero il Sole, i pianeti e persino questa mano deformata,
che faticosamente digita meteore, ci avvolge come un nido di memorie…

…l’ultimo tram affonda nella notte, su di sé convoglia
gli effetti siderali di tutta la giornata;
a bordo la tensione si taglia col coltello,
per fortuna la stanchezza
costringe le mani nelle tasche, gli allarmi e le congiure a sonnecchiare;
sui binari presente e futuro scivolano via veloci senza mai sfiorarsi,
le linee del passato invece non sanno dialogare e non prevedono ritorni;
da un capolinea all’altro tutte le storie si consumano in formule diverse
a ciascuno il suo conflitto ad ognuno la sua chiave di memoria;
l’ombelico, il cerchio descritto dalle braccia, è l’unico universo recepito:
criceti nella ruota gli automi a corto di orizzonti vanno e vengono, salgono
scendono, fino alla fine dei tempi e che sia la notte sia giusta;
intanto l’alba innalza le sue vele color dell’oro e dell’arancio
il freddo e l’inquietudine si sciolgono in un sogno senza morte…

…e l’infinito spazio, gli infiniti mondi son colati in un bronzo
lugubre, dal taglio incappucciato, con le spalle rivolte al Cupolone
lo sguardo teso al cuore dell’incendio, le braccia serrate
attorno al mistico compendio: summa del suo libero pensiero;
degli eroici furori appena un’ombra sui sampietrini lucidi di pioggia,
tracce di saliva sugli eserciti di bottiglie vuote
sedotte e abbandonate sui gradini della notte,
e questa neobabele di debolezze alcoliche e dissennati amori,
l’acuto tramestio di posate e piatti pronti, la lista dei solfiti e dei nitrati,
il flusso smisurato dei discorsi senza peso, fantasmi vocali di un altro verbo,
e il lampeggiare azzurro delle blindo ai lati della piazza: come un’estetica
del bene a guardia di un’Urbe (e un Orbe) dal grilletto facile e l’anima scoppiata;
dello spazio della bestia trionfante a malapena qualche ciuffo erbaceo
tra le piaghe e le ferite del tessuto urbano, il solito stridore di gabbiani,
il triste zoccolìo dell’ultime botticelle ed altre frazioni di natura varia
tradotte in codici e recinti a somma vitruviana;
Diana si bagna in acque putride e il cacciatore non si ferma ad ammirarla:
bosco preda e predatore si sono allontanati, per sempre separati
da una distorsione inconsapevole dello sguardo; nel frattempo
la gramigna, il cinghiale, il branco rinselvatichito covano vendette…

 

da Distanze vicinanze ed altre vie di fuga

Metafisiche da passeggio

3.
Concedersi di tanto in tanto il dolce lusso,
il sano dubbio : è meglio stare oppure andare?
Ma nulla a questo mondo è davvero bifocale.

Se un passo segue l’altro, una è l’orma che lasciamo:
che sia traccia indelebile impressa in un quasi vuoto,
grande balzo del genio umano a spasso sulla luna,
che sia l’impronta fossile del pensiero vestigiale,
uno e soltanto uno è il calco che affondiamo

ben oltre le frenetiche scalate, le atroci scorribande,
le nevi, il fango, l’erba cruda, e il buio da squarciare

perché, a memoria d’uomo, le cause del partire
le contrastanti e solitarie ragioni del restare
di pari passo vanno lungo le anguste vie
che corrono e attraversano ogni dannata storia:
siamo le piste insanguinate dell’ultimo bisonte,
le irriducibili barricate prima dell’orrido sentiero.

E dunque rinnegarsi a decifrare eventi:
soggetto oggetto; causa effetto; esterno interno;
quel complesso intento, quel rito tutto biologico
che ad ogni costo sempre vuole travasare senso
in un compendio logico a misura di cervello,
come se lingua e segni del cammino ci appartenessero

incisi a fuoco tra le rughe della fronte, le valvole
del cuore, il vorticoso eccedere di formule e preghiere.
Le presunzioni, dicono, rendono l’uomo scaltro,
perfettamente in grado di comprendere,
con le dovute cautele, il sonno delle rocce,
l’onore delle querce, il gusto delle nuvole.

Infine scienza o metascienza quel che forse
a malapena emerge dall’utero del mondo:
è un’esigenza chimica che aspira al cielo,
una ghirlanda accesa tra le pieghe della sera

 

da Gli inganni del traguardo

I sing the body electric

Se, di slancio, da un tempo non ancora diramato:
(strepitio di verbi di vago declinare fuori e dentro
i respiri di questo castello senza torri
né muraglie, ma di sole feritoie)
staremmo ancora qui, nel mondo affastellati,
di organismo nuovo a decantare:
vertiginosi approdi e intrepide crudezze,
quali interpreti, quali voci,
quali immagini, quali incanti se non per dire:

“… mai più vicario era:
al palio siderale di tutte le contrade
umane e sovrumane,
al combattivo inganno di una volontà di carne
caduta e dilaniata al centro di questa muta guerra
che soltanto esiste nel breve ingaggio
della sua dissipazione;
mai più vicario era:
alle corrotte fecondità del seme e dell’ovaio,
ai margini discreti delle indotte consuetudini,
al gorgo tumultuoso delle correnti alluvionali:

saldo scoglio al centro di ciò che ovunque scorre
fieramente stava:
(eroico continente dell’umane meraviglie).

E non più soggetto era:
al rigoroso sfinimento dell’indagine perenne,
al gelido sbiancare dell’ennesima parola pronunciata;
e non più soggetto era:
al peso insostenibile di esser freccia e mai l’arciere,
al ristagno dei fluidi, all’estradizione delle cose morte,
al ripiegamento delle vertebre sul cuore dell’abisso:

incompatibile al gergo dell’antico transitare,
senza timore alcuno, massiccio e puro,
sull’orizzonte degli eventi, superbo, andava…”

Questo è. Fu. Sarà: il secolo inderogabile
del corpo nuovo che ibrido
riassume, nel buio e nell’azzurro,
la risacca modulare delle intere percezioni
organico-inorganico
variabili circostanze di realtà aumentate
segmenti di corteccia replicante
che trasuda un’ambra di pensieri del tutto originali
e intrappola concetti inclini all’esatta taratura..

Saccenti e osceni quanto basta, ancora cantavamo:
“… questo è il blues del pianto elettrico a lacrime di cromo;
del sangue color dell’argentoro che,
da un polo all’altro reclamato, più veloce
del lampo cellulare, come una tempesta scorre;

e questo è il blues del tempio risanato
che atomo per atomo rinnova la promessa:
spiga nuova, futura resistenza…”

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