Marina Cvetaeva – La principessa guerriera

Marina Cvetaeva - La principessa guerriera - Sandro Teti EditoreUn libro di Marina Cvetaeva è sempre una notizia. È da poco uscito (Settembre 2020), pubblicato da Sandro Teti Editore, La principessa guerriera, testo a fronte, traduzione, introduzione e note di Marilena Rea, postfazione di Monica Guerritore, con immagini originali dell’opera pubblicata a Mosca nel 1922 (edizione GIZ). Come si legge nell’introduzione di Rea:

“Nell’universo Cvetaeva il poema Zar-fanciulla (Car’-devica), una fiaba in versi (poėma-skazka, recita il sottotitolo), occupa un posto cardinale. Perché venne composto nel 1920, anno di enormi privazioni, di miseria, freddo e lutto: tra memorie tracciate febbrilmente nei diari e nelle lettere, guerra civile, mercato nero, un marito al fronte e la morte della piccola figlia Irina. Perché è l’espressione più complessa di quello che Cvetaeva chiama la sua «linea russa», cioè l’immaginario folclorico, epico e fiabesco – «Voi sapete quanto io ami l’arte popolare (NB! Io stessa sono il popolo!)». E soprattutto perché è sempre stato considerato da Cvetaeva la sua «cosa migliore». In un tempo astorico e ciclico, tipico della tradizione folclorica, ripartito in tre Notti e tre Incontri fondamentali (più una breve Notte ultima e una Fine), si consumano le vicende di quattro personaggi: lo Zar ubriacone, la Zarina di seconde nozze, lo Zarevič, e lei – la protagonista assoluta: Zar-fanciulla, la principessa guerriera, la gigantessa dal nome androgino, l’amazzone russa, insieme donna e re. Suo è il regno al di là dei mari, sua è la forza ignea, suo è il dominio sugli elementi del creato; di altezza smisurata e potenza da bogatyr’ (l’eroe epico delle byliny), principio universale maschile, simboleggia la forza attiva del Sole: ha il volto tondo e radioso che ustiona chiunque si accosti, ha una folta chioma riccioluta di un rosso infuocato, vive in un rosso palazzo, guida un Vascello di Fuoco, siede in un rosso padiglione; e, infine, agisce sempre di giorno, durante gli Incontri. Cvetaeva iperbolizza la principessa guerriera della tradizione, protagonista delle due fiabe russe (la n. 232 e la n. 233) raccolte in Narodnye russkie skazki dell’illustre etnologo Aleksandr Afanas’ev, un libro di fiabe ricevuto in dono nel 1915 dagli amici pietroburghesi Jakov Saker e Sofija Čackina, un libro amato, probabilmente uno di quelli con cui «mi bruceranno», scrive Cvetaeva nel 1926. Guerriera, eretica, santa, pellegrina, strega – sono tante le maschere in cui Cvetaeva racconta il suo rifiuto nei confronti del ruolo convenzionale della donna, a partire dalla lirica Se ti chiamo caro – non ti annoiare (1916), fino ai poemi coevi di Zar-fanciulla (Il Prode, Sul cavallo rosso, Vicoletti); un popolo di donne leggendarie – Pentesilea, Brunilde, Giovanna d’Arco – marcia in filigrana con lo stesso passo militare di Zar-fanciulla, finendo per sovrapporsi alla stessa Cvetaeva”.

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Una fiaba dunque, di quelle per intenderci su cui si sono esercitati formalisti russi come Vladimir Propp, con la sua fondamentale Morfologia della fiaba. Ma una fiaba speciale, metaforicamente connessa con la realtà storica russa dei cruciali anni ’20.

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Rovesciando – continua Rea – il topos dell’eroe della fiaba che parte in cerca della sposa, la Vergine guerriera solca i mari per conquistare il suo giovane sposo, lo Zarevič, un fanciullo inerte, malinconico, riottoso all’amore, dedito solo alla musica; lui rappresenta il principio lunare, e dunque femminile e agli antipodi della principessa guerriera, conservando poco dell’eroe della fiaba originale (…)Se la sua natura celeste lo rende leggero, vaporoso, acquatico, il figlio dello Zar deve fare i conti, però, con un pesante principio terrestre: perché è di stoffa, tessile, filiforme, fruttoso, oltre che oppresso, incastrato, incatenato. Benché il suo status sia quello del son (sonno e sogno), di cui la musica non è altro che un prolungamento, lo Zarevič è l’unico personaggio che si evolve, cresce, s’invigorisce, da bambino diventa un uomo-eroe che ha superato le prove iniziatiche.(…) Nello Zarevič, un «figlio del Cielo», si riverberano dunque il David biblico che lenisce con la musica i tormenti di Saul, l’Orfeo che suona davanti al re degli inferi, ma anche l’Ippolito misogino che resiste crudele all’amore. Ma non a quello di Zar-fanciulla, bensì a quello della Matrigna, la Zarina. Una non-coppia incestuosa, destinata a un amore ferale come quello narrato nella Bibbia tra la moglie di Putifarre e Giuseppe, già elaborato da Cvetaeva nelle liriche Giuseppe (1917) e Sei scappato, una notte nera sei scappato (1920); oppure come la coppia mitologica di Fedra e Ippolito, immortalata nelle liriche Fedra (1923), Il sipario (1923) e nella tragedia Fedra (1927). La Matrigna, dilaniata dallo struggimento d’amore, è una donna tortuosa, sinuosa, sgusciante, è una novella Medusa simile alla principessa-serpe dell’omonima fiaba popolare. Lei è il personaggio più intenso del poema: il suo regno è la Notte, è dotata di un potere occulto misto di magia, fumo e sonno, è mezza strega e mezza ragazzina, moglie negletta e chiusa sotto chiave in un labirinto sotterraneo di sette stanze (…) Fa parte dello stesso mondo ctonio e infero, in cui è rinchiusa la Matrigna, anche lo Zar, inchiodato in un locus fisso, cioè la cantina; assomiglia a un re degli Inferi, circondato da coppe, bottiglie e botti che delimitano uno spazio ben organizzato, come si conviene al mondo infero di tutte le mitologie. Lui e il suo territorio sono dominati da umidità e villosità, indici della loro natura tetra, malefica, vendicativa (…)il vino-sangue di cui innaffia il regno, in un delirante inno allo sfacelo e alla disgregazione (Notte terza) scatena le forze cosmiche distruttrici che si riverseranno rovinosamente su di lui nella Fine: il popolo in rivolta, esasperato da fame e soprusi, decreta la condanna a morte del re. È il popolo della Russia Rossa. (…) E tuttavia il nucleo drammatico del poema non sta nella rivolta finale – lo è invece l’incontro mai realizzato tra Zar-fanciulla e Zarevič, il Sole e la Luna, i due elementi complementari dell’unità androgina. «La tragedia del mancarsi» – il paradigma cvetaeviano per eccellenza dell’amore – travolge tutte le sue coppie, tutti «gli amanti in potenza, i separati-uniti la cui separazione amorosa è più forte di qualunque unione» (…) Zar-fanciulla non è una fiaba. È un’orchestrazione polifonica dei tanti personaggi interiori di Cvetaeva: lo skazitel’ (il cantastorie popolare), le voci dei protagonisti dietro cui agiscono personaggi-ombra, le voci della natura (squalo, balena, uccelli, mare, vento), il popolo da Corte dei Miracoli. (…)Il poema è tutto questo, è tutta Cvetaeva, nella cui voce «risuonava qualcosa di poco familiare e di terrificante per l’orecchio russo: l’impossibilità di accettare il mondo», scriveva Iosif Brodskij”.

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Pubblico di seguito un estratto dal capitolo “Incontro primo”. Viene presentata Zar-fanciulla, personaggio forte, risoluto, possente, “moderno”, descritto icasticamente in un dialogo con la vecchia balia, subito prima di essere ammaliata dal malinconico canto del giovanissimo Zarevič, salpato con la sua piccola barca, accompagnato dal vecchio servo e spiato, da lontano, dalla Matrigna. Per inseguire questo improvviso amore la Zar-fanciulla abbandonerà il suo regno, il suo cavallo, i suoi eserciti. Invano, perché l’incontro tra i due giovani è destinato a non avvenire realmente, come molti degli incontri non realizzati della Cvetaeva, con Blok, con Pasternak, con Rilke, in diverse occasioni.

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Dopo una notte sul cavallo a fare guerre

(imperla la fronte il sudore-rugiada),

accanto alla finestra, a ridosso del mare,

Zar-fanciulla linda la sua sciabola.

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Tiene un colombo sulla spalla destra,

tiene un gerfalco sulla spalla sinistra.

Ai suoi piedi, accovacciata, la balia

le tira a lucido gli stivali.

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«Oh tu, mio Zar, Zar-fanciulla,

Zar-Incendio, Zar-Tempesta!

Con te le parole non valgono nulla,

pace non dai a questa vecchia.

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Guardo la criniera dei tuoi ricci,

guardo la fiamma dei tuoi occhi:

non mi sembri nutrita dal mio latte,

ma dal sangue di leonessa selvaggia!

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Appena sorge il giorno – abbatti i nemici,

poi a mezzogiorno – batti i boschi vicini,

quando cala la sera – cominciano le danze,

a mezzanotte – ti scoli bottiglie coi soldati.

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Gli altri dormono, ma tu la sciabola affili,

gli altri – in chiesa, ma tu i cani cibi.

I parenti hanno smesso di insistere.

Su, passami il piede sinistro!».

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Se la ride Zar-fanciulla:

«Senza famiglia si sta troppo bene!

Il Fuoco è mio padre, l’Acqua – mia madre,

il Vento è mio fratello, sorella – la Bufera.

Di altri parenti posso fare a meno!»

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In collera, la balia: «Che ridi?

Sembri una cavalla che raglia!

Questa tua mala creanza

mette in fuga i pretendenti!».

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Sbellicandosi, la Vergine-Zar:

«Pretendenti? Che smanceria!

Questo è mio marito: il gladio,

la spada mia fedele, audace.

Di altri amici posso fare a meno!».

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Si rattrista a questo punto la balia:

«Se andassi a cogliere fiori,

se ti facessi delle amiche,

se ti svagassi un poco…».

La Vergine, con un sogghigno:

«Lo squillo di tromba è il mio svago!

Di altri svaghi posso fare a meno!».

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«Se ti sposassi un giovinotto –

frigna la balia ai suoi piedi –

e cambiassi quest’abito orrendo,

e su una culla, piena d’amore,

tra fascette e pannolini,

di notte, invece di bisbocce,

cantassi lunghe filastrocche…».

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Allora la Vergine batté il piede:

«Tu sei una balia, io – uno Zar-Demonio!

Che diavolo ci faccio con le fasce?

Il mio scopo è fare la guerra,

di altri scopi posso fare a meno!

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Ma aspetta… Che mirabile suono

è questo che dal mare s’innalza?

Che parole mormorano le onde

fino al davanzale della finestra?».

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***

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– Gusla (*), gusla dolce-suono,

ecco tutto il mio diletto!

Di un dentello di corona

io non sono proprio degno.

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Mai sentito quale sogno

turba una donna di notte.

Gusla, gusla, mio piacere

da diciassette primavere!

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Sono bambino petto-stretto,

di lotte e guerre inesperto!

Gusla, gusla dolce-nota:

ecco l’unica legge che so!

.

Fino al giorno della morte

mai lascerò queste corde!

Gusla, gusla, mio piacere

da diciassette primavere!

.

(*) tradizionale strumento a corde russo

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