Bernardo Pacini – Fly mode

Bernardo Pacini – Fly mode – Amos Edizioni, 2020Bernardo Pacini - Fly mode - Amos Edizioni, 2020

Stanchi di guardare le cose sempre dalla stessa prospettiva? O meglio, di pensarle, immaginarle o vederle spuntare da un piatto orizzonte? Bene, leggete l’ultimo libro di poesia di Bernardo PaciniFly mode. Un libro interessante, nell’insieme ben scritto e ben confezionato ed anche – e non è cosa da poco – in tante parti divertente da leggere.
Il libro muove da un’idea che è eminentemente narrativa, almeno se si considera l’oggetto a cui lo sguardo  è delegato. Come ormai tutti sanno (del libro si è parlato non poco in giro) lo sguardo lanciato sulla realtà (che ricordiamo è sempre una porzione di sé stessa) è quello di un drone, un oggetto volante comandato a distanza. E’ come se il soggetto (il pilota, il poeta) disponesse di una immaginazione estesa o una visione quanto meno bidimensionale dei fenomeni, come se si esaminasse un edificio con davanti la pianta ed il prospetto insieme, però entrambi dotati di una loro mobilità visiva interagente. L’idea di base appare essere questa e se ho parlato di narrazione è perché secondo me alcuni aspetti devono essere presi in esame, come ad esempio il “punto di vista” di chi scrive, un tratto precipuo di narratologia. Per inciso, sotto questo aspetto quello del drone può essere interpretato anche come un espediente per espellere l’io autoriale dal territorio poetico, per sostituirlo in parecchi testi con un io robotico di drone pensante, che pensa sé stesso come macchina vincolata e prigioniera (“il giroscopio mi serra la testa, ché io non pensi di poter vomitare”), che è “costretta” a guardare le cose. Un alter ego, un’interposta persona, una finzione, nell’accezione nobile della parola. Finzione come estensione, prolungamento, distanza  ma anche una specie di rivincita sugli orizzonti che ci limitano se non fosse per l’immaginazione che li travalica. Ma trattandosi di poesia il narratore non può essere onnisciente (prendetela come una battuta): anche il suo drone non può andare oltre quello che il suo pilota già conosce, non può che esplorarne la memoria, il carico emotivo, l’irrealizzato, la nostalgia, non può che registrare – della realtà oggettuale (le cose) che vede –  altro che la persistenza di qualcosa poeticamente dicibile. Invero c’è una certa abile (e sotto un certo aspetto ovvia) “separazione delle teste”: il drone guarda, il pilota riflette e interpreta. Esattamente come nella figurazione o nella fotografia (Barthes, Sontag et alii docent) la realtà non è mai come la si dipinge o la si fotografa, ma come la si porge al fruitore e come la si influenza nel momento in cui la si coglie, quale “esperienza catturata” di cui si ha una “consapevolezza di tipo acquisitivo” (Sontag), un processo in cui – poi – ha larga parte l’immaginazione, però in vari modi orientata, di chi guarda. Nella poesia di Pacini c’è una – per fortuna – irrisolta volontà di controllo, che è controllo della scrittura, quasi sempre notevole, ma soprattutto, là dove gli riesce, controllo della “trasparenza” delle emozioni, una specie di raffreddamento intellettuale del trasporto, che sia lirico o meno (e qui torna in ballo il calibro del linguaggio), che non può non tenere conto, come l’autore scrive, del “falso peso di una pietà virtuale dello sguardo / che quanto più registra tanto meno guarda”.  E’ un assunto importante che in qualche modo si riverbera sull’intero libro.

Comunque non tutto naturalmente è demandato a questa immaginata meccanica dell’occhio, il “pilota” si prende il suo spazio, in sezioni specifiche che sono come radure da attraversare a piedi, come ad esempio quella intitolata “DCIM”. Come tutti sanno si tratta di un acronimo che rimanda al mondo digitale e tecnologico e al suo linguaggio tanto caro a Pacini. Si tratta di Digital Camera IMage(s), perché non esiste drone senza una fotocamera che immortali il suo sguardo. E tuttavia qui il drone non c’entra nulla, o c’entra come dotato mirabilmente di una memoria ricordante, come mero strumento di uno sguardo non convenzionale, capace di elaborare frammenti di realtà in pensiero lirico, in cui la concretezza delle cose, tranne accenni, sfuma in una atmosfera emotiva, anche a tratti elegiaca. Cosa che mi pare diventi conclamata nella bella sezione “Memoria interna – diario del dronista” e nella sottosezione “Quadernone di botanica”, nelle quali la prosa poetica di Pacini raccoglie e sublima memorie infantili, familiari, orticole presenze di un genius loci irrinunciabile che la modernità non può sopraffare. Per quanto mi riguarda questi sono i testi migliori, come pure quelli della sezione Vite in 4D, carrellata di personaggi marginali e solitari che si inceppano in certi quotidiani meccanismi, o quelli di CCTV  (c’est à dire Tv a circuito chiuso), metafore delle vite limitate, recluse, delle identità che si esplicano in ambiti ristretti e modesti.  Se si immagina il paesaggio relativamente circoscritto del drone di Pacini, forse qualcosa tra l’urbano e il rurale, una campagna toscana variamente antropizzata, qualche periferia, verrebbe da dire che la poesia dell’autore è felicemente glocale, nel senso che è qui ed è ubiqua, nei pezzi di realtà che descrive e nella risonanza “umana” che quei pezzi determinano. Ed è tuttavia provinciale, perché gli elementi di innovazione e di modernità innestati, alla fine non travalicano il domestico, il familiare, forse il quotidiano. Insomma il drone, di fronte alla complessità del mondo alla fine non riesce (o solo in qualche caso) a scorgere, nemmeno a spiare, le vite degli altri, tanto per citare un gran film. Ma in questo libro è fondatamente interessante che, esattamente come nella narrazione, esso aspiri a (tenti di) essere almeno formalmente un modello interpretativo della realtà, una sorta di “pensiero laterale” sul materiale ispirativo in relazione al mondo che lo ospita, un passo verso una poesia per così dire “in terza persona”, eterodiegetica, che non vuole tanto essere “civile” (cioè dotata di un’autorità delegata, “buona e migliore”) quanto meno egocentrata, cioè meno presupponente che l’io del poeta sia rappresentante di un tutto significativo.
Che altro dire? Se ci sono punti che possono definirsi critici, in questo libro, mi pare che essi siano principalmente rappresentati da una contraddizione interna: mentre il drone, pur con i suoi dubbi interposti, sale leggero nel cielo, la scrittura non poche volte affonda in una sua pesantezza (v. ad es. qui sotto Underwater drone) che si scarica sul lettore senza coinvolgerlo. Perché?  La questione (in Pacini e altri, teoricamente parlando) credo riguardi punti interagenti tra loro, nei quali il lettore è vagamente contemplato: da una parte la tendenza a calarsi nel moderno e nel contemporaneo per via di linguaggio, come mimesi della complessità, linguaggio specialistico o meno, ricercato o inusuale, tecnico ecc., comunque “complicato” (più che complesso), anche sintatticamente, interpretando il linguaggio come oggetto poetico “in sé”, in varia misura come variante indipendente (il che, devo ammettere, ha la sua parte di fascino) e la sua “complicazione” come valore aggiunto della poeticità del testo, come segno distintivo dell’impegno sul linguaggio medesimo; dall’altra – talvolta – un sovraccarico informativo e culturale (citazioni, termini, riferimenti, ammicchi) che “chiude” fuori chi legge, che può apparire dimostrativo e “ricercato” e che trova poi sponda nelle note al testo (che però, va detto, in molti lavori che in qualche modo “sperimentano” sono significamente intratestuali, allargano il significato, invadono il campo semantico, talvolta sono organiche al testo principale tanto da contenderne lo spazio). Questioni che a mio parere esistono e che però non hanno a che fare con la notevole abilità scrittoria di Pacini quanto con qualcosa di pregiudiziale o preordinato o programmatico nel costituire su pagina l’equilibrio tra volontà di “cosa” e rappresentazione di”come”. (g. cerrai)

 

da Vite in 4K


Ascensorista

I

Ascensorista, dunque. Figura quotidiana misofonica
                                                                                               s’immola
s’inlatebra al mattino, si inscatola, si tumula
conosce a menadito le ditate
lui le ha date, specialmente sui bottoni ai piani alti
lui che elabora brillanti strategie di benvenuto
che aruspica negli angoli sesso e classe dei clienti
si specola nel vetro immacolato, verifica che i denti
siano sempre più aderenti alle gengive, che le ogive
delle arcate della bocca si raddrizzino col tempo.

«Prego, dica pure, a quale piano / deve andare
che mi adopero a mostrarmi quanto poco
salutare sia passare finalmente all’inazione.

Primo piano: bluegrass, country e garage rock
al secondo: heavy metal, stoner metal, post-hardcore
terzo piano: avanguardia, cantautori e chamber jazz.»
. . .
(“Ma che splendido incantesimo, che scena apocalittica sarebbe
                                                                                  [se una nuvola ultratossica
scendesse sul negozio trasformando in men che dica
tutto il pubblico in perfette imitazioni delle lapidi, con magari
su stampate date, nomi e rigorosi, in alfabeto
sottogeneri e correnti…”)

II

«[…] sbagliando la misura / dei passaggi elementari.»

Gli ronza nella mente
questa frase
dello speaker radiofonico
la armonizza con i cavi di trazione
che scarrozzano
                              la bestia
con l’industria di un apiario.

Sai che meraviglie nello scuro
della tromba
quante chiavi decisive
nella fossa.

                       E che angoscia
mai nessuno abbia pensato
di calarsi giù e smielare…

 

da FAQ

Underwater drone

Avrei potuto essere quel drone di New Orleans
attraversare indenne la Hot Tub of Despair…

Sul fondo di mari silenziosi
                                                  fissare malinconico
a ritmo di crociera la sterminata vasca di gas e salamoia
miasmatico acquitrino di metano / nel braccio messicano
                                                                                 [dell’oceano
filmando carcami e filacci di pesci impazziti
stupende Palmanova di crostacei supine sugli scogli.

Oui! Grande mer de délires douée 
… dicono ci sia Uno che ha promesso di
                                                                        vincere la morte
fossi il drone di New Orleans ciò non mi importerebbe
potendo io per hobby organizzare un tour
nel fetido vascone di Santa Niña Blanca
guardando da lontano l’equorea agonia
delle cozze in ipossia
la strozza degli anellidi farcita di salsedine.

Oh, farmi un’idea precisa della morte
del tipo di stupore che si prova a starne fuori
pinneggiando controvoglia nell’attesa
di tornare in superficie a fare il morto

con le braccia larghe, a croce.

 

Irreversible return to land

Vorrei una sera dopo il volo
tu mi lasciassi acceso per errore
una falla in quel sistema perfetto
di logiche e abitudini.
                                        Desidero vedere
la stanza in un fotogramma statico
schermata dal contenitore di polistirolo
che mi ottunde la vista

cogliere un dettaglio in quiditate
senza per forza doverlo registrare
la noia di riviste impilate senza garbo
un fazzoletto invaso di scritte illeggibili
piccoli ricordi insignificanti
di quando eri bambino e poi la tenda, mai lavata
un bozzolo di calze masticate tra i cartoni da buttare.

(Qui c’è un gatto?
                               Dietro un sensore spento mi dico – non è detto
che qui da qualche parte viva un gatto).

 

Pilota remoto

Ecco, finalmente ti vedo: sei di spalle, al computer
con le dita sfiori il piumaggio duro di un pomelo.
Intanto Google Street View: tu che spiri come bora
                                                                               [per le strade
assorbito da un grottesco punta e clicca

                                                                        – in Cappadocia
c’è un festival di mongolfiere, il disegno stampato
sulla pelle tirata dei teloni ti ricorda
l’etichetta concentrica dell’aranciata
alla festa del tuo ottavo compleanno…

Ti vedo piegare lo sguardo da una parte
e poi voltarti indietro
come se potesse davvero arrivare qualcuno
e coglierti sul fatto mentre deformi / ciò che altrove
non è che in quella forma.

Mentre montano stuoie e tappeti sulla iurta
guardi in faccia i loro volti sfumati per la privacy
– immagino che nel buio della stanza tu gli chieda
                                                                                        [informazioni

Si sta bene qui? C’è un buon clima? Si può essere felici
senza esserci mai stati? Essere felici senza esserci mai.

 

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