Aljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine

Aljoša Curavić - Scadenzario minimo di un viaggio senza fine - Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella MusettiAljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine – Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella Musetti.
Aljoša Curavić è già stato presente su questo blog circa dieci anni fa almeno in un paio di occasioni, una delle quali riguarda un suo interessante articolo intitolato “Trasparenze di confine” (v. QUI), relativo alla “parentela” che gli sloveni di lingua italiana come lui, attraverso anche la mediazione della cultura triestina, hanno sempre nutrito con la nostra/loro cultura, soprattutto quella di ambito fiorentino (anche il nostro autore ha studiato Lettere a Firenze). L’altra sua presenza sul blog si riferisce alla silloge Silenziario, con cui ha vinto il Premio Istria Nobilissima, confluita ora – insieme ad altre poesie che coprono un arco di tempo che va dal 1980 al 2019 – nella presente raccolta. Ed è per questo che partirei riproponendo quello che brevemente scrissi nel 2010, che è ancora parte di un approccio possibile alla poesia di  Aljoša. Scrissi allora: “Curavić  è un poeta che ha letto parecchio, si direbbe. Non solo dagli exerga  di autori noti spesso presenti, ma anche da richiami abbastanza decifrabili nella sua scrittura. C’è un Saba (ovviamente), sincopato e infitto in una sensibilità tutta ultramoderna attraverso l’uso di parole di allora (sciabordii, flutti, rabescate) inchiodate in una visione di oggi,  c’è qualche limpido endecasillabo di stampo leopardiano, c’è anche il Pavese poeta narratore, da qualche parte. Comunque sia la poesia di Curavić riesce poi a liberarsi di certi debiti (ma chi non ne ha?) acquistando una sua originalità, sopratutto in quei testi connessi a una identità, anche storica e ambientale, più specifica, a cui il poeta è legato, non ostante “la nostra micragnosa storia”. Assai significative, da questo punto di vista, poesie come “Frammenti di un viaggio” e “Un pò di pace” (v. QUI), ispirate da un sentimento partecipe di appartenenza. Ma Curavić non è poeta confinario, almeno non nel senso che intendeva Magris, dire questo sarebbe riduttivo. L’identità di cui si diceva non è tutto, in lui si ritrovano – in testi più essenziali, quasi spogli,  a volte lapidari – anche i denominatori comuni della poesia, italiana e non, attuale, la riflessione dell’io sulla realtà, certa inanità dell’essere di fronte all’esistenza e alla sua descrizione (“come descrivere questa sorta / di molle refrattarietà del male / di ostile benevolenza del bene?”, dice in un testo qui riprodotto). La risposta, anche per lui, credo che sia: provarci sempre, provarci con la poesia”.

E’ ovvio che si debba aggiungere qualcosa a queste parole, innanzitutto perchè il libro di cui stiamo parlando è una esplicita distillazione di un lungo periodo, una distillazione immagino anche severa se, come appare, questa raccolta non è un canzoniere, non vuole essere una autoantologia, né forse aspira ad essere essenziale. Potremmo dire che quella di Aljoša Curavić è una poesia di momenti topici, di punti di caduta sentimentali, di legami inscindibili disposti sui due assi del tempo (questi lunghi anni) e dello spazio (diversi luoghi del mondo, Firenze, Lisbona, la Grecia, l’America) senza che questi due assi determinino per così dire una necessaria sequenzialità “storica” ma siano semmai legati da un “genuino desiderio di ricomporre brani del passato” (…) “consapevole che la memoria non recupera l’accaduto se non per brevi spazi sospesi”. (Musetti). Aljoša in questi spazi sospesi tenta di ricostruire a memoria una sorta di viaggio astrale (la raccolta è datata singolarmente “Stardate 198011.03 – 201912.04”), fatto non tanto di frammenti di tempo ma di luoghi in cui il poeta si è manifestato come frammento riconoscibile di sè, di una identità in cui si ritrova, luoghi in cui  un’aura poetica  permane. Con un interessante uso della lingua e una abile scrittura  in cui si intravedono paradigmi di tutto il maggiore Novecento italiano e oltre, compresi – come nota Musetti – certi stilemi della poesia di ricerca,  Curavić quindi annota in questo libro ricorrenze di vita, incontri, viaggi, amori, città, perdite (intensa la poesia dedicata alla madre, v. oltre) o semplici percezioni, in una sorta appunto di scadenzario ex post, fatto per non dimenticare certi appuntamenti con la vita, di quelli che solo in un secondo tempo individui come memorabili. Se è vero che  il viaggio non può essere infinito, da questo punto di vista può esserlo la casualità che determina non tanto il ricordo in sé quanto la sua persistenza, la sua coscienza, quanto cioè concorra, come direbbe Paul Ricoeur, all’ipseità, al racconto di sé, al “piccolo miracolo del riconoscimento”. Dal libro emerge una apparente diaspora di momenti, come un che di rapsodico, come una sorta – annota ancora Musetti – di “scritture ancora in elaborazione, una sorta di work in progress” però, aggiungerei, proiettato in qualche modo verso il futuro di altre “scadenze”. Ma tutti questi testi sono legati da un filo esistenziale, da un modo di vedere le cose tra lo smaliziato e il doloroso, tra l’innocente meraviglia e la consapevolezza del “raro”, di una speciale rarità di momenti di cui a volte sulle prime stentiamo a riconoscere il valore. Su questi presupposti Curavić costruisce la sua personale galleria, forse più per sé che per il lettore, a cui resta la curiosità di conoscere cos’altro sia poeticamente accaduto in questi quarant’anni, cos’altro, forse per timidezza o pudore o eccessiva autocritica, Aljoša abbia lasciato nel cassetto. (g. cerrai)

 

Madre, scongiura disgiungi impreca
Lo stacco sereno lo smacco,
Spigola sterra l’aria crudele ,
Disossa impasta trama
La tua assenza insetto infelice.

Fatto di nulla e di grasso
Il tuo sconcio amore sa le scorciatoie
Che conducono a me.
Ricordi ancora di nuovo,
In te neanche l’inanità s’arresta.

O cellulosa silfide
Che pedali leggera con me nella vita,
Non resta che un amniotico zinale,
Mucido e muto, a segnarmi la via
Che t’ha sfinita..

***

Forse calerà la notte un’ altra volta
E il giorno scoppierà fra le tue mani
Come una cosa
Come una rosa
Né tanto rara né tanto comune
Né tanto mia né tanto tua.
Forse una tana. O una tara.

Avrà le tue mani la mia notte
Scintillerà come bilioni di soli
La mia calata. Saremo –fratello mio
In tanti vedrai non aver paura
A frotte.

Forse un’altra volta ancora di nuovo
Le mie mani un’altra insolita volta
Si fermano e non aspirano più
Le polveri del mondo.

***

Oggi la giornata scorre senz’angoscia,
Trasumanata come uno pneumatico
Urta qualcosa d’anteriore
A quest’ andatura floscia.

Forse sei spericolata lasciatura
Di qualche divino tipografo
E non cronica contingenza di pedone
Vetturale. O sei come

Chi in una improbabile 126 posa
Una improbabile velocità culona
E d’ogni passante coglie ciò che passa.
Va vite,legere peigneur de cometes!
Sì, vai veloce, leggero pettinatore di comete!

***

Istria. La nostra micragnosa storia
Convulsa come guati appesi all’ amo
E’ nata su banchi di arenarie marnose.
Ti odio e ti amo o carogna rossa
Di terra e carnosa per quel che in te
Non è storia ma ossa.

***

Non è una questione di mente
Non è nemmeno una questione.
Come descrivere questa sorta
Di molle refrattarietà del male
Di ostile benevolenza del bene?

Amore mio che sopporti
Tutti quelli che t’hanno
Amata con leggerezza
Oppure no, lascia
Che m’adagi accanto a tutti
Quelli che t’hanno amata
Oppure no.

Bellezze plastificate liofilizzate
Omogeneizzate
Copule computerizzate
Compite infrazioni, aimè,
Non ci sono rimaste neanche
Le scorciatoie che conducono
A Te.

***

VERRAI ALLA TUA MORTE

Il dubbio s’insinua
Dove rimani sospeso
Appannato
Come il parabrezza
Dopo uno scroscio d’acqua
Improvviso
Equatoriale
Indeciso
Non più certo del certo
Senza forma né peso
Come mai nato
Dannato a non esserci dopo
Che sei stato
Il dubbio
Certo s’insinua
Nella certezza d’esser passato.

Verrai
Come non visto
Sterzando
Giù
Per la discesa

***

SOLO

Alla fine
Ti ritrovi solo
Appoggiato allo stipite
Duro
Di una porta che hai varcato
E rivarcato all’ infinito
Nudo
Spogliato di tutto
Del sangue che t’ha generato
Delle lingue che hai parlato
Delle case che hai abitato
Degli amori che hai rubato
O che t’hanno depredato
Solo
Dell’ indifferenza indifferente
Duro al duro
Un po’ dentro
Un po’ fuori
Né dentro né fuori
Come i morti che nessuno ricorda
Alla fine

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