Laura Liberale – Unità stratigrafiche

Laura Liberale - Unità stratigrafiche - Arcipelago Itaca 2020Laura Liberale – Unità stratigrafiche – Arcipelago Itaca 2020

 

Per una felice coincidenza ho avuto tra le mani questo ultimo libro di Laura Liberale dopo aver letto su La balena bianca la sua interessantissima recensione di Legati i maiali  di Teodora Mastrototaro (Marco Saya 2020).
La cosa c’entra  perché questo è il primo libro di Liberale che leggo, lo ammetto, e quella recensione in qualche modo mi aiuta a capire, per quanto sia sempre stato convinto che già il testo parli a sufficienza per sé. Ma a quanto pare anche le recensioni ci dicono qualcosa di chi le scrive, senza contare delle affinità di cui parleremo. In quel libro, opera singolare di poesia militante (non tanto e non solo nel senso poetico quanto in quello eticopolitico e ambientalista) si parla di morte, di morte procurata agli animali per farne cibo, di efferatezze crudeli nei loro confronti. Un libro che per quanto mi riguarda definirei disturbante (sebbene “davvero notevole”, come dice Liberale), anche per chi non sia, diciamo così, un convinto animalista. Verrebbe da ricordare (ma Liberale non lo fa) il Macello di Ivano Ferrari, un’opera che tuttavia – anche se per molti versi così simile a questa – mi pare da ascrivere ad un altro livello, quello di “un poeta fuori parametro e fuori asse” (Antonio Moresco),  nonché di un antesignano (Macello vede la sua prima apparizione nel 1995). Ma che cosa sottolinea Liberale del libro di Mastrototaro? Essenzialmente che la morte non ha una sua unicità, se solo la si considera da un punto di vista “altro”, di un altro, sia pur esso un animale deprivato della supposta coscienza della morte stessa, perché “per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso”. Dal punto di vista del poeta, la questione è restituire a questa materia poetica “animale” o, come vedremo, disanimata, “il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole” (Liberale cita qui il Derrida de L’animal que donc je suis) che l’uomo – direi io biblicamente – ha arrogato a sé stesso, e farlo senza tuttavia banalizzare, cioè “debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate ‘risposte’ viscerali prive di un profondo pensamento a monte”. Sull’altro versante, dalla parte opposta, sta – anche come rischio – una “reificazione totale” – per difesa dal dolore – dell’oggetto/soggetto senza che si lasci poeticamente aperto uno “spiraglio di relazione” con esso. E’ importante sottolineare che Liberale parla di Mastrototaro ma parla anche per sé, perché questa etica del linguaggio fa da pivot all’intero Unita stratigrafiche, traspare dalla cura significativa che Liberale mette nella scelta delle parole che usa, si sostanzia nell’approccio creativo alla sua propria materia poetica. Che è la morte, la morte osservata (Liberale è, tra l’altro, tanatologa, termine che ha peraltro diverse implicazioni), analizzata come compresenza ed esito (destino) di tutte le creature viventi, cessazione e tuttavia permanenza, fenomeno che travalica le dicotomie uomo/animale, vivi/morti, uccisori/uccisi, immagine ed estinzione di essa, conservazione e oblio, fascino e timore. Ed anche come non-comunicazione (comunione) o altresì  comunicazione “altra”, almeno quanto lo è una contemplazione, che necessiti in qualche misura di un “mezzo”, come vedremo. E tuttavia da tenere a debita distanza, poiché la morte è anche, da sempre, un altro mondo, più prossimo al metafisico, e perciò perturbante.

Molti aspetti quindi della morte, ognuno dei quali può essere oggetto di una speculazione, materiale giacente in una unità stratigrafica, che si intenda in senso archeologico o geologico, ovvero una congerie di osservazioni repertabili su cui, in maniera singolare, è la poesia a determinarsi, a determinarsi come linguaggio specifico e sovrano di senso. Se vi è una superficie, di queste unità, essa è quella non solo dell’immediatamente visibile ma anche quella in qualche misura modificabile, restaurabile non ad un passato ma ad un presente, come un’estensione estetica di esso, della “presentabilità”, prima che il cadavere inizi a “colliquare” (preciso termine tecnico come pochi altri presenti in questo libro). Si tratta, come titola la prima sezione, di “tanatoestetica”, di un abbellimento provvisorio della morte, non dissimile alle fotografie in posa post mortem in uso fin quasi alla metà del Novecento. E’ da una parte la cosmesi del cadavere, una pratica non molto usata qui da noi (penso invece al bel film giapponese Departures), occasione qui di un accostamento al corpo inerte su cui la lingua letteraria applica, tra l’altro, a volte una discreta ironia, a volte una sorta di saturazione del reale, del dettaglio, dell’oggettiva evidenza di qualcosa che, come una mano, tale “continua indiscutibilmente a essere”. E dall’altra, io credo, è il riconoscimento dell’estetica di un tema, qui dichiarato tuttaltro che impoetico, così come per Ferrari e Mastrototaro, anzi dotato di una forza evocativa e metaforica. E però in questi aggiustamenti del corpo morto riescono ad infiltrarsi segni di una inquietudine nei confronti di questa alterità in un certo senso non definitiva, che ci riguarda comunque da vicino: in questa vestizione infatti

gli abiti confezionati per i morti sono aperti dietro
perché possano sgusciare via senza essere trattenuti
il cuoio delle scarpe dei morti è cedevole

perché non desistano dal tornare sui loro passi
nella nostra direzione

I morenti sbattono le finestre a chilometri di distanza, gli appena morti muovono le gocce di vetro dei lampadari, magari “per dirci che va tutto bene”, oppure “gettano biglie colorate nei cortili dell’infanzia”, ed altri segni ancora. Ma niente che rimandi a un revenant baudelairiano o ad una delle presenze  dei quadri di Füssli, niente diciamo di simbolista. Quello che Liberale ci invita a leggere è il dubbio, la possibilità poetica, l’inquietudine sì ma del pensiero, l’idea che l’oggettuale e il metaforico, che il reale e l’immaginato (o il desiderato, compreso un oltre eventuale) siano fittamente intramati, che insomma il morto – per quanto la morte sia “l’inespugnabilità del totalmente solo” – non sia davvero altro da noi. E’ per questo che non pochi testi, anche in questa sezione, poi rimandano ad una specie di ritualità del distacco, che compete ai vivi, a chi “si china sul suo morto e coi capelli / gli offre l’occasione di aggrapparsi”, o che compete al morente, il quale “elargisce / una smorfia ipossica / un sorriso che vorremmo / già oltre la fatica”, o “vuole i mocassini buoni”. Oppure, come in uno dei testi più interessanti, poco prima di morire scrive inconsapevole l’ultimo tweet. E’ il multiforme della morte, tutt’altro che paradossale, perché evento in molte forme esperibile, in qualche modo esplorabile. Naturalmente con quella parola-pensiero di cui si diceva, che l’umano (o in questo caso il vivente) attribuisce a sé stesso. E tuttavia la morte, come tutti i confini, è permeabile, non tace del tutto, come avviene nella sezione I Mezzi, forse la meno realizzata del libro, dove il  “mezzo” è il medium come usualmente lo si intende, ma il mezzo non sempre, forse quasi mai, è portatore di una realtà accertabile che sopravanzi la malinconia, il dolore o la sublimazione lirica dell’assenza. E dove questo lirismo emerge a “riscaldarla”, forse sta la suggestione maggiore della scrittura di Liberale.  Questo è tanto più vero nella sezione Animal-Animot-Animort e in un Fuori sezione, una sorta di epicedio dedicato alla morte di un giovane ventiduenne. Nella prima torna l’animale e il diritto ad una sua parola, trova concretezza poetica quella riflessione ideale di cui si diceva all’inizio, in testi suggestivi (come la bella poesia sulla cagnetta Laika) in cui una interessante sperimentalità di scrittura sostiene e potenzia la nota emotiva, partecipata e appunto lirica; ma anche una riflessione sull’ibridazione, sulle intersezioni e interrelazioni tra umano e non umano, e forse in qualche misura sul postumano, sulla manipolazione della natura tesa a varcare un altro confine. In Fuori sezione – Per F.B. (1998-2020)  infine,  Liberale sceglie toni di una elegia pacata ma coinvolgente, un registro emotivo su cui l’autrice sa agire bene e che aggiunge colore a una scrittura già di alto livello, anche là dove, come nei primi testi di questa raccolta, applica uno sguardo più oggettuale, quasi materialista. Nel libro in effetti (ma non è certo una critica) non c’è niente di religioso, nessun dio (a parte l’uomo quando vi si erge),  ma nemmeno alcun patetismo, nè retorica, nè mozione degli affetti, nessuna insomma delle “risposte viscerali” che ho citato all’inizio, anzi semmai un occhio controllato e osservatore, rivolto alla fenomenologia complessa della morte  in maniera sempre originale, e un sottilmente  agnostico  sentimento del tragico. (g.cerrai)

 

da Tanatoestetica

alla signora S. hanno aperto gli occhi per mostrarceli
la signora S. l’hanno estratta dal frigo e ora trasuda brina
è un pezzo d’inverno che si prepara a cedere a colliquare
il globo oculare ha un colore ottuso che non riconosciamo
qualcosa che vorremmo affondare sotto il peso di due monete

alla signora S. hanno sigillato le labbra con il Pattex

i piedi li diresti di una bambola

***

pensare di chiamarla la “non più mano”
per la definitiva cessazione funzionale

ma finché alla signora S. stendiamo sulle unghie
lo smalto rosa a coprire il vecchio rosso smangiato
finché teniamo tra le nostre le sue dita artiche
finché persiste un qualche tipo di commercio fra vivi e morti
quella della signora S. continua indiscutibilmente a essere
una mano

***

l’idratante dalla formula segreta che spiana il corruccio alla signora S.
e a seguire la base coprente lilla

quando riascolteremo la lezione registrata
puoi giurarci che la voce morta della signora S.
finirà per sovrapporsi alle nostre voci vive:
smettetela di sussurrare per abitudine al rispetto
schiamazzate invece senza sentirvi in colpa perché ancora fate rumore
perfino io faccio rumore
anche se il mio è il rumore cavo della disaggregazione
e vi assicuro che non è bello da sentire

***

cinguettii

mattino ventoso. mi sembra pericoloso allenarsi all’aperto
i morti vivono
i morti vivono
i torti stridono
con dei colori autentici
dei morti in attesa: vivono, vivono
ora di partenza prevista: sempre. mia mamma ed io. passato,
adios, grazie, fine. liberare. non ho parole ultime
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato per riposare
liberare il passato davvero, davvero. vivremo, vinceremo
dove il passato? appena finito. aspetta
dove il passato? appena finito. aspetta
dove il passato? appena finito. aspetta
dove sempre? spettacolo gradito. legno. sono andato
sono finito. della prima stesura: solo merda. aspetta
angelo o legna. riposare
angeli o legna. riposare
angeli o legna. riposare
angeli o legna. sono via ora. vinceremo, vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna vinceremo
legna. sto aspettando di fare un angiogramma
in vita
una vita
una vita
una vita
una vita
una vita
vita vita vita. assaggiate finalmente le ostriche. finito
vita vita vita. più profondamente passato. un fanculo a tutti. passato

The Tweet Hereafter (http://thetweethereafter.com) è un sito che elenca gli ultimi tweet scritti da persone che poco dopo sono morte. Twitter, com’è noto, significa “cinguettio”. Il mio testo è un assemblaggio di parti, tradotte in italiano, di alcuni di questi ultimi tweet (con, in più, qualche elemento d’invenzione), assemblaggio che prova a ricalcare la struttura del canto dell’allodola (nell’alternanza di elementi ripetuti e parti libere) rinvenuta in Rete dagli appunti di un compositore-ricercatore:
https://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=111653&whichpage=1.

***

da I mezzi

un Mezzo ti accoglie in casa e dice
non a te ma di te:
hai visto? è qui, è arrivata!

ti accomodi e alla stanza
ai libri ai quadri
all’aria alle fotografie
rivolgi il tuo saluto
ma piano, come in chiesa

***

un Mezzo parla di vibrazioni e pineale
al che tu scivoli via:
Cartesio, sì, ma soprattutto
la ghianda che tuo padre
al mare faceva calciare
a tua figlia per gioco

che tutto di questo sia salvo

non un attimo di meno

***

da Animal-Animot-Animort

«Is this what you want from me? Am I doing this right?»
Gladys Haunton

cosmodromo di Baikonur, 3 novembre 1957, ore 02.00
parlanti, separati dall’oblò della capsula spaziale Sputnik 2: il
cane Laika; Oleg Gazenko (“dio” umano di Laika e, in quanto
tale, dotato narrativamente dell’onniscienza)
— un ultimo cane e poi il primo uomo, anche grazie a te
— se è questo ciò che vuoi da me
— Laika, Mushka, Albina, Lisichka… vi do un nome, ora siete
mortali, perché solo chi è chiamato diventa colui che un giorno
non potrà più rispondere
— se è questo ciò che vuoi da me
— non è una catena, Laika, non sono lacci normali, ma l’elastico
della fionda che ti lancerà lassù, nella gloria di francobolli e statue
di bronzo
— se è questo ciò che vuoi da me
— aprirai la strada verso l’alto, come quando io aprivo sentieri in
montagna
— se è questo ciò che vuoi da me

— Smelyj, invece, riuscì a scappare, sai? e Zhul’ka verrà a vivere
in famiglia

— non servirà a niente, non c’è niente che io possa fare
— ma è questo ciò che vuoi da me

Gladys Haunton, Laika’s Window, http://turnrow.ulm.edu/view.php?i=100&setcat=prose

***

da Per F.B. (1998-2020)

il ragazzo smette di respirare
quando tutti si addormentano

è stato sempre accompagnato ma ora no
da solo vuole lo strappo

***

il cane si sdraia sulle gambe del ragazzo
non lascia avvicinare nessuno

la distanza tra un corpo vivo e un corpo morto
la copre il suo vigilare

***

li ferma

le sneakers al ragazzo le infila lei

che si occupino solo di quello che una madre non può fare

 

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