Sergio Bertolino – La sete

Sergio Bertolino – La sete – Marco Saya EdizioniSergio Bertolino - La sete - Marco Saya Edizioni
La sete è il secondo libro di poesie di Bertolino e il primo che leggo, se ricordo bene. Una prima lettura non facile, per ragioni che vedremo. Una seconda lettura che apre qualche finestra su un circoscritto universo privato, molto intimo, una realtà su cui esperienza e percezione sembrano aver lasciato tracce sfumate, segnali emergenti da una bruma infittita dalle parole. La relazione con il mondo e con le cose, rarissime da un punto di vista oggettuale, sembra generare il pensiero, che a sua volta genera la poesia di cui è soggetto, una poesia “pensata”, come in un anello di Moebius. In altre parole in questa poesia la realtà recede velocemente fino a frantumarsi in parti finissime, e a farsi elemento di una riflessione su impressioni di un io ben presente e centrale anche quando non è espresso grammaticalmente.  E’ per questo che ho parlato di privatezza, anche estrema, del mondo dell’autore. L’immersione in profondità abissali che si percepisce sperimentata da Bertolino ha un suo fascino, anche di musica arcana, ma resta il fatto che l’abisso talvolta ha bisogno di una qualche luce che scontorni le presenze che lo abitano, cioè di una parola non “innamorata” che dia identità all’amore, alla morte o a qualsiasi altra cosa che inquieti questi versi. Gli estremi della poesia di Bertolino stanno qui, in questa verticalità dell’ascolto tra luce e oscurità, tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile che si riflette sulla scrittura, a tratti affollata, a tratti tesa alla ricerca di una metafora astratta, che non “pone dinanzi agli occhi”, come diceva Aristotele, cioè non mostra l’ “azione” in transito da un concetto all’altro. Perché a volte il problema della poesia è la ricerca del poetico, se mi si passa il paradosso.

La prima delle impressioni quindi, diciamo a caldo, diciamo generali, è che si tratta di una raccolta tanto oscura quanto, da un punto di vista stilistico, ben scritta. Se la traccia sottesa è biografica, come suggerisce la quarta di copertina, è assai ben nascosta, tanto che qualche volta è difficile, o per lo meno lo è per me, esperire ad esempio se il “tu” che emerge spessissimo sia un io traslato, per così dire, o una dramatis persona, un soggetto interagente con l’autore, il destinatario di un sentimento affettivo e così via, specie se questo “tu” appare in poesie contigue ma a quanto sembra con diverso indirizzo. Oppure asserzioni prive di un soggetto assegnato (“Danzano in gola e non so che dire”) che implicano, o danno l’impressione di implicare, una conoscenza segreta dell’autore (e ingenerano una domanda inevasa nel lettore: le parole?). Naturalmente diciamo che è difficile ma non impossibile, stante che non c’è niente di indecifrabile, nemmeno nel linguaggio specifico ed eccezionale della poesia. Ma resta il fatto, diciamo, che la dispositio non è delle più agevoli per il lettore in una parte rilevante dei testi, che in diverse occasioni il registro scelto da Bertolino, anche per le ragioni fin qui dette, è quello della poetica indeterminatezza, così che i testi più interessanti, coinvolgenti e direi pregevoli (alcuni, belli, qui riprodotti) a mio avviso sono quelli che  hanno un qualche aggancio con il reale, danno l’impressione di appartenere a un mondo che effettivamente esiste, in cui il pensiero dell’autore ha vissuto e che ha qualche comunanza con quello che il lettore sa. Una tendenza che Bertolino, a mio avviso, dovrebbe seguire. Sono scelte stilistiche e contenutistiche tese ad un risultato preciso, ad una poetica di “sublimazione”, di “sillabazione” dell’esperienza, come suggerisce ancora la nota editoriale, con una certa attenzione al sub limen. Quasi stati della materia alchemica, ambiti esoterici. La scrittura, pur abile, lineare, grammaticalmente e sintatticamente coerente, concorre di suo a questa riservatezza di senso, come in certi modernisti americani. Come dice ancora la quarta di copertina (di Antonio Bux), il poeta “ha il dono di attingere alla tradizione per farsi beffe del contemporaneo”. E’ vero, qui la tradizione novecentesca c’è quasi tutta (compresa una certa retorica), basterebbe dire qualche nome, ma credo che debba essere digerita e poi dimenticata (come avrebbe suggerito Eliot), e che qui il contemporaneo, per quanto categoria astratta ma che di per sé già implica un’aderenza con il reale, non sia rappresentato, e forse nemmeno rientri nell’orizzonte poetico dell’autore. (g. cerrai)

 

Niente è più concreto dell’idea. L’amore
si fa al buio conficcati nella terra. Tu chiedilo
al bulbo, alla dolina; chiedi perché una forza
ci ha diffranti, mutati in arcipelago e radice.

E finalmente avrai del pane da spezzare
(il segreto è far l’amore con sé stessi).
Per cui lascia che la balia sciolga i suoi voti
nel caffè, che sotto l’arco dimagrito dei tigli
l’uomo in nero lucidi il coltello a specchio;
e tolta alla polvere dei lampioni
la tua triplice bocca saprà di che morire.
Senza parvenze, senza il volo mimato del merlo,
di là da ogni incertezza o implorazione, vieni
e disperdimi.

***

Ora che t’ho visto fiorita in sogno col sambuco,
pago volentieri la mia quota d’indifferenza;
torno pacificato alla vita nel bozzolo
mentre la città che mi volle sommerso invecchia
come il pane della festa. C’è affinità tra me
e le cose nascoste: chi ride osceno per la pioggia
ha la stessa imperfetta devozione all’ombra. —
Ma ora che so di appartenerti, pure quest’alba
si fa santa nell’immagine di te.

***

Voglio capire che n’è stato
di questo corpo, se neppure
un suo bacio l’accende.

D’intralcio, nemico ab alterno,
sempre troppo — o troppo poco.

Idealmente fermi a sfiorare
la pancia dei pesci, a leccare
il succo delle Antille,
affondavamo come chiodi
nella pelle del divano; aprivamo
ferite, non le nostre bocche
snaturate.

Ma credimi, io resto, resisto.
Che scongiurata la paura dell’inverno,
s’ingrosserà la scorza
e ciò che è carne sarà abisso.

***

Dove un anaconda di nuvole è accolto
(nel verde cromo diagramma etneo),
vorrei essere anch’io.

Calma
spezzata dal lento sferragliare di strumenti da lavoro —
li, fratello mio, c’è vera pace —, indifferente
al respiro delle auto in lontananza,
all’urto dei cani sui parapetti,

stavolta scanserò l’opaco. Risponderò
semplicità nella bellezza. Bellezza
paga, incontrastata,

con mani in grado di spogliare.

***

Osare
non voltarsi. — Ma nel sonno ancora bruci,
ed è favola evidente un nascondiglio. Lui sa chi,
dove lo porti: dal tremore che lo esalta alle narici,
buono al punto che l’attacco, il lungo balzo è differito.
Hai fatto presto a mentire anche la scossa, la crepa
per guardarti felice. E di nuovo farà freddo nella stanza,
come un tappo che violenta a dirsi pieni. Tutto questo
ha una radice più complessa, la tua faccia sfarinata
sulla spiaggia.

Attendi, non pensarlo. Passato il sole morso
per la femmina senz’occhi, una forza dà costanza
e poi rapina. Lascia segni sulla pelle. Via del grano
là si stringe e non cercarmi, ti ripeti. Corri! Sotto i denti
il nome a fuoco, e la favola svuotarsi finché dura.

***

Qui nulla ti appartiene. (Con la falce sanguigna
impercettibilmente declina — via via più chiara
e aperta — la strada.) Qui è la notte marziale.

Il desiderio che t’inceppa va estirpato.
Sarai iniziato all’anti-aurora che s’è fatta legge
al di là delle colline. Ci assicureremo il sonno
torcendo le doppie lingue dei folli; e se capiterà
di spezzarci la schiena nelle cave,
di agghiacciarci o indurirci come creta al sole,
non proveremo rimorso.

(Però restami accanto. Dal di fuori
potrei conoscermi, e in qualche modo amarmi.)

Baratteremo con la quiete le nostre solitudini.
T’insegnerò a ridere del pathos, dei trompe-l’oeil,
dei molli panorami cardiaci. — Non lasciarmi
solo.
«Ma in me si stagliano i fari,
— ecco, la mela è caduta anzitempo
senza far rumore — e m’intossica una strana
dolcezza. Né tace la parola che mi crebbe.
Qui tutto m’appartiene. Tutto tranne te.»

***

Impara a farti scudo con le mani.
Se non avesse volto, l’ameresti,

Ciò che sta dietro a spogliarti — come un pensiero
s’annera:
ed è bastata una parola all’orecchio,
l’accenno d’un chiodo nel legno.

Sanno le mani
la pioggia d’oro che ti schizza
la lotta in pancia, il granchio
catturato fra i capelli,
mentre la serva ride ad altro
e raccoglie

tu seppellisci i morti.

Se la corda è stretta, non urlare, ma
tingi di rosso la cresta del liuto
e mostra il petto a chi lo chiede.

Domani quella testa sarà tua.

***

Solo al buio saprò dirti chi sono,

la bocca inerte in questa luce.
Dalle finestre avvampa un coro
negro. Traduce in qualcos’altro le mie voglie —
in qualcosa di lento, di feroce,
che le mie poche foglie
ammutolisce —
e come un dardo scocca fuori
il mio pensiero
— solo sì, come solo Dio può dirsi —
in dono a mani esperte della notte,
a mani vecchie e nuove assieme…
tra scogli e lingue e lame e forme rotte,
o nella tana del leopardo
— lì dove mai si dorme per la fame

scoprirai chi sono.

***

«Perdonami.»
E mentre riempi la brocca di chi
ti è già mancato — nella macchia senza bestie
a pascolare —, non tacere come gli angeli venuti a nolo
il verbo propiziato per l’estate. Resta vivo,
la controra nulla può se giochi tutto. Vedi,
lì c’è ancora un corpo esposto a rovescio.
Ma la retorica del vento porta l’acqua
in altre partì. Domenica verrà
per trovarci a ragionare con ì sassi,
con la croce che ha lasciato tele intorno ai polsi
e i primi tentativi di assalto. Non gloriarti
nella cella dei malati. Giuravi di tenermi
sempre a un palmo; poi il raccolto è stato poco
e hai dovuto digiunare. Disarmata questa lingua
il volto mesto, la retorica fallisce.

***

«Tutto cambia. Nulla è cambiato
— sii sempre insoddisfatto. Qui
obbligato a erigere il nuovo
sulle macerie di ciò che lo è stato,
intuisci la malia che fa denso il vuoto?
E la complicità dei poli, il patto
tra le voci che muoiono distanti?»

Tutto cambia. Nulla è cambiato
– solo il tuo vago aspetto.
Vorrei spendermi
in qualche assurda guerra dello spirito,
rinfrescarmi al pensiero di un porto
verso cui dirigere il mio vascello
in rotta con le ragioni del mondo.

Che non ci sia altro da esplorare
è l’idea che muove al metafisico.
O meglio, è la paura.

***

Ho visto la grande camminatrice
raccogliere dalie e la piaga aprirsi…
Ma non c’erano che gli angeli a contendersi
l’anima sua. Con quel filo di voce che restava
mi raccomandò attenzione — ed io: «Eccoti la passione
a lungo corteggiata, l’ora decisiva,
la bellezza del buon cristiano, la bellezza.»

Poi l’ho vista stesa sul letto
eludere il nero del vestito. D’oro la fronte
non aveva più solchi; guance di velluto liscio;
elegante e irraggiungibile. Bella
come mai la morte.

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