After BIL 2021: Giacomo Vit

Giacomo VitC’è chi vince e chi non vince, si sa.  Ed è la democrazia dei premi letterari, la regola del Tvg / Ng = n: a me alcuni piacevano ad altri no, tutto qui. Ma immagino che questo sia successo ad ogni altro giurato, e ad onor del vero devo dire che i giudizi finali sono stati nel complesso equilibrati. C’è qualcuno che mi sarebbe piaciuto che avesse vinto, o che almeno si fosse qualificato meglio di quanto è avvenuto, tra i moltissimi che ho letto come membro di giuria anche quest’anno a Bologna in Lettere. Ma tant’è.  Facciamo qualche esempio: #1, Giacomo Vit.

Diciamolo subito, chi manda poesie in dialetto a premi generalisti (che non siano cioè programmaticamente orientati, inutile fare nomi) parte svantaggiato. Per varie ragioni, alcune delle quali extraletterarie. C’è intanto una oggettiva difficoltà di lettura, se non siamo proprio di quella area linguistica, c’è la necessità cioè di recuperare un po’ di tempo (sempre tiranno) per scandagliare innanzitutto i suoni, per fare appello poi, se si hanno, alle proprie cognizioni glottologiche, per comparare la resa poetica, stilistica, estetica, metrica e significativa tra la versione originale e quella (sempre presente) in italiano (ma qui bisognerebbe aprire la questione, già sollevata da Pasolini, della traducibilità, letterale e musicale, del dialettale). E così via.

E poi di solito sono lirici, mai  variamente sperimentali, inevitabilmente lineari, ma alla ricerca di una lingua non impoverita, quando quella comune è diventata frusta, o sembra esserlo in rapporto alla propria poetica, spesso radicata in un territorio quanto la lingua stessa, spesso (absit iniuria verbis) provinciale ma – secondo me – nel senso di così universale che potrebbe risiedere ovunque. Proprio perché i dialettali di oggi sono uomini moderni che usano mezzi antichi, gente cioè che investe una più moderna sensibilità sullo “strumento”, artigianale o tradizionale che sia. Mi pare che ci sia sempre qualcosa di “resistente” nella scelta del dialetto, non necessariamente la purezza e l’emotività di cui parlava Pasolini, e forse nemmeno un sentimento antiglobalista, ma forse – anche – la “rassicurazione” di essere di un luogo, certamente, di beneficiare in qualche modo del riflesso di un genius loci o di lari antichissimi che in quel linguaggio risiedono, e che certificano una certa “verità” del dettato, come aveva ipotizzato ancora Pasolini: ma non è detto che si tratti di una comfort zone, che cioè in quella nicchia rimuginino un modulo, una maniera facile, forse anche una certa “innocenza”, una fase pre culturale, meno sovrastrutturata diciamo così. Potremmo fare infinite ipotesi a cui solo gli autori interessati potrebbero dare una risposta consapevole.

Ma quello che ho scritto fin qui mi pare possa applicarsi in sostanza anche a Giacomo Vit, ed è parte delle ragioni per cui mi piace. Vit non è proprio l’ultimo arrivato (e per rapidità rimando QUI), oltre ad essere conterraneo del succitato Pasolini, il quale, dice il nostro autore in un’intervista, “è stato da una parte un modello di alta poesia in dialetto da imitare, dall’altra è stato anche un padre ‘da uccidere’, per poter andare oltre”. Certo, ognuno si fa il suo stile, come è giusto, la sua visione delle cose, anche se in questa affermazione c’è, e non può essere altrimenti, insieme il pagamento di un tributo e una certa coscienza della propria stoffa. La quale coscienza, anche se ci limitassimo a leggere l’unico testo inviato a BIL, appare giustificata. La poesia, un epicedio da quel che è dato capire, non solo è orgogliosamente elegiaca, ma lo è in maniera moderna, nel senso che lo stile è cofunzionale con la scelta dialettale (ma va segnalato un arioso verso sciolto, quasi prosastico) mentre il lessico (basti leggere quell’accenno al luogo/non luogo, nel primo verso: Ti scrivi da un lòuc ch’a nol sa di essi / “lòuc”) vi si muove all’interno come un fosforescente organismo, con parole scelte (quelle ovviamente del dialetto) a riverberare la musica che nel dialetto medesimo è implicita (assonanze, consonanze, sibilanti ecc., parole che Vit dice essere sbrissaròlis, scivolose); e nel contempo – cosa non usuale nella poesia dialettale – l’autore coglie l’occasione per riflettere su quella lingua, su quelle parole: metà del testo è una malinconica metapoesia sulle parole perse e ritrovate, sperperate e risparmiate, dismesse o disperse nel mondo. Alla fine tutto è intensamente lirico, senza sbavature (“il mio stile è orizzontale, lineare, non si nasconde dietro sterili giochi cerebrali”, dice Vit), senza nessuna concessione al luogo comune, al già detto, alla metafora di seconda mano, nemmeno in tutti i necessari (anche culturalmente necessari in quanto legati a quel genius loci che si diceva) riferimenti al reale, all’ambiente, alla natura, a “un mondo legato alla concretezza” (dice altrove l’autore). Elementi che tuttavia, come nell’intervista citata Vit conferma, sono  “concepiti in chiave simbolica però: l’aspetto naturalistico è solo un punto di partenza che la poesia mi permette di oltrepassare”. (g. cerrai)

LETARA A UN AMIGU SINTÁT SORA ‘NA NULA

Dialetto friulano

Ti scrivi da un lòuc ch’a nol sa di essi
“lòuc”, cu’n vint ch’al imbastìs discors
cu li’ plùmis e li’ fuòjs, e l’aga dai gorcs
a inglutìs il siùn dai rajs indurmidìs…
E tu, s’i ch’i ti dis? Parsè no ventu ucà
e no lo smètitu di mastià nùlis e recuars?
Di ridi di dut il nustri lambicàssi par misurà
cuant ch’a son fòndis li’ crepadùris dal
soreli?…

No podarìn ciacarà pi ta l’ombrena
di oru di un lenc, e domandassi cuma
ch’al sofla, e in duà, il vint dal distìn.
Li’ to peràulis a èrin il vuoli ch’al
mandava avant l’argàin inruzinìt
dai dis…
Ma i sint la to vòus tal flòur
ch’a mi mòur ta li’ mans, ta la nèif
ch’a cola in plena estàt, tal ruzà dal fòuc
scufàt sot li’ òndis dal flun…
E cussì a mi clama “poeta” cualchi frut,
cuant ch’i ghi conti che ogni tant
no sint il freit dal mont.

Ti mandi un pu’ di peraulis, chès che nissùn
al dopra pì, e, sbrissaròlis, a còlìn zù
da la sacheta dal timp; chès che to nonu
al à piardùt ‘na dì intant ch’al coltava la tiara;
chès che to nona à molàt apusta, ta la spluma
di un lavadòur, par ch’a zèssin lontanis;
chès che to barba a nol à mai cunsumàt,
sparagnàdis pa ‘na femina doma
insumiada…
Amigu ciar, tan chista letara ti trovaràs
un pu’ di oru, ades che il mont
al si à necuart, dut di un colp,
di essi doventàt
puòr.


LETTERA A UN AMICO SEDUTO SOPRA UNA NUBE


Ti scrivo da un luogo che non ha coscienza di essere / “luogo”,
con un vento che imbastisce discussioni / con le piume e le foglie, e l’acqua
dei gorghi / inghiotte il sogno dei ragni assonnati…/ E tu, cosa dici? Perché
non vieni qua / e non la smetti di masticare nubi e ricordi? / Di ridere di
tutto il nostro rovello per misurare / quanto sono profonde le crepature del
/sole?…//
Non potremo più conversare sotto l’ombra / d’oro di un albero, e chiederci
come / soffia, e dove, il vento del destino…/ Le tue parole erano l’olio che /
faceva scorrere il congegno arrugginito / dei giorni…/ Ma odo la tua voce
nel fiore / che mi muore fra le mani, nella neve / che scende in piena estate,
nel brontolio del fuoco / nascosto sotto le onde del fiume… / E così mi
chiama “poeta” qualche bambino, / quando gli racconto che a volte / non
sento il freddo del mondo.//
Ti invio un po’ di parole, quelle che nessuno / adopera più, e, scivolose,
cadono / dalla tasca del tempo; quelle che tuo nonno / perse un giorno
mentre concimava la terra; / quelle che tua nonna fece cadere di proposito,
nella schiuma / di un lavatoio, perché andassero lontane; / quelle che tu zio
non hai mai consumato, / risparmiate per una donna solo / sognata…/ Amico
caro, in questa lettera troverai / un po’ di oro, oggi che il mondo / si è
accorto, all’improvviso, / di essere diventato / povero.

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2 comments

  1. Che bel testo, ci fa sentire compartecipi, sembra di stare anche noi su quella nuvola e di guardare il mondo, la vita, con com-passione la passione condivisa perché tutti siamo figli del destino. È questa la poesia: un sentimento universale che fa battere l’orologio dentro in modo intimo, personale.

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