Flavio Ferraro – La luce immutabile

Flavio Ferraro - La luce immutabileFlavio Ferraro – La luce immutabile – La camera verde, 2019
Ferraro, ci dice una nota biografica, “da diversi anni si dedica allo studio delle dottrine metafisiche, con particolare attenzione al Vedānta e al Sufismo”. Anche se ho letto questa nota solo all’ultimo, non ne avrei dubitato. In effetti questa raccolta, una sessantina di poesie quasi tutte brevi, è intrisa in ogni suo verso di intensa spiritualità, o quanto meno della ricerca di essa, una specie di costante riflessione su quello che il brano in esergo ci dice essere “sedimenti, tracce / incandescenti: guarda / come scorrono…”. Epigramma programma, già in prima battuta eracliteo, da una parte; dall’altra indiziario di un atteggiamento intellettuale che si riflette invariabilmente sul modo di Ferraro di fare poesia. Un po’ perché i suo studi sembrano essere qui fonte ispirativa esclusiva, come pensieri messi in poesia passandoli per un filtro spiritualistico (un po’ meno e e in maniera differente nel suo libro precedente La direzione del tramonto, Oèdipus 2013, che mi pare migliore e nel quale una visione spirituale delle cose mantiene un qualche suo contatto col “terreno”). Ed anche perché, in relazione alla materia, quella di Ferraro è una poesia che tende, propositivamente, a porsi fuori dal tempo, anzi dalla modernità. Da questo punto di vista Ferraro è perfettamente consapevole della lingua e dello stile che vuole usare, cosciente del fatto che essi non possono essere troppo distanti dalla materia che rappresentano, e li usa bene, con una notevole maestria. Non è quindi infrequente trovare in questi versi qualcosa di arcaico, anche come scelta lessicale qualche volta (“Lunari, più nessuno vi ascolta / a ben altre fole intento il volgo” – e be’, qui c’è anche un po’ di Leopardi; e poi slarga, inverare, smemori, ascoso , leggiadra), ma soprattutto come stile complessivo, come – diciamo – tonalità del dettato, come stile oratorio/retorico (nel senso “buono” del termine). C’è sì in sottofondo questa spiritualità che si diceva, una spiritualità sincretistica (vi troviamo, per lo più solo citati, Shiva, i riti misterici di Eleusi, l’evangelica Porta stretta, lo Spirito, ecc.) e “quieta”, poco incline al dubbio, all’ipotesi, alla domanda esistenziale, senza particolari angosce (certo mica necessarie) riguardo alla realtà dell’umano (l’inquietudine maggiore mi pare relativa a  una certa impermanenza illusoria delle cose – distinguo anche, a pag. 68, un vago richiamo al Montale di Forse un mattino andando in un’aria di vetro). Il confronto infatti con queste dimensioni spirituali appare in questi versi essere non tanto quello “privato” dell’autore (cioè di chi espone qualcosa di davvero suo di fronte a questa trascendenza, mettendosi in gioco), quanto piuttosto quello di chi si pone sulla riva ad osservare l’eracliteo fiume di “sedimenti” e “tracce” che scorre, per poi farsene mediatore e interprete privilegiato, come una sorta di pizia. Mi pare esito naturale che ne derivi quindi una poetica del frammento, pur tuttavia lucido, trasparente, leggero, e in sé conchiuso. Ed anche collateralmente, ma non sempre, l’impressione di un tono a volte assertivo, a volte aforistico/aulico, che tende a trasmettere al lettore il senso di una raggiunta certezza o supposta tale. Ne sono un esempio le forme deittiche ed esortative (in qualche caso anche autoriferite, certo), come “vedi”, “lo sai”, “possibile che non vediate?”, “sì, ora sapete”, “sappi”, “lo so”, “sappiate”; od anche “sentenze” finali (come quelle, per intenderci, che si trovano nell’ I Qing o in certi koan) come “la meta è l’Origine”, oppure “non ha porte il tempio – ora lo sai – abbandona ogni sentiero”. Insomma una poesia ermetica, non nel senso dell’ermetismo europeo novecentesco con le sue pur gloriose manifestazioni, ma in quello di Ermete Trismegisto, qui citato. L’impressione complessiva che giunge infine al lettore (o almeno a me) è di essere tenuto un po’ fuori dalle segrete stanze, sulla soglia di queste “emergenze” di pensiero di cui si ignora la scintilla, l’origine, e di cui alla fine possiamo ammirare quasi soltanto la cristallina struttura, attraversata da quella luce immutabile. Che forse, purtroppo,  non ci appartiene. (g. cerrai)

Nessuno varcò il desiderio,
quell’intimo slancio
del respiro, ma so di alcuni
che caddero per via
– nomi illeggibili oramai –
prima che il mandorlo fiorisse.

Alba separazione
oscurità, è tutto?

È un mondo di rovine,
devi tenerti in piedi.

***

Sempre il medesimo profumo,
quel sentore di terra e sangue:
ricordi di savane, di notti
monsoniche all’aperto.

Tigre immemorabile,
sei qui nel cuore di ognuno,
assorta in ampiezze.

***

Eccolo, si attarda
in un giardino: l’usignolo
eternato da Rumi,
incurante delle mode.

Non fa che darsi arie
(lui che reca minime spoglie)
perché un giorno incantò rovine
che vanamente predissero,
ignorando quel tale
– Dio delle briciole –
che incessante inghiotte universi.

***

C’è una Porta, nel centro
del Sole, oltre la quale
il tempo non è più.

Ma se tu, giungendo fino
ad essa, dicessi “sono io”:
non entreresti, fossi anche
l’angelo più alto.

Non perché tu abbia
un nome, sia chiaro;
ma poiché il tuo nome
non è ancora il Suo.

***

Si effonde nei mondi,
senza essere i mondi.

Così, scorrendo in tutto,
non c’è nulla
che non trattenga.

***

Notte, finché non odo
traboccare.

Poi, mai docile cristallo
che intaglia ciò che deve
(così, senza respiro)
luce viene irrevocabile.

Qui rugiada,
là cominciamento.

***

Lo dico a mezza voce,
in punta di matita:
e questo con amore,
perché nel congedo
disimparano il ritorno.

Inappariscenti,
senza pretese
come papaveri di fosso –
che importa?

Quando ricordi, dimentica.
Il resto è obbedienza.

***

Nessuna felicità oltre l’istante:
ma gente irriguardosa
lo giudica manchevole,
si rifanno i calcoli,
si chiamano gli esperti.

Quanto a me, timoroso,
scruto gli oracoli del cielo –
l’arcobaleno, l’unico
che impera.

 

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