After BIL 2021: Anita Piscazzi

Come giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2021 abbiamo anche  il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 2 –

Anita Piscazzi – Lo scompenso delle immagini 

Piscazzi sceglie l’elegia, in questi tre testi, la malinconia, il dolore di un nostos non necessariamente chiaro e definito, l’andamento un po’ stupefatto e un po’ errabondo di chi scopre un luogo della poesia in quel “niente in tasca” di cui parla nel primo brano, sapendo però che corrisponde non ad un nihil esistenziale, ad un vuoto, ma ad una assenza, un dolore, un’inquietudine indefinita, forse senza oggetti bersaglio denotati, ma non per questo meno “presente”, meno angustiante. L’indefinito, il generico, l’astratto fanno logicamente sponda al simbolico, ad una voce che sembra echeggiare in stanze ombreggiate, il tono è di primo acchito quasi pitico e non solo per un uso del perfetto che rimanda ad un mito, ad una storia o mistero personale o per un uso del verso libero a tratti predittivo. Ma anche per un lanciare segnali a chi legge, come a volerlo informare di un invisibile tutt’altro che privato, come ad esempio la convinzione che “il petto degli altri è un lupo”, che da certe catabasi della memoria si torna, ecco, con niente in tasca, a parte un po’ di rimpianti. Certo è comprensibile che in questa indagine di zone d’ombra, di angoli del sé in rapporto alla propria esperienza l’immagine sia appunto “scompensata”, smarginata – dice Piscazzi – come  una riva senz’acqua, sia cioè un limitare privo di ciò che lo rende tale, ovvero privo di un colloquio tra elementi, e perciò stesso sia perturbante o crei uno “scontento inquieto”. La poesia sta allora (per citare l’autrice) nel segretamente abitare il proprio senso cieco e oscuro, ancor di più nel testimoniare (fare testamento) del passaggio di un Angelo di luce, sia essa la semplice luce nuova che l’inverno promette  o quella sorgente “sulle ossa sparse nei mari / sulla morte della viola di marzo”. Un angelo, forse necessario, ci auguriamo,  come quello di cui scriveva Wallace Stevens. (g. cerrai)

Lo scompenso delle immagini
a volte si fa riva senz’acqua.

Il ritorno dell’inverno promette
una luce nuova.
A ogni passo vederti, salutarti,
ritornare con niente in tasca.

Sto come ogni cosa che brucia.

Accoglimi Angelo di luce
ho attaccato gli occhi ai mandorli
farò testamento del tuo passaggio.

Sarai sorgente sulle ossa sparse nei mari
sulla morte della viola di marzo.

Rimani. Canta del miele di Aleppo
della giovinezza che resta nei giardini.

Accadi leggero davanti alla porta
eppure se ne va presto la luce, ma
qui non passa e lente vanno le serpi.

 

***
Segretamente abitai il mio senso cieco e oscuro

a me muoio.

Restai muta inclinando il capo a una solitudine fonda
entrai dove non sapevo immaginandomi
salva dagli appetiti dello scontento inquieto.

La febbre cresce come bocca affamata, divora

abbuia lo spirito.

Allontanai il piede dall’affezione dei corpi
perché da loro non può entrare luce.

 

***
Tutto ebbe inizio con la spoliazione
della pelle
scrostata dal sacro assioma

sottile scollarsi di un’altra me.

Amai quella velina occupata a venir fuori
dal cratere senza principio

immune dai miracoli e dai dogmi.

Il petto degli altri è un lupo.

 

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