Mika Rottenberg al Mambo di Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Riflessioni sull’arte: MIKA ROTTENBERG, creazioni visive e video (al Mambo di Bologna)

 

Sistemi di produzione sul punto di collassare si ripresentano nei video di Mika Rottenberg mentre geografie e narrazioni all’ apparenza realistiche scivolano verso l’assurdo, il surreale o il “non-sense” ironico o volutamente umoristico per l’artista argentina cresciuta in Israele e ora stabilitasi a New York.

Per la prima volta esposte in Italia in una personale attualmente al Mambo di Bologna le sue architetture minimaliste non senza humour e implicita ironia si stagliano come micro-installazioni sulle pareti nude e gli immensi spazi bianchi della galleria bolognese insieme alle sue tre nuove creazioni video surreali barocche.

 

Tema dominante al centro della produzione artistica di Rottenberg resta il paradosso e le disuguaglianze generate dall’attuale modello economico capitalista esteso su scala globale; in particolare modo l’artista si sofferma sulle dinamiche del lavoro sfruttato, sottopagato, o a catena nelle fabbriche in Cina, come tali parte dell’ingranaggio di un sistema che delocalizza sé stesso nelle realtà geografiche più marginali o in espansione rendendosi allo stesso tempo sempre più virtuale e smaterializzato nei suoi flussi di ricchezza e risorse spendibili in una reale economia. L’essere umano preso al laccio da tale ingranaggio, il corpo e, in primo luogo quello femminile nei video, appare come il primo specchio o riflesso deformante di tale realtà: disumanizzato e annullato dal lavoro a catena perché soggetto allo sfinimento della ripetizione. Esso incarna la precarietà e l’intrinseca ingiustizia di tale sistema sulle vite di questi individui, in particolar modo delle donne. Il tono dominante dell’artista argentina resta, tuttavia, quello surreale della deformazione grottesca della realtà passando attraverso i registri del fantastico, nello scivolamento allucinatorio o fantasioso , infine nel volutamente umoristico e derisorio.

 

Ceiling projection (video installazione, 2018)

 

Lampadine colorate su una superficie trasparente posta al centro dello spazio sopra la nostra testa si frantumano in un caleidoscopio di colori di fronte ai nostri occhi: cromie brillanti e luci di vetri riflessi continuano rifrangersi sulla superficie trasparente, come attraverso uno specchio colorato. Assistiamo alla scena a distanza ravvicinata, quasi fossimo dentro quello spazio fisico e sonoro, insieme al rompersi e deflagrare in aria delle ampolle esplose, insieme alle pietruzze e alle schegge di vetro che si proiettano a pioggia sul tavolo. Gli oggetti e la materia di vetro volgono da uno stato all’ altro, si trasformano incessantemente come pulviscoli e pezzetti colorati esplosi sotto i nostri occhi. Scintille luminose, tutti i colori diluiti insieme nel continuo cromatico mutano sospinti dal movimento incessante dell’infrangersi del vetro e ogni volta creano, secondo il caso, una nuova composizione astratta. Come scintille di un qualcosa di leggero, fragile e in movimento_ un microcosmo di vetrini verdi, rossi, fucsia e gialli_ fanno pensare alla molteplicità disordinata dell’esistenza, mutevole e in divenire, all’ essere o sentirsi vivi, al respirare, battere e fluire, allo scorrere del ritmo vitale in noi.

 

 

“Cosmic Generator” (2017), scultura e video installazione

 

Al confine tra Mexico e California un tunnel sotterraneo di accesso clandestino al confine americano collega la città di Calexico a quella di Mexicali; lì, nella Chinatown del suolo messicano dentro il Dragon Restaurant si trova il passaggio occultato verso la nuova frontiera. Da tale contingenza reale emerge l’idea alla base del video “Cosmic Generator”: “chi entra nel tunnel in Mexico non raggiunge gli Usa ma riemerge in un’enorme magazzino cinese regno lucente e barocco della plastica dove domina l’horror vacui di un’inutile sovrapposizione che genera un vuoto di senso”. Là, uno scorcio sulla società cinese d’oggi si mostra nella dicotomia irrisolvibile tra miraggio esasperato di ricchezza e realtà precaria di un ingranaggio spietato di produzione che annulla e disumanizza l’individuo. Ancora, è la dicotomia tra la seduzione delle merci o il loro potere di dominio e fascinazione quasi assoluta sulla società consumista d’oggi e il senso sempre più esasperante di individualismo e solitudine che permea gli individui. Tunnel e muro appaiono come i due punti tensivi, le due costruzioni opposte legate da una dialettica di prossimità: il desiderio e l’opportunità da un lato dell’attraversamento contro la paura e la minaccia dall’altro, o ancora, lo scorrere e il fluire nel passaggio di individui, merci e idee e il blocco, l’occlusione, il limite invalicabile del muro.

 

 

La frontiera è luogo di libertà ma anche ciò che divide e sancisce un territorio proteggendolo dall’ assedio dello straniero o dell’incomprensibile.

 

“Cosmic Generator”, images

 

Surreale un tunnel si apre dentro un piatto del ristorante cinese servita e scoperchiata dalla proprietaria; surreale la fantasia confonde e trasforma la realtà, la altera volutamente creando immagini deformanti della medesima. La frontiera tra Mexico e Usa è zona di confine, di transito ma anche di sbarramento, di occlusione o limite invalicabile posto dall’ amministrazione americana attraverso la realizzazione di una immensa muraglia difensiva contro il traffico clandestino e i flussi migratori dell’ intera comunità messicana.

 

 

La Chinatown di questa cittadina di confine appare nei colori caldi e accesi degli edifici, bassi e paralleli alla linea dell’orizzonte, nelle tonalità ocra, ambra e terra del suolo sud-americano in netto contrasto con l’interno degli edifici cinesi adibiti per lo più a commerci e negozi in un esubero illimitato di merci a basso costo straripanti dagli scaffali.

 

Dunque nel piatto scoperchiato tre figurine surreali si muovono , poi un tunnel si apre e siamo come gettati attraverso tale passaggio in technicolor dalle tonalità psichedeliche e saturanti: rossiccio acceso, verde, fucsia, ocra in un scivolare, correre, lasciarsi portare a velocità stratosferica attraverso tale scorrere e fluire delle immagini in movimento.

 

 

Vetri rotti e esplosione di frammenti multipli e colorati, sul tavolo da lavoro trasparente in primo piano. Una mano appare nell’ atto di infrangere, far esplodere e lasciar depositare casualmente i mille pezzetti, schegge e sprazzi di colore, specchi e ritagli di vetro. L’artista al lavoro fa a pezzi e lascia accadere, ricomporre la molteplicità disordinata di sensazioni e particelle d’esperienza in una visione multipla e astratta. Tutto è là, tutto è tenuto insieme e trova il proprio posto naturalmente. Dai vetri rotti scintille, schegge o riflessi vivi e brillanti si illuminano nell’oscurità del caos circostante come un lavoro d’arte nasce in se stesso tra grazia e caos, nel caso che l’ha generato in quel modo e non differentemente.

 

 

Oggetti in plastica di ogni forma e dimensione affollano in un esubero di colori i market cinesi: giocattoli, bambole, salvagenti, anatroccoli, decorazioni natalizie e fiori finti, festoni variopinti, fontane di gesso e frutta plastificata, bolle di sapone, utensili e ogni sorta di cianfrusaglie in plastica. Gli “oggetti spazzatura” come i “cibi spazzatura”a moltiplicano e proliferano nell’ illimitato ciclo nella catena di produzione, nell’uso e nell’abuso che ne facciamo, nel consumo fine a sé stesso, infine nell’artefatto, nell’artificio o nell’artificiale delle merci. L’uomo appare intrappolato in mezzo a tale surplus di cose come il corpo della venditrice fagocitato dall’ ultra-saturazione degli oggetti.

 

 

Ora la scena si sposta all’interno di un negozio cinese dove festoni sfavillanti e vistosi di tutti i colori ricoprono completamente la facciata d’ ingresso in tale esaltazione esasperante di presenza, sovrabbondanza e consumo di merci a poco prezzo impilate negli scaffali stracolmi e variopinti. Luci fosforescenti all’interno; la donna lì in attesa dei clienti appare quasi sepolta tra le merci, divorata dalla creatura allegorica, mostruosa e fagocitante, mai sazia e senza limiti di cupidigia rampante del nuovo capitalismo cinese. Il corpo della donna confinato nello spazio esiguo di una piccola scrivania in mezzo allo spazio saturato di cose d’un tratto compie qualcosa di inaspettato quanto disarmante nella sua semplicità, forse la risposta più semplice e naturale che un corpo possa dare, più sovversiva anche perché in grado di interrompere implicitamente il circuito alienante di sfruttamento e profitto. Il suo corpo cede, si appoggia al tavolo, si lascia andare semplicemente, forse sfinito, al sonno. Si abbandona a quella necessità prima e imperante. L’antidoto più potente in un semplice gesto resta il richiamo primo e impellente del corpo nel suo istinto di sopravvivenza, nel suo grido essenziale e incancellabile contro l’annullamento dell’individuo catturato e in qualche modo piegato alla logica spietata, ai ritmi estenuanti del lavoro a catena nelle fabbriche.

 

 

Tunnel infinito grigio verde, mercurio, fucsia e violaceo, ora rosso psichedelico come la grande corsa di una giostra impazzita, lanciata a velocità folle, attraverso discese e salite simili a quelle delle montagne russe nei più comuni parchi di divertimento. Avanza, scivola attraverso quel tunnel stretto, stringente a tratti, viene catapultato quasi alla velocità della luce, il piccolo uomo scoperchiato dalla pietanza precedente come una figurina minuscola e surreale, proiettata attraverso il tempo e lo spazio nella visione fantastica creata da Mika. Anni luce condensano in pochi istanti per ricongiungere due realtà, due visioni del mondo, due luoghi fisici che sono anche sinonimo di due universi culturali estranei divisi dallo sbarramento di un muro, muraglia o frontiera chiusa. Si scivola nel tunnel in Mexico e ci si ritrova non nella terra promessa di libertà e ricchezza del mito americano ma dentro un grande magazzino cinese lucente e stracolmo di merci perché nell’ idea dell’artista argentina il tunnel che collega le due città si trova proprio al centro della Chinatown messicana. Possente la metafora incarna le proiezioni e deformazioni prodotte dagli esiti dell’attuale sistema economico tra l’indigenza dei molti e il miraggio di ricchezza dei pochi, tra i paesi dominanti e quelli marginali, nella dialettica ancora tra l’occidente, l’altro e le potenze mondiali emergenti in un mondo dove le economie sono tutte oggi, sempre più, globalmente e inevitabilmente interconnesse.

 

 

Tale la dicotomia alla base di “Cosmic Generator” dove tunnel fantasiosi e immaginari si alternano a barriere reali e invalicabili filmate in primissimo piano, la muraglia per esempio voluta dal George W. Bush e il suo successore, l’attuale presidente americano tra Stati Uniti e Messico per impedire agli immigranti illegali di attraversar il confine. E ancora, sono le barriere che sanciscono arresti e separazioni di territori come i cartelli di confine alla frontiera dove lettere bianche si stagliano, nitide e indelebili, con i nomi dei singoli stati e città, Calexico, Usa sul verde dello sfondo.

 

Là, il giallo e ocra del deserto, i colori accesi e brillanti, vividi e luminosi della terra messicana investono una inusuale Chinatown del sud America. Perché tutto il lavoro di Mika Rottenberg infine è costruito su queste immagini contrastanti e quasi inconciliabili che il capitalismo produce di sé stesso tra barriere che chiudono e passaggi che indicano alternative percorribili, tra il bloccare i flussi, la circolazione, gli scambi_ l’individualità intrinseca dei soggetti in quanto appartenenti a una collettività_ e il trovare vie d’uscita, vie di fuga o vie aperte verso un “al di fuori”: un’alterità economica o altre risorse possibili da cercare oltre tale sistema alienante. L’idea di annullamento dell’individuo va di pari passo in queste immagini con un’esasperazione di presenza, un mondo di cose che in qualche modo sostituiscono, rimpiazzano o fagocitano l’umano. La realtà appare, infine, sempre inevitabilmente come un costrutto che per quanto visibilmente falso, frutto di un artificio, di una deformazione grottesca della medesima, nasconde o insinua una propria verità volutamente scivolando nel fantastico, nell’ assurdo o nell’ irreale. (elisa castagnoli)

 

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