Michela Gorini – Undress – Seri Editore, 2024
Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di Michela Gorini. In questi ultimi anni riappare il corpo nella poesia femminile. A volte timidamente, a volte in maniera più esplicita ma sempre in modi diversi dal soggetto (non uso il termine a caso) che aveva animato la poesia di donne della seconda metà del secolo scorso. Undress, svestirsi, denudarsi o – cosa diversa – mettersi a nudo. O ancora, spoliazione di, o essere spogliata, nel senso di beni comunque intesi. Il corpo riappare come esponente del dolore, in proprio o come soma, del dolore materiale o affettivo (ma c’è poi differenza?), della assenza e della perdita, del lutto (e tutti i dolori in fondo lo sono) e della ferita, della memoria e del rimpianto. Il corpo c’è, è nominato in questo libro una quarantina di volte, appare per così dire topico, anche quando è corpo della parola, scarnificazione o “dimagrimento”, riduzione all’essenziale dell’essere.
Comunque sia, il corpo – in sé e come esponente o interfaccia della vita – è solo e solitario, non è certo più né il campo di battaglia politica di una volta né bandiera di una riappropriazione identitaria. Smagrisce e soffre come la lingua di gran parte dei testi di questo libro, si adombra in un abisso in cui metonimicamente (o mimeticamente) precipita e si ossifica in primis nella lingua letteraria di Gorini. Che talvolta si oscura, diventa criptica, talvolta suona come una sentenza dell’I-Ching (v. qualche esempio qui sotto), spesso ma non sempre agisce per sottrazioni, anzi per omissioni sintagmatiche, per sospensioni del dire o afasie, e sembra uno “scetticismo” (termine dell’autrice) “verso il sostegno della lupa, la lupa parola”, o è invece, forse, una ormai non insolita raffigurazione, appunto mimetica, di un dibattersi del pensiero, di una patologia del linguaggio (che ovviamente non c’è, anzi). È una scelta stilistica, diversa da altre presenti in questo libro, che non è detto che aumenti lo spessore del significato, l’allusione al senso sottostante che aleggia, si sente, tra dolore reale e angoscia (e lasciamo stare tutto il repertorio classico sull’argomento, che certo Michela conosce). Ed è forse una scelta di “raffreddamento”, di antilirismo, di controllo emotivo e sentimentale, di distanza che a volte, in altre parti del libro, si allenta, ed è pur vero che, secondo l’autrice, “il linguaggio protegge dalle viscere”, pur con gli inevitabili dissidi con la “protuberanza linguistica”, con il fatto che non si può “imporre al cuore l’estetica del vuoto”, con la scrittura stessa quando è – diventa – “la scrittura che fu. La scrittura che fu guida”. Fino all’estrema ingiunzione: “Non scrivere. Le parole a un certo punto sono offese, pretenziose. Tutto sembra detto, stato”. Ingiunzione, come è ovvio che sia, non raccolta, è come accarezzare un pensiero della morte, del nulla, di rinuncia alla “relazione di parola”, per poi ritrarsi, in una vitale resipiscenza. Ed è quasi ovvio, vista la formazione di Gorini, trovare in questi assunti tante eco psicanalitiche, e una voce interiore principale e assoluta, quasi un animale guida (come la scrittura, ricordate?): la lupa, “la lupa parola”, la lupa che “trasmette via voce”, che “mostra parole random” (e la parola, come sappiamo, non è mai casuale), che “è decisione, squarcio”, che magari “poi ferisce, non è logica di cuore” (e il cuore, come diceva Pascal, ha le sue ragioni).
In questo percorso di ventisei giorni che sembrano tappe di una elaborazione del lutto, o più lutti, reali o metaforici, è la relazione di parola – con soggetti diversi (un lui, la madre, l’amore ecc.), con lingue diverse, con passaggi tra stili – a reggere un filo rosso per alcuni versi esile e tuttavia consistente, che riesce a dipanarsi tra climi e stagioni differenti, tra dubbi (molti) e ripensamenti, in una sorta, poi, di riacquisto di una distanza necessaria in fondo a sopravvivere. Il corpo, talvolta più della scrittura (“non si può scrivere la madre”), interfaccia i luoghi, le crisi, “il domicilio che si sparpaglia”, e tuttavia ci vuole “un io che si allontana dal tu”, ci vuole “arrendersi a lasciare una fatica”, ovvero metabolizzare le cicatrici. È un dilemma, in sostanza, presente a molti poeti di oggi, tra prendere le distanze, raffreddare, molare il linguaggio, smorzare il sentimento, appunto sopravvivere; e scorciare la distanza, avvicinare l’occhio, gettare un sguardo minuzioso sulla piaga smarginata, andare oltre. Un equilibrio non facile. A volte riesce, ed è quando quella “relazione di parola” funziona da ponte nel testo, tra i testi, nella dialettica tra le parti del libro. Quando si fa “piena”. (g.cerrai)
Giorno 4.
Oggi sei andato. È una tua prerogativa, l’immagine di un uomo che
va. Dormi, ti svegli e sei vestito, allacci strette strette le scarpe. Con le
tue mille ragioni. Tieni strette strette le tue mille ragioni alle tue due
scarpe. Tieni la mano sulla pancia. La smorfia sulle labbra.
Le tue mille ragioni.
Giorno 12.
Frontespizio. Sontuoso, risonante.
Un suono riproduce – voce del verbo della voce – ciò che accade.
Accadere contiene la muta e cadere. Cadere forte, cadere male.
Nel fondo, la legge mostra gravità.
Facciamo silenzio, allora.
Giorno 13.
Il dolore portato dal femminile. Il dolore conforme al peso.
Il dolore corpo, estraneo, regna sulle ossa, le fossilizza lente.
Con nuovo dolore, oggi, sentirsi ossa, sentirsi mossa, sentirsi grossa.
Dolore al ginocchio, dolore al piede. Forme di movimento
dove sposta l’odio e compete il tempo. Sono solo tendini tesi.
Mantengono innervazioni e stasi.
Giorno 17.
Non è ancora vivo il corpo, non lo è. Non è àncora viva, non
può rincuorare, si sfata al suo limbo, si àncora al globo
vuoto. Resta suono invisibile, madia chiusa a chiave.
Infonde il sortilegio dell’assente.
Mutismo.
Giorno 18.
Scrivere poesia no, non può impararsi. La tritura traccia si
iscrive su palmi di mano. Si accovaccia, se ne fa conca
d’acqua sorgiva. Bagna, scivola alle vene, a morsi bruca la
carta. Si scrive sul monitor per lettera e per lettera,
condensatore su condensatore. Non rinverdisce inchiostro.
Non macchia. È suscettibile, di impasto corpo e cuore. Si
accovaccia, dura. Stride.
Si spalma e a volte torna, senza sangue a volte lascia.
Non muore, la poesia, si traccia.
*
Non ho imparato a darti. Di me non ti ho resa felice.
Madre a dirmi, che era bello. La tua devozione alla
investitura. Tu donna non hai amato le mie a.
Indispensabile tu, non approvazione.
Nella scala del cielo ti raggiungo, per mantenere la tua
brillantezza, il tuo cuore, il corpo tuo che non si congeda.
Non ti toccherò, come hai scelto.
*
Andandosene, lui ti ha reso nulla.
Creare un falò di familiarità. Cercare la brillantezza dalla
pelle di madre, alla carta dei pacchi, le etichette, la stoffa. La
pace dell’impossibile, se esiste, non esiste.
Il morso della vita, la preparazione al torto.
Nessun pacco da scartare.
*
Una notte ho sentito le tue canzoni. Mentre stavi per morire.
Nessuno mi diceva che stavi per morire. Tutti hanno pensato
stessi impazzendo. Stavo impazzendo. Dolore e fuoco,
fuoco, dolore, simmetria. Voci della mia infanzia. La tua voce
nella mia infanzia, le tue canzoni.
Non si può scrivere la madre.
Giorno 24.
Di morte si parla ovunque. La parte che resta, sono solo
ceneri. Il corpo cenere, in tutte le tonalità. Poi, la memoria.
Restano solo, del proprio essere, i fori che hanno
attraversato. Racconto, memoria. Occorre contenere,
spargere, tali ceneri. Trasportare la propria memoria senza alterare.
Che tale memoria attraversi te. Depositandosi, mutarti.
Verde, muta, trapassare
Muta.
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