Ofelia Prodan – Periodicamente ricicliamo cliché – Ed. Ensemble, 2023
Una poesia originale, quella di Ofelia Prodan, rumena che frequenta da tempo l’Italia, in luoghi come Venezia (Festival Internazionale di Poesia) o Bologna (Bologna in Lettere, dove è stata premiata nel 2021). Originale come scrittura (che si innesta modernamente in quella diretta e concreta tipicamente est-europea) e perché tendenzialmente post-umana, cioè proiettata verso (e con) un’identità in cui l’io è sempre meno soggetto e sempre più oggetto (di una trasformazione, a volte solo immaginata, di un passaggio ad una realtà forse meno dolorosa).
Di questo transito, come nota puntualmente nella introduzione Gheorghe Grigurcu, una parte importante è costituita da una interazione, reale o ricreata, di tipo psicoanalitico, una comunicazione che è soprattutto con sé stessa e con le proprie dinamiche interiori, che trova posto nella prima sezione del libro, intitolata La capa ninfomane. Qui la condizione, per quanto di una coscienza alterata come dice Prodan, è ancora quella di una persona alle prese con una agitata ricerca di sé all’interno di un universo esistenziale per così dire canonico, fatto di una “salute” ortodossa, protocollare, nei confronti della quale l’autrice è tuttavia del tutto sfiduciata. In effetti il transito di cui si parlava inizia proprio con la messa in mora di un mezzo, di un sistema, di quello che Agamben e prima ancora Foucault chiamano un dispositivo, ovvero “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi” (G. Agamben). Come, ovviamente, la psicoanalisi. O la confessione. O la poesia, perché no. Nelle estreme conseguenze delle dinamiche tra persona e dispositivi si approda a un certo grado di desoggettivazione, di “indifferenziazione” rispetto al dispositivo medesimo. Ed ecco che torna quanto Grigurcu annota acutamente: “A predominare sono una desumanizzazione tecnica, una desentimentalizzazione meccanicistica, una reificazione assunta con calma” (ma questo verrà dopo).
Annotazioni che non sono certo rilievi di tipo, diciamo così, etico-morale, che non compete alla letteratura. Il transito verso un futuro “altro” di cui si parlava, step by step, per Prodan è chiaro e letterariamente programmato, in tematiche e scrittura, qui intimamente intrecciate. In questo viaggio lei si pone non tanto come l’eroina di un’epopea, quanto come una cronista compartecipe di sé, a volte un po’ scalcagnata e senza troppe certezze (“asociale – sì, autistica – sì, autoreferenziale – sì. / relativa e laconica – sempre”), spesso con un occhio (e una scrittura) un po’ beat (v. qui sotto clic) come di chi ha capito tutto ma non può farci niente, a volte con quello surreale ma di un surrealismo niente affatto automatico, altre volte con il sospetto (chi non ce l’ha?) di vivere in una matrice artificiale, altre ancora con l’autocompiacimento un po’ irridente di certi pazienti psichiatrici tanto “esperti” della materia da dichiararne l’inutilità. Che fare allora, ripiegarsi in sé stessi, nel proprio imperfetto meccanismo (“mi siedo nel mio stesso utero / in posizione fetale e mi bombardo il cervello / di serotonina e ossitocina. / sono il feto più felice della riserva di madri”)?
Se certe soluzioni non funzionano è perché siamo troppo umani, irrazionali, emotivi forse? Il fascino cyberpunk non è che una metafora per Prodan. L’androide Data (sì, quello di Star Trek), che spunta alla fine della prima sezione per poi inoltrarsi nella seconda, è forse metafora di una persona reale (“io, un essere eterico, / tu, l’androide Data alla ricerca / del chip delle emozioni”) forse aspirazione a “rimodellare virtualmente le forme accettabili”, a essere insieme logici, indistruttibili, affettivi senza la devastazione degli affetti, caricando al bisogno, come un software, “gradualmente i poteri affettivi / ed empatici per le giornate effimere, canicolari”. L’androide- metafora, il “tu” a cui Ofelia si rivolge, è “l’androide di una generazione già scaduta”, ora inutile, soprattutto quando usa “l’interfaccia umanoide”. Nella sua funzione di alter ego non è invece che una aspirazione alla quiete, alla stasi come “un semplice osservatore / o l’androide Data senza il chip / delle emozioni”.
E forse la destinazione finale di questo transito potrebbe essere una vita di tran tran (“faccio la spesa, l’aria annoiata, mangio, / bevo acqua non gassata, / corro per 10 minuti nel parco”), una “piccola / realtà banale in cui io e la mia mente / languiamo comode”, se non fosse anche questa una “spicciola realtà” destinata a crollare. Tanto che l’ultima parte del viaggio di Prodan è una visionaria carrellata cibernetica e post-apocalittica, tra “spazi organici senza contorno” e un futuro di “quando il mondo sarà un ricordo su un supporto elettromagnetico” e rimarrà un unico “astronomo solitario nel deserto”, circondato da assistenti androidi e droni che “volteggiano sopra le meteoriti precipitate”. Alla fine l’io autoriale è solo, come forse ambiva ad essere. Come scrive Sara Vergari nella nota introduttiva “la tensione resta all’autoannientamento, alla deriva catastrofista nel continuo mutare del mondo”. È se vogliamo il tema fondante e complessivo del libro, quello di una anarchica (o pseudodelirante, secondo Vergari) perdita di speranza nei confronti del mondo stesso e dell’umanità che lo abita, della consapevolezza che la solitudine presente e quella futura si assomigliano. (g. cerrai)
utero?
Da La capa ninfomane
CLIC
spot pubblicitari allucinatori in carne
putrida. il comportamento abusivo dei genitori
scatena mimetismo rosa vs sincretismo
multicolore. il rapporto uomo-insetto-insettario
e l’opposto, la patologia. il maschio sovrappeso,
delicato e grazioso come una ballerina.
stimolo. risposta. strategia e interpretazione
di base errate. chiarificazione mentale in stato
di coscienza trasparente. la guerra dei sessi
scatena miracolosamente complessi paranoici.
il genio sulla sedia a rotelle ridefinisce
la zuppa cosmica. l’isola è sperduta in mezzo
al continente. le formiche ricostruiscono
la torre di Babele. un attentato terroristico
in pieno giorno in un villaggio sperduto
della Nigeria causa centinaia di morti
e il ferimento di civili zombi. il caffè dal sapore
di zuppa cosmica in cui sono state disciolte
ossa di dinosauro. disputa programmata.
errore di sistema. razzismo da quotazioni
borsistiche. missili con aerosol.
siamo raggiungibili solo tra le 14 e le 13.
questo software è stato creato irrazionalmente
in uno stato di sonno profondo indotto
da neurolettici. si annulla con un
semplice clic.
EUTANIZZAZIONE
tutti gli psicopatici con mansioni seduti
a una tavola rotonda.
i cervelli rigonfi di fetide mostruosità
e le bocche che sputano scenari distopici.
bicchieri d’acqua in cui si dimenavano vermi
appena visibili e batteri che ne irrobustivano
il sistema immunitario.
la mia richiesta di eutanizzazione. esaminata.
accettata. e io, prigioniera nella mia mente
flagellata da pensieri masochisti.
e tutti gli psicopatici giubilanti e salivanti
dalle loro bocche bianche,
con le loro preziose mansioni.
e io – invisibile,
apatica e fragile,
che levito sopra la tavola rotonda,
sprofondando in un bicchiere,
soffocata da vermi e batteri, una forma
e una formula efficiente di accesso limitato
al mondo microscopico,
annegamento programmatico,
decesso constatato dai cloni degli psicopatici
distanti migliaia di anni luce.
LO SO, SONO CONFIGURATA MALE
ti configuri male, il resto è delirio in trance
cosciente. non dormi abbastanza. non mangi
regolarmente. vomiti o ti provochi il vomito.
sei un esemplare debole della razza umana.
strano, i tuoi feromoni attirano
gli esemplari maschi meglio riusciti.
io sono uno scarto. entrambi siamo scarti
a uno stadio prolungato di infantilismo.
sul serio, ne ho fin sopra i capelli della mia capa,
nel senso che accetterei pure le sue avance,
solo che poi la delusione le farebbe dire – stai
alla larga da quello, o piuttosto, prenditi cura
di lui, è un povero malato di autismo.
in comune abbiamo solo i punti deboli.
tu ti inneschi programmaticamente
il meccanismo di autocommiserazione.
mi metti alla prova o semplicemente mi usi
come un giocattolo psicologico.
lo riconosco, ti nutro l’illusione
che questa relazione deplorevole sia spontanea.
piango solo nel sonno.
mi hai inondato la casella della posta
con messaggi in cui minacci di suicidarti.
sì, lo so, gli psicologi hanno teorie che ti
provocano l’urticaria, un’aggressività istintiva
o la nausea. leggi qualcosa di Joyce. qualunque
cosa. fa al caso tuo.
non comprarti più centinaia di gonne.
non fanno al caso tuo.
non faccio che ripetertelo –
ti sei configurata male.
STOP
dico stop. ne ho abbastanza dei colloqui abissali
dalla psicologa dedita il 100% alla professione.
una chiacchierata banale con te mi rimette
in sesto per un’ora.
ricado nel vortice dei pensieri. mi sforzo
di dargli coerenza o di destreggiarmici in stati
alterati di coscienza. so di non poter tenerli sotto
controllo, ma questo mi eccita mentalmente
e l’adrenalina mi tiene sveglia per notti intere.
le sostanze allucinogene fanno schifo.
sperimento gli stessi stati in modo naturale.
ricorda, tutto quello che ho annotato
è un’introspezione leggermente
deformata; per il resto, lucida in modo atipico.
non tentare di convincermi a continuare
le sedute. lo sai benissimo – sono immune
alla superficialità. c’è qualche probabilità
che ci rincontreremo a Pavia. ti ricordi?
io, un essere eterico,
tu, l’androide Data alla ricerca
del chip delle emozioni.
siamo asociali nello stesso modo.
sfidiamo i cliché,
ci rivalutiamo.
da L’attacco positronico
LO SPAZIO TRA DI NOI
lo spazio tra noi si blocca
con particelle di respiro, l’ombra si condensa,
l’occhio contratto nel cuore di madreperla.
verrò quando, dall’incubo della
nostra storia immacolata, la sera colerà come
catrame sulla pelle di un teutone.
te ne stai in un luogo delimitato da vaghi impulsi
elettromagnetici.
l’equazione deficitaria descrive
lo stato dell’organismo invaso
fino dentro l’ultimo nervo da virus artificiali.
la pietà suscita la repulsione ripiegata
sull’individualità dispersa.
una fornace, un crematorio con urne colme
di cenere luccicante come un delitto perfetto
in un mondo schematico.
la tua carcassa sopra il mio viso livido,
una sfera imponderabile colpita ritmicamente da gocce di
radio.
QUIETE
a volte mi fermo e penso – un tempo
mi piacevano l’agitazione,
la folla, il chiasso infernale, il fumo tossico.
il sangue mi pulsava alle tempie,
l’adrenalina montava inebriante.
adesso me ne starei sola in casa, seduta al tavolo
a bere un caffè e basta.
lentamente, osservando il semplice gesto
nel portare la tazza alla bocca, da qualche parte
all’esterno del mio corpo.
poi starei per ore a guardare impassibile
fuori dalla finestra
la folla in strada,
come se fossi un semplice osservatore
o l’androide Data senza il chip
delle emozioni.
IL MIO OBIETTIVO
vendo bruscolini, non so fare la zuppa,
bevo molto caffè, offro sigarette ai barboni,
insegne luminose, manifesti, altre insegne
luminose, spot elettorali, altri manifesti,
pubblicità, rotelle funzionanti, attacco
terroristico fasullo, la personalità
mi si moltiplica vertiginosamente,
l’ectoplasma nello sgabuzzino si smaterializza
infinitesimamente, non disdegno le comodità,
né il lusso sfrenato,
il mio obiettivo è segreto,
scommetto alle corse delle lumache
e dei dinosauri clonati,
me ne sto a bordo campo, carico la pistola,
la mitragliatrice, il bazooka,
tengo discorsi pacifisti e sparo.
da Spazi senza contorno. L’androide Data
LA LUCE CICATRIZZA
pannelli, insegne luminose, cartelloni in bianco
e nero, foto scialbe in bianco e nero.
scrittura a mano tremolante in un angolo.
la mania di persecuzione comincia ad attecchire
nella mente fragile.
guardo il tramonto immerso in una luce
di un rosso carnale. mi stacco dagli avvenimenti
del passato percepiti in maniera ambigua.
proietto nel subconscio falsi avvenimenti
integrati organicamente dalle sostanze chimiche
del cervello.
una ferita di crudele, impassibile bellezza,
mi attraversa il corpo. scansiono
la crosta terrestre oceanica. il luogo in cui l’acqua
fredda e la lava incandescente si incontrano.
chiudo gli occhi involontariamente.
la luce mi penetra nella pelle fotosensibile,
appaiono migliaia di macchie cancerogene.
la ferita si apre oscena – un fiore impollinato
da farfalle carnivore dai colori vivaci,
psichedelici. la luce cicatrizza.
ALTERO SISTEMATICAMENTE I SISTEMI
altero sistematicamente i sistemi. armi
biochimiche, reattori nucleari,
razzi a lungo raggio. coordino dal
pannello di controllo.
un hacker entra nel mio sistema. introduco
un virus nel programma dell’hacker.
fiori di plastica organica respirano da pori
artificiali. il panico si misura giocando alla
roulette russa. il virus creato in laboratorio
uccide all’istante. prendo misure
di sicurezza. inutili. la razza umana
è condannata all’estinzione.
in una provetta conservo campioni di DNA
umano. invio nello spazio messaggi codificati.
la Terra è un pianeta malato di cancro psichico
in metastasi.
la salvezza è un’illusione a buon mercato.
salvo su un supporto elettromagnetico
tutto quello che la razza umana ha creato
in qualche millennio.
porto lentamente la pistola alla tempia.
L’ASTRONOMO SOLITARIO NEL DESERTO
l’osservatorio astronomico isolato nel deserto
si apre di notte come da programma.
io sono l’unico astronomo
circondato da assistenti androidi.
Data è il migliore. programmato per,
analizza le immagini captate
a miliardi di anni luce di distanza.
rileva nuove particelle di materia oscura.
le teorie vengono aggiornate, Data archivia ogni
osservazione
in un computer collegato a una base militare.
i droni volteggiano sopra le meteoriti precipitate
composte da metalli rari.
altre meteoriti penetrano nell’atmosfera,
prendono fuoco, fendono
le nuvole caoticamente,
impattano sulla sabbia fredda e si spengono.
l’osservatorio astronomico è protetto da uno
scudo invisibile.
sono l’astronomo solitario.
annoto ossessivamente
le galassie di recente scoperta
in una vecchia agenda elettronica,
semidegradata,
di fianco alle date di nascita delle mie bambine
e ad alcune istantanee con facce impacciate
di vecchi compleanni.
mentre apro l’obiettivo,
battezzo le ultime due galassie scoperte
con i nomi delle mie bambine.
gli androidi eseguono ogni
fase in modo impeccabile,
i droni captano fugacemente immagini
crepuscolari.
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