Quaderno di traduzioni: Valérie Brantôme

Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024

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Conosco da un po’ Valérie Brantôme, con cui ho collaborato saltuariamente e che ha ospitato sul suo sito, traducendoli in francese, alcuni miei testi. Questo libro, che è il suo primo di poesie, o meglio di poesia in prosa, mi conferma l’apprezzamento che ho sempre avuto nei confronti della sua sensibilità artistica e delle sue qualità di scrittrice. Qualità che è possibile rilevare, spero, nella traduzione che ho fatto dell’intera prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta. Una scrittura ricercata, anche complessa, metaforica – e che a tratti potrebbe ricordare per noi italiani una “parola innamorata” – in cui è rintracciabile la grande tradizione lirica francese ed echi di autori come Yves Bonnefoy e Joë Bousquet, citato in esergo, e i cui temi sono il tempo inesorabile e il paesaggio astratto attraversati da una figura umana alle prese con una sorta di discesa usque ad inferos, in cerca – forse – di una risurrezione o di una rinascita vittoriosa di sé come auspicato nel finale. (g.cerrai)

 

Valérie Brantôme, nata nel 1968, vive in Provenza. Conoscitrice dell’Italia, dove ha trascorso l’infanzia e dove è stata presente in vari eventi, è poetessa e scrittrice e traduce voci della poesia contemporanea italiana (Martino Baldi, Alessandro Ceni, Lorenzo Calogero, Roberto Bertoldo). Ha pubblicato in riviste e blog come Arsenal, Phœnix (Premio Léon Gabriel Gros 2013), Diérèse, La Sœur de l’Ange, Terres de Femmes, Imperfetta Ellisse.  On dit le temps è il suo primo libro di poesie. Il suo blog è Enjambées fauves.

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Sperimenteremo il nulla,

sapremo che non è assenza,

ma un mucchio di cose uccise.

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Joë BOUSQUET, Il portatore di luna

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Il tempo e i suoi bassifondi – Rottura.

Impedimento – Parole di reclusa.

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Non osiamo sapere ciò che tacciono le labbra

alterate dell’uomo. Vasto mutismo, quando la

barca carica di viaggi imprecisi non si accontenta

più delle confessioni deposte nel suo ventre.

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Questo cielo troppo basso, dai confini oscuri, respinge

la parola. Sotto di sé il navicello nutre il suo luogo di

purgatorio, nel rumore sperduto tra le due

rive.

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La fuga è un muro – Esodo, pieno del suo silenzio.

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È abitudine allora volere, costi quel che

costi, riprendere la traversata del fiume, oppresso

da quelle segrete battaglie dove si dispiega il comando

del si e del no. Ma, alla fine, cos’è che gravita,

quale importanza può avere

quando tutto è crollato dentro?

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Scontrarsi col mondo, senza slancio né grazia.

Senza desiderare altro.

Non è che questo.

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E la lingua, con le sue ruvidezze, accosta al molo

dell’oblio, straniera alla sua stessa legge.

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Approdi impossibili.

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Leggere lo spazio del fuori –
Capitale grigia che asciuga il ricordo freddo della pioggia.
E la traccia di una mano gelida presa nella gioia di novembre,
a due passi da altri amori
sepolti nella argilla di un vecchio secolo.

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Auguste e Camille.[1] I bronzi brillano delle loro

acque autunnali. Un giardino sotto la cupola,

oro e grigio che vorticano nell’aria, vecchie panchine bagnate

che spingono al cammino, e tu, che falci con il piede

allegramente il disordine delle foglie – calciando, ridendo,

un pezzo di vita nelle aiuole elegantissime.

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Nel manicomio[2] dai grandi muri bianchi, il minerale immutabile

dove mille gesti si imprigionano – brio incagliato vivo

nella pietra, la terracotta e il marmo –

tu dici: senza pietà, hanno sfregiato la febbre antica.

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Frammentare il tempo per disobbedire al dolore.

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Su quale antica frattura, vecchia dei suoi

fervori di un tempo, bisogna ritornare affinché la notte

infine acconsenta a tacere il suo lamento?

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Ti riempi di anfratti. L’apertura del giorno

vi si insinua al passaggio dell’aurora, nella lunga

e subdola disseminazione del male che guadagna

la sua ora moltiplicata.

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Questo stesso muro, dove si potrebbe scegliere

di appoggiarsi, cosa ha di rassicurante?

Il familiare svanisce a colpo d’occhio, sciolto

dai tuoi nodi intimi, verso quegli altri territori sconosciuti.

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E tu vai, squarciando l’aria delle tue frontiere, senza

altro potere che quello della lunga marcia

interiore, in eremo, tutto il peso delle tue discordie

sulla punta delle dita.

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Parole di sabbia nella caduta del giorno. Questa notte d’agonia

– il mormorio inalterabile d’un usignolo.

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Il presente fa saccheggio, la nuca improvvisamente

orfana del canto della mano. È questa la fuga

che ti fa camminare sull’orlo dell’abisso? Sull’altro versante,

i narratori gelano il polso.

Non è sapere che si danno nuovi nomi a occasioni

future a sommergere di angoscia l’oscurità.

È solo l’irrespirabile privazione di certezza.

Una ritenzione oscena e crudele del tempo.

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Consenti alla durezza, non quella del corpo raccolto

nell’ascetismo brutale, ma a questi frammenti di verità

che la ragione grida così sola e di cui sai che

porteranno la tristezza ancora più lontano,

più in profondità ancora.

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Dissidio: comprendere, si può. Eppure

rimanere nel tempo – oh, ancora! – di una

volontà allungata nell’impotenza.

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A distanza di un tempo agitato – Mondo sprofondato ai margini –

Una capanna oceanica al limite del desiderio.

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Qualcosa si è perso, poeta, quell’odore

di sale delle isole inventate sotto le conchiglie

d’ostriche, come quei sogni bagnati dal frutto bianco

della vite.

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Grigia la duna, grigia la voglia adagiata al suo fianco

sotto l’arco dello sparto di mare. Né sonno sazio sotto la brezza

leggera della notte, né banchetto di mare a rallegrar

la bocca, e l’ora intima che scava le reni, striata

di umore lunare.

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Tu sei lì, a gettare una vecchia sete diventata

passiva. Mescolanza di carni in procinto di annegare. Danza

amorosa nel ritorno generoso della parola.

Resta la notte minimale di una manciata di atomi 

sconvolti, avvolti da potenti verdi profumi,

offerta alle ire dell’equinozio.

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Alla tua misura – Senza forza ancora verso l’alba

di un cielo lavato. La soglia del giorno, smangiata di luce,

di tanta verità maldestramente sparsa.

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Tempo venuto dal passaggio. In se stesso: il mondo in cui

risiedere, il là fuori appena permeabile.

Così l’ordine fu lanciato: che non si sappia ormai

cos’è che prende la forma di una distruzione

nel corso dell’ordinario.

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Ma rimanere in silenzio?
È morire ancora.

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Ciò che serve è frustare in pieno
lo scoglio della verità, come il gelo fende la pietra e la
pietra incide il giorno con lo splendore del freddo.

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Muro o pontile – Tutto viene in conflitto.

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E è dicembre a fior d’acqua, che nulla ha trattenuto

sulla riva. Una promessa di mandorlo abolita del suo

bianco. I ronzii familiari dell’alveare spenti

sotto il rovo.

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Ed è gennaio, il suo fango fa man bassa

del letto disfatto. Ciò che dell’inverno vi sonnecchiava copre

d’inerzia l’istante sperato di un oracolo compiuto.

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Ritrovare questa cruda luce di un cielo di folgore –

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Nella dimora del verbo, far esplodere la parola. Leggere

in fondo alla gola l’obliquo di una menzogna asfissiata

in fondo alla sua trincea. Fango. Nero.

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Tormento. Vorremmo dire affabile. Ma no.

Cose del corpo che lo spirito non controlla –

Costatare, impotente. Cadere, questa parola di terrore.

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Risale, lentamente come una infermità, la

violenza di un ventre che non ha più nulla da rigettare,

questa specie di annientamento che fa cadere

il corpo nel vortice di vortici antichissimi.

Non voler più.

Solo la magrezza e queste labbra assetate venute

a mordere il sonno rachitico.

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Si beve all’ipotetico rifugio della notte.

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La notte – Considerare questo rallentamento – Allungamento

della ragione oltre il dubbio e la ferita.

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All’esterno, non ascolti altro che il vento

che sferza i suoi fasci di pioggia sulla faccia dei

sentieri. Che passi l’ora cattiva, mille volte

girata nella testa, gettando parole e straripando

nel profondo di un antro ostinato dello spirito.

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A tratti, nel grigio instabile del cielo,

inaspettate intimazioni di luce trapassano

di fulgore l’atonìa del movimento. Consentire alla

pagina qualche acqua triste di stagione, per diluire

questo troppo sale.

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E poi inchinarsi al riposo, usurata di lotte,

prima che bussi al risveglio ciò che refluisce

dai disordini del sogno.

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Tu, che l’azzurro schiaccia su il vuoto –

Al fasciame, il mare.

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Le pieghe della roccia: le tue dita nella loro pelle

rugosa vi scavano l’avanzata verticale, magro passaggio

alla fortuna del cielo. Rimane quel fragile muscolo

del volere, dove potersi ancora appoggiare.

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Ma tu non puoi lasciarti cadere dall’alto della tua visione.

La notte, malmenata nelle tenebre del sogno,

in te una vaga insurrezione. Nessun’altra costanza

che quella dell’issarsi, corpo sul bordo, a cavalcioni.

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Tra cielo d’olio e tempesta – Rimettere la morte sul suo piedistallo.

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Da un lato, il filo morente del desiderio in cui nulla

ha più importanza. Perché l’unica domanda che si leva

è quella di una linfa diretta lentamente alla bocca

del nulla.

Senza rumore, accogliere la caduta. Attendere

dalla fossa, dall’irrespirabile, un diritto di una parola

accidentale.

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Dall’altro, aprire la parte divisibile, sepolta,

taumaturgica, dove la vita si addensa. Questa altra mano

serena, presente, pastore delle acque calme,

dissipatrice delle ore incerte. Segni

di pazienza verso il messaggero bianco di una primavera

di neve.

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Giunga infine questo tempo della lotta

in cui si nasce vittoriosi di sé.

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(traduzioni di GiacomoCerrai – 2025).

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Nous ferons l’expérience du néant,

nous saurons qu’il n’est pas l’absence,

mais un amoncellement de choses tuées.

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Joë BOUSQUET, Le meneur de lune

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Le temps et ses bas-fonds – Rupture.

Empêchement – Mots de la recluse.

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On n’ose pas savoir ce que taisent les lèvres

altérées de l’homme. Ample mutité, quand la

barque chargée de voyages imprécis ne se suffit

plus des aveux déposés en son ventre.

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Ce ciel trop bas, aux marges obscures, déjetant

la parole. L’esquif nourrit sous lui son lieu de

purgatoire, dans la rumeur égarée de l’entre-deux

rives.

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La fuite est un mur – Exode, plein de son silence.

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On a coutume alors de vouloir coûte que

coûte reprendre la traversée du fleuve, lesté de

ces batailles secrètes où s’éploie l’injonction du

oui et du non. Mais ce qui gravite au terme,

quelle sorte d’importance cela peut-il prendre

quand tout est faille en dedans ?

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Se heurter au monde, sans élan ni grâce.

Sans vouloir plus.

Ce n’est que cela.

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Et la langue tout de rugosités accoste au môle

de l’oubli, étrangère à sa propre loi.

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Arrimages impossibles.

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Lire l’espace du dehors –

Capitale grise qu’essuie le souvenir froid de la pluie.

Et la trace d’une main glacée prise dans la joie de novembre,

à deux pas d’autres amours

enfouies dans la glaise d’un vieux siècle.

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Auguste et Camille. Les bronzes reluisent de

leurs eaux automnales. Un jardin sous le dôme, or

et gris roulant dans l’air, de vieux bancs mouillés

qui acculent à la marche, et toi, qui fauches du pied

gaiement le désordre des feuilles – shooter, riante,

un pan de vie dans les parterres à quatre épingles.

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Dans l’asile aux grands murs blancs, l’immuable

minéral où mille gestes s’emprisonnent – brio

échoué vif dans la pierre, la terre cuite et le marbre –

tu dis : sans merci, ils ont tailladé la fièvre ancienne.

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Couper le temps pour désobéir à la peine.

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Sur quelle ancienne brisée, vieille de ses

ferveurs d’autrefois, faut-il revenir pour que la nuit

enfin consente à taire sa plainte ?

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Tu fais le plein d’anfractuosités. La béance du

jour s’y coule en passation d’aurore, dans la longue

sournoise dissémination du mal qui gagne son

heure multipliée.

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Ce mur même, où l’on pourrait choisir de

prendre appui, qu’a-t-il seulement de rassurant ?

Le familier s’y absente à perte d’œil, défait de tes

nœuds intimes, vers ces autres territoires ignorés.

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Et tu vas, crevant l’air de tes frontières, sans

d’autre pouvoir que celui de la longue marche

intérieure, in eremo, tout le poids de tes discords en

bout de paumes.

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Parole de sable dans la chute du jour. Cette nuit agonique

– le murmure inaltérable d’un rossignol.

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Le présent fait saccage, la nuque soudain

orpheline du chant de la main. Est-ce là la fugue

qui te fait marcher en bordure de l’abîme ? Sur

l’autre versant, les récitants vont gelant le pouls.

Ce n’est pas de savoir qu’on débaptise les hasards

à venir qui noie d’effroi l’obscurité.

Ce n’est que l’irrespirable privation de certitude.

Une rétention obscène et cruelle du temps.

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Consens à la dureté, non celle du corps ramassé

dans l’ascèse brutale, mais à ces bouts de vérité

que la raison clame très seule et dont tu sais qu’ils

emmèneront la tristesse au plus loin encore, au

plus profond.

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Brouille : comprendre, on le peut. Et cependant

demeurer dans le temps – ô, encore ! – d’une

volonté étirée dans l’impuissance.

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À distance d’un temps ballotté – Monde coulé en marge –

Une cabane d’océan en bordure du désir.

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Quelque chose s’est perdu, poète, cette odeur

de sel des îles inventées sous les coquilles

d’huîtres, comme ces songes baignés du fruit blanc

de la vigne.

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Grise la dune, grise l’envie couchée à son flanc

sous l’arc de l’oyat. Ni sommeil repu sous la brise

légère de la nuit, ni festin de mer à réjouir la

bouche, et l’heure intime creusant le rein, strié

d’humeur lunaire.

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Tu en es là, à jeter une vieille soif devenue

passive. Mêlement de chairs à la noyade. Danse

amoureuse dans le retour généreux de la parole.

Reste la nuit minimale d’une poignée d’atomes

affolés, embuée de puissantes vertes senteurs,

offerte aux colères d’équinoxe.

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À ta mesure – Sans force encore vers l’aubaine

d’un ciel lavé. Le seuil du jour, mangé de lumière,

d’autant de vérité maladroitement éparpillée.

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Temps venu du passage. En soi : le monde où

résider, l’au-dehors à peine perméable.

Ainsi l’ordre fut-il jeté : ne plus ébruiter

désormais ce qui prend figure de dévastation dans

le cours de l’ordinaire.

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Mais garder silence ?

C’est mourir encore.

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Ce qui réclame, c’est heurter de plein fouet le

récif de vérité, comme le gel fend la pierre et la

pierre entaille le jour de l’éclat du froid.

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Mur ou passerelle – Tout vient en dissidence.

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Et c’est décembre à vau-l’eau, que rien n’a retenu

à la berge. Une promesse d’amandier abolie de son

blanc. Les bombillements familiers de la ruche éteints

sous la ronce.

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Et c’est janvier, dont la boue fait main basse sur

le lit défait. Ce qui y sommeillait de l’hiver couvre

d’inertie l’instant espéré d’un oracle accompli.

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Retrouver cette lumière crue d’un ciel de foudre –

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Dans la demeure du verbe, crever parole. Lire au

fond de la gorge l’oblique d’un mensonge asphyxié

au fond de sa tranchée. Boue. Noire.

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Tourment. On voudrait dire affable. Mais non.

Choses du corps que l’esprit ne maîtrise –

Constater, impuissant. Tomber, ce mot d’effroi.

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Remonte, lentement comme une infirmité, la

violence d’un ventre qui n’a plus rien à rejeter,

cette sorte d’anéantissement qui fait tomber le

corps dans le tournoiement de très anciens vortex.

Ne plus vouloir.

Juste la maigreur et ces lèvres de soif venues

mordre au sommeil rachitique.

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On boit à l’hypothétique refuge de la nuit.

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La nuit – Considérer ce ralenti – Étirement de la

raison par-delà le doute et la blessure.

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Au dehors, tu n’écoutes rien d’autre que le vent

qui cingle ses paquets de pluie sur la face des

chemins. Que passe l’heure mauvaise, mille fois

tournée dans la tête, jetant mots et débordements

au fond d’un antre obstiné de l’esprit.

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Par moments, dans le gris instable du ciel,

d’inattendues sommations de lumière trouent de

fulgurance l’atonie du mouvement. Consentir à la

page quelque eau triste de saison, dilueuse de ce

trop de sel.

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Et puis s’incliner vers le repos, usée de luttes,

avant que ne cognent à l’éveil ce qui reflue des

désordres du rêve.

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Toi, que l’azur écrase sur le vide –

À l’accore, la mer.

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Les plis du rocher : tes doigts dans leur peau

crispée y fouillent l’avance verticale, maigre passage

à la fortune du ciel. Demeure ce fragile muscle du

vouloir où prendre encore appui.

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Mais tu ne peux choir du haut de ta vision. La

nuit, malmenée dans les ténèbres oniriques, une

vague insurrection en toi. Nulle autre constance

que celle du hisser, corps au rebord, à l’enjambée.

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Entre ciel d’huile et tempête – Remettre la mort à son socle.

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D’un côté, le fil mourant de l’envie où rien ne

fait plus cas. Parce que la seule question qui s’érige

est celle d’une sève partie en lenteur à l’embou-

chure du néant.

Sans bruit, accueillir la chute. Attendre de la

fosse, de l’irrespirable, un droit de parole

accidentel.

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De l’autre, Ouvrir la part divisible, enfouie,

thaumaturge, où la vie s’agrège. Cette autre main

sereine, présente, bergère des eaux calmes,

dissipatrice des heures incertaines. Signes de

patience vers le messager blanc d’un printemps de

neige.

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Advienne enfin ce temps du combat

où l’on naît vainqueur de soi.

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  1. Si tratta di Auguste Rodin, il celebre scultore, e di Camille Claudel, scultrice e sua amante.

  2. Si allude al manicomio dove Camille fu rinchiusa dalla madre, dopo che era caduta in una grave psicosi a seguito dell’abbandono da parte di Rodin. Vi rimase trent’anni fino alla morte avvenuta nel 1943. Suo fratello, lo scrittore Paul Claudel, si rifiutò sempre di occuparsi di lei, non ostante il parere favorevole dei medici a una sua dimissione.

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