Elena Micheletti – Poesie inedite
Ho incontrato Elena Micheletti nel 2018 a Bologna, in occasione dei riconoscimenti agli autori premiati o segnalati al “Bologna in Lettere” di quell’anno. In quegli incontri lessi una breve nota critica che avevo preparato in qualità di membro della giuria sulle tre poesie presentate nella sezione C – inediti, che è possibile leggere in calce. Mi invia ora quattro testi anch’essi inediti, che dovrebbero trovare collocazione in una raccolta dal titolo provvisorio Una morte abbondante. Nel frattempo ha pubblicato una sua opera prima, Coazione a ripetere (Ed. Nulla Die, 2020).
Che dire? Nei sei, sette anni trascorsi da allora non mi pare che sia passata troppa acqua poetica sotto i ponti. Nel senso che – con la non probabile eccezione del libro pubblicato che comunque non conosco – mi sembra di vedere una sostanziale invarianza (o fedeltà se volete) sia nel registro che nella materia della poesia di Micheletti. Il primo si attiene a un linguaggio diretto, di comunicazione “comune” e quotidiana, non ellittico, in cui tendono a emergere punte acuminate che fanno da focus (i giovani di australopiteco, il dio “manomesso”, lo scuotere qualcuno come un telecomando, il dio “transformer”, le amiche che si dilatano come cornamuse – immagine, devo dire, che mi ricorda vagamente la Plath), in testi in cui la ratio non sta tanto come spesso accade nel finale, che qui non risolve se non nella negazione che contiene ogni volta, quanto nella tessitura, per quanto concisa, di una atmosfera, di uno specifico mood del momento e però prolungato come un basso continuo, nell’immagine insieme concreta e tuttavia un po’ sfocata incorniciata dal testo sempre corto (perché sempre in cerca di una densità “esauriente” non sempre raggiungibile).
La seconda invece, cioè il motivo ispirante, ripresenta quello che a suo tempo avevo definito una veduta sul mondo come “costellazione di frammenti di dolore, ciascuno dei quali ha bisogno di essere ridotto a un lacerto comprensibile, o forse soltanto umanamente sostenibile”, quel tanto da poter essere oggetto di “una pietà naturale non priva di speranza” (e ora forse un po’ meno speranzoso). Una poesia quindi che per sua stessa natura è relativa al presente fattuale e al personale, un presente non dilatabile, un quotidiano non proiettabile in cui le cose semplicemente accadono sulla linea degli eventi. E in questo somiglia a molta, forse troppa, poesia italiana contemporanea. (g. cerrai)
Elena Micheletti è nata ad Ancona, il 09/10/1987. Si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università di Bologna e lavora come docente di scuola secondaria.
Forse ha ragione chi si attiene al verde e vive
pressoché felice.
Occhi per guardare, ginocchia per piangere.
Le mie amiche mettono al mondo
giovani di australopiteco e si dilatano
come cornamuse.
Io non so niente di tutto questo.
Gioco a mosca cieca con la carne viva
e ho sogni di carta che fanno sorridere.
Forse ha ragione chi si attiene al verde:
le foglie hanno mille modi per darsela a gambe,
io, per ora, soltanto uno.
***
La mattina in cui hai smesso di funzionare
i tuoi occhi hanno compiuto l’ultimo moto di rotazione.
Ti sei fatto piccolo piccolo
per rientrare dentro un Padre Nostro,
non hai fornito spiegazioni.
A nulla è servito scuoterti
come un telecomando.
***
Sentite: il dio che conoscevo è stato manomesso,
s’abbarbica, non risponde più ai comandi,
si sbaglia di grosso.
Gli ho detto, se esisti, dimmelo ora.
Accelera il passo del cassamortaro,
uccidimi nell’ora del pisolino,
dammi il coraggio della balena.
Se mi dilungo è perché voglio credere in qualcosa.
Ma i pianeti sono tutti allineati,
è quasi mezzogiorno e qui
non è successo ancora niente.
***
Torneremo a dormire
senza strategia alcuna,
quando sarà il momento.
A contare le pecore si finisce
per lasciare indietro i morti
e le preghierine ad un dio transformer
che è prima cristo
poi spirito santo.
Ti cerco nelle macchine di un verde oliva
appena spremuta
ma non è mai la tua testa
e mi pesano gli occhi a guardare
la fine che faccio.
Torneremo a dormire
quando sarà il momento
e ci ritroveranno freddi come le spiagge
in cui si tiene duro pur sapendo
che non batterà più il sole.
# I testi presentati nel 2018:
Alzheimer
Tra le foglie di larice
e pitosforo
ti ho vista giocare
con una bambola
che non aveva nome.
Se nel cambiarla
di abito
tornavi bambina,
è nello sciogliere i nodi
dei suoi capelli
che trovavi lo spazio
per tornare madre.
Mi dicevi che dovevo capirlo
da come le chiudevi gli occhi
che anche tu
avresti voluto
riposare:
“Avere visto le rondini
fuori dalla primavera
e non poterlo ricordare
è lo strazio a cui
non mi piego.”
Senza titolo
Alle scuole medie
Salvo d’Acquisto
gli aerei ci passano sopra le teste
come degli aceri
le foglie morte.
Di tutti i sogni
portati a riparo
non so più riconoscere il mio.
Federico, invece, il suo
se lo ricorda bene,
ha gli anni di sua madre
che non c’è più:
“Dovrebbero insegnarcelo qui
come si fa
a pettinarsi ogni giorno i capelli
con la malinconia.”
Fine ottobre
A Milano è facile
avere gli occhi grigi
e dare colpa
alla nebbia.
Nessuno, invece, pensa mai
alla solitudine.
L’albergo Gallia
mi spia dalle finestre più piccole:
sa già molte cose di me.
Che ho i piedi
pieni di mare,
le spalle coperte,
le tue parole in pancia:
“È tanto tutto questo ma non abbastanza.”
De Chirico ha costruito una fontana
ma io la scopro
senza di te.
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