Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

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Non ringrazio mai abbastanza Marco Ceriani, quando mi manda uno dei suoi libri. Ma questa volta c’è stato anche uno scambio epistolare (per quanto fatto di lettere elettroniche) assai piacevole e interessante, che non ha potuto che aumentare la mia stima per lui, come autore e persona.

Avevo già parlato nel mio piccolo di Marco in un paio di occasioni sulla vecchia versione del blog (v. QUI), a proposito principalmente del suo Gianmorte violinista (Ed. Stampa 2009, La collana, 2014), opera che allora mi colpì in maniera particolare, perché di un’opera particolare si tratta, a cominciare dal suo essere spavaldamente “aliena” nell’uso della forma, del linguaggio, delle metafore, delle invenzioni, dal suo essere naturaliter di “ricerca” senza nessuna delle dichiarazioni di intenti o pregiudiziali “ideologiche” che accompagnano quasi sempre la poesia non lirica (o non assertiva, sperimentale o come vi pare). Ci sarebbe qui da aprire una parentesi sul fatto che Ceriani lo sia, ma credo che lui, in quanto autentico “ricercatore”, se ne infischi bellamente di definizioni del genere. E – analogamente – non lo conosco abbastanza, in fondo, da poterlo definire senza tema di essere smentito come un poeta appartato, ma poi ho riflettuto che non sono i poeti, semmai, ad essere appartati ma è il mondo, compreso quello delle Lettere, ad esondare oltre il sopportabile. Tuttavia ricordo che in uno dei messaggi che ci siamo scambiati si definiva “l’anacoreta che mi lusingo o credo di essere”. E questo già dice molto, ma leggete anche quello che scrissi nel 2016.

Le sollecitudini non è un’opera di poesia, in senso stretto. Pochissimo di quanto contiene è in versi, soprattutto perché, mi viene da supporre, non ce n’è bisogno. Potrebbe assumere semmai l’aspetto di un intero poema, e per di più epico, perché è questa la misura tanto della materia e dell’idea che animano questo lavoro quanto del linguaggio che le sviluppa e esprime. Credo che sia innanzitutto un atto di amore, quasi erotico, nei confronti di una cultura, una letteratura, un tempo storico, un luogo, una dimensione del reale (o dell’immaginario), insomma di un mondo di cui Ceriani non vuole celebrare le passate vestigia, che sarebbe dichiararlo estinto, ma esaltarne la perdurante vitalità. Marco è, tra le altre cose, appassionato traduttore e versificatore in italiano del grande poeta ceco Vladimír Holan, è quello il suo mondo, Praga e qui in particolare la Praga di K. (“sigla del nome dei nomi!”, ci avvisa devotamente Ceriani), mito e realtà, “riletta, riosservata, riassemblata dagli occhi poliedrici di Gregor Samsa”, come scrive Dario Bertini in quarta di copertina. Ma non solo, di certo. Perché in questo libro di cui è già avventato cercare di stabilire il genere, cercare di capire – solo per propria consolazione – se si tratti di opera di invenzione o di un saggio (e che saggio!) sotto mentite spoglie, in questo libro si svolge una specie di borgesiana passeggiata in qualche regione del labirinto delle cose che l’autore immagina e delle cose che sa, e nell’intrico fervido e mobile tra di esse. In realtà una dicotomia, qui, tra immaginazione e realtà è di per sé ingannevole e forse nemmeno Ceriani stesso saprebbe distinguere. Voglio dire, nell’effetto prismatico del linguaggio di Marco tutto diventa “vero” e attuale, sia esso una figura o un concetto, un’apparizione o una citazione, oppure una presenza tra le righe sottile e necessaria, anzi nutriente, come certi numi tutelari. Oltre a Franz Kafka, magari il “siciliano olivastro” Ripellino di Praga magica, guida e mentore oltre il sensibile, o il Quijote di Cervantes, sognatore oltre i limiti e la ragione nonché scopritore di mostri inesistenti e interlocutore della sua filosofica cavalla, e poi certo il citato Holan e Karl Kraus e via andando, fin nei minimi dettagli, come i titoli o certe eco (es.: cos’altro potrebbe farci venire a mente un titolo come “Pavana per un insetto morto”?). E poi ci sono quelli che appaiono semplici accenni (e mai lo sono) come Lope de Vega, o presenze affascinanti come Robert Walser che “venne a mancare, in un pacciume doglioso d’insolente neve, tuttavia senza ghirigori”, e potremmo andare avanti per molto. Ma il fatto è che nella forza evocativa del linguaggio speciale e anch’esso un po’ labirintico di Marco, tutto e tutti alla fine diventano Ceriani, in sovrapposizione e mescolanza di culture, estrapolazioni, visioni e rimandi, tutti composti, accesi e tenuti insieme. E poi naturalmente c’è anche un solitario Ceriani (o in apparenza tale), là dove la sua prosa sembra librarsi e liberarsi anche dalle “zavorre” culturali, come se ormai esse si fossero definitivamente sublimate. Qui in questo volume la complessità, di cui in questi tempi si discute attivamente in vari settori della cultura, assume una sua accezione eloquente perché, direbbe Edgar Morin, è interconnessione e interazione e anche tentativo di conciliare l’incertezza del mondo, un “antidoto alla atomizzazione e alla separazione” in cui ci sperdiamo. Ceriani sembra dirci che la scrittura è innanzitutto cultura restituita, che il linguaggio, anche nella sue evoluzioni (“questa strepitosa oreficeria stilistica”, dice Bertini) o nelle sue ricercatezze, non è esibizione, né di quella stessa cultura né di una sterile capacità manipolatoria, nemmeno quando “ti irretisce nella fittissima boscaglia della sintassi” (sempre Bertini). È semmai raffinatissimo gioco di rimandi – assai rizomatoso, onnivoro, cannibalesco come già in Gianmorte violinista – e servirebbe ben più dell’enciclopedico lettore a cui alludeva Umberto Eco per venirne vittoriosamente a capo (in questa direzione ha fatto un ottimo e documentato lavoro Antonio Pane, v. QUI), e però, come avverte Rodolfo Zucco nel saggio di accompagnamento a Gianmorte, “voler spiegare tutto è un’ambizione tanto ingenua quanto fuorviante”. Bisognava lì, e vale anche per questa opera – come scrive Pane – “farsene, letteralmente, mangiare, darsi in pasto alla sua corrente, alla marea di suoni che senza tregua si sorpassano, sforzandosi di mantenere la cresta di quelle perigliosissime onde, di pareggiarne il ritmo, di ‘eseguirne’ l’estuoso spartito”. (g.c.)

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ARMONIA. Ahinoi! Ci sono i malati dell’inguaribile scrivere; e poi ci sono i veri scrittori.

  Alla loro scrivania oblunga, buon’ultimi, come un coperchio di bara essi stanno, attenti a non obliterare il calamaio seduto come un Buddha, con la penna di corvo intintavi a crudo.

  Vi ci si riparano ombrelli e bruchi.

  Questi ultimi vivono invano fuor della gabbia occlusa di scrivere inguaribilmente e morir magari poi del dirigere solchi entro cui far fluire il più torvo inchiostro o schiccherare fogli nel chiostro del frontespizio, esibendo le spigolose piaghe del vivere loro in mezzo agli uomini come digiunatori o all’opposto asceti di bulimie, ma poi nella gabbia stretta delle loro parole conoscono a fondo il segreto dell’armonia.

  P. lasciami andare, lascia che rischiari alla torcia del tuo telaio di uomini – i tanti che in te tralignano – il mio segreto di stare!

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La P. designa Praga (e così per il séguito: e, se pure non sempre il nome di Praga, fatti della lingua in essa parlata: sia la viva céca che l’ormai più

che minoritaria tedesca).

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RITRATTO IN UNO SNATURATO SPECCHIO. «Ti vedi da te stesso, vulgato in te medesimo, nel mentre, ad uno specchio, osservandoti mutato in ripugnante insetto – un coleottero, uno scarafaggio, una blatta che va a cerchi… – con tutta la tua severa o dolce debolezza al bel principio, corroborata da assidua temperanza dello spirito, reclami, con un ammicco sbalordito delle ciglia, una solidità franca e impronta nei bei lineamenti, una trama armonica al compatto trisma dei muscoli del viso che conferiscono al tuo sguardo la mobilità più sorprendente: guance

ben rasate a ogni risveglio sino a quel mattino, e abluzioni come di dovere, questo il mattutino rito.

  «Ti vedi da te stesso e resti con te solo, coi begli occhi orizzontali, così simili a una fessura, che è come firma d’una folgore scagliata da pianura a monti, occhi d’un grigio-acciaio penetranti e fondi, quali mai d’altronde si dettero in alcuno di così ficcanti; come se dovesse, nella cornice dello snaturato specchio, il tuo profilo corrispondere alla sollecitudine che, la Dio mercé, metti in ogni frase quando ti curvi sulla scrivania in noce e biffi riga per riga il dossier degli ordinativi; mentre agiscono là fuori, coi digrigni della bocca, le calunnie dei tuoi tanti accoliti: Grete, il papà, la mamma, il Procuratore in carne e ossa: così pazienti di non chiedere la clemenza al Procuratore come se fosse un Tito…; ma, domineddio!, perché lui proprio, quel campione di compitezza a gogna, e non un apprendista qualsiasi, perché lui s’è scomodato, schiodandosi dalla poltrona del suo tentacolare protettorato che rifluisce fin verso noi; per una simile bazzecola perché ha procurato a sé stesso il fastidio di venirmi in casa e dover tollerare così la vista, fastidiosa ma non più che questo, del me stesso insetto sfornato a grandezza d’uomo! – e il padre arcuato nel suo sopracciglio; la madre curva nel dolore come in una gonna mal cucita; la sorella che ti sprimaccia il cuscino e il bucato ti sciorina, recando il soffione della piccata lavanda e la borragine del casto spigo; tutta insomma la bella famiglia anche se incolpevole; e osservi come fanciullesco o acerbo ti sia il profilo che accenna appena, con la curva di naso o mento, a stridulo; passandoti il pollice di mano sinistra su tempia destra; quindi facendolo scorrere, su e giù sopra e sotto, lungo l’asse del viso, come se volessi lisciarlo da un acume di zigomo in una canonica dove è in uso il tedesco; il quale apparirebbe anche più arcuato e disegna invece, sporgendo, un breve arco d’indagine sul mondo come mai se ne vide un altro simile; e perlustrando la valle incavata della guancia, nello stesso istante in cui con la tua mano destra passi intorno alla lanterna dell’orecchio sinistro, accarezzandolo come faresti col mantello di un felino, contropelo, assicuri con tutto te stesso che se l’insetto è nella sua ronzante élitra, tu sei tutto in te con la tua umbratile figura che medita.

  «In mezzo a tutto questo, fissi al tuo bel volto, sfavillano due occhi scuri o nero-acciaio, che qua e là mandano lampi, come di pagliuzze insondabili di grigio.

  «Accompagni, stazionando come una taccola in Janský vršek, il bieco Carnavalet dei sudarî smacchiati con liscivia.»

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DUBBI. Nel dubbio se “aggiungere” o “togliere” qualcosa – poniamo, un aggettivo alla frase, un séguito al suo stesso proemio…: allo scopo d’attinger un qualsivoglia, recondito esito… – egli, senza tentennamenti di sorta, accordava la sua predilezione alla seconda delle due opzioni. Meteco in Boemia, battesimo dello scriver e congruo paradosso per le future sue genti, fu, indultagli, questa prìstina mortificazione, nell’apparenza dello scrivere, dilungandosi in un corrivo intruglio, inchiostro di osceni.

Così con “togliere” gli pareva d’assecondare, in un più certo modo, i suoi incerti propositi, dono quasi di dèi, e che, meglio, il “sottrarre”, questo credeva, e io, senza tentennamenti, gli prestai fede, a mia volta credendogli, a lui che ancor crede, e a cui ribadisco, oggi, che gli credei, allora, infallibilmente, alla stessa stregua di voialtri che credeste pur loro, come a lasciti di più olimpici che mai dee con dèi; che lo «stornare», quasi frase alla frase, questo credetti, oppure un gran saggio di metalli al nostr’oro in pandette, animasse un tutt’altro mondo e un diverso teatro, suscettibile di maggior concisione, pur nel suo stato preagonico di «provvisorio», virato all’ascesi dell’«incorporeo» – più che nel mutevole secondar una moltitudine di grilli nella maestà illesa del prato delle metafore, parato a quell'”aggiungere” offeso a un’allegoria: questo sì gli pareva, e ancor oggi gli ravvia la lena e il fiato.

La sua prosa se ne sarebbe giovata e fin accresciuta, infondendo serenità al suo diapason, pensava egli,  non del tutto a torto.

Così di fronte a due frasi in tutto pressoché identiche, per eguaglianze ideali, in ampiezza, anche se diseguali nel senso, da attribuir loro, del ritmo, a un dipresso cetra piana con lira sdrucciola, nelle sue fisime, con la sfruconante buccia di ictus mai fino in fondo inseguiti, vale a dire alle estreme conseguenze, specchio di fronte a offuscato basilisco che s’innamora, detestando la sua lungaggine, della sua imago spartana, la quale ormaipiù ti fa solecchio col suo senza, non rimandantoti niuna tua immagine ccchiuuù…; sino ad uccidervi, contro la torma d’altre immagini, sia la basilica piumata del tuo senno che lo specchio di coscienza abbandonata anche dall’ultimo barlume che lì dentro vi si appanna, e che ti dice: tu!, tu sei quel simulacro riflessovi, dentro:

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Come se su smalto fosse dilagato da un
                                                                 [bricco,
un chiarore latteo si diffuse intorno e fu
                                                                [l’alba —

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è la prima frase, e qui di séguito c’è l’altra, che a quella prìstina piva gonfia la rima socchiusa dell’occhio, ma d’un nulla, di quell’impercettibile stima che ci aggrazia la cervice della pupulla:

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 Come del latte da un bricco allagato allo
                                                                [smalto,
 un chiarore intercettò le luci in cielo e fu                                                                    [l’alba —

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egli accordava nettamente le sue compiacenze alla prima, più svelta e agile sulle sue gambe, questo sì gli pareva.

Ma poi vedendo come ad essa – vantata di fatto per la più economica, asticella della virgola perfettamente al centro della maggior asta tra i due piatti della assordita bilancia (ma nemmeno nella seconda siffatto equilibrio mancava!), di chi si vanta di quali mai pesi e chissà quali tempre vi siano all’opera, manco fossero della progenie di un Brenno in più esoso, e che lì appena forse dimori un’armonia senza soprusi alle due guance affusolate di quella stadera – temendo può darsi, che  vi si agglutinasse l’aborrito e infelicemente ragnato aggettivo, mentre la seconda, anche se un po’ più lunga, andava esente da tal peccato d’origine, s’inquietava e iniziava su e giù a correre, a piccoli passi nervosi, come un topolino sulle sue zampe, che fan giacomo giacomo, con le ginocchie ad ics dei primi parziali tremori e timori, su e giù per la stanza, infelice cursore, corricchiando per un soldo di cacio debout alle pannocchie di pepe, con la bandieruccia di polsi sventolanti che sfruconavano, qua e là, e gli avventavano contro un avvenire a un desco di crepe a sua insaputa cosparso di colla ferale sur una medesima icceità d’hic, ma su cui egli primeggiava, piramide casearia d’agognato formaggio, fermo lì come un imparziale; di un topolino, nella sua sopravveste, degno di Tarcisio il diacono, quando l’immacolata sovrapponeva, al grigio pelame, scaglia dell’adorato siero canoro, in un reame sotterraneo nella sua cocolla degno della cantante Josefine.

E così se la ripeteva instancabilmente, quasi fosse un lenzuolo da sciorinare, visto dalla parte però non del riposo, bensì dell’agonia che nemmeno una seconda o terza liscivia potrà mai smacchiare.

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CONTE EN BON HÉBREU. Colei – in mezzo a noi – che s’incaricherà di giudicare i torti, al fine raddrizzarli, nel tribunale dei vivi non dei morti; o  d’esser pettine delle liti nella controversia tra due tarli: quella spada, in Salomone, dirimerà certe questioni?

  E così del suo arrotino, venuto in fiducia da Toledo, artigiano sopraffino fiutato dalla lama nei due sensi, che le dà benevolmente a intendere di saperne molto, assai anzi più di spade e come ben affilarle, centinarle al meglio, rendendole micidiali al taglio, e quel loro piatto sottintenderlo d’un argenteo serico, se le guardi come di sbieco: parrà che in ambedue ne parli come in un doppio di sé ambiguo, arrotino e spada, colei e arrotino – e che di punta ma non di lama blateri e che col bottone che ottunde il fioretto esclami… – o viceversa scintilli all’elsa come alla foce quegli irrigui Gange e Indo, ottemperando ad un contratto, così parrà di quella argentea spada?

  O è la spada di Alessandro che, mediante piatto e taglio – al primo i  meridiani, a quel suo susseguente i paralleli – squadernerà la carta moschicida, schiccherata di sangue dell’impero, scioglierà il nodo gordiano? Così come chi s’inchina alla gravitazione della terra svolge in realtà tutti i prodromi della più schietta ascesi – di tutti quei sudari in lino quieto e in casta seta, congiuntamente, sindone del Gange e, coonestatagli in cuor suo, dell’Indo.

Saprà, quel primo, Salomone, nel pronao del Sinedrio, che ci incolla al rotolo di pergamena, fissato allo stecco della Legge, quel loculo in noce accanto o presso il soprano scranno, ristabilire i diritti usurpati a una straziata madre, restituendole suo figlio vivo e allontanando da lei quell’altro, morto; parlare del cedro, che nasce in Libano; dell’issopo, che spunta dal muro?

E quel secondo, Alessandro Magno, edotto dal suo maestro promiscuo in tutte arti, Aristotele, mediante un metodo scorto e scelte indottegli da quelle parti, mezza parte allo spirito e mezza alla carne, sciogliendo tutte le contraddizioni all’indeclinabile nesso, metodo dialettico ma scuro come la pece, aprirsi un varco verso l’India illiberale e inospite, che ne saprà allora lo squisito nartece della emendata Iliade, quando accarezzerà sulla criniera il  ronzino Bucefalo accaldato col carezzevole palmo che dà i brividi?

Costei – mentre brancola in una nebbia fitta ai due poli di purezza e macchia del nostro umano bosco – ci mostrerà l’ossario al suo più secco greto di parola, il fiume ingrato e asciutto della enunciazione sola.

E il rigagnolo della frase abdicherà, mentre rinuncia al passo, a farsi clausola per un difetto del precordio che impedì a quella stessa frase di divenire fiume, in Demostene di eloquenza fluente e non arginabile, in Aristotele navigabile invece flutto a flutto?

E il capitello ce lo additerà, dicendoci: mettici la maiuscola? al plinto rinunzierà, suggerendoci: non trascurare il punto?

Dei delitti e delle pene.

Della pena, comminataci come legittimo castigo, cui non varrà bofonchi o parli sull’assito delle mene una excusatio non petita!

O che al cripto-pulpito dell’incombente Duomo, in una giornata di pioggerellina assente, qualcuno si rivolga, col gran sussiego del colpevole, ambrato dal riserbo, occhi inchinati a terra; ebbene, ruotando lo scialbo sguardo, le pupille roteanti acquose con riflessi che alloggiano le mestizie delle più sciagurate nenie e litanie lutee: che la recita e la messa a punto del dispositivo della sentenza, la sua e le sue attuazione e malversazioni, in una cava di schisti, ai primi pallori dell’incipiente giorno, costui misuri, con le losanghe del pavimento, al capitello del pulpito un affatto umile Sirio, se il lucignolo d’una candela vi spande un glabro chiarore dal fulcro dei suoi
fuochi? A ogni piastrella che gli frena in timor ma non timorosamente il passo, la parola scarnita del prete cala dalla manica l’esuberante asso.

Quel prete fu come un boscaiolo dello spirito in grado con un sol colpo d’intagliare in un tronco una scelta figura e lui, come aratore che in quello spiraglio della cesura di coscienza poteva vedere oltre sé la fumante radura, protestava intimando che gli si liberassero strade dal cammino dei tronchi! Questa tresca non fu l’ultima delle pretese di chi si fosse venuto a trovare tra il taglio e il piatto di quelle due spade.

Nelle numerose nicchie di quel duomo dei pavidi, che parevano magicamente alludere all’altar maggiore, ma non al punto oscuro di un pulpito scapitozzato in lumino, dov’erano spregiati l’agata e il calcedonio mancava, il corniolo e il lapislazzuli nemmanco vi facevano degna comparsa, e non si vedeva il cristallo di rocca e era latitante l’alpestre, si ricordò, dall’adunata di prefiche che le incalzavano e il cui mormorio mentovava, con le dovute pause, il maggese che un mite favonio cullava accanto alle cappelle campestri, che il latino ECCLESIA significava esattamente questo, dal greco classico: Eκκλησία, “adunanza, assemblea”, e che per tanto quell’adunanza amasse soltanto colori tetri pernicies illapsa in civium animos… Solo questo egli dunque udiva, mentre tutto intorno prosperava il deserto dell’auspicio di fede e, non incarnata, la più autentica delle fedi. E le candele bruivano curve come in un bersò rugiadoso le uve.

Che è un po’ come dire della torre e dei suoi andirivieni, in serpentine slarghi logge che le si fanno al collo con la sciarpa di lana bovina degli uomini asserviti o proni. Per ogni loggia una ciotola dove si mischia all’acqua la mite cenere; per ogni slargo un piatto in falsa ceramica, una menzognera assiette de faïence che ti sarà venduta come chincaglieria da un tale Hermann Kafka sulla soglia del suo stesso negozio che sorge, sporgendo sulla piazza della Città Vecchia, al pianterreno d’un palazzo, Palais, il Kinský, che sotto il dominio d’Austria e Ungheria fu sede di liceo tedesco, proprio come alla soglia del libro che il figlio gli posò sul comodino ora geme – si fa per dire – il frontespizio di Vor dem Gericht o di Vor dem Gesetz in un contro-rispetto, e in cui tu ridurrai il tuo pane, in fette al desco più tènere delle beccate di una tal taccola.

  O è la stessa cosa se ti dico, siciliano olivastro che sbattezzi il timone della tua carrozza-scarabeo, in frasi reiterate dalla sintassi, una tale impasse, mentre ne autorizzavi le frasi matte e orlavi col tuo fuoco di oreficerie una mensola di quadri poveri: malíř krajin, paesaggista, in cèco, malíř pisma, pittor d’insegne, idem; forse un Mörike, o la novelletta stessa in viaggio, nach Prag zu Wien?, s’uno scarabeo di carrozzeria, così simile a un geco, la pelle infarinata soffice tuttavia di tutte le sue vernici: tra i boschi d’una fatata Boemia: Wo suchst du hin?; e sarebbe a tal segno la precisa identica cosa se t’aggiungessi pertanto o soltanto: che in Schwefelgasse, alla Casa detta dei due orsi d’oro – U dvou zlatých medvědů… Zu den zwei goldenen Bären -, c’è un negozio con un’insegna che dice: «S. Kisch & Fratello – Negozio di stoffe»? e che sotto questa sua insegna, che non vi pencola più all’oggidì e tuttavia ci spaventa ancora con suoni svanenti che gli fuoriescono chiocci da stalagmiti e stalattiti annidategli come bamboccie cullate dal vento giù in fondo alla gola, s’aggira lo spettro del figlio d’uno dei due proprietari, Egon Erwin, sulla parola aitante a quei suoi Witze di bella penna che ha il sifone gonfio di un veleno estorto al fuoco d’un giglio, non certo un inchiostro, figlio del calomelano dalle smorfie grette: sarebbe lo stesso, se ve lo concedessi, non un veleno in tubino ma un inchiostro nelle sue ghette?

Ve la darei mai a bere, se vi dicessi che sotto quella casa c’è un groviglio di cripte e sottopassi che i loro dispiegano enigmi, apologhi, racconti lunghi brevi, anche se i lunghi appaiono alla fin fine, da tanto sono stronfi, assottigliarsi al bel lumicino, bruciare al fumo d’una loro candela stretta di contenuti, nella circonvoluzione della stoffa di un fumo che si lascia tessere e stessere dal suo stesso monologo, e si lasciano preferire dai brevi, più agili e svelti, che s’ingrossano al lume di loro candele ordinate nelle rispettive camicie liturgiche; e, da Gentleman Rider, nel gran catino vuoto verde ultraippico, vi suggerissi che un vento c’è, coi suoi batuffoli di evviva uffa cortine di nuvole a spigoli o un detto: «allo steccato laggiù in curva è primo il cavallo su cui abbiamo puntato e che l’allibratore oggi ancor ci consiglia, fato a noi che gli stiamo in sella!», nell’ippodromo un vento c’è che gonfia e rompe riviere, rade scure tribune colle dispute del turf; linee di partenza con cavalli nitrenti cui stanno in sella gli sghembi fantini?

Chi di loro saprà piegare l’arco di Nemrod, ammesso di averne la forza?

Dei delitti e delle pene.

Ma non con riguardo ad esse, comminateci come castighi, nel folle estuario cinico che coi suoi gonfaloni garrisce, che coi suoi garresi bruì ed esibirà ordalia o giudizio, modi di come esse saranno inflitte. Una civetta non sarà bendata del pari nell’ufficio, dalle porte a vetri, dell’assicuratore. Àlea!

Dalla lancia, cui s’infilzò il delitto e dalla quale si sfila ora come da uno schidione il sanguinoso boccone del calunniare o del lodare, assolvere ahimè o punire; all’uscita, sul retro, dal foro; infilzata per dritto e traverso, con la sua scalinata in marmo adorna di statue; egli otterrà di veder sfilarsi, in tutti questi anni così iniqui, i nodi stretti uno all’altro – alla di lei cuspide e alla sua stessa guancia – delle figure di suono in cui la scorciatoia del dire loro non è che asseverata en bon hébreu?

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PAVANA PER L’INSETTO DEFUNTO. Leggendari, è noto, in K. gli avvii dei racconti brevi e dei lunghi.

Le chiuse solo conseguenze, in tutto simili a certe bruciature tra i fornelli dopo le lugubri cotture.

A tal segno conseguenti, queste seconde chiuse da quei primi avvii, che dai loro poli, fornelli di martiri, quali potrebbe benissimo suggerirci Goethe nell’atto secondo del suo secondo Faust, secondo ci ricorda Franco Fortini, ne fuoriuscirebbero Zikaden, Käfer und Farfarellen, quando qualcuno, ma sì de nihilo, li scrolla come a uno dal bavero della pelliccia i talleri del refe d’assurda liturgia che tesse le ore al magro giorno.

Egli poteva stare giorni, a non dir settimane o mesi, straziato da crudeli insonnie e persistenti mali di capo, tentando ripetutamente sulla corda del proprio strumento il ritmo giusto per dare vita alla frase, e contentandosene se fuor d’essa agiva alla fine una sorta di dimesso portento, un opaco portato.

Ma nulla molto spesso.

E ancor più spesso d’un nulla tanto contrito – più un altro nulla, anche più assoluto e asservito – avrebbe dovuto rammaricarsi, tentennando il capo, quando le prime parole – dopo essersi stagliate sul bianco del foglio, per poi, singhiozzando come un motore che non ce la fa più, spegnersi a poco a poco, a poco a poco morire, così, a saltelloni, in rauchi volteggi, in un carillon a un di presso di moribonde luci che se ne vanno – dileguavano senza darlo a vedere tra le spire dello scarno enunciato.

Pavana per l’insetto defunto.

«Non una buona disposizione al lavoro» era solito dopo aggiungere, quasi per chiosa.

E non sapeva se attribuire a cuore polmoni fegato o milza mal disposti, o non si sa se a tutti insieme o ad ognuno per suo proprio conto, le cattive inclinazioni delle indecisioni di simili giorni, lunghe file di pallidi ceri, sfiorite ciglia d’un autunno insolente; o se invece al bianco promontorio della sua mente, eppur così sanguinoso, quando gli andava di perorar causa o più ancora ricucire ferita per le sue anfiteatriche arene, riferir tutto questo. Pena con spene.

Davvero leggendari, ribatteva da una balconata fittizia una gibigiana di echi.

Di siffatti inizi il più famoso, diciamo, è – o è stato o fu o sarebbe, si direbbe o si sarebbe detto – a mente amente, a orecchio inorecchito, con occhio disorbitato o bocca nei solfiti dell’uggia pioventina, questo: «Als Gregor Samsa eines Morgens ecc.»

Di Als, che vale «quando» «come» «mentre», e che simile al soffio dell’atrio del ventricolo sembra schiuderci la porta del racconto, in modo da permetterci l’ingresso nel suo nient’affatto gaudioso mistero, anzi triste e uggioso come la pioggia che ha origine con esso, quel mattino di trasmutazione orrenda, e che con lui si desta, picchiettando alacremente ma anche con quella musica singolarmente mesta e monotona delle giornate in cui il maltempo non offre tregua e sembra farla da padrone, borbottando con campanelline d’un argento di biasimevole arsenico alle finestre o sulle lamiere dei davanzali, «nessuno», come ci suggerisce Franco Fortini, sembra accorgersene: «tutti scelgono il gerundio (Paoli: “Gregor Samsa, svegliandosi…”), l’infinito sostantivato (Zampa: “Nel destarsi…”) o il sostantivo in funzione di avverbio di tempo (Rho: “Una mattina…”», Castellani: “Un mattino…”)».

Ma Fortini omette altresì di dire che solo Paoli, fatto ancor più decisivo, innalza l’inverso protagonista, esitante universo nome e cognome, alla soglia già del racconto, come K. volle: taciuto del tutto, o forse allusovi appena, da quell’inavvertito soffio d’atrio, noncurante spirito mogio che entra pertanto in circolo come uno spettro barbogio, in corsa pel disincarnato anfiteatro.

Dopo di che Samsa (riferito a Gregor) sparirà, inghiottito dalla ‘metamorfosi’, a un segno tale ch’è logico il dubitare sia mai stato un cognome, indosso a costui, in una coscrizione remota da ogni anagrafe, giusto sopravvivendo in una citazione appena, ma più nei modi del rimprovero, benché portato con un tono mite che non si lascia sfuggir di mano la situazione, o lasciato scorrere sul falsopiano della modestia formale, piuttosto che dell’imperativo austero, anzi che dell’invocazione, in figura di preterizione, e che apparirebbe scevro, alle somme, d’ogni ragionevole cautela, non lesinando alla scena i gonfiori del sipario, o igrandi velari, alle ampie finestre, parallelepipedi di luce plumbea, della cancelleria, nella voce del Procuratore; e che infine, però, nella fattispecie della famiglia degli avviliti coniugi, se ne compare, nella madre nel padre, ripetutamente, verso la fine del racconto, pallida colpevole cornucopia di fatidica coscrizione anagrafica: ‘coniugi Samsa’, una volta (cui s’aggiunga: ‘il signore e la signora Samsa’, due volte); ‘famiglia Samsa’, una volta; ‘signora Samsa’, sei volte; ‘signor Samsa’, infinite più volte, rege della
infinita prosapia; mentre il nome di Gregor insisterà con la sua nervatura ossessiva, simile a una pendola a muro che batta letali ore a tramarne la liturgia, di tant’ore incresciosamente corrive, pallide file di gigli, in liturgia che divide, lui, l’insetto, dal resto del mondo, o in cui il resto del mondo è da lui diviso, lui con la rossa mantiglia – una cerebrale musica poca o punta angelica – della mela d’agonia che, conficcata nel suo fianco, al fulcro dell’assurdo giorno, pare straziarlo sino a farlo zoppicare, un insetto che zoppicasse non s’era mai visto, lui che si trascina a fatica per ottemperare a quelle liturgie così tristemente diurne… E il tossicchiare là fuori della pioggia, il cui brulichio ai vetri non è diverso dallo sventolio delle zampette, di noi che invano tentiamo di passare dalla dura corazza del dorso alla positura, sur un fianco, del dolce riposo, carapace che ameremmo nonostante tutto scambiare col vello candido di un qualsiasi altro capro per mezzo del quale espiare i nostri peccati.

Così disgustante che la sola musica arcana possibile a Grete la sorella (il solo nome proprio, che s’affacci con quello di Gregor, benché infinite volte di meno, a rammentarci che se il primo, Grete, è davvero di battesimo, l’altro, Gregor, è d’una quaresima che si muta in stolto insetto nero o di cui, meglio, lo stolto insetto nero è voce a capitolo, col suo crudo anelito a immaginarsi o a credersi un uomo…), e così al padre così alla madre, è quella che individua sopra un posatoio il nom tu con cui si definisce invece un’assurda mela, dall’epitelioma allo spettro, e che volteggia in spicchi dentro un sidro il quale accusi Procne per scagionare Filomela: sì una mela presa da una compostiera, ma non al modo di un cézanniano che nel suo atelier la raffiguri vivida, rossa, bella e pronta da cuocere, bibita tutta da bere.

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CHE SIGNIFICA? K. scrisse: «La vita è lo stare su una corda che, anziché essere tesa sul vuoto, è stesa al suolo, e sembra messa lì apposta per farci inciampare.»

Non so se siano le sue esatte parole.

Mi basterebbe andare a vedere al luogo deputato, ma non ne ho alcuna voglia.

Ahi l’ignavia! È quel roveto che, continuando a ardere, rinvia indefinitamente il suo imbroglio.

Non credo che esse nelle loro esatte forma e proporzione cambino di troppo le cose.

Mi fido ancora delle concretezze, oggetti e pose, mandate a memoria.

Significa che non credo al dileggio delle une, le parole, e confido invece nell’arpeggio, da diapason brullo e morenico – ahi la musica delle celesti sfere! -, dell’altra, Ancella-Mnemosine della mente assetata di umile orgoglio.

Scrivendo sento, come lui, K., che la ricerca di un ritmo, senza l’estro di interrogare la prosa al suo piede, semmai solo ai suoi aerei vertici, come se l’inquisissi, fidando nel paradosso che la denuda e nel contempo facendo di tutto per rivestirla della sua miserrima carne, è la mia sacra grolla da cui bevo un arcano veleno che mi dà la stizza, e, tuttavia, se lui dimezza, io raddoppio; se lui ammezza, io addoppio: è quella corda stesa al suolo per impedire a me, e a me soltanto, di fare il balzo che subito ci ammonisce, come in sogno o in disarmo.

Ne sutor ultra crepidam: ciabattino non andar oltre la suola, che istantaneamente ti proietta nel divario o in un crepaccio, da cui non c’è risalita, meno che meno dal Maelström! E che, come la sibilla, mi piacque, alle somme di tutto, dondolarmi in una ampolla.

Vale a dire: in una culla.

Questo con esattezza significa.

Scrivendo, sento che sto per interdirmi lo scrivere e che l’ultima gogna davvero è che questa mia scrittura sia resa pubblica, un’asta per i gessi mortuari gloriati.

Solo nell’anonimato sarebbe portentosa.

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