Marco Munaro – Ruggine e oro

Marco Munaro – Ruggine e oroIl ponte del sale, 2020

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Ogni tanto un libro, con un certo ritardo, spunta fuori dalle pile. Forse vuole essere ritrovato. Un libro del 2020, che non ricordo come è arrivato qui, di Marco Munaro (1960), poeta, insegnante, autore di diverse raccolte e vincitore di premi tra cui il “Sinisgalli”, nonché fondatore de Il ponte del sale, nota casa editrice e associazione culturale di Rovigo, dove l’autore vive. Ne traggo qualche testo, in cui ho ritrovato cultura, maestria nella scrittura, e una voce lirica di grande suggestione, non ermetica, non romantica o compiaciuta, di interrogazione della natura, dei suoi segnali, dell’uomo, le sue radici e le sue memorie iscritte nel paesaggio (“sono nato sulla riva sinistra del Po – scrive Munaro – ai piedi di un ponte in chiatte, ho lo sguardo della corrente, il sentire tenero e forte della Natura”). Un libro che raccoglie e rinnova una lunga tradizione della poesia veneta e italiana, a cominciare da Andrea Zanzotto, oggetto della sua tesi di laurea in Lettere moderne (ma i nomi sarebbero tanti, Pier Luigi Bacchini ad esempio). Ma anche, come scrive nella bella e documentata prefazione Pasquale Di Palmo, “una raccolta in cui convivono stilemi modernisti che, sulla falsariga dell’opera di Pound ed Eliot, sembrano rifarsi espressamente al mondo classico e mitologico”. Cosa non secondaria, mi è piaciuto ritrovare in questi versi echi della poetica della mia amica Elia Malagò, anche lei poetessa di argini e golene (v. QUI). Nota: il Tartaro di cui si parla nel primo testo non è (o non è solo) il fiume infernale, ma un canale navigabile detto anche Po di Levante; Ciuso e Ciaro, cioè vino nero e vino bianco, qui due personaggi. (g.c.)

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da Verso il Tartaro

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ANDANDO A PIEDI SULL’ARGINE VERSO IL TARTARO

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                Ma attraverso cosa passerò.

                    Paolo Gioli

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1 Luce sfalciata

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Nel vento a marzo, a piedi o sdraiato tra i primi fiori

il gregge dolcissimo

parlante nella sua lingua di sguardi

giovani pastori, artemisie, altee

la corrente tagliata dall’autostrada

il bombardamento di TIR in corsa

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sotto, c’era, da qualche parte, la dolina dell’eros

dei figli della violenza

    della golena/glutine

Oltre, il viandante sulla strada bianca respirava

i campi aperti, tra le stazioni di passo

Un ondeggiare delle spighe verdi e secche

delle erbe, delle fronde

di canne di foglie che

guardano con occhi rivolti alla luce

che li dimentica e si volta

che si volta e li dimentica

luce sfalciata!

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2 Era un’opera di presa

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II sonno abbracciato dei sambuchi, i deboli fiati dei soffioni

Le terre alluvionali

153/ 154/ 155/ 156 Genio civile di ***

Cercare i nomi

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Camminare, comunque, sospesi

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3 Sulla linea Ferrara-Padova

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Nel golfo,

a una profondità di m 5,50

il fiume si piegava sul fianco

poi sull’altro portandosi via

la purezza del cielo nel buio

con una qualità di silenzio

pieno di voci che non si dovevano nominare

finché venivano alla bocca

come qualcosa di non ancora udito, non ancora detto

o detto molto tempo fa, a nessuno

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4 I nomi, gennaio, febbraio, rovaio

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Carezzana Angeli – Volta Palazzina

  un ondeggiare di canne piumate tra i filari

  dei salici

Volta Palazzina – Drizzagno Palazzina

  i fili aggrovigliati dei ributti, controcorrente

    Blu, algida, specchiata nell’aria

Drizzagno Palazzina – Marezzana Barducchi

  i rubini tra le robinie e gli spini

  in attesa quieta di esplodere

Concadirame con Grompo:

nelle pieghe del buio, nel fluire dell’acqua.

Principio del tempo minimo, del tempo

lento. Qui iniziavano i mulini

travolti e sollevati dalle piene, andati

Il mulino nero, i nomi di antiche proprietà

scomparse,

le terre maledette

149, 148, 147…

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Il cielo è azzurro

Il cielo è d’oro

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5 Pradespin

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Il verde diventa giallo, il giallo verde, e fiorisce…

è l’arsura d’aprile

sono fiale del Settecento

l’acre benedizione dei sambuchi

vengono da lontano

con addosso le feste le veglie

passate e future

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Solo chi cammina si accorda

alla terra che gira

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Salici, cornioli, rovi fioriti sulle rive

tassi barbassi appena nati. Verdi.

Al passo 134 ho contemplato

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le lame, gli orti, la ciminiera

e la sublime vanità dei ponti,

la serpe moribonda zigzagante

tra le bassure

        e le secche.

Attraverso attraverso

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attraversiamo

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GOLENA

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            A Cristina, febbraio

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Nella fontana di luce

che riempie la stanza

mi fermo ad ascoltare

la musica dello stagno e dei platani

delle canne e delle tane di volpe

raccolta insieme in un’ansa

del fiume in secca.

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Tra le canne scendono sentieri ai maceri

che gli ontani intorno hanno scoperto

e poi hanno coperto

entrando numerosi nell’acqua.

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Tutto ruota, camminando, e Alza gli occhi,

mi dici, vibrano come uno sprazzo

giovani uccelle nel cielo azzurro.

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Davanti, un campo arato

e qualche filare, e gemme tese di salice.

Le case in golena hanno finestre che arrivano al tetto,

da una di quelle finestre

mi sporgo e ti chiamo.

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L’aria è così tersa che prende fuoco,

nel buio veneziano.

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da Canicula

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ANCORA DI OTTOBRE, NELLA LUCE

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improvvisamente fredda, invernale.

Olmo e melo, legna tagliata e come avvolta nella luce dell’erba.
Attorno, gli ultimi ori

moribondi di insetti, le api ronzano il miele segreto nella staccionata

e il grido dei calabroni il loro torcersi

muto che assorda

dopo l’assalto glorioso dell’estate

la sete, la forza, il battere instancabile di guerrieri

negli instancabili banchetti notturni.

Mi affido alla sapienza delle foglie

sanno, quando viene l’ora, come cadere

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SARZANO

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A Grazia Martarello sparita sull ‘Adige

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Davvero sei entrata qui?
un punto cosi bello
oggi

Si andava verso Ca’ Bianca,
come a la facciata della chiesa
delle antiche processioni e preghiere
curvate dalla fatica
Sarzàn Sarzàn

tra gli inviti dei carpini oscillanti nelle foglie

appena spuntate, un colore stordente

di verde indicibilmente chiaro e i profumi

e le correnti del silenzio che qui è

sapiente, erano le sei

di una primavera così dolce,

perfino il peso della stella maligna

che spezza la schiena

ti sarebbe stato lieve

e poso queste parole amica

sulla croce che ricorda il tuo nome

remoto, accoglile nella grazia

che sei

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da Arcani minori

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A PIERLUIGI CAPPELLO

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Acqua. Terra. Fuoco. Cielo.

Acqua che sgorga e corre dalle rocce dei tuoi prati
trafìtta nelle mani.

Terra che trema e si acquieta e torna a tremare immobile, prigioniera.

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Fuoco acceso d’amore nelle parole dette e soffiate nell’aria.

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Aria che riempie la stanza e ora finalmente
ti dice: Vieni, vola.
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La perfetta agonia, il mai pronunciato lamento.
E tu, continua a correre sui piedi dei tuoi versi.

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da Lunanuova

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CIUSO E CIARO

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Arrivano in coppia a piedi con una
graziella a mano parlando sospesi
tra la legge Basaglia e il nulla in via Orti
i matti,

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dalle caldaie dall’oratorio
dai polli dalle bietole da tutti
quei letti tutti quei bottoni
rovesciati per terra.

Parlano una lingua indecifrabile a
brandelli tra la guerra e l’alluvione.
Mi muovo tra i mattoni
crollati del fienile

e l’edera si arrampica ed inghiotte
le case, sacra a Dioniso.
Erano in due,
parlanti in una lingua

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ignota Ciuso e Ciaro e barcollavano

come fossero brilli

scampati fuori tempo

i parenti cangianti della luce

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dell’aria della terra
e delle lentarine

nel fosso, di quello che c’è – e poi
scompare.

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GALILEI

            A Co’

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Cosa vedi laggiù dalla finestra?
Un muro, una ragazza che passa

o una formula che spiega il tempo?
È maggio siamo avvolti dalla
maestà degli alberi verdi e quasi in fiore
io guardo i fili d’erba matta

le spighe d’oro

i cardi che fra poco scriveranno
i loro calligrammi nell’aria

e penso al tuo pensare

alle parole di una canzone amata

correndo

la mattina quando suonano le campane
nella via deserta
e ti svegli

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