Aura Christi – Giardini austeri – Puntoacapo, 2024
Alcuni testi tratti dal volume – tradotto e curato da Cinzia Demi, con postfazione di Alessandro Pertosa – che in lingua originale fu pubblicato per la prima volta nel 2010. Aura Christi, nata nel 1967 a Chișinău (ora Repubblica di Moldova), è una poetessa e scrittrice rumena autrice di diverse raccolte e saggi, tradotta nelle maggiori lingue, cantrice di una mistica squassata dal dubbio (Aura Christi del resto è un puro pseudonimo, anzi un eteronimo per così dire di “devozione”, un omaggio cristologico – ma con un filo di presunzione – di Aurelia Potlog, il suo nome di origine), di una religiosità, per quanto problematica, mai dismessa nei paesi dell’Est nemmeno durante il regime comunista, autrice di una poesia che va “accolta” o semplicemente accettata, almeno nelle sue manifestazioni più simboliste o metafisiche. Il dubbio (“vado verso casa con il dubbio nel sangue”) è quello di una ricerca del sacro non dato per certo o per assiomatico, di un dio (o Dio) di cui in fondo si ignora il nome mentre il mondo, nella sua indecifrabilità, segue il suo corso, affacciando domande senza risposta. Come annota Pertosa “c’è l’eco di Nietzsche in questi versi. C’è la morte di Dio. Non solo del Dio biblico, ma anche di quello filosofico. Se muore Dio, muore la verità, muore la pretesa di dire, di rintracciare qualcosa di incontrovertibilmente vero. E se muore la verità, cosa ha più diritto di esistere? E perché? E in quale misura? Qui il Dio che muore è il Dio che sa come stanno le cose. E le cose ora stanno: di questo la Christi è consapevole. Stanno. Ma nessuno è più in grado di dire come”. Per questo l’altro versante della vita, la morte, appare senza conforto (“un senso di sfaldamento voraginoso”, dice Pertosa) perché senza risposte che non siano meramente fideistiche, tranne le risposte (anzi le speranze, anch’esse del resto pura attesa) che possano pervenire da figure mediatrici come gli angeli, troppo simili al sogno. Nessuna rivelazione, alla fine, se non quella dell’umana solitudine, nel disordine che la morte di Dio, almeno nel senso morale e valoriale di “catastrofe” che intendeva Nietsche, ci consegna. (g.c.)
da I segni
Nel cuore di un’apocalisse
alle cinque del mattino nel cuore di un’apocalisse
ci guardiamo come venuti da altri mondi senza
aver dormito con le anime devastate usciamo
vediamo sorgere veloce il sole
dentro uno di noi è nato un albero
avvinti nella sua chioma
ci fissiamo in silenzio ci studiamo e la
meraviglia ci ripaga ma non capiamo chi di noi
sia l’assente divenuto albero
nessuno comprende più
“l’incomprensione è l’inizio del potere”
mormora l’angelo che si avvicina oscillando da ovest
la realtà è distorta rientriamo in casa
e parliamo della forza che eccede che ci assimila
di fatto ognuno sta nella sua tana
come Dei rannicchiati nel grembo di altre parole
scombinando grammatica segni punteggiatura
… l’assenza di uno di noi ci fa paura
(e ci lasciamo intimidire da una fame avida)
che chiasso nel silenzio di corda tesa tra i mondi
“il buio ritorna” dice qualcuno tremando
“perdonate la mia assenza!” grida il poeta irrompendo
[dalla porta
“qualcosa di incredibile è successo grandi
cambiamenti sono in arrivo (si stringe la testa tra le mani)
ho appena perso il mio impero”
alle cinque del mattino nel cuore di un’apocalisse
una forza ci annusa ci strappa dagli eccessi
non cerchiamo traguardi non altri nomi
si ride si parla già di potere
inosservati ci immergiamo cadiamo nella bocca di un dio
singhiozzando e lui — ahimè — non ci conosce
Non c’è niente da fare
non c’è niente da fare,
il sole inghiotte la stanza dove scrivo —
un sepolcro per vivere nel passato nel
presente nel futuro l’aquila bianca squarcia la finestra
l’ombra di cera innalza
la casa in alto nel cielo
non c’è niente da fare
le statue di questa città s’inchinano
alla morte e le notti qui
sembrano svuotate dal verbo di un profeta
ascoltate dagli uccelli dai cavalli dei gitani
l’aria è chiusa come una cripta senza eredi
noi soffochiamo soli rematori nella notte
a volte una brezza
come se venisse da un’altra notte
come il grido chiuso in una risposta
come il silenzio di un soldato che
conserva in sé l’abilità per gli imperi da
conquistare, per esitazione, per paura
siamo sepolti di morte in morte.
il sole inghiotte la stanza dove scrivo —
un sepolcro di ieri, di oggi, di domani
un’ultima volta? nessuna traccia di me
il cielo della città è come il collo di un pozzo
nel quale si corre come in un campo di spighe
non t’importa del potere delle ombre
non t’importa che non ci sia niente da fare
La raccolta
da ciò che non mi ha ucciso ho raccolto
i miei passi mi hanno guidato sempre
credevo di salire ma qualcuno raffreddava
il mio cuore chi era?
in alto il cielo diviso dalla mia mano
ribelle a destra la luna oscurata
da una semplice quercia da pensieri cupi
dal volto nascosto della notte ora destinato
a soffiare via ogni moto
chiusa in me mi siedo osservo l’oscurità
un fruscio di seta come da un altro mondo
mi sfiora l’anima poi la caviglia di cera
mi accovaccio fremo mi stringo
come se non restasse altro che ricadere
nella vecchia me stessa
nella caverna di questo corpo maledetto
sofferente mi immergo nei profumi sacri
nelle orme della paura e dalla vergogna
mi libero di tutto ciò che non mi ha ucciso
salendo la stessa – invisibile – scala
da Salmi
Paesaggio di una domenica buia
le sue mani due sentieri che finiscono
in cielo anima deserta come strade infrante
nella luce dell’alba che giorno mio Dio
e io come croce sull’urna dimenticata
come parola non detta di preghiera
il racconto di un bambino che crea
una barca di carta senza albero maestro
non guardo, non dormo, mi nascondo
nell’insonnia
come Maddalena — in vergogna di peccato
sono inseguita cacciata nel buio crescente
mi dicono che l’umanità si è rifugiata
in una parola grande scordata ci ho creduto
ho cercato tra le mie parole
parevano pesci donati
racchiusi in un catino d’acqua
che silenzio che trascuratezza
era entrata in quel mio universo
sospinta dal volto della morte
lacerata dovunque si allungano
le fauci del drago della rovina
le tue mani inviolabili o Signore
hanno dato luce ieri al drappo del cielo
L’ultima frontiera si avvicina
immagino che per te il tempo
sia un frutteto di mele o un branco di leoni
e mi chiedo a cosa pensavi
quando creavi il cavallo con acqua e argilla
e dal cielo — come da un sogno indicibile —
hai strappato l’erba dandole fame di colore verde
e l’ombra grezza dei fiori di maggio
forse in questo stesso momento
mi segui nelle sillabe del buio
mi conosci come non mi conoscerò mai
ascolto le campane entrare dentro di me
e riesco quasi a distinguere i tuoi passi
nel fruscio morbido e freddo della materia
ma la timidezza mi rende incapace
mi ritrovo a disegnare nuovi cerchi
su vecchi cerchi intorno al tuo nome
nessuno passa di qui sento l’odore il
pungiglione di una vespa è giunto il giorno
si confonde il mio spirito — come cibo
per creature sconosciute
un battito d’ora si avvicina l’ultima frontiera
mostrati mentre sillabo nel buio
col tremore fuori imparo mostrati
alla vecchia signora alla mia mano di cera
Dormi
dormi la notte cade a pezzi
anche i demoni si sono assopiti
la luna sovrasta gli alberi
nessuno chiama il tuo nome
intorno il soffio del vuoto della fine
aiuta la storia a finire
non costringerti ad alzarti
lasciati andare lentamente alla morte
ti guarda e finisce l’aria
e la stagione del sangue
fai un respiro profondo e conta nella mente
senza chiederti dove lo spirito ti conduce
ricorda siamo tutti acqua
e terra lascia il veleno della sofferenza
scendi dalla croce
dormi si chiude con la nube e la finestra
qualcuno spiega le ali sul tuo spirito
ti volgi al tramonto come verso la morte
ci saranno momenti più duri nello stesso
tempo di sangue nello stesso cielo
chiudi gli occhi qualcuno ha detto
non ci sono aquile di notte e non vedeva
né giardini austeri né volti di sangue
né unicorni d’argento
credi quelle parole
cadi nel tuo corpo di carne e di argilla
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