Paolo Artale – Allusione alla flora

Paolo Artale - Allusione alla flora - Anterem Ed., 2024Paolo Artale – Allusione alla floraAnterem Ed., 2024

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Dopo le conversazioni le allusioni, potremmo dire. Dopo cioè la raccolta precedente, le Conversazioni con la natura di cui parlai un paio di anni fa (v. QUI), Paolo Artale torna in apparenza a rivolgersi a quel regno, a riprendere forse un colloquio, una “allusione” almeno con una sua parte. La natura, quindi, cos’è? Una speranza, uno specchio, un miltoniano paradiso perduto? O una metafora di una quête, una domanda gettata all’interno di una caverna? O ancora, come scrissi, un rispettabile interlocutore, qualcosa che ti sta pazientemente ad ascoltare? Questo libretto (due sezioni, una trentina di pagine, testi prevalentemente brevi) è abbastanza diverso dal citato Conversazioni, come se avesse subito un processo di decantazione, anzi di disidratazione. Se possiamo interpretarlo come un segno, intanto diciamo che la presenza naturale si è diradata, nei nomi e nelle manifestazioni, quasi sommersa dal linguaggio umano, a favore di una complessiva rarefazione del discorso, come se l’interlocutrice fosse diventata ancor più taciturna, o indifferente all’uomo. Era, devo dire, una tendenza già evidente nelle Conversazioni, dove – scrissi – “l’uomo (e il poeta) riempie la natura di eloquio (e non solo di logos, come ha notato qualcuno), e in sostanza, biblicamente, se ne appropria, la invade”, tanto che alcune di quelle considerazioni mi sembrano valide anche in questo caso. E però qui il rapporto tra l’io e la natura è ancora più egoico, se possibile, anche quando non appare in prima persona, perché, mi pare, è proprio il lavoro sul linguaggio, molto maggiore rispetto alle Conversazioni, a far sì che questo avvenga. Qui l’eloquio, in quanto espressione dell’uomo, riempie lo spazio, non aspira a “realizzare” la natura, non le chiede riscontri e forse nemmeno la riconosce più, come annotai, come “simbolo di un sistema di segni tradizionalmente leggibili e quindi antagonista di un mondo complicato”. C’è come un’acquistata diffidenza, a tratti, come due soggetti che hanno perso fiducia tra loro. E tuttavia talvolta la natura (o semplicemente l’ambiente) sembra dire qualcosa in una lingua antica di cui si è persa una funzione interrogativa, qualcosa di interrotto come una soluzione senza problema, una risposta senza domanda. La comunicazione allora avviene per “sentimenti”, un riversare non reciproco di malinconie, inquietudini, uno scambio che non è alla pari, in cui perfino i fiori o la terra hanno una superiorità per così dire filosofica rispetto all’uomo, una dignità eterna. Il poeta, se a volte tenta qualche arroganza, si scopre perdente in quanto limitato, anche solo per il fatto che “non / saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle / rugiade”.
È proprio il linguaggio, teso in questo libro a una ricerca formale che prenda le distanze da eventuali residui lirico/elegiaci (che peraltro rientrano dalla porta di servizio), a stabilire certe distanze tra interlocutori. I nomi delle cose sono pietre confinarie, terminetti. Segnano qualche volta un prima e un dopo, come testimoni: un giglio selvatico attesta un’attesa, il fogliame “ha certe convinzioni”, un’offerta di calendule rende possibile un gesto e così via. Sono appunto allusioni, e lo sono esattamente come in un discorso (qui c’è in effetti una segreta conversazione tra umani), si accenna a “qualcosa” (deittico più volte presente), ma a qualcosa di apolide, “cose” a cui sta a “qualcuno” dare una cittadinanza (e vale la pena sottolineare come tutto ciò contribuisca a un certo senso del vago, dell’indeterminato: le cose “ferme”, “tutte le cose che digradano verso il mare”, le cose che “si sporgono”, “il fianco delle cose” fanno il paio con il citato “qualcosa”). La natura, più che un contraltare (e più di quanto avvenisse nelle Conversazioni), mi pare che sia un fondale emotivo, i testi come è possibile vedere sono segnati da una cesura, anche significativa se vogliamo, tra un orizzonte fattuale (più o meno naturale) e una sorta di resipiscenza della psiche, un formulazione tiepida di pensiero, l’addensarsi di questo pensiero in una specie di autostima del linguaggio, quasi come l’affermazione di una differenza di genere, di una inquietudine però priva di pathos che il “fuori” non percepisce o ignora. E però questo fuori è anche luogo di bellezza in qualche misura fruibile, di “abbellimento” (Artale), agente di una aspettativa canonica (“lo splendore non è solo una forma di / riflesso è quello che mi aspetto”), pur nella sua consuetudine (“l’aspetto domestico delle piogge”), una bellezza non necessariamente consolante, né, come si è già detto, “comunicante”. Al suo limitare, come al limitare di un bosco e del suo buio, sta la più volte citata casa, l’abitare, forse il simbolo di un permanere però suscettibile di qualche cedimento, un luogo “abusato” dal vento, che imita le nubi (immagino nelle sue finestre), che forse funge da avamposto come il forte del sottotenente Drogo, contro una minaccia non chiara che però in una certa misura “serve”, fornisce una ragione che forse, speculando oltre, mancherebbe del tutto. La complessità del mondo (in cui la natura è già oggi marginale) è lontana da qui, e anche questa poesia registra, a mio avviso, una impossibilità dialettica che si sostanzia in una visione per forza di cose frammentata e soggettivista, per quanto sostenuta dalla scrittura certamente abile di Artale e dalla sua ricerca linguistica, tese a definire la sottile indefinitezza di uno “stare”. E dove anche la natura, pur domandandoci se con varie sfumature sia essa specchio, metafora, interlocutore, da un libro all’altro si assottiglia lentamente come il gatto di Alice. (g. cerrai)

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da (la bellezza)

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presto entra la luce perché non sopporto

le attese questo è ciò che possiamo fare o

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prepariamo l’attenzione per la fine per

le acque da sommersione – adesso che

ogni uccello ha un proprio compito

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d’altra parte: ecco l’aspetto domestico delle

piogge o – qualcosa in fiore invece non è

cambiata la terra incolta di cui si diceva

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domani prepareremo la luce per

tutte le cose che digradano verso il mare – perché

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lo splendore non è solo una forma di 

riflesso è quello che mi aspetto –

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ho toccato la terra dove c’erano le petunie ricordami

di riporre tutto nell’incavo dell’aria e disporre tutto come

      se la casa dovesse cedere

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come se dovesse abituare la terra a essere oltraggiata

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ancora e sempre alcuni ricami d’aria tuttavia

ci lasciano sole a organizzare gli addii e

        un posto per considerare

qualsiasi altro abbellimento come

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le altissime erbe dietro la casa –

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e venne uno a misurare la distanza fra le stelle e

la posizione esatta del dolore ma

questo era possibile solamente dopo il buio – così

                                                                                                                   .

accanto al buio sostavano le domeniche

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  come se la terra dovesse contenere la luce

rinunciare subito a tutte le vanità

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invece rammenti febbraio ma gerbida – ma

riferivi di minuzie e altre composizioni dopo

  ciò che è accaduto

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da (dintorni)

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– mirabili comunque i tentativi degli

uccelli di educarsi alla terra –

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ma io non ho voluto insistere perché

in questi luoghi gli abitanti piumati erigono

fortezze per i venti incisori e conducono sogni

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oggi contraddice tutto ciò che si illumina e

compone foglie aderenti alla terra

saprà inoltrarsi nella luce deviata non

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aspettata capacità di separare i

cieli in un unico sguardo

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lontano svolgono compiti di persuasione

davanti a moltitudini di fiori così

da una luce all’altra conosce la casa

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– cosa sono gli occhi dopo la perdita

di alcune derive chiarità lontanissime

lontanissima sostituzione di corpi – e

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le manovre al principio dei mari come

ultima occasione per altre semine

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nel frattempo i germogli tengono la

    casa nel buio perché

questo tempo conosca il canto e la

stessa premura che usiamo agli animali

solitamente si alza la terra a:

    correzione di cieli

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ma io non ho voluto la terra nemmeno

  la lampada nutrita di petali.

nel cavo si annidano boschi. l’aria

stringe la luce, divora in prossimità.

era stato detto delle pupille e

della pioggia che sale?

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la casa aveva un portico e imitava le nubi la

complessità delle vedute dalle stanze nei

dintorni solamente un numero esatto di foglie

in altri luoghi si immaginavano congiunzioni:

      giunchiglie – legni marini

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questo è un limite. arenarie in controsenso

        devote alla luce

nuovamente l’autunno di gioia non

saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle

              rugiade

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