Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

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Alcuni testi tratti dalla raccolta di Aldo Galeazzi Piovono gabbiani alti (Ed. Erasmo, 2016), giuntami per sollecitudine di un amico solo ora.

Poesia “giusta”, quella di Aldo Galeazzi. Giusta come scrittura, abile nelle sue capacità espressive, ben misurata in ritmo e respiro. Giusta come temi, nel senso di una attenzione a un presente reale in cui si muove un io immaginario (o forse è il contrario?), in cui si dà la giusta attenzione ma un po’ sullo sfondo a certi fenomeni dell’oggi così com’è, non descrivendoli, non essendo necessario poiché, come si legge nel “manifesto” della collana che lo ospita, “l’atto poetico squarcia l’indistinta e rutilante cortina fumogena del Reale. Lo sguardo delibera un altro caos ordinato emerge la cosità della cosa”. D’accordo.

Che sia sorretta da una buona scrittura l’ho detto, anche intelligente, a volte impreziosita da buone intuizioni, da invenzioni metonimiche, a volte incrinata da luoghi comuni, una poesia a tratti pensosa, a tratti ariosa come la Terrazza Mascagni, a tratti malinconica, a tratti narrativa, a tratti riflessiva, a tratti intimista, a tratti politica, a tratti ammiccante, a tratti arguta, a tratti astuta, a tratti… Il suo autore è un flâneur direi postmoderno (ma chi non lo è?), attraversa per lo più la città, la sua Livorno come da molti indizi (per caso nasce però a Pisa), ci porta con sé, anche piacevolmente, ci indica col dito cose o avvenimenti che hanno o potrebbero avere un significato ulteriore, fatti, film visti che fanno capolino dai versi, a volte ci scherza sopra, con un suo esprit livournois, ma, sempre per via dello stesso spirito, fino a un certo punto. Poesia locale, poesia universale, non importa, Galeazzi ha il suo stile, che potrà anche avere i suoi difetti (e le sue ingenuità, ce n’è qualcuna) ma che certo è libero e un po’ beat e un po’ chissenefrega essendo tutt’altro che “ispirato dalla poesia contemporanea che ci circonda in streaming” (parole di Galeazzi). Stile che però non si è dimenticato di buone letture (potremmo fare nomi ma si fa prima a citare Piero Ciampi perché molte di queste poesie sono cantabili) né del suo genius loci, che in quella città di mare è peculiare come in poche altre, come uno maestralino che attraversa i testi, si porta malinconie e delusioni, ma rinfresca anche una visione della vita in cui ci si può pure ritrovare e che ha i suoi alti e bassi. Proprio come questa poesia. (g.c.)

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PIOVONO GABBIANI ALTI

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i gabbiani volano alti a livorno

ma poi piove lo stesso

la luna ha due ganci di stelle e si tira su

a forza di sospiri e occhiolini

il cielo fa finta d’essere di notte

più spesso di quel che crediamo e

nessuno fa la guardia al mare

le strisce pedonali

fanno un gran parlare di psicologia

allora mi tocca cantare a squarciagola

quando passo in motorino

per non farmi distrarre

lunghe cosce camminano da sole in via

s.andrea e ai tre ponti

gli amici sono in settimana bianca già da

un anno e lanciano cartoline dalle funicolari

si soffre di moltitudine e

al limite

speleologi vanno alla ricerca dei pianti

rimasti in gola

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ON LINE

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Tanto è passato. Con la mano toccavo la macchina da scrivere ma non schiariva la parola, non fluiva da lei a me, nemmeno il contrario. Era umido il fondo dove stavo; deprimente come tutto vi sarebbe marcito a lasciarlo stare. Stavo e lasciavo stare, marcivo, concimando la depressione a forza di pisciate nel lavandino, a forza di non spolverare, spazzare, pulire. Il buio, la rabbia, il rancore facevano il loro girotondo sulla bocca dello stomaco, mancava la vendetta, ma non me la potevo permettere, servono conti in banca pieni di tempo. Toccavo la macchina da scrivere, grigia, grigia ma mi pareva di intendere bene che chi l’aveva tinta voleva farla verde, perché era un grigio che ti faceva proprio pensare al verde. Toccavo guardando il foglio e intanto pensavo alla televisione, allo schermo del televisore, poi al computer e agli applausi. Perché trasferisco tutto il battuto a macchina nel computer e se non resisto schiaffo subito in internet e allora applausi nelle orecchie e tutto quel portato fondamentale, il portamento anche solo delle virgole gettate a quei maiali dei miei seguaci, lettori, sostenitori, amici applausi, amici applausi. Ecco che riprendono vita se sono con loro e io sono per loro, intervallano nulla tra me e me, ma do loro il frutto del mio seno Gesù, ché non lo farei? Ma io, eccolo che arriva IO, sono il burro che si scioglie all’infinito sulle loro teste, sui loro capezzoli, sono balsamo per lingue puntute e occhi puntati. Toccavo la macchina e non succedeva niente. Mi chiama quel tipo, mi dice vorresti un trionfo su misura? Sì cazzo. Certo cazzo. Allora oggi o domani ti pubblico on line. ON LINE. Pronto, già pronto per applausi. Amici e nuovi amici applausi. Mi chiama il mio amico, no ho sbagliato è quel tipo che adesso prende tempo, sta zitto, mi chiama e sta zitto. Io gentile e ruffiano lo esorto a servirmi il trionfo, o anche solo un trionfo. Silenzio. Allora, gentile e ruffiano, gli elenco l’elenco dal quale poter far sortire un bel pezzo da pubblicare. Silenzio ’sto stronzo. Faccio il sarcasmo pieno di bile invisibile, sono pieno di bile invisibile. Mi chiama quel tipo e mi dice d’accordo adesso è il momento, oggi o domani si esce sulla rivista on line, quella bella dove ci sono i più grandi che si producono in prodotti. Ok va bene sono felice come un applauso. Tieni ti do questo e questo e questo per essere sicuri di scegliere bene ma tanto ormai lo sai che sono uno Molto Capace. Tocco ancora la macchina da scrivere ma penso on line, on line, on line e non ci sono sulla rivista che cazzo hai visto chi la produce. Parlo io al mio io pieno di rancore ed un gregge d’applausi dal quale bastardi incompetenti mi tengono separato. Niente, non posto la mail per il culo d’una vergine seguace. Metterò su una foto di nonno con la cerniera abbassata, e maiale di merda il mio prossimo editore.

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ORIZZONTI

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La verità degli orizzonti

mi pare così faticosa

non che sia inaccessibile

come un primo pensiero superficiale

mi suggeriva.

Non sono Cechov

ma ho 55 anni

e questi sono un ancora

che ti inchioda

nel punto in cui sei.

Il lavoro è lo stesso di sempre

cambia solo il colore

forse una retina pigra

accondiscende a queste sfumature di giallo

del carattere 12.

Una lunga degenza

tra una lastra e un sorriso

gli esami del sangue

non finiscono mai

ma chi ci sente da questo orecchio.

Mi tengo a galla

con piccoli furti

ieri un disco oggi

neanche uno sguardo sotto le gonne

di quelle 136 donne che sei.

Allora propongo un augurio

un brindisi al tempo

in cui ci tenevo ad avere un passato

sempre aggiornato

sempre aggiornato.

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VOCI

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Non sono mica un imbecille,

quando il sole va giù e io ci guardo attra-

verso,

vedo come potrebbe essere,

il giallo e il rosso del tramonto salato

come il conto da pagare

che mi presenta un cameriere improvvisato

più ubriaco di me.

Lo sai son vent’anni a ottobre che non

bevo più

quindi non è questo il punto.

Se dovessi incontrare l’idraulico

prima di mezzogiorno

non riuscirei a sentire neanche una parola

sarei troppo impegnato a non fargli notare

il tremore delle gambe

e delle mani.

Sarei troppo bianco in viso

e con quelle borse sotto gli occhi

dovessi andare alla riunione di condominio

la mattina del sabato alle 10.

Con la testa che gira e gli attacchi di terrore.

Saresti contenta se alle 9 portassi fuori il

cane e prendessi il giornale,

e magari comprassi i dolci dal pasticciere

per il compleanno di tua madre.

Non dico che non mi piacerebbe,

mi piacerebbe eccome,

è solo una questione di abitudine e guarda,

tutti lo possono fare.

Ma la notte, chiuso nella stanza,

più solo dell’uomo più solo del mondo,

a chi parlerebbe quella voce,

a chi sussurrerebbe la voce

che generosa regala l’incanto,

a chi donerebbe la visione

delle donne e degli uomini di valore

che prima di noi hanno tracciato

i sentieri del senso.

Potrei far tornare i conti della spesa

ma smarrendo la strada.

Rinunciando alla voce che parla agli occhi.

Appoggia l’orecchio al mio petto,

con dolcezza – oh se ti amo, come sempre –

senti con me il cuore del mondo

mi ha scelto per piangere tutti i suoi sorrisi.

Mi ha scelto,

la voce lo dice

e non c’è modo di poter dormire

prima che tutte le lacrime

siano asciugate.

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I SEGRETI DELLE MASSE

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Tra le finestre aperte

si consumano i segreti

delle masse.

Vago sentore di spazzatura,

è proprio estate.

Oggi è più facile:

fumare,

sedersi,

rimanere incantati,

mangiare riso freddo,

restare dove sei.

Più difficile:

parlare,

comprare e cucinare.

Aspetto l’omicidio

si faccia più rumoroso

per cominciare a sbirciare

dietro le tendine delle masse.

Timoti è fuori col tagliaerba,

fa questo lavoretto per la vicina,

è completamente ubriaco.

Si va tutti affanculo.

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