Basil Bunting – Briggflatts – puntoacapo editore, 2025
La prima volta che ho incontrato i versi di Basil Bunting è stato nel 1982, sulla rivista/volume Poesia Due, edita da Guanda e diretta all’epoca da Franco Buffoni. Erano testi appunto da Briggflatts, tradotti per la prima volta in Italia da uno dei grandi dimenticati della poesia nostrana, Dario Villa, traduttore anche di Sonatas, uscito postumo per Flussi Edizioni nel 1998 (Villa era morto nel ’96). Quei versi mi fecero allora una grande impressione ed ecco ora che Bunting riappare, e mi pare davvero una bella notizia, nella traduzione della sua opera capitale curata da Mauro Ferrari, con la prefazione di Edoardo Zuccato.
Briggflatts è il lavoro che dette una fama definitiva a Basil Bunting (1900 – 1985), campione di un modernismo che tuttavia, come avverte Zuccato, non appartiene tanto a quello britannico (che arriva fino a Larkin) ma è piuttosto vicino a quello internazionale (e segnatamente americano) poiché “mister Bunting” era amico e frequentatore, specie in Italia nel periodo tra le due guerre, di Pound, suo vero mentore, che lo cita per nome nei Cantos, insieme a Cummings, come uno di coloro che lottano “contro ottusità e grasso”. In realtà Bunting era noto solo in ambienti ristretti e infatti fu solo nel 1966, quando uscì Briggflatts, che diventò punto di riferimento della poesia anglosassone, impressionando – mi piace ricordare – con “parole che splendono come brina” critici come Connolly e Macdiarmid e poeti come Robert Creeley.
Briggflatts è, come recita il sottotitolo originale, un’autobiografia in versi che prende le mosse proprio dalla località della Northumbria, in cui tra l’altro il poeta è sepolto. Divisa in cinque sezioni più una coda, che rappresentano stagioni dell’anno e della vita, l’opera (a tutti gli effetti un poema epico) spazia da una evocazione della giovinezza e dei primi amori (a Briggflatts il giovane Basil, quacchero, frequentava una meetinghouse di quella religione), alla storia della sua regione nel medioevo, alle antiche saghe del Nord, all’Oriente, specie in Persia dove Bunting operò come agente segreto per l’Inghilterra durante il secondo conflitto, a considerazioni sull’arte e la storia così care ai modernisti, fino alle finali considerazioni poetiche sul ciclo della vita, la mortalità e la trasformazione. Il poema si chiude con un senso di pace e accettazione, un ritorno all’essenza della vita e della natura, che trascende il tempo e la memoria individuale. Inutile dirlo, niente di più eliotiano, di più modernista. Al di là delle accuse che ricevette a suo tempo di passatismo o di epigonismo poundiano, quest’opera costituisce un pilastro della poesia novecentesca, poiché, come scrisse Dario Villa, “Bunting pietrifica la pagina e usa la penna come uno scalpello, scolpisce statue verticali e bassorilievi così intricati da far pensare a una secca e caustica calamita che attira immagini nitide in un labirinto a più piani”.
Aggiungo solo una nota personale, una sorta di reminiscenza di un altro pilastro della poesia modernista. Parlo del Paterson di William Carlos Williams. Anche lì autobiografia e luogo, struttura e forma, memoria e identità, interazione con la Storia, riflessione sulla natura stessa della poesia. Non certo un’ipotesi di influenza, forse possibile (Paterson è del 1946-58, ed. def. 1963), ma un terreno che sarebbe davvero interessante esplorare.
Un libro, Briggflatts, da leggere. Ferrari, oltre ad un accurato saggio introduttivo, ne fa una “coraggiosa traduzione”, come ha scritto sul “Manifesto” uno che se ne intende, Massimo Bacigalupo, il quale a suo tempo propose a Ferrari, che in apertura lo ringrazia, una tesi proprio su Bunting. (g.c.)
II
Chi si dice poeta non osi rifiutarsi
di camminare tra i falsi, nulla per rendere vera
la missione imposta, spregiato
da parassiti, ciarlatani e mantenuti,
tradito e incarcerato, ripulito dalle puttane,
chiedendo ai conoscenti i soldi per cibo e tabacco.
In segreto, solitario, una spia, lui valuta
le linee di un cavallo fiammingo
che trasporta birra, l’angolo, ottuso,
che la camicetta d’una battona le disegna sul seno,
conta battito su battito, il controllore
il motore le ruote il
pedale, Tottenham Court Road, decodifica
il tuono, scandisce
il ribollire del porridge, il borbottìo delle tubature, sente
la guancia basaltica di Budda
ma non sa definire il rapporto delle sue curve
con la mezza pinta
di seno sinistro d’una ragazza che lo scoprì da Kleinfeldt.
Giace con una per anelare a un’altra,
nauseato, mutilandosi, odiandosi,
ostinato, accoppiando
bellezza con squallore per dar vita a linee nate morte.
Tu che sai calcolare la traiettoria
di una sfera deviata,
mi avvicinerò al pallino?
Quale effetto può bilanciare la forza
che trattiene
le bocce che lancio?
Tu che spieghi il disco
imperniato sul sole,
vedrò finire l’autunno
o i cinquantanni rischiosi
saranno perduti, il dubbio
terminerà ciò che è iniziato?
La barra del remo sotto l’ascella destra,
il timoniere vira di bordo.
Scalmi scheggiati dove poggia il remo,
occhielli rinnovati, ingrassati;
sagole imbrigliate alle sartie.
La ciurma borbotta e boccheggia. Nulla vedono
di ciò che vede lui, ma odiano e servono. L’oceano mai sfregiato,
la correzione giornaliera, l’andamento dei flutti, la ricerca;
lui le miscela, bilancia, facendo scorrere leghe sotto la chiglia
per evocare fredde scogliere dove le maree
aggrovigliano frange d’alghe.
Non un acro coltivato, scarso l’oro,
zanna di tricheco, osso di balena, fegato d’orso bianco.
Morsi di scòrbuto, puzzo di fattoria, crepitìo del focolare.
Gronchi, ghiaia, seracchi sul ghiacciaio.
L’estate è iceberg e nebbia, licheni sulle rocce.
A chi importa ricordare un nome scolpito nel ghiaccio
o essere ricordato?
Il vento scrive in spuma sul mare:
Chi cantò lo prende il mare,
acqua salmastra i muscoli, le ossa sabbia.
Più intenso il gabbiano.
La brughiera lo dimentica.
Gli abissi smussano la valle,
voci dalla malerba dal fondale…
Virate di bordo, navi! Sudate a sud. Partite vuote
perché è già adorno il suolo,
color cocciniglia il tramonto.
Ripido o meno che sia lo scarico,
alcune parti fermentano prima.
I giorni si scuotono, indugiano, si agitano
verso la fogna.
L’amore è un vapore, ben presto si è oltre.
Pesci volanti seguono la barca,
delicate ali blu, la grazia
nel guizzo d’una coda intessuta,
la superficie dell’acqua fra
la brama e l’appagamento.
Linea flessibile, non ripetitiva
da cantare, non dipingere; canta, canta,
sciogliendo la melodia nell’aria,
flessuosa e leggera come lucertola,
quieta e improvvisa come geco,
per umiliare l’amore, per ricordare
nulla.
Soddisfa il gusto, con aglio e sale
e il vino bianco fruttato di Orvieto
su erba rada sotto alberi maestosi
dove i bastioni abbracciano Lucca.
Soddisfa l’udito, parlato sui crinali
fra ulivi mediterranei e fichi blu
sulle colline, sotto la brezza
fresca del polline della salvia appenninica.
Soddisfa il tatto, erba fitta nella grotta
e la tranquilla grondante liberazione
dal costume di Antonietta, bocca socchiusa
per baci subacquei ad Amalfi.
Soddisfa la vista sulla pagina, ma
mai abbastanza. Qualcosa va perso
quando vento, sole e mare biasimano
a ragione un disertore dubbioso.
Marmo bianco macchiato come orinale
tagliato sulle Alpi Apuane,
sempre gocciolante, adatto alla sega. Ghiaccio e cunei
lo fendono, o cariche dosate di cordite,
mentre battono i pistoni a cherosene, le seghe lacerano
e l’urlo è rivestito di quiete:
le nuvole riecheggiano i cumuli di polvere bianca
che ingombrano la strada che le pietre fanno
per elencare i nomi dei defunti.
C’è molta Italia nei cimiteri,
11 mare a sinistra, la Garfagnana
oltre il muro, la Cisa che sparge
violinisti giù dai fianchi su Parma,
la malinconia, repentina,
che con un leggero inchino smorza la danza.
L’unto si mescola al sudore
sull’aia. Rane e cavaUette
ornano il riso di un canto.
La tartaruga sprofondata nella polvere o
l’orso con la museruola che fa capriole
punteggiano un testo la cui iniziale,
persa nelle volute di Lindisfarne,
sta per amore abbandonato.
Vinci alla roccia
fiamma e metallo.
I crogioli versano
verghe levigate.
Calore e martello
allungano una sbarra.
Ruota ed acqua
molano un bordo.
Nessun attrezzo consunto
incide la pietra;
ma un biasimato
marmista a disagio
che evasivo forma
ornamenti
ingombra il cortile
di frammenti crepati.
Oppresso da una cotta di menzogne congiunte,
che arma può brandire il re per combattere
quando un nemico incontrato per caso usa la spada
della malizia e una picca che colpisce alle spalle,
sprofondato nella mota,
calpestato e deriso finché un coltello
– in quale mano? – recide i tesi
nervi del collo? L’ascia arrugginisce. Le vertebre
beccate a nudo dai corvi, agili
vermi divorano il fianco pigro
e il cervello inerte, mai saggio.
Cosa prova che egli ebbe vita,
troppo imbrogliato e consunto da tessere,
fili che tornano fibra? Brina
sull’erba secca, ghiaccio il torrente,
non ci sarà nulla a Stainmore per celare
il vuoto, né gramaglie a mascherare
ciò che aveva sotto la cotta,
re delle Orcadi, re di Dublino, due volte
re di York, dove la marea
ristette finché una lunga fuga
da chissà che sorriso,
cipiglio, disgusto o piacere
finì nel dolore sulla brughiera.
Stella marina, poinsèzia su uno scoglio a mezza marea,
una gagliarda di Byrd.
Gli anemoni deridono i collezionisti di ornamenti
ma delineano la polla
raggruppandosi. Il granchio eremita
non è per nulla grottesco in tale compagnia.
Avvoltoi asiatici a cavallo
di una spirale di polvere
o un veloce asino del deserto spaventato dal
bighellonare caparbio dei cammelli
rappresentano un improvviso svolazzo nel discanto
a un madrigale di Monteverdi.
Ma chi canterà un orto impantanato,
i suoi germogli morti,
i frutti mai nati, dove fame e
umidità zittiscono l’alveare?
Forse un luglio indispettito pieno di mele acerbe
tarme e lattuga vizza?
Tuttavia i caprioli son lì, erti dietro la siepe, insolenti;
una volpe impaurita si acquatta
rossa contro gli stami del ligustro come una mazurka;
e il topo, grigio, frugando
dietro il letamaio, osa calpestare,
agile e flessuoso, il labirinto di Schoenberg.
Cavalcando seta, alla deriva il mezzodì,
un ragno splende come una bacca
meno nera della limaccia cannibale,
ma non meno banale sotto i sambuchi
dove le ombre stesse sono ragnatela.
Così l’estate è obbligata da contratto
e l’anno è solvente; ma gli uomini
trascinati dalla tempesta si crucciano,
memori della soffocante Creta
e dell’acre sudore di Pasife,
che udì il piede del dio-toro
raspare la sabbia,
respirò tanfo di stalla, tuttavia restò
con mano ansiosa
per guidare il suo seme al suolo;
né la carne si ritrasse
dilatata dal bruto
né lo spirito oppresso sprofondò
finché non ebbe esultato per l’impensabile creazione.
II
Poet appointed dare not decline
to walk among the bogus, nothing to authenticate
the mission imposed, despised
by toadies, confidence men, kept boys,
shopped and jailed, cleaned out by whores,
touching acquaintance for food and tobacco.
Secret, solitary, a spy, he gauges
lines of a Flemish horse
hauling beer, the angle, obtuse,
a slut’s blouse draws on her chest,
counts beat against beat, bus conductor
against engine against wheels against
the pedal, Tottenham Court Road, decodes
thunder, scans
porridge bubbling, pipes clanking, feels
Buddha’s basalt cheek
but cannot name the ratio of its curves
to the half-pint
left breast of a girl who bared it in Kleinfeldt’s.
He lies with one to long for another,
sick, self-maimed, self-hating,
obstinate, mating
beauty with squalor to beget lines still-born.
You who can calculate the course
of a biased bowl,
shall I come near the jack?
What twist can counter the force
that holds back
woods I roll?
You who elucidate the disk
hubbed by the sun,
shall I see autumn out
or the fifty years at risk
be lost, doubt
end what’s begun?
Under his right oxter the loom of his sweep
the pilot turns from the wake.
Thole-pins shred where the oar leans,
grommets renewed, tallowed;
halliards frapped to the shrouds.
Crew grunt and gasp. Nothing he sees
they see, but hate and serve. Unscarred ocean,
day’s swerve, swell’s poise, pursuit,
he blends, balances, drawing leagues under the keel
to raise cold cliffs where tides
knot fringes of weed.
No tilled acre, gold scarce,
walrus tusk, whalebone, white bear’s liver.
Scurvy gnaws, steading smell, hearth’s crackle.
Crabs, shingle, seracs on the icefall.
Summer is bergs and fogs, lichen on rocks.
Who cares to remember a name cut in ice
or be remembered?
Wind writes in foam on the sea:
Who sang, sea takes,
brawn brine, bone grit.
Keener the kittiwake.
Fells forget hirn.
Fathoms dull the dale,
gulfweed voices…
About ship! Sweat in the south. Go bare
because the soil is adorned,
sunset the colour of a boiled louse.
Steep sluice or level,
parts of the sewer ferment faster.
Days jerk, dawdle, fidget
towards the cesspit.
Love is a vapour, we’re soon through it.
Flying fish follow the boat,
deEcate wings blue, grace
on flick of a tissue tail,
the water’s surface between
appetite and attainment.
Flexible, unrepetitive fine
to sing, not paint; sing, sing,
laying the tune on the air,
nimble and easy as a lizard,
still and sudden as a gecko,
to humiliate love, remember
nothing.
It tastes good, garlic and salt in it,
with the half-sweet white wine of Orvieto
on scanty grass under great trees
where the ramparts cuddle Lucca.
It sounds right, spoken on the ridge
between marine olives and hillside
blue figs, under the breeze fresh
with pollen of Apennine sage.
It feels soft, weed thick in the cave
and the smooth wet riddance of Antonietta’s
bathing suit, mouth ajar for
submarine Amalfitan kisses.
It looks well on the page, but never
well enough. Something is lost
when wind, sun, sea upbraid
justly an unconvinced deserter.
White marble stained like a urinal
cleft in Apuan Alps,
always trickling, apt to the saw. Ice and wedge
split it or well-measured cordite shots,
while paraffin pistons rap, saws rip
and clamour is clad in stillness:
clouds echo marble middens, sugar-white,
that cumber the road stones travel
to list the names of the dead.
There is a lot of Italy in churchyards,
sea on the left, the Garfagnana
over the wall, la Cisa flaking
to hillside fiddlers above Parma,
melancholy, swift,
with light bow blanching the dance.
Grease mingles with sweat
on the threshing floor. Frogs, grasshoppers
drape the rice in sound.
Tortoise deep in dust or
muzzled bear capering
punctuate a text whose initial,
lost in Lindisfarne plaited lines,
stands for discarded love.
Win from rock
flame and ore.
Crucibles pour
sanded ingots.
Heat and hammer
draw out a bar.
Wheel and water
grind an edge.
No worn tool
whittles stone;
but a reproached
uneasy mason
shaping evasive
ornament
litters his yard
with flawed fragments.
Loaded with mail of linked Ees,
what weapon can the king lift to fight
when chance-met enemies employ sly
sword and shoulder-piercing pike,
pressed into the mire,
trampled and hewn till a knife
– in whose hand? – severs tight
neck cords? Axe rusts. Spine
picked bare by ravens, agile
maggots devour the slack side
and inert brain, never wise.
What witnesses he had life,
ravelled and worn past splice,
yarns falling to staple? Rime
on the bent, the beck ice,
there will be nothing on Stainmore to hide
void, no sable to disguise
what he wore under the lies,
king of Orkney, king of Dublin, twice
king of York, where the tide
stopped till long flight
from who knows what smile,
scowl, disgust or delight
ended in bale on the fellside.
Starfish, poinsettia on a half-tide crag,
a galliard by Byrd.
Anemones spite cullers of ornament
but design the pool
to their grouping. The hermit crab
is no grotesque in such company.
Asian vultures riding on a spiral
column of dust
or swift desert ass startled by the
camels’ dogged saunter
fig.ures sudden flight of the descant
on a madrigal by Monteverdi.
But who will entune a bogged orchard,
its blossom gone,
fruit unformed, where hunger and
damp hush the hive?
A disappointed july full of codling
moth and ragged lettuces?
Yet roe are there, rise to the fence, insolent;
a scared vixen cringes
red against privet stems as a mazurka;
and rat, grey, rummaging
behind the compost heap has daring
to thread, lithe and alert, Schoenberg’s maze.
Riding silk, adrift on noon,
a spider gleams like a berry
less black than cannibal slug
but no less pat under elders
where shadows themselves are a web.
So is summer held to its contract
and the year solvent; but men
driven by storm fret,
reminded of sweltering Crete
and Pasiphae’s pungent sweat,
who heard the god-bull’s feet
scattering sand,
breathed byre stink, yet stood
with expectant hand
to guide his seed to its soil;
nor did flesh flinch
distended by the brute
nor loaded spirit sink
till it had gloried in unlike creation.
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