Agostino John Sinadino – Poesie, a cura di G. Cerrai

Agostino John Sinadino – Poesie

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Il presente articolo, con varianti e con una selezione ridotta dei testi, è già apparso sulla rivista Menabò n. 19 – febb.2025 (Terra d’ulivi ed.). Tutte le traduzioni originali sono mie. (g.c.)

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Ho letto per la prima volta Agostino John (Giovanni) Sinadino in una deliziosa opera (tre volumetti in 24°) intitolata “Poeti simbolisti e liberty in Italia”, uno di quei libri che solo Vanni Scheiwiller sapeva fare (Strenna del Pesce d’Oro 1968, 72, 73, a cura di Glauco Viazzi e V. Scheiwiller), anche se non proprio “taschinabile”, come lui amava dire. Sinadino è poeta pressoché sconosciuto in Italia, o almeno dimenticato da tempo immemorabile. Di origine greca, nato a Il Cairo nel 1876 da madre italiana (la milanese Carolina Casati, musicista) e da Ioannis Constantin Sinadino, banchiere, e morto a Milano nel 1956, è stato un autentico cosmopolita, capace di entrare in contatto con le culture più stimolanti dell’epoca, subendo gli influssi futuristi, ma anche e soprattutto simbolisti, a cominciare dal riconosciuto maestro del simbolismo, Stéphane Mallarmé, senza perdere di vista autori come Proust, Poe, Baudelaire. Segnato da una doppia cultura, Sinadino scriverà ora in francese (lingua di comunicazione in Egitto all’inizio del secolo), ora in italiano (lingua madre). Sposatosi a Londra nel 1900, ha vissuto alcuni anni a New York (1906-1910), è tornato ad Alessandria per 20 anni (1910-1928) e ha concluso la sua vita a Milano, dimenticato da tutti e totalmente rovinato. Morto senza eredi, sepolto in modo riservato a Milano – la sua famiglia non ha voluto contribuire al suo funerale – il suo nome non è nemmeno presente sulla sua lapide. Agostino John Sinadino sembra essere restato sempre fedele a una concezione molto elitaria della scrittura, considerata un’attività privata, silenziosa, incurante di qualsiasi successo di pubblico. È sorprendente la scelta di fare della sua opera una sorta di “anti – opera”. La critica più recente vede in questo percorso “sotterraneo”, realizzato a margine della modernità, la realizzazione di una poetica della cancellazione ispirata a Mallarmé: un cammino di spoliazione votato a una vera “scomparsa dell’eloquio”, per finire a non essere che un nome sulla copertina di qualche libro. Si indovina sullo sfondo una concezione quasi mistica della letteratura, che si suppone possa bastare a sé stessa, a prescindere da eventuali lettori “reali”. La sua opera, segnata certo dall’influenza di Mallarmé, è stata infatti elaborata a contatto con tutti gli scrittori di primo piano come André Gide (una corrispondenza con il poeta è stata pubblicata di recente dalla rivista Studi francesi, mentre le lettere inviate a D’Annunzio, che mai rispose, sono conservate al Vittoriale), il poeta greco Kavafis, Paul Valéry che ha scritto per lui una prefazione, o il futurista Filippo Tommaso Marinetti. In totale, ci sono otto libri o raccolte di poesie pubblicati dal poeta tra il 1898 e il 1934. Queste opere mostrano una ispirazione mistica e simbolista, ma anche una grande libertà espressiva e formale (anche se l’autore non si è mai associato a qualsiasi specifica avanguardia). Ancora oggi la sua scrittura, a parte l’apparirci a tratti retorica, è capace di fornire al lettore grandi suggestioni. Una poesia misurata, controllata più di quanto appaia, ma insieme carica di una mistica particolare, religiosa fino al sincretismo, in cui l’autore ricerca non solo la purezza della parola ma anche la sua stessa purezza, una poesia nella quale “il reale si lascia dai suoni, colori, sensazioni ed emozioni raccogliere” (E. Citro) e che sembra bruciare intensamente dall’interno, nella sua meditazione sul tempo e sulla morte. (g.c.)

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da Poesie (1902-1925)

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SCIENZA

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Io sono il mite cieco che le musiche conducono

tra l’illusione delle estati, degli inverni.

So che ci sono fiori d’una più calda carne,

che sotto i Tropici prosperano non tutti.

Se le mie timorose mani si sono immerse

nelle pure sorgenti, sono trasalito come al tocco d’un Santo.

Ho conquistato il silenzio dal sapiente contrappunto.

Io presto non conoscerò che le temperature.

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MCMXIV

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SERA AL GIARDINO

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Ah, l’eloquenza delle aiuole!

quando la sera, gli occhi chiusi…

quando ci si lascia tacere

per ascoltarli bene, o meglio,

tutti questi fiori, di cui leggiamo

le lunghe frasi di profumo

che salgono come una preghiera

dalle pagine di un defunto libro.

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SEMPLICE ACCORDO

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          A mia moglie

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Tu leggi, calma. Io mi chino

sulla tua spalla che brilla,

per bere di questa acqua che placa

le nostre seti e dona un po’ d’oblio.

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Un languore così penetra

le nostre carni, segretamente,

come una lanterna che qualcuno porta tra le tenebre

d’un vecchio parco addormentato.

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Delle canzoni, nastri che fluttuano, vengono a spegnersi

tra i tuoi capelli stupiti di prendere così calore

e la tua mano, una colomba bianca, lenta solleva

la tazza, ove si mira la sera, alle tue labbra sognanti.

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Roma MCMII

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CAMPANE DI MEZZODÌ

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Sonorità del bronzo delle campane di mezzodì.

Ricchezza inaudita del bronzo delle campane di mezzodì.

Miele ronzante tutto d’api delle campane di mezzodì.

Blu del cielo italiano ronzante tutto d’api delle campane

di mezzodì.

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Voragine del cielo italiano ove si precipita, a Mezzodì.

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Provincia di Roma MCMIV

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SATURNIA TELLUS        

(Frammento)

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Leggera l’ala batte. Eccoci immersi nell’odore

espèride. Oh brividi! Tutto un passato che fuma via

da lunghi turiboli ondeggiati nella notte!

Belle membra intrise di sonno! Oh Dormiente,

che una crudele luna irrita! ……………………………….

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……………………………………….Da lassù,

scegliendo il profumo in cui prostrarmi………………….

……………..o l’ombra o la vertigine………………………..

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Alessandria MCMXXII

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GRIDA            

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Tutti i miei ciechi desideri si sono gettati su di te

con delle grida di fuoco…

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I profumi della tua carne saranno la mia liberazione…

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Dal tuo cuore al mio cuore, nient’altro che la nostra nuda pelle…

*

Dalla tua bocca alla mia bocca, un’anima sepolta…

*

Alle nostre tempie il sangue ronza come una fiera…

*

Noi ci sporgiamo da questi orli della vita…

*

Ancora uno o due gradini: il cuore stesso del Male…

*

Noi conosciamo le strade che portano alla morte.

*

Per le mie mani d’assassino i tuoi capelli sono sorgenti…

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PENTIMENTO:

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(I cipressi del Tempo, come una chiesa, immobili

e netti nel cristallo d’una luna di dolore).

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MCMVII

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MAYA              

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Quale profondo fiore, quale calice di sogno,

il lucore nella vela, o miraggio o menzogna

d’un sorriso che rapprende un sapere sovrumano,

m’abbandona un bianco braccio di cui l’inquietudine mi stringe?

La domanda, la noia di un rinascente desiderio

come un profumo cieco, una sete di pena,

questo bel braccio che viaggia lungo i velluti neri

d’un sonno dove si scivola in voragini di specchi…

I tuoi grandi occhi, il tuo sorriso, o miraggio o menzogna;

tu, il profondo fiore, il calice di sogno!

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MUSICA DEI DUE ABISSI

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Grandi dèi trasparenti passano nelle nuvole

su di me, su di me, tuffato nell’immenso smeraldo.

Capigliature e carni e stupori che s’avanzano,

io vi leggo, uno ad uno, in un libro d’immagini.

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Una confusione calda sale nell’erba,

dall’abisso in basso le sillabe dubbiose

e io fluttuo sconvolta tra questi due abissi.

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Finché il silenzio infinito diventa verbo,

la brezza, sfilacciando le immagini felici,

porta tra i miei capelli le sue mani dai mille nomi[1]

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FATUM            

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I

Come un gladio in un sonno di malato,

l’Angelo mi parla in sogno e le sue perle si smarriscono

lungo rocce di malinconia

verso le rade, laggiù, dove le mie speranze salpano.

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II

Dal mare di mezzanotte alle cifre delle Pleiadi,

il mio cuore, rosso di canti, ruscella, solitario.

Un dio inclinato s’inebria alle mirre della terra.

Un mostro avaro sfugge, sotto di me, le moltitudini.

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Oh mia torcia mortale tra questo mostro e Dio!

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POE            

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                In memoriam

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Il corno di Astarte domina il problema

blasonato, smorto, in fondo alla strada,

dove ogni fatale cammino ci conduce all’insegna

d’una Psiche che piange, al marmo confusa.

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Il secolo vanamente drizza l’Idra enorme

che sempre il Poeta abbatte col suo gladio sicuro.

Sul Libro essenziale una futura Forma

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getta l’ombra d’un astro infedele all’Azzurro!

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I POZZI DEI SOGNI

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Voi attraversate la notte delle mie palpebre chiuse

come un destino leggero fra le cupe rose,

la cui lunga sete sale alle lune di pallore.

Ai miei pozzi inariditi voi portate i vostri pianti.

Alle notturne freschezze di questa acqua smemorata

le schiere sonnolenti dei sogni vengono ad abbeverarsi.

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da Studi e modulazioni, 1923-1950

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L’ALTRO SILENZIO

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Ascolto il silenzio dal brusio di sabbia

maturare come maturano gli specchi

ascolto il silenzio imperituro

d’un profumo che diventa alla sera fiamma

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La presenza di un’anima è cosa viva

che si carezza come un viso caro

perfino assente approda alle nostre rive

freddolosa ancora di un etere glaciale

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Cado così da un oblio vergine nei cupi

stupori d’un mondo senza più orizzonte

ombra io stesso nel passeggio delle ombre

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dove il silenzio umano non è più che un nome.

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IL DESIDERIO      

(frammento)

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Disordine d’un desiderio meandri d’una

musica che si smarrisce nei labirinti

d’una smarrita Regina…Dove fuggire? La luna

stessa si stupisce seguendo questi meandri

– divino inciampo alla sua marcia – di sentire

come un profumo salire sordo il lamento

delle Nereidi…

Regina! oh insinuante

Anadiomène[2]! Addormenta la voragine acerba

di questo sguardo che ci incatena o amante

del mio disordine…addormenta questa Minerva

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sempre vigile.

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IL FANTASMA

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              Marcel Proust

              in Memoriam

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Dei suoi occhi di gazzella innamorata la Moira

non ha perso il vigore. Nel rosa abbandono

d’una sera cupa ritorna dai limbi memoriali

ancora ad abitare la camera delle inalazioni[3]

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Trismegisto[4] piegato sull’oscuro athanor[5]          

dove ribolle l’amabile lordura di Sodoma

e Gomorra egli evoca tutto il suo mondo morto

e si compiace dei segreti di quegli incantevoli fantasmi

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Nel suo funereo gioco il suo fine orecchio intende

planare come un rimpianto di cui porta il lutto

la piccola aria della Sonata di Vinteuil[6]     

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e su questo tema amico ricompone il Tempo.

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SU DI UNA TOMBA

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Se io perdo parole pure se parlo agli uccelli

sotterranei dei tuoi calmi pensieri

se percepisco i poveri resti che tu sei

se parlo a questi fili d’erba che t’assomigliano

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è che non ho che loro, questi tremanti

fili d’erba

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PARLO IN SOGNO

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Io parlo in sogno alle perle d’una

pioggia dalle lacrime imbrogliate

al vento sulla tastiera delle dune

alle sue dita che le hanno sgranate

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all’abbandono delle sere in cui

tu non vieni più a prendermi per mano

per i sentieri di una assurda luna

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per condurmi dove tutto s’estingue

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FRASI

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Oh deserto biancore dove vedo avanzarsi

per plotoni serrati di lunghe carovane

parole multicolori come cortigiane

che facessero tintinnare i molti braccialetti

per scacciare gli avvoltoi orrendi del silenzio

dal mio cuore assetato soltanto di menzogna

al ritmo incantatore della loro danza di sogno

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il cui senso ignoto cela un dio di demenza!

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TRASFIGURAZIONE

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Nel profumo delle tuberose

calme dee risalgono al cielo

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nel profumo delle rose

si schiudono le alcove

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ma nel profumo delle rose che muoiono

mani diàfane

inseguono un preludio nella notte dei cipressi

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EGITTO            

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Laggiù le brume il rumore incrociato delle cascate

mentre sotto l’occhio chiaro di Amon-Ra[7] i nomadi

s’avanzano sfumato di buccine a tratti

nel disordine d’oro l’orbita blu del Sole

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IMPRESSIONE DI LUNA      

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Nel sottobosco dove il lucore d’un occhio

spia una foglia che trema di paura

giochi di pirati

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L’USIGNOLO        

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All’estremo orlo

convesso d’un cristallo magico

ove ogni cosa s’addormenta

questo cantore fatale

con una squisita incrinatura

lo incrina.

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DONNA DALLA COPPA

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La coppa si colora

di un belletto…E’ l’aurora?

Questo minuscolo oceano

ha come sole

nient’altro che il suo labbro.

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Traduzione dei testi e note di G.Cerrai – 2013, 2025

Devo ad Ernesto Citro, studioso di A.J.Sinadino, alcune suggestioni traduttive.

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da Poësies (1902-1925)

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SCIENCE

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Je suis l’aveugle doux que mènent les musiques

parmi l’illusion des étés, des hivers.

Je sais qu’il est des fleurs d’une plus chaud chair,

qui ne prospèrent pas toutes sous les Tropiques.

Si mes craintives mains ont plongé dans les pures

sources, j’ai tressailli comme au toucher d’un Saint.

J’ai conquis le silence au savant contrepoint.

Je ne saurais – bientôt – que les températures

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MCMXIV

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SOIR AU JARDIN

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Ah l’éloquence des parterres!

lorsque le soir, les yeux fermés…

lorsque l’on se prend à se taire

pour bien, pour mieux les écouter

tous ces fleurs, dont nous lisons

les longues phrases de parfum

qui montent comme une oraison

des pages d’un livre défunt.

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SIMPLE ACCORD

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            A ma femme

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Calme, tu lis. Je me penche

sur ton épaule qui luit,

pour boire de cette eau qui étanche

nos soifs et donne un peu d’oubli.

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Une langueur ainsi pénètre

nos chairs, secrètement,

telle une lampe qu’on promène par les ténèbres

d’un vieux parc dormant.

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Des chanson, rubans qui flottent, viennent mourir

dans ta chevelure qui s’étonne d’ainsi tiédir

et ta main, colombe blanche, lentement lève

la tasse, où se mire le soir, vers ta lèvre qui rêve.

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Roma MCMII

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CLOCHES DE MIDI

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Sonorité du bronze des cloches de midi.

Richesse inouïe du bronze des cloches de midi.

Miel tout bourdonnant d’abeilles des cloches de midi.

Bleu du ciel italien tout bourdonnant d’abeilles des

cloches de midi.

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Gouffre du ciel italien où l’on tombe, à Midi.

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Province de Rome MCMIV

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SATURNIA TELLUS

(Fragment)

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Légère l’aile bat. Nous voici dans l’odeur

hespéride. O frissons! Tout un passé qui fume

hors de longs encensoirs balancés dans la nuit!

Beaux membres mélangés de sommeil! O Dormeuse,

qu’une cruelle lune irrite!…………………………………….

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………………………………………………………..De là-haut,

choisissant le parfum où m’abattre………………………

………….ou l’ombre ou le vertige………………………….

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Alexandrie MCMXXII

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CRIS

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Tous mes désirs aveugles se sont jetés sur toi

avec des cris de feu…

*

Les parfums de ta chair seront ma délivrance…

*

De ton coeur à mon coeur, plus rien que nos peaux nues…

*

De ta bouche à ma bouche, une âme ensevelie…

*

A nos tempes le sang bourdonne comme une foire…

*

Nous nous penchons sur ces lisières de la vie…

*

Encore une ou deux marches: le coeur même du Mal…

*

Nous savons les chemins qui mènent à la mort.

*

A mes mains d’assassin tes cheveux sont des sources…

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REPENTANCE:

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(Les cyprès du Temps, comme une église, immobiles

et précis dans le cristal d’une lune de douleur).

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MCMVII

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MAYA

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Quelle profonde fleur, quel calice de songe,

la lueur dans la voile, ou mirage ou mensonge

d’un sourire que fige un savoir surhumain,

m’abandonne un bras blanc dont l’alarme m’étreint?

La demande, l’ennui d’un désir renaissant

comme un parfum aveugle, une soif de tourment,

ce beau bras qui voyage au long des velours noirs

d’un sommeil où l’on glisse aux gouffres de miroirs…

Tes grands yeux, ton sourire, ou mirage ou mensonge;

toi, la profonde fleur, le calice de songe!

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MUSIQUE DES DEUX ABÎMES

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Des grands dieux transparents passent dans les nuages

Sur moi, sur moi, plongé dans l’émeraude immense.

Chevelures et chairs et stupeurs qui s’avancent,

je vous lis, tour à tour, dans un livre d’images.

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Une confusion chaude monte dans l’herbe,

de l’abîme d’en bas les syllabes douteuses

et je flotte éperdue entre ces deux abîmes.

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Tandis que le silence infini devient verbe,

la brise, effilochant les images heureuses,

promène en mes cheveux ses mains myrionimes.

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FATUM

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I

Tel un glaive dans un sommeil de maladie,

l’Ange me parle en songe et ses perles s’égarent

tout au long des rochers de la mélancolie

vers les rades, là-bas, où mes espoirs démarrent.

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II

De la mer de minuit aux chiffres des Pléiades,

mon coeur, rouge de chants, ruisselle, solitaire.

Un dieu penché s’enivre aux myrrhes de la terre.

Un monstre avare enfuit, sous moi, les myriades.

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O ma mortelle torche entre ce monstre et Dieu!

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POE

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                In Memoriam

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La corne d’Astarté domine le problème

armorié, blafard, au fond de l’Avenue,

où tout chemin fatal nous ramène à l’emblème

d’une Psyché qui pleure, au marbre confondue.

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Le siècle vainement hérisse l’Hydre énorme

que toujours le Poète abat d’un glaive sûr.

Au Livre essentiel une future Forme

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jette l’ombre d’un astre infidèle à l’Azur!

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LES PUITS DES SONGES

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Vous traversez la nuit de mes paupières closes,

comme un destin léger parmi de sombres roses,

dont la soif longue monte aux lunes de pâleur.

A mes puits desséchés vous apportez vos pleurs.

Aux nocturnes fraîcheurs de cette eau sans mémoire

les troupeaux somnolent des songes viennent boire.

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da Études et modulations, 1923-1950

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L’AUTRE SILENCE

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J’écoute le silence au bruit de sable

mûrir comme mûrissent les miroirs

j’écoute le silence impérissable

d’un parfum qui devient flamme le soir

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La présence d’une âme est chose vive

qu’on caresse comme un visage cher

absente même elle aborde à nos rives

frileuse encor d’un glacial éther

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Je tombe ainsi d’un oubli vierge aux sombres

stupeurs d’un monde sans plus d’horison

ombre moi-même au promenoir des ombres

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où le silence humain n’est plus qu’un nom

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LE DÉSIR

(Fragment)

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Désordre d’un désir méandres d’une

musique qui s’égare aux labyrinthes

d’une Reine égarée… Où fuir? La lune

même s’étonne en suivant ces méandres

– divine embûche à sa marche – d’entendre

comme un parfum monter sourde la plainte

des Néréides,..

Reine! ô insinuante

Anadiomène! Endors le gouffre acerbe

de ce regard qui nous enchaîne ô amante

de mon désordre… endors cette Minerve

.

vigilante toujours

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LE REVENANT

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                Marcel Proust

                in Memoriam

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De ses yeux de gazelle amoureuse la Moire

n’a pas terni l’éclat. Dans le rose abandon

d’un soir morne il revient des limbes de mémoire

hanter encore la chambre aux fumigations

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Trismegiste penché sur le sombre athanor

où grouille l’immondice aimable de Sodome

et Gomhorre il évoque tout son monde mort

et se plait aux secrets de ces charmants fantômes

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En son funèbre jeu sa fine oreille entend

planer comme un regret dont il porte le deuil

le petit air de la sonate de Vinteuil

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et sur ce thème ami recompose le Temps

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SUR UNE TOMBE

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Si je perds des mots purs si je parle aux oiseaux

souterrains de tes calmes pensées

si je perçois les pauvres débris que tu es

si je parle à ces brins d’herbe qui te ressemblent

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c’est que je n’ai plus qu’eux ces brins d’herbe qui

tremblent

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JE PARLE EN SONGE

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Je parle en songe aux perles d’une

pluie à des larmes embrouillées

au vent sur le clavier des dunes

à ses doigts qui les ont égrenées

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à l’abandon des soirs où tu ne

viens plus me prendre par la main

par des chemins d’absurde lune

.

pour m’emporter où tout s’éteint

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PHRASES

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0 déserte blancheur où je vois s’avancer

par pelotons serrés des longues caravanes

de mots bariolés comme des courtisanes

qui feraient cliqueter leurs nombreux bracelets

pour chasser les vautours effrayants du silence

de mon coeur assoifé seulement de mensonge

au rythme ensorceleur de leur danse de songe

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dont le sens inconnu masque un dieu de démence!

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TRANSFIGURATION

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Dans le parfum des tubéroses

des calmes déesses remontent au ciel

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dans les parfums des roses

les alcôves s’éclosent

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mais dans les parfums des roses qui se meurent

des diaphanes mains

poursuivent un prélude en la nuit des cyprès

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EGYPTE

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Là-bas les brumes le bruit croisé des cascades

tandis que sous l’oeil clair d’Ammon-Ra les nomades

s’avancent matité de buccins par saccades

dans un désordre d’or l’orbe bleu du Soleil

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IMPRESSION DE LUNE

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Dans les sous-bois où le luisant d’un oeil

guette une feuille qui tremble d’effroi

des jeux de pirates.

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LE ROSSIGNOL

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À l’extrême rebord

convexe d’un cristal

magique où tout s’endort

cet aède fatal

d’une fêlure exquise

le brise.

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FEMME À LA COUPE

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La coupe se colore

d’un fard… Est-ce l’aurore?

Cet océan menu

n’a pour tout soleil

que sa lèvre.

  1. Myrionima, “dai mille nomi”, titolo attribuito a Iside e a Osiride, perchè si diceva che racchiudessero, sotto differenti nomi, tutti gli dei del paganesimo; perchè Iside adorata sotto questo nome in Egitto era altrove Cibele, Giunone, Minerva, Venere, Diana, mentre Osiride era in altri paesi conosciuto sotto i nomi di Bacco, Giove, Plutone, Adone ecc. (Mallet, L’Encyclopédie, 1re ed.,1751 – Tome 10, p. 914)

  2. Anadiomène, “emergente (dal mare)”, epiteto dato dai Greci ad Afrodite, con allusione alla sua nascita dalle onde del mare. Notissimo nell’antichità il quadro rappresentante Afrodite A. dipinto da Apelle, che molti, tra cui Sandro Botticelli, hanno tentato di ricreare.

  3. la camera delle inalazioni: il poeta allude alla stanza in cui Proust, che soffriva di asma, era solito fare dei suffumigi curativi. Secondo la testimonianza di Céleste Albaret, la fedele governante di Marcel Proust dal 1913 al 1922) ” M. Proust faisait brûler de la poudre de fumigation parce qu’il souffrait terriblement de l’asthme, je ne m’attendais pas à ce nuage. La chambre était très vaste, et pourtant elle en était pleine et toute épaissie. Il n’y avait d’allumée qu’une lampe de chevet, qui donnait une petite lumière, verte à cause de l’abat-jour. J’ai vu un lit de cuivre et un pan de drap, avec le vert de la lumière sur le blanc, là où elle le touchait. De M. Proust, je ne distinguais que la chemise blanche sous un gros tricot et le haut du corps adossé à deux oreillers. La figure était perdu dans l’ombre et dans le brouillard de la fumigation, complètement invisible, à part les yeux qui me regardaient, je les sentais plus que je ne les voyais. …J’ai salué cette figure invisible et j’ai posé le croissant dans sa soucoupe sur le plateau. Il m’a seulement fait un signe de la main, qui devait être un remerciement, mais sans prononcer une parole. Et je suis repartie “.

  4. Trismegisto: attributo di Hermes (Mercurio), tre volte grande, e personaggio leggendario di età ellenistica a cui è attribuita la creazione dell’ermetismo filosofico.

  5. Athanor: è il forno degli alchimisti. Il poeta probabilmente allude a qualche marchingegno che Proust usava per le inalazioni.

  6. la piccola aria della Sonata di Vinteuil: l’aria o “piccola frase” citata da Proust nella Recherche e attribuita a un musicista di nome Vinteuil, inesistente, padre del personaggio di Mademoiselle Vinteuil. Sulla Sonata i critici hanno fatto diverse ipotesi, ma Proust, in una lettera indirizzata a Antoine Bibesco nel 1915, scrive: “Caro Antoine, solo due righe perché sto malissimo. Volevo ringraziarti e dirti che la Sonate di Vinteuil non è quella di Franck. Se la cosa ti interessa, ma non penso, ti dirò con il testo alla mano tutte le opere che hanno “posato” per la mia Sonata. La “piccola frase” è una frase della Sonata per piano e violino di Saint-Saëns che ti canterò (trema!). I sovrastanti tremoli sono di un Preludio di Wagner, gli alti e bassi lamentosi dell’inizio sono della Sonata di Franck, i movimenti spaziati della Ballata di Fauré, e via dicendo. E la gente crede che queste cose si scrivano per caso, per facilità di vena”.

  7. Amon-Ra: il dio sole di epoca tebana, re di tutti gli dei, a cui è dedicato il Grande Tempio di Luxor. Nel lavoro di Sinadino, nato come noto in Egitto, sono frequenti i riferimenti in chiave simbolica alle divinità egizie. Vedi anche l’Astarte (Hathor) citata in “Poe”, raffigurata con corna ricurve.

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