Margherita Rimi – Restitutio ad integrum (Poesie 2015 – 2024) – Marsilio, 2025
Il corpo non smette di essere centrale, in molta poesia contemporanea come in questa di Margherita Rimi (v. anche qui), anche se forse cambia di prospettiva, cessa in qualche modo di essere proiezione drammatica, anche politica magari, di un soggetto combattuto e combattente, diventa elemento semantico, metafora o meglio ancora simbolo di un più generale terreno di resistenza, che è tale finché la mente (ovvero l’ego) lo sostiene, di una “salute”, non solo materiale, che deve essere difesa, anche con un suo proprio corpo-lingua, e “restituita”; o della stessa poesia, dove, auspicabilmente, “non ci sono parole che si sprecano / ci sono parole che si spostano / parole che misurano parole”. Un corpo non tanto di qualcuno, ma di qualcosa, che magari di quelle parole è fatto.
Come ricorda nel risvolto Gandolfo Cascio, la restitutio ad integrum di un corpo è obbiettivo ippocratico e speranza di ogni medico (come Margherita). Ma cos’è che in questo libro deve essere restituito alla sua integrità? Per determinarlo bisogna capire che questo lavoro è o vuole essere un’uscita da una crisi, che non è solo quella di un individuo ma anche e soprattutto quella di un io poetante, di un individuo poeta alle prese con un oggetto/estensione (la poesia) non perfettamente funzionante, come malato. Un individuo che si chiede: è possibile essere io senza essere poeta, “un bipolare: medico/scrittore”? O essere un corpo abitato dalla poesia, un corpo che contiene una eventualità di creazione? Margherita ne rende conto chiaramente nella poesia La tragedia del poeta in cui si legge tra l’altro: “Non scrivo più una poesia / da tempo / da più di un anno…invece accumulo fogli e / fogli / parole e parole”, cosa in sé abbastanza coraggiosa da dire da queste parti. E altrove Margherita parla di “paralisi dello sguardo”. Ma non è questo, o non solo: anche se questa confessione venisse meno il libro è pieno di indizi, a cominciare dal costante e numeroso ricorso ai segni, a indicatori puramente verbali, a “nomi”, come quello di “poesia”, alla parola “parola” in tutte le sue declinazioni, alla parola “scrittura”, alla ripetuta riflessione metapoetica (o anche metalinguistica) che non è tanto una meditazione sul mezzo quanto una interrogazione angosciata, come un Michelangelo che percuote il marmo gridando “Perché non parli?”. È come se il corpo, anche quando non minimamente citato, si appellasse alla parola, alla parola di parola, alla grammatica di grammatica, e lo diventasse, come qualcuno che crea con la sua paralisi. E lo stesso per la poesia. Ricordo quello che diceva Salvador Dalì, che se fosse stato incarcerato in una cella buia avrebbe continuato a creare con i fosfeni retinici generati premendosi sugli occhi. E nello stesso tempo il corpo fisico, con le sue complicazioni materiali, “che non vuole restare solo / senza di me”, che “era così silenzioso / che mi dimenticavo di lui”, tuttavia “in sacrificio per me portava una poesia”, e ancora il passato del verbo segnala qualcosa, quasi la rottura di una complicità. Nel testo La resa dei corpi, poi, il dettato si indurisce nella petrosità dei termini scientifici, il corpo torna ad essere una nomenclatura, un meccanismo, forse – quindi – una macchina celibe. Il corpo che non sta bene smette di essere silenzioso, protesta, ma non crea poesia. O forse è esattamente il contrario, è la poesia che non cura, che a volte non riesce a creare un senso che “curi”: un dilemma che è quasi un’aporia.
Non è certo un caso che la più breve sezione finale, Restitutio memoriae, sembri risalire una china. La memoria, anche rifratta e reinterpretata, è un solido appiglio, è materiale “confortevole”, è un ritorno, un nostos, e indizio ne sia il ricorso a termini dialettali, “materni”, a un andamento colloquiale, a una lingua che è certo segno ma segno “storico”, vissuto, in qualche misura fecondo. E se lo sguardo, in quanto memoriale, è rivolto all’indietro, è altrettanto vero che sia quanto meno rivolto al di fuori, fuori dal corpo “silenzioso”, un diverso orizzonte, compreso quello familiare della sua esperienza con i bambini (Margherita è neuropsichiatra infantile). E se l’accento si fa lirico, in queste belle poesie, se si fa elegiaco, va bene. Anche la musica, il ritmo, curano.
Certo un libro sofferto, e si vede, con i suoi alti (non pochi) e bassi inevitabili, con cose che convincono meno e altre di gran qualità, con una scrittura tuttavia che nella sua migliore espressione riesce a risolvere il dilemma di cui si diceva, e anche la sfida, quasi un ossimoro, di una poesia che vuole compiangere la propria assenza. (g. cerrai)
Il libro delle medicazioni
Le mosse del punto
sono ferme
Qualcuno tra i due punti
gira troppo
Non basta: l’autostima
delle virgole
l’ipertrofia
delle maiuscole
un pronome solo
a uso personale
Non basta: tre aggettivi
su ogni sostantivo
per l’ego smisurato
dei poeti
La grammatica può fare
la sua parte
La matematica le sue statistiche
E una medicina
non ha il compito del miracolo.
Un libro si capisce
dai nomi che hanno
le parole
Destinatio linguae
Quanto tempo c’è
in questo corpo
quanto ne rimane
Non è finito l’ordine dei giorni
si può confondere il cambio
l’indirizzo
una casa dentro un’altra casa
Niente passa per parentesi
è tutto lì
nella sequela delle ossa:
i titoli, gli scritti intercostali
la rotazione della testa (atlante nell’epistrofeo)
La parola respinta sulla pagina
non sempre passa per la bocca
Il tracciato parla solo per l’epilessia
il vocabolo per intero
la lingua per destinazione
Trovatemi un titolo a misura
I
Gli indumenti sono lì
non corrispondono più al corpo
Si tira indietro:
l’accesso della manica
Il ritorno della scarpa
è stretto
Il colletto
della testa vuoto
Il cappello non rientra più
tra le due orecchie
non ascolta disposizioni
Arretra la misura delle spalle
il perimetro perso dei bottoni
Il cucito non nomina più
i fianchi
Le calze portano la loro storia
a niente serve la memoria delle gambe
Ogni guanto conserva il sogno gemellare
la perfetta simmetria
perse le impronte digitali
E gli occhiali che mentono ai fantasmi
adesso non vedono che è vero.
II
Il racconto del corpo
è lì
nel calco la scrittura
impronta genetica nuda
Nel salto dell’accapo
A Lorena Nocera, attrice e regista
Basta narrazioni e narrative
basta con la sua continuazione
con i suoi prolungamenti
Ho bisogno di una lingua che
si interrompe
che fa fare un salto quando meno te lo aspetti
Un salto che non ti
riprende
Un salto che non viene più a riprenderci
nessuno
il salto dell’accapo.
Nessuno può soccorrere la lingua
in questo sbalzo
Orecchio e occhio sospesi
il pensiero è in trauma
Salta sulle gambe la bambina
poi su una
poi
Nessuno ci salva dalla fantasia
nessuno dalla conoscenza
Varianti
(Togli/Metti)
I
Togli una parola
anche solo una parola
Toglila dal rigo
Può cambiare tutto
dall’essere a non essere
dall’orecchio all’occhio
Togli una parola
da qualche parte
cambia questa storia
il destino della lingua.
II
Metti una parola
anche solo una parola
Mettila nel rigo
Può cambiare tutto
dall’essere a non essere
dall’orecchio all’occhio
Metti una parola
da qualche parte
cambia questa storia
il destino della lingua
Sintomo da inversione
I
Sono occupata da me:
Non ha più spazio il corpo
né più vantaggi la mente
Oggi sono in equivalenza
tra l’inviolabilità e la sopraffazione
Eppure la felicità
«non torna»
non torna la perfezione
della statica
l’incoerenza
della dinamica
l’instabilità della lingua
dentro un’altra lingua
L’innamoramento
della
democrazia.
II
E c’è un peso
che
si fa peso
e un infinito a medicare
a risolvere
la paralisi dello sguardo
Mai sicuri
dentro al corpo
Mai usciti
dal corpo
Siamo:
cardiaci
renali
Insufficienti.
Cerebrali:
corpo a corpo
Cranici:
mente a mente
Non basta
l’anamnesi negativa
l’area da esaminare: clinicamente indenne
Non basta la scienza del cariotipo
per fare il maschile e il femminile
Mai sicuri dentro al corpo
Mai usciti dal corpo
mai abilitati
per copie e
artefatti
La poesia è un elenco telefonico
(prova di poesia)
La poesia non è
andare a capo
si può scrivere anche
a cerchi
o su
un solo rigo
e anche senza rigo
o su un quaderno a quadri
Qualcuna si vergogna
qualcuna ha bisogno di parole
attaccarsi a tutti i numeri
fare acrobazie per un elenco telefonico
Disturbo presente
(una lettura mancata)
Parla poco
confonde le lettere
salta i punti
Neanche vede le virgole
E quando legge:
mette una “vvi” dove non c’è
dice “ssa” al posto di “stra”
La farfalla diventa tartalla
cambia le parole l’inizio e la fine:
legge in un’altra lingua
C’è ancora da rifare tutta la scrittura
il dettato da cominciare
Quanto pesa
sulla lingua
orecchio e occhio non allineati
Quando non corrisponde
dx e sn
sopra/sotto
quando tra neuroni e muscoli una “p” diventa
“d”
Quando tra neuroni e muscoli rovesciata
esce pure la voce.
Guardate bene occhi
Ascoltate bene orecchie
Ri-pe-te-te
Primaoppoi
mi fanno fare
«Il compito in classe»
Similar Posts:
- Fabio Prestifilippo – Abitare la traccia
- Simona Menicocci – Saturazioni
- Michela Gorini – Undress
- Alessandro Silva – Tre poesie, più nota critica.
- Elena Zuccaccia – Sotto i denti
- Carla Paolini – Moti moventi, nota di G. Cerrai
- su Hairesis di Francesco Marotta
- Il corpo amato – considerazioni su Il tempo di una cometa di Stella N’Djoku
- After BIL 2021: Erika Di Felice
- After BIL 2021: Anna Stella Poli