È uscito in questo mese il volume SCRITTURE COMPLESSE (Ed. [dia•foria), che contiene testi e contributi scaturiti dal convegno dallo stesso titolo curato da Elvio Manganaro e Daniele Poletti, che si è tenuto il 16 dicembre 2023 presso lo CSAC – Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma e ha avuto sostegno e promozione dal Dipartimento abc del Politecnico di Milano in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria e architettura dell’Università di Parma e la casa editrice [dia•foria. Interventi critici, teorici e creativi di: Andrea Borghi, Alessandro De Francesco, Giovanni Fontana, Marco Giovenale, Elvio Manganaro, Salvatore Margiotta/Phoebe Zeitgeist, Nicolas Martino, Marco Mazzi, Susanna Pisciella, Daniele Poletti, Franco Purini, Luigi Severi.
[…] “L’idea di “scrittura complessa” entra nel dibattito sulle scritture all’incirca dal 2014 come necessità teorica scaturita dall’attività editoriale di [dia•foria, con una prospettiva completamente diversa rispetto a quella di “categoria critica”, “corrente letteraria” o “manifesto”. Si può pensare piuttosto a un osservatorio perpetuo su quelle scritture che risultano irriducibili e indisponibili a un inquadramento e un collocamento precisi. Il paradigma della complessità non fa distinzione tra i diversi tipi di scrittura. Prosa, poesia, teatro, concetto, performance stanno sul medesimo piano di attenzione. Non solo, lo stesso paradigma abbraccia le ridestinazioni d’uso segnico di musica, arte, cinema, visuale e tutte le disparate possibilità di intersezione e permutazione compositiva. Si può pensare quindi a un’agglomerazione panmediale che accoglie opere ben oltre i concetti standard di “sperimentazione” e di “tradizione”. I criteri di appartenenza di genere cedono il passo all’individuazione di una materia che si sottrae all’interpretazione certa e uniforme.
In definitiva non esistono “autori complessi”, ma scritture che possono essere ravvisate come complesse, primariamente per una loro forte attitudine al pensiero e alla progettualità, spesso accompagnate da una spiccata ricerca formale: tutto compreso nell’ampio diametro di stilemi anche antitetici, dal carattere esplosivo/ ipertrofico al nitore e alla rastremazione del dettato. La distinzione avvertibile tra queste scritture e quelle unicamente funzionali si spiega attraverso l’utilizzo della lingua come una materia plastica modellabile e non come selezionamento di merce deteriorata, vale a dire di codici di genere adottati come vuoti canovacci comunicativi. Attraverso questa lente appare evidente la naturale sottrazione di tali scritture all’immediatezza del consumo: differimento di senso e di segno, riappropriazione della funzione differenziale dell’arte e della scrittura. Un orientamento dunque che opera sulle “qualità” e non sulle fazioni, che permette di abbracciare anche una visione diacronica della complessità in scrittura, tenendo in considerazione le genealogie delle sperimentazioni di un passato molto remoto, da Dante a Burchiello, da Rabelais a Leporeo, passando per la trattatistica e le tecniche curiose (v. Kaspar Schott) per poi transitare nella modernità finneganiana fino alla surmodernità documentale.
Non è possibile dunque dare una definizione univoca di “scrittura complessa”. Il concetto deve porsi in continua inesausta evoluzione, secondo ciò che François Jullien definirebbe perpetuo “de-coincidere”: il disfacimento dall’interno di ogni ordine e il diniego di ogni stabilizzazione pacificante. Tutti i nuovi inizi sono il risultato dell’incrinatura di un precedente adeguamento.
La crepa è la metafora fruttifica di questo atteggiamento: nel momento in cui la connessione attesa, funzionale, si disfa, poiché si è designato uno scarto e un adattamento è andato perduto, qualcosa di inaudito emerge (indebito → François Jullien). “Disaderire”, “svincolarsi”, “disadattarsi” sono alcuni dei termini di vocazione dell’arte, ma anche dell’esistenza. “De-coincidere” implica l’uscita dall’adeguamento del “sé”, dal proprio adattamento a un mondo (esistere rimanda peraltro letteralmente al “tenersi fuori”, dal latino teologico ex-sistere).” […] (dall’intervento di Daniele Poletti)
[…] “La complessità rende il testo che da essa si lascia permeare multidimensionale, plurale, orizzontale e stratificato al contempo: innervandolo, essa cambia chi scrive e la forma di ciò che è scritto, rende nota una rete di ife prima forse invisibile, che produce informazione in tutte le direzioni, in larghezza e in profondità, senza che una posizione, o un’identità, conti più delle altre. Così la Dichtung (la poesia in uno dei due termini tedeschi per definirla) è il frutto di un dictare che è un dettato esterno, una forma di ascolto non verbale, il paradosso di un linguaggio che cerca di rendere conto di questo dettato silente del reale. Questo dictare non è quello di un dittatore, di un’autorità-autore che detta cosa si deve fare, proprio perché la natura dell’informazione prodotta è neutra, pervasiva, intrinsecamente misteriosa e imprevedibile, incontrollabile come ogni fenomeno naturale di larga scala, come un sistema complesso. La Dichtung, lo si è detto spesso, è Dichte, densità, condensazione di sensi molteplici e potenzialmente infiniti, a mio avviso proprio perché eccedenti il posizionamento, il tempo e lo spazio del soggetto. La poesia complessa – e forse in questo senso tutta la poesia è complessa – è non-locale, secondo un altro termine quantistico: lo spazio e il tempo sono proprietà emergenti di un sostrato ontico senza luogo, senza tempo, un campo di fondo, pervasivo, espanso, forse quello della coscienza, forse quello della sostanza, che trova nel testo una manifestazione. Un altro paradosso: non solo la poesia è parola che si lascia permeare dal non-verbale, è anche spaziotempo che si lascia permeare dal non-locale. […]” (dall’intervento di Alessandro De Francesco)

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