Nino Iacovella – La parte arida della pianura

Nino Iacovella - La parte arida della pianura - Pietre Vive Editore, 2026Nino Iacovella – La parte arida della pianuraPietre Vive Editore, 2026

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La parte arida della pianura è un destino, quella che ti tocca in sorte, quella più dura da dissodare; o una sconfitta, una regione povera dell’esistenza in cui vieni sospinto prepotentemente da chi detiene il potere. In entrambi i casi è un luogo dello spirito e insieme un agone politico, il terreno che forse non ti sei scelto ma su cui in un modo o nell’altro ti tocca combattere.

Credo che sia questo il tema di fondo dell’ultima raccolta di Nino Iacovella, un libro in cui si narra molto e si riflette, si fa storia anche di sé nel riconoscersi in vicende che certo, da quel poco che lo conosco, hanno contribuito al suo pensiero. Se ancora avesse un senso in questa realtà complessa potremmo dire che si tratta di una poesia civile, militante, identitaria. Certo, c’è anche questo, con le problematiche espressive e retoriche che talvolta si porta dietro, che sono essenzialmente quelle che riguardano per così dire la “liricizzazione”, la resa poetica del dramma, non sempre agevole perché deve contrastare la “narratività” secca degli eventi. Ma Nino mi pare abbia ben presenti questi aspetti e infatti non solo inserisce egregiamente elementi lirici o perfino elegiaci, ma lo fa partendo sempre dalla centralità dell’umano, anche quando esso è un “io” nascosto, un “tu” relativo, un nome noto, o un anonimo abitante di questo Occidente perso nello spazio monodimensionale “tra divano e televisore”. Tutti hanno una dignità, anzi una esemplarità ineludibile, un loro modo di essere vittime, di onorare la propria sconfitta. Che, ancorché sia personale e definitiva, tuttavia preserva un margine di lotta, un legato di speranza.

Nelle sezioni del libro (una decina tra piccole e grandi) si intreccia un solido filo rosso che lega, passando per l’uomo Iacovella, i nostri antenati che popolavano le grotte di Lascaux con gli attuali abitanti di un Olocene declassato e lunghissimo di cui l’uomo patisce l’inesorabile entropia. Ed è quello della violenza, sia essa della natura sull’uomo e viceversa, o dell’uomo sull’uomo, dei dispositivi, dei meccanismi di potere, dei forti sui deboli, dell’economia predatoria e consumista, e così via. Sembra quasi che ci sia qualcosa di ontologico in questo, qualcosa di iscritto nella natura stessa dell’essere umano, una tabe che esso porta dentro di sé. Ma se fosse così sarebbe qualcosa di definitivo, cioè qualcosa di definitivamente apolitico, ovvero deprivato di qualsiasi arbitrio o scelta. E la vicenda umana porterebbe con sé una drammatica inutilità, una insensatezza radicale. In questo senso anche la sconfitta sarebbe insensata, ovvero priva di quell’elemento fondante e dialettico che è la lotta che l’ha preceduta. Qui subentra (ed è l’altro connettivo di questa raccolta) la memoria, personale e individuale, o storica e collettiva. Una memoria che non aspira ad essere alibi e giustificazione, come succede spesso in questo periodo, e nemmeno vuole essere rimembranza, cioè monumento di pietra. Nel momento in cui ne scrive Nino parla di sé, della propria “posizione”, anche quando, come nella sezione centrale (Antropia, bella, come anche Lande) sembra solo riflettere, liricamente, sul permanere di un uomo nella solitudine di un paesaggio metaforico, esistenziale, come in un quadro di Caspar David Friedrich. Qui si parla di questo, altrove l’umano spunta da storie di ordinario dolore, da corpi contorti dalla malattia che sperimentano una resistenza non richiesta ma necessaria (come nella sezione-poemetto Crash test). Oppure da storie di violenza privata, assassini (come quello di Pasolini, ricordato qui in un breve testo), o pubblica, esecuzioni (o ancora assassini, se li si guarda da un punto di vista cristiano) in nome dello Stato, eventi in cui probabilmente solo un destino sociale ha determinato chi fosse il condannato chi il boia (e il boia, come ci ricorda Foucault, non è che il mezzo di un dispositivo di potere). Ciò che lega questo libro, al di là di certe inevitabili discontinuità, è anche il rifiuto, ideale e politico, di ciò che potremmo chiamare una assuefazione dei limiti e viceversa la riconferma di un orizzonte morale quasi kantiano. E da questo punto di vista mi pare una buona intuizione la scelta di Nino di porsi in mezzo, di parlare – in mezzo alle storie più raccontate – di sé e non di sé, di un individuo ma come tanti, di un musiliano Ulrich che tuttavia ha e sa di avere qualità inalienabili di uomo.

La poesia di Nino è dolente ma non nichilista, accusatoria ma non vittimista, personale e politica. Ricerca una consapevolezza, o una coscienza, sì proprio quella marxiana. Forse, come tutti, interpreta la realtà attraverso le lenti di una teoria (è il titolo di uno dei testi), ma Nino è uno che scrive perché ha qualcosa da dire. Detto così sembra una banalità, e invece è una forma di onestà. In una conversazione privata mi dice che questo libro ha avuto i suoi tempi, a distanza di sette anni dal suo precedente (La linea Gustav, 2019), mi dice che ha altre due o tre cose di cui scrivere, roba per un terzo libro, e poi magari basta poesia. E già di per sé questa è una dichiarazione non da poco, se si pensa ai molti poeti che sono, nello stile e nei temi, manieristi di sé stessi, fedeli alla linea. Non so se terrà fede a questa sua idea ma, che dirvi, spero proprio che ci ripensi. (g. cerrai)

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da Lande

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Con il corpo piegato dalla fatica

l’uomo pensava a quel miracolo

di terra scavata tra la nebbia

e il rumore puro dell’acqua

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Seduto sulla pietra del riposo,

con una enorme trebbiatrice

dalla pelle squamata che taceva

il proprio canto sgraziato

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Come bestie fiaccate dal tempo,

l’uomo e la macchina sarebbero presto risorti

nel frastuono di un ricordo

e richiuso la porta del vuoto attorno ai campi

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da Antropia

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Cosa dire quando vediamo le rose

sopravvissute sul davanzale,

finestre esposte al vento dei giorni,

tra strappi di buio e luce

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Diciamo sempre meno,

l’alfabeto delle case è il silenzio,

una camera d’aria indurita

che ci isola e protegge

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Non siamo più a fuoco,

siamo qualcosa di nostro

ma che scivola come pioggia

da un fianco all’altro

della grondaia

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Non sappiamo più dirla la bellezza

che dai muri risale le vene

come l’edera, e per questa volta

è vero, non è un male

che tale pianta si nutra della linfa

di amarezza che ci appartiene

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Teste poggiate ai freddi sedili

dell’arteria ferroviaria

che pulsa luce e buio,

l’alternarsi di gallerie e vuoti d’aria

all’interno e all’esterno di palpebre

chiuse, in un sonno che frana

tra giorni e millenni,

come fosse senza fine il breve viaggio

dalle periferie urbane all’ultima fermata

di un centro direzionale

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Ora che l’arrivo sancisce l’orario d’ingresso

all’interno di costruzioni destinate

a lasciare nel cemento scheletri e fratture

come frammenti delle nostre vestigia

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dal chiaroscuro dei posti di lavoro

alle prime luci dell’alba

s’accendono i riflessi

di aurore boreali create ad arte

dai terminali

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La sera il ritorno all’oscurità a occhi chiusi

e ancora l’alternarsi di luce e buio,

l’interminabile sequenza di giorni e notti,

il codice binario che da sempre

insegue il senso

dell’infinita finitudine

della vita umana

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da Entropia

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IO CREDO IN UN SOLO IO

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Io credo in un solo Io, creatore del ceto e della guerra,

credo nel capitale finanziario, nei paradisi fiscali,

nella massimizzazione del valore per gli azionisti,

nella terra come fattore produttivo

destinato al lavoro degli immigrati,

credo nei meno abbienti destinati alle periferie

nella marginalizzazione del conflitto sociale

che ci rafforza nella competizione globale

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Credo nella flessibilità del lavoro,

nell’esercito di mano d’opera di riserva,

nella trickle down economy

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Credo nel mercato, che ci rende liberi

di scegliere, credo nei rider

nuovi cavalieri del lavoro, avventurieri

di un’epoca senza epica, imprenditori

di sé stessi fuori dalla noia operaia

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Credo nella catena globale del valore,

nella produzione dislocata nei paesi

senza diritti e a basso salario

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Credo nella dislocazione della produzione

come la celere disloca la spalla del manifestante

quando è a terra, inerme, battuto

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Credo nella debolezza della forza contrattuale

dei lavoratori, così come credo nella forza

della propaganda e dell’immagine pubblicitaria

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Io credo in un solo Io, nella classe media assuefatta

al limpido calore dell’acqua, alle nostre estati in vacanza,

alle acque termali che ci lessano come rane bollite

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Io credo in te, dio Io che hai la mia stessa faccia,

credo nella mia generazione che ha eretto

cattedrali egotiche e scavato fossati comuni

per difenderci dagli assedi della morte

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Credo in un solo Io, nel mostro interno

che ci vive dentro,

come nel dipinto di Goya

dove Saturno, con occhi alieni, divora il figlio

strappando a brandelli la carne

della propria carne

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NOI INTERPRETIAMO LA REALTÀ

ATTRAVERSO LE LENTI DI UNA TEORIA

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Mi guardo dall’alto, all’interno dell’outlet, un uomo di mezza età che rico-

pre alla moda la nudità del tempo e della morte.

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Forte è la musica di una gioventù andata, traslata sugli assi cartesiani del

profitto, pelle tirata a lucido dal consumo di beni voluttuari.

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Amo vestire il benessere occidentale e ammirare la carica erotica della mia

e delle nuove generazioni. Stimolo e risposta.

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Tutto precipita senza senso ma con i sessi infiammati. Godiamo dell’uso

di automobili di lusso e sogniamo spiagge avatar, caricature esotiche da

mostrare nel cortocircuito delle piattaforme asociali.

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Amo perdermi nei negozi di abbigliamento di massa con la musica pulsan-

te al ritmo di un cuore eccitato.

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Mi accorgo che siamo in tanti a mettere le mani addosso sulle stesse cose.

Non una parola con nessuno dei tanti, non una parola con le commesse che

hanno soltanto poche domande e risposte da contratto.

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Tra ogni uomo e le merci esiste una sola forma univoca di dialogo: leggere

il relativo prezzo e capire se proprio quello è il prezzo che dobbiamo pagare

tutti

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da Madre della violenza

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La testa snodata, infinita del sogno

che nuota nell’acqua scura del lago

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Ci si desta sempre quando lo scenario non coincide,

ma adesso non ci sono risvegli ad attendere

ed è un abisso il fondale delle notti

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«L’amore è bello solo se è vero amore» scriveva Gabriella

come se le parole riemergessero a galla,

un colpo di pistola, la testa bucata nel sonno

un corpo alleggerito dalla morte che risale

con il pigiama, le mani legate, i piedi senza scarpe

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Il sogno non distingue appieno la natura degli ostacoli

se tronco, pietra, corpi, come un pesce nuota

con occhi divisi e contrapposti

per guardare l’intero spazio, profondo

degli uomini che vanno a morire

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Il sogno guarda, sgrana la catena che oscilla

come un’alga sul fondale, un cordone ombelicale

che arriva sino alla donna affiorata sul limbo dell’acqua

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Il corpo di lei era avvolto con un telone di plastica,

legato in tre punti con cinghie da tapparella

appesantito da tre blocchi di cemento armato

ai quali il suo uomo l’aveva incatenata

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Dicono che i circuiti neurali durante le notti

s’illuminano, arabeschi di luce, fuochi d’artificio

in un giorno di festa,

e qui la pietà è un filo che non si spezza

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dalla nuca come un sogno che entra nel sogno,

il proiettile cambia sembianze, non è più un cuneo di piombo,

ma la macchia nera che vediamo quando si guarda in faccia il sole

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ed è un attimo, quell’attimo di grazia

che oscura l’esplosione del colpo

e le nasconde l’arrivo della morte

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5 dicembre 2016

Cernusco sul Naviglio

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ROBERT

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Vivo i giorni nella pace del mio giardino,

10 sguardo a ritroso,

le stimmate nei palmi della mia storia

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Godo di buona salute, non prendo peso

malgrado il carico che mi porto alle spalle

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Mi si rinfaccia di essere stato un boia,

un’accusa infame per un elettricista

che ha avuto un compito ingrato:

inventare un modo nuovo

per far morire

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Sono sempre stato un uomo mite,

rispettoso della vita, ho ossequiato

le esecuzioni con l’umiltà dell’argine

che opera solo quando il fiume straripa

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Tutti sappiamo che dal giardino di Dio

nessuno può cogliere la mela

senza cambiarne il nesso,

11 sapore della parola, e nessuno

si sorprenda se dentro le viscere

il frutto poi diventi il male

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Robert Green Elliott ha eseguito 387 condanne a morte tra le quali quella

di Sacco e Vanzetti, quest’ultimo un pescivendolo analfabeta che nei sette

anni di carcere aveva letto e studiato. Prima dell’esecuzione aveva lasciato

detto al cappellano del carcere che no, non era giusto mettere allo stesso

piano Cristo e due poveri immigrati anarchici italiani.

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«La vita di un buon calzolaio e di un povero pescivendolo sono poca cosa, to-

gliercela è tutto ciò che questa società ingiusta può fare. Questuiamo momen-

to appartiene a noi, padre, soltanto a noi due. Quest’agonia è il nostro trionfo».

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ROBERT

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2000 volt per 3 secondi

500 per il resto del primo minuto

ripetere l’operazione per tre volte

e poi più niente

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Alto voltaggio e basso voltaggio

una sequenza necessaria per rendere

la vittima incosciente

e poi bruciarla dentro, senza ustioni,

un lavoro pulito

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Porto sempre con me gli elettrodi

e il casco da football

da far indossare al condannato

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L’estetica della morte

è un dettaglio che poco importa

per un semplice artigiano

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La sera tornavo a casa,

nell’altrove del giardino

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