Viola Amarelli – Simplex (inediti)
Simplex, semplice, non complicato, e però complesso, che è cosa diversa, con le sue minute articolazioni. Una riduzione certo non riduttiva, certo non del pensiero che la muove e che ce ne perviene. Viola procede in un suo percorso di decantazione della scrittura alla ricerca di una parola quasi autonoma, di quelle che l’io non possa farci niente. Una ricerca che certo è spirituale, la scrittura in un certo senso, pur indispensabile, viene dopo, ne è una sorta di certificazione. Non gli interessa, forse, nemmeno più essere la Pizia che è stata (v. QUI), portatrice di un significato a tratti oscuro ma ineludibile, ricercatrice di una dimensione tra l’umano e il divino dove risieda il senso; e anche le sue nudecrude cose – cioè quelle che “se ne fottono o, più esattamente, restano imperturbabili”, ma che “hanno una loro bellezza, anche quando distorte, lesive, a volte mortali”, e sono popolate da un “dio disperso” (v. QUI) – sono tornate ad essere qualcosa di semplicemente ammirabile, contemplabile con un certo distacco, senza l’urgenza di doverle mettere in ordine (e “disordinare l’ordine” è sempre stato quasi imperativo per lei). È il limen che affascina e attrae da sempre Viola, quello di una soglia tra voce e silenzio, un avvicinarsi e un ritrarsi, anche in frammenti molto brevi, ancora meno di un haiku (o forse un koan), ma non apodittici perché la certezza assoluta non è di questa poesia che, come scrissi, se ne frega altamente di essere lineare o assertiva, cerca sempre semmai un suo stile non autotelico.
Per altre osservazioni rimando a quanto scritto in passato (e vedi altri inediti di Amarelli QUI) ma un’altra cosa vorrei dirla: si parla molto, e spesso a vanvera, di poesia femminile, di apposita scrittura (cioè di genere, cioè “politica”, cioè antipaternalista) e spesso con una certa suscettibilità. Bene, la poesia di Viola è piena di femminile, è piena di donne, come ad es. appunto in Notizie dalla Pizia o ne Le nudecrude cose. Semplicemente qui, come in certe tragedie classiche (gli antichi lo sapevano meglio di noi), la donna è centrale, senza tante bandiere, non ha bisogno di essere invitata al ballo da nessuno. (g. cerrai)
Una cantilena, magari
non le tristizie atone del
gelo, finché c’è vita il fuoco
crepita anche se scomparendo
i nonni spoilerano, poi i genitori e
più nessuno scudo – capisci, sai – contro la morte
finis, salvo daccapo, compulsioni
e tutto un ritornello – dolente di dolcezza se va bene. No, ma noi sogniamo sempre, persino
risuoniamo, nel sonno, nell’orgasmo, in un
riso infantile – cantilena.
In un altro diverso
io non esiste
il tempo è solo ora
spazio un’onda che
implode e che riespande
felicemente surfando
tra sinfonie di verde,
germogli, fusti, foglie.
In un altro diverso
purtroppo appena nati
ci sperdiamo.
Così, quindi, gli risuona in
testa il ritmo di una rima,
l’introvata, con il disfarsi del
corpo miraggio, schiuma di mare
rugginosa a ferro, mentre i dolori
si aggrumano nel freddo ed è
l’andare che, ora lo sa, è preferibile a
restare.
Ero, ora so, un fiore
non un giglio o uno di campo,
uno qualunque dai petali a stella
al sole, al vento, a farfalle,
ero stata anche un frammento di sasso,
lamella scheggiata di scisto, ora so,
e da qualche parte anche cenere d’erba
ricordo di un bacio di lampo,
ero e sono, ora so, in questo mondo
sempre la stessa, sembro solo diversa.
Come stanno le rondini,
i pescatori, i fiori, le onde,
i gabbiani, le stelle,
il sangue, il dolore,
i corpi, i colori, i gran
cuori, per i fatti loro
si spera, lontano anni luce
dalle vostre parole.
La testa sul muro
architrave spacca cieli
la terra regge teneri ossari
né a te, né a sé
l’ammasso di
cellule, scarti, rinfuso
godersi macerie
esattamente cosa è la materia.
Scriveremo, col sangue marcio,
l’aria tappata, le ossa spezzate
graffieremo con l’uncino sui muri
“siamo stati” – ora morti
e saremo come sempre migliaia
ma voi come sempre non ci vedrete
fingendo gli occhi dei ciechi,
voi zitti e muti sperando
qualcuno vi salvi,
un sorso di grazia.
Cadono, pezzi, ruggini
tra buste di asfissie
non star a guardare le
afasie, i blateramenti
corri, fai in fretta
traversa, attenta e velocissima
la mente, la fame delle ore,
le puttane, mentre le madonnelle in coro
calandosi nel
l’elastico che cede del
ricordo, rifatto, rigonfiato, si danno assoluzione:
“l’importante è sbagliare a maggioranza”
accelera, più forte. cadono,
fra emetici scaduti, plastiche sfatte,
dal fortunale di uomini
sei fuori.
Un lungo periplo ignoto nell’inizio
non alla fine nel campo di basilico
con il profumo che era il mondo intero
sino a quel: “bello”, risuono di una voce
ma nel girarsi no, niente e nessuno,
era da dentro, un io in formazione
a frantumare il mondoarmonia.
Seduto sulla spiaggia sotto Byrsa, Phlebas sussurra il sale della terra
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