Christian Gabriel/le Guez Ricord – Poesie

Questo articolo è già apparso, con minime variazioni, nel n. 22, Febb. 2026 della rivista “Menabò” (Terra d’ulivi Edizioni) – Tutte le traduzioni sono di G. Cerrai.

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Christian Gabriel Guez Ricord (poi “Gabriel/le” a partire dal 1986–1987, per ragioni di superamento “angelico” del genere, di ricerca di una identità “totale”) nato a Marsiglia il 9 gennaio 1948 e morto il 7 giugno 1988, è una delle stelle comete della letteratura francese del Novecento. Vincitore a soli 17 anni del Premio Valéry, poeta, artista grafico (fu allievo di Balthus, ospite per un breve periodo a Villa Medici a Roma, nel 1972), aveva abbandonato gli studi di astrofisica, anche per via della salute mentale cagionevole (già nel 1974 aveva subito un internamento psichiatrico che aveva comportato l’allontanamento da Roma), per dedicarsi alla poesia. A partire dal 1967, quindi appena ventenne, pubblicherà su varie riviste e inizierà una serie di rapporti con alcuni dei poeti più significativi della scena francese, come Edmond Jabès, Pierre Emmanuel, Michel Deguy, Bernard Noël, Salah Stétié e soprattutto Yves Bonnefoy che sarà sempre il suo principale sostenitore e un punto di riferimento, anche se non sempre all’altezza delle aspettative del carattere ardente di Christian. Il grosso della sua opera prende corpo nell’arco di una decina d’anni, un periodo di intensa creazione che vede la pubblicazione di Cènes, Gallimard, 1976, La Monnaie des morts, Fata Morgana, 1979, La Tombée des nues, Le Lamparo, 1980, Le Dernier anneau, Fata Morgana, 1981, Maison Dieu, Granit, 1982, L’Annoncée, Spectres familiers, 1983, Neumes, Ryôan-Ji, 1983, Chambres, L’Alphée, 1984, La Mort a ses images, Thierry Bouchard, 1985, nessuno dei quali è tradotto in italiano.

Difficile inquadrare la personalità letteraria di Guez, creatore di mondi interiori, di precipitazioni poetiche, la cui ispirazione attingeva a temi religiosi, intrisi a loro volta dagli influssi di una profonda conoscenza, accesa dalle sue visioni e allucinazioni, del simbolismo. La poesia per Guez è un abisso niente affatto salvifico, una estensione da popolare fittamente di versi anche lunghissimi (per la sua opera principale, Maison Dieu, si inventò ampie stanze di 21 versi di 20/21 piedi), quella che il suo amico e esecutore testamentario Bernar Mialet ha definito una lingua oracolare, angelica, che mantiene costante la tensione della parola sul vuoto su cui si apre il poema. Se i folli sono creature care agli dei, anche se a caro prezzo, è per il loro guardare oltre, parlare con i morti. “Le costruzioni poetiche e ‘deliranti’ di C.G.G.R. – scrive la psicanalista Simone Wiener – sfidano la morte fino al non senso [con una] scrittura vicina alla verità nella sua funzione di velamento/disvelamento”. Ed è singolare che tra i libri di Guez considerati più importanti ci sia Du fou au bateleur (Da pazzo a saltimbanco, 1984) scritto insieme al suo psichiatra Jean-Pierre Coudray, il racconto del suo percorso di cura che è stato definito dall’amico e esecutore testamentario Bernar Mialet “un esempio unico di autobiografia certificata”. Guez scrive a Coudray: “La fiducia nella parola che tu mi hai dato, così me la dà la poesia. Posso scrivere in modo velato, a volte mascherato a volte metaforico…”. Sono, per Guez, tutti strumenti di scavo in quella zona d’ombra tra realtà, simbolo, follia. La morte è sempre una presenza costante. A proposito del suo libro caposaldo, Le Cantique qui est à Gabriel/le (1968-1988) Guez scrive: “Questo libro è un libro dei morti, scritto come nella morte. La voce, qui, ha la morte come provenienza, ci giunge per accompagnare il defunto nella sua ultima traversata”. In questa ricerca la scrittura è centrale: a volte erotica, a volte criptica (dice a Bonnefoy in una lettera: “Non si inventa una lingua che tutti possano vedere”), di non facile traduzione, come alla ricerca di un senso ulteriore, di una parola definitiva da una parte, il fondo di un abisso dall’altra, sempre animata da una vertigine trascendente, dall’aspirazione a una verticalità tra cielo e inferno da cui il poeta dall’io multiforme venga attraversato.

A dieci anni dalla sua morte il poeta Michel Deguy ebbe a dire: “Se l’epoca fosse ancora capace di questo, Guez sarebbe il nostro Nerval”, a sottolineare il romanticismo visionario e mistico e insieme la tragedia personale del nostro. (g. cerrai)

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CENE

(estratti)

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I

Da nessuna parte

E la morte accanto a te

L’arciere e la sua ombra

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II

Nel controluce una fiamma

Forse, che si nasconde.

Luce spenta, notte tersa, ieri sigillato

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III

Tu dormi, e io

Ritorno al sogno primordiale

Di un automa che avanza tra i girasoli

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IV

Rogo dell’anima

Esisteva un universo rovesciato

Da disinnescare

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V

Ai tuoi polsi

Il fragile alibi delle cicatrici

Qualche luogo della censura notturna

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VI

Ho dovuto ripetere un nome

L’incontro con l’immobile

Dove nulla sopravvive

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VII

Per l’invisibile che orienta

La risposta

Una notte dentro la notte

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VIII

Che attendi nell’impalcatura della notte

Se non la spuma che ti veste

Tu che sei invecchiata in me come i mondi

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IX

Entri nell’altra notte per leggere l’altro libro

L’altro specchio

Ma il sangue alla tua bocca si secca come la lussuria di un giglio

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X

Laggiù

Non c’è mai stato nulla, nulla ci sarà

Eppure tornarvi, limpido e distante

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XI

Nessuno può nulla per me

Nella terra del giudizio

Il sangue non chiama il sangue

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XII

Tu che attingi dal buio,

Che muovi le grate profonde

Io attraverserò il guado, forse un’altra legge

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XIII

Rogo delle lacrime

Eravate in quell’ora

L’avvento senza fine

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XIV

Dicevi la febbre nel dubbio d’essere

Richiama il sangue, ora,

E procedi, oscurata, nel tuo linguaggio morto

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XV

Non per questo cielo, comunque,

Ma per il diritto stesso

Alla fissità del luogo

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XVI

Una pozza di sangue

Lo sfarzo delle lampade

Nel blu gregoriano

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XVII

Di cosa temi? Nell’illusione

Mai la lussuria fu più ardente

Mai più vasta la sete

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da L’A venturée

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IX – I lasciti inintelligibili

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In memoria di Hölderlin

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«Il Maestro il cui Oracolo è a Delfi non svela né cela: indica.» — Eraclito di Efeso

«Verso Smirne, e oltre verso Efeso sono andato.» — Hölderlin

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Altro, io posso vedere

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L’estensione

Essere responsabile dell’estensione

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Aver visto ciò di cui non resta testimone

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Perché solo l’Altro

Possiede gli occhi della morte

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Per vedere

Per scorgere là

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Quando lo spirito

Ritrova il suo vero corpo

Il nome, l’angelo

(i vettori dell’uomo)

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Non scrivere: la morte nell’anima

Ma: scrivi per quale via la morte è anima

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I tempi dunque si sono sommati

In me è la tomba

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Preferire l’assoluto all’eternità?

Non accettare l’uno che insieme all’altro?

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La morte è l’unico stato

Che non ha la legge per città

Vestire l’angelo

Informarsi per la morte

(avere una tunica per la tomba)

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Né credente né ateo

Tra il tutto e il nulla

Mi basta il resto

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Solo i morti fanno segno

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da Maison Dieu: l’Ave

[…]

All’ora dell’immagine, questa carne ritrovata, dell’effimero sulle sabbie

Dove vestire l’indicibile di uno specchio che la vita non separa dalla morte.

L’armonica delle sfere, le vene nere incrociano, stelle, forme diffuse.

Non avendo altro alibi che questo sguardo che mi giunge, questo sentimento dove

[tu non sei.

Nell’attesa di un atto di guarigione che siglerebbe l’apparenza delle cose.

Esaltazione alla nostra finitudine, ogni anima, la confusione dei volti

Che rischiara il vivere, se non fosse l’idea di scrivere più assolutamente il cuore.

E là, con questo scritto, ti ordinai, sì, di preparare ciò che sapesti essere la morte,

L’ultimo profumo e io calpestai il fuoco, l’approdo dell’atto bianco, la diserzione.

Che ha salvato il senso, io sono in te, rianimerò così altre presenze,

Ma perché tu vada a fare di una notte clandestina questa carità dei morti,

Attraverso te li convoco su tutte le terre che la nostra vanità minaccia,

Nell’evidenza di un ricorso. Egli viene. Ti parlerò da lontano della sua demenza.

Vedi ancora questo, testimonierò per questa febbre che non è in nessun luogo.

O nostra lettera al mondo! noi saremmo? ma in nome del Dio che resta non

[rivelato

E che è la soglia una sola volta varcata in questo libro come nella sua memoria.

Il tuo dubbio è la tua croce, quella che ti sorprenderà, quella che scarti è salva,

Comunque vada. Donna, la sua arca di presenze e barca che si ricorda

Di un volto che ci somiglia al punto che in lui ogni volto può illuminarsi

Annunciarsi con un sorriso che si vede in ogni essere, il nostro nome è una

[lacrima

E le lacrime abitano il sangue che ci raccoglie, la nostra dimora è questo sangue.

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A mai il nostro arco laggiù che ricomincia, il tuo sguardo si slargava

O solstizio delle terre quando la mia colpa straniera mescolava la tua voce

[ricostruita

Alle ceneri dell’uccello di pochi giorni il cui freddo rivestiva l’orbe di coscienza

Ma è davvero del freddo che parlo quando la bruma nasce ai tuoi capelli annodati? Spengo la lampada ed è l’ora in cui morire come si chiede di dire ai

[propri cari

Le poche parole che sono il corpo e il silenzio di Dio. La dedica è sangue.

Creare il mondo ancora là dove l’idea regnante del poema non ha fine.

Spengo la lampada ed è l’ora del tuo nome, la lampada non luceva che per l’immagine, L’indefinito dell’anima che viaggia e attraversa tutte le forme in vita

[sua.

Vestire una presenza, dissolvervisi è amore, ti riconoscerò così

Come si prende la mano della fanciulla che acconsente, non dicendo nulla, ricordando Che il passo non compie la fuga senza che si pianga su altre rive.

Altra breve e s’innalza che aprirebbe le mie vene senza legare alcun vincolo,

E che tu sia anche questo coltello che è specchio a questo desiderio della mia

[ragione.

Il sangue non è scorso, il sangue, ma è dirti casta unire il tuo sangue

Al vino notturno degli fascinosi azzurri? Crederci e stringerti per ciò che non è

[più

Contro di me l’inutile di un Dio che commenta il libro della sua cecità.

Spengo la lampada all’ora delle tombe e chiudo la cancellata senza dire un nome

È allora soltanto che sono altro nuovamente per ciò che tu sei altra

Similmente nuova prodigando il timbro della tua voce chiara e così solare

Che in tutte le cose ti faccio apparire come segno o sguardo che a me si rivolge

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Ed è a sera che incoronano le ruggini calme il digiuno delle ombre di Settembre.

Là mescolando l’apparenza diversa alla mia mi vedo sposare in tutto

Comunicando tutte le forme poi liberando come uno sguardo di conoscenza

[inquieta

Che è senza luogo come Il Dio dove mi assento e rivivo per lasciar scorrere

[l’essere.

Ed è senza la morte che sogno, passo e guardo chi si attribuisce o si scambia, Indovinandoti spesso, perdendoti per un uccello, ritrovandoti in una pietra,

Amore mio. Quando dici che gli angeli si assentano, cambio nel tuo nome il

[tempo,

Lui lo è, questa stalla che tutta l’alba conosce, il sesso dell’alba nel tuo cielo

Ne è il grido, le marezzature e l’alba del tuo nome questo sesso all’alba

[contemplata,

E il tuo giaciglio è un’isola che gli uccelli scelgono per l’estate migratoria;

L’estate dell’isola è vasta come lo spazio di tutto ciò che in te si chiama uccello,

O la piccola fiamma che nasce a ciascuno dei tuoi palmi come gigli.

Hai esaurito tutto il peso delle lacrime, diceva il poeta nell’altra notte

Ed io in te: «Verso quali lacrime versate dici di raggiungerti nei mondi?»

E tu stessa forse, dirai con me: «Io sono per ciò che ho amato.»

Tale è l’enigma di una sparizione che è il mondo dove nulla ha significato

Sì, ho fatto del libro il mandala del tuo nome, che tu non sei, avendo preso corpo,

Ed io, dico che qui riposo già e che l’eterno, io lo compongo.

Poi, come il libro voleva ancora morire, si prendeva in gioco, si guardava

Da ciò che ci separa, giustamente riappare il cielo per votare la nostra fine.

Vivere questo cammino tutto il tempo di un indirizzo che non si vedrà

[consumare. […]

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CÈNES
(extraits)

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I

Nulle part / Et la mort avec toi / L’archer et l’ombre de l’archer

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II

À contre-jour la flamme / Peut-être, qui se voile. / Lumière tue, nuit claire, hier clos

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III

Tu dors et moi / J’en viens au rêve très ancien / D’un automate marchant parmi les tournesols

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IV

Bûcher de l’âme / Il y avait un univers contraire / À désarmer

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V

À tes poignets / Le vain prétexte des cicatrices / quelques lieux de la censure nocturne

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VI

Il m’a fallu répéter un nom / La rencontre de l’immobile / Où il ne reste rien

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VII

Pour l’invisible qui situe / Le répons / Une nuit dans la nuit

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VIII

Que guettes-tu dans l’armature de la nuit / Sinon l’écume qui te pare / Toi qui as vieilli en moi comme les mondes

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IX

Tu entres en l’autre nuit et pour lire l’autre livre / L’autre miroir / Mais le sang à ta bouche sèche telle la luxure d’un lys

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X

Là-bas / Il n’y a jamais rien eu, il n’y aura jamais rien / Pourtant y retourner, clair et distant

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XI

Nul ne peut rien pour moi / Dans la terre du verdict / Le sang n’appelle pas le sang

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XII

Tu es celle qui puise dans le noir, / Qui meut les grilles profondes / Moi, je franchirai le gué, peut-être une autre loi

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XIII

Bûcher des larmes / Vous étiez à cette heure / L’avent perpétuel

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XIV

Tu disais la fièvre dans le doute d’être / Rappelle le sang, maintenant, / Et va, obscurcie, dans ton langage mort

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XV

Non par ce ciel au demeurant / Mais du droit même / À la fixité du séjour

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XVI

Une flaque de sang / L’ostentation des lampes / Dans le bleu grégorien

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XVII

Que crains-tu? Dans l’illusoire / Jamais luxure ne fut plus vive / La soif plus grande

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De L’A venturée

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IX

Les legs inintelligibles

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I.m. Hölderlin

« Le Maître dont l’Oracle est à Delphes
ne dévoile ni ne cèle : il fait signe. »

       Héraclite d’Ephèse

 
« Vers Smyrne, et au-delà
Vers Ephèse je suis allé. »

       Hölderlin

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Autre, je puis voir // L’étendue / Être responsable de l’étendue // Avoir vu ce dont il n’y a pas de témoins // Parce que l’Autre seul / A les yeux de la mort // Pour voir / Pour y voir // Quand l’esprit / Découvre son véritable corps / Le nom, l’ange / (Les véhiculaires de l’homme) // Non pas : la mort dans l’âme, écris / Mais : écris par où la mort est l’âme // Les temps sont donc entrés en sommation / En moi, c’est la tombe //
Préférer l’absolu à l’éternité ? / N’accepter l’un qu’avec l’autre ? // La mort est le seul état / Qui n’ait pas la loi pour cité // Revêtir l’ange / S’informer pour la mort / (Avoir une tunique pour la tombe) // Ni croyant, ni athée / Entre tout et rien / Le reste me suffit // Seuls les morts font signe

.

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da Maison Dieu: l’Ave

[…]

A l’heure de l’image, cette chair retrouvée, de l’éphémère sur les sables
Où vêtir l’indicible d’un miroir que la vie ne sépare pas de la mort.
L’harmonique des sphères, les veines noires croisent, étoiles, formes diffuses.
N’ayant alibi que ce regard qui me parvient, ce sentiment où tu n’es pas.
Dans l’attendu d’un acte de guérison qui signerait l’apparence des choses.
Exaltation à notre finitude, toute âme, la confusion des visages
Qui éclaire le vivre, n’était l’idée d’écrire plus absolument le cœur.
Et là, par cet écrit, je t’ordonnai, oui parer ce que tu sus être la mort,
Le dernier parfum et je foulai le feu, l’abord de l’acte blanc, la désertion.
Qui a sauvé le sens, je suis en toi, je ranimerai ainsi d’autres présences,
Mais pour toi aller faire d’une nuit clandestine cette charité des morts,
Par toi je les convoque sur toutes les terres que notre vanité menace,
Dans l’évidence d’un recours. Il vient. Je te parlerai au loin de sa démence.
Vois ceci encore, je témoignerai pour cette fièvre qui est nulle part.
O notre lettre au monde ! nous serions ? mais de par le Dieu qui reste irrévélé
Et qui est le seuil une seule fois franchi dans ce livre comme sa mémoire.
Ton doute est ta croix, celle-là te surprendra, celle que tu écartes est sauve,
Quoi qu’il arrive. Femme, son arche de présences et barque qui se souvient
D’un visage qui nous ressemble au point qu’en lui chaque visage peut s’éclairer
S’annoncer d’un sourire qui se voit en chaque être, notre nom est une larme
Et les larmes habitent le sang qui nous recueille, notre demeure est ce sang.

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A jamais notre voûte là-bas qui recommence, ton regard se propageait
O solstice des terres quand ma faute étrangère mêlait ta voix reconstruite
Aux cendres de l’oiseau de peu de jours dont le froid revêtait l’orbe de conscience
Mais est-ce bien du froid que je parle quand la brume naît à tes cheveux noués ?
J’éteins la lampe et c’est l’heure où mourir comme l’on demande à ses proches de dire
Les quelques mots qui sont le corps et le silence de Dieu. La dédicace est sang.
Créer le monde encore là où l’idée régnante du poème n’a de fin.
J’éteins la lampe et c’est l’heure de ton nom, la lampe n’éclairait que pour l’image,

L’indéfini de l’âme qui voyage et traverse toutes formes en sa vie.
Vêtir une présence, s’y dissoudre est amour, je te reconnaîtrai ainsi
Comme l’on prend la main de la fille qui consent, ne disant rien, se souvenant
Que la passe n’achève pas la fuite sans qu’il ne soit pleuré en d’autres rives.
Autre brève et s’élève qui ouvrirait mes veines sans lier aucune attache,
Et que tu sois aussi ce couteau qui est miroir de ma raison à ce désir.
Le sang n’a pas coulé, le sang mais est-ce te dire chaste que d’unir ton sang
Au vin nocturne des bleus avenants ? Y croire et te serrer pour ce qui n’est plus
Contre moi l’inutile d’un Dieu qui préface le livre de sa cécité.
J’éteins la lampe à l’heure des tombeaux et je ferme la grille sans dire un nom
C’est alors seulement que je suis autre nouvellement pour ce que tu es autre
Pareillement nouvelle prodigant le timbre de ta voix claire et si solaire
Qu’en toutes choses je te fais apparaître comme signe ou regard qui m’adresse

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Et c’est au soir que laurent les rouilles calmes le jeûne des ombres de Septembre.
Là mêlant l’apparence diverse à la mienne je me vois en tout épouser
Communiant toutes formes puis dégageant comme un regard de connaissance inquiète
Qui est sans lieu comme Le Dieu où je m’absente et revis pour laisser couler l’être.
Et c’est sans la mort que je songe, passe et regarde qui s’attribue ou s’échange,
Te devinant souvent, te perdant pour un oiseau, te retrouvant dans une pierre,
Mon amour. Quand tu dis que les anges s’absentent, je change dans ton nom le temps,
Lui l’est cette étable que toute l’aube connaît, le con de l’aube dans ton ciel
En est le cri, les moires et l’aube de ton nom ce sexe à l’aube regardée,
Et ta couche est une île que les oiseaux choissent pour été de migration ;
L’été de l’île est vaste comme l’aire de tout ce qui en toi se nomme oiseau,
O la petite flamme qui naît à chacune de tes paumes comme des lys.
As-tu épuisé tout le poids des larmes, disait le poète par l’autre nuit
Et moi en toi : « Vers quelles larmes versées dis-tu de te rejoindre dans les mondes ? »
Et toi-même peut-être, diras-tu avec moi : « Je suis pour ce que j’ai aimé. »
Telle est l’énigme d’une disparition qui est le monde où rien a signifié
Oui, j’ai fait du livre le mandala de ton nom, que tu n’es pas, ayant pris corps,
Et moi, je dis qu’ici je repose déjà et que l’éternel, je le compose.
Puis, comme le livre se voulait encor mourir, se prenait au jeu, se gardait
De ce qui nous sépare, justement reparaît le ciel pour vouer notre fin.
Vivre ce chemin tout le temps d’une adresse qui ne se verra pas consumer. […]

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