Alberto Pellegatta – Piccola estate – Guanda, 2025, pp. 107, 16 €.
Approcciandosi alle ultime poesie di Alberto Pellegatta, edite nella nuova collana “Guanda Poesia” diretta da Mario Santagostini, mi pare fondamentale rifuggire dalla postura di quelle “torme di critici” che “si appostano per estorcere loro una parafrasi” (p. 49), pretesa scoraggiata dallo stesso autore nei suoi versi. Dunque più che analizzare lo sviluppo lineare dell’opera, intitolata Piccola estate e suddivisa in sei sezioni, potrebbe risultare fruttuoso seguire alcune piste tematiche che si intrecciano al loro interno, tenendo a mente che in quest’opera, più che in altre, è la componente visionaria a essere preponderante, portando all’estremo lo stile dell’autore con l’intero corredo di figure retoriche e cortocircuiti semantici: dal calembour alla sinestesia, dall’ossimoro all’allegoria.
Un primo aspetto notevole di quest’opera è il suo essere pervasa dal ritorno ciclico della figura materna (chiamata ora “madre”, ora più affettuosamente “mamma”), ben più di quanto accadesse nella precedente Ipotesi di felicità (2019), in cui i riferimenti erano concentrati quasi esclusivamente nella sezione omonima. Cambia anche la collocazione temporale: ciò che allora veniva detto durante o subito dopo gli eventi, qui assume la veste del ricordo cristallizzato in una foto e antecedente alla propria nascita (“… e molto meno l’acqua, mamma/ che esce dal mare nel 1970/ con un costume rosa e verde”, p. 16) o del sogno, nella pregevole prosa poetica “Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia madre da Peck” (p. 13), in cui al nume tutelare della madre si aggiunge anche la figura nobile del poeta milanese, quasi come se la prima dovesse intercedere presso il secondo (“ti indica dove ho sbagliato nel mio ultimo libro e tu accampi per me qualche ragione”).
Non si tratta tuttavia di un ricordo o di un sogno pacificato, ma di una tensione continua verso un ricongiungimento impossibile: “vorrei sbagliare stazione, entrare in qualche androne, salire le scale fino ai sottotetti, girare in un corridoio e ritrovarti”. Tale impossibilità a volte è colta con lucidità: “Non basta amarti, non torni” (p. 24), pur nel rimpianto “Pensavamo di avere più tempo”, mentre altrove si fa allucinazione non solo uditiva (“Sentirti ancora nell’altra stanza/ che chiudi gli armadi. Madre/ e figlio della stessa età”, p. 73) o di crudo desiderio che si sa già inappagato (“Se si avverassero i sogni parlerei spagnolo/ dalla nascita e tu saresti ancora viva”, p. 26). Talvolta, infine, come in “Premesse temerarie”, l’io poetico torna a rivivere i momenti della malattia per darsi ragione dello stato delle cose attuali (“Non migliora/ non più malata mi ricorda/ che non sono io che sono/ morto […]”, p. 31) o si sofferma sul dolore dei momenti immediatamente successivi, offrendo un parallelismo struggente con l’infanzia: “Non so se sai cosa abbiamo dovuto passare/ da che non ci sei, che non si andava a scuola/ che era tutto chiuso come per la neve”.
Questi riferimenti e tentativi di dialogo, che paiono cadere tragicamente nel vuoto, motivano il cupio dissolvi, che emerge nitidamente nei seguenti versi riportati anche in quarta di copertina: “Cosa vedi?/ Niente./ Anch’io voglio vedere niente.” (p. 34). L’ipotesi di un legame tra questo desiderio di dissoluzione e la figura della madre trova un appiglio testuale verso il finale del libro quando si cita espressamente il ritorno al nulla materno (“Cielo impigliato in una recinzione/ le debolezze ringhiano a un punto/ di forza per tornare al nulla materno”, p. 103). A corollario, emerge anche un altro desiderio, quello di disidentificazione, che sembra quasi l’unica via di sopravvivenza a ricordi dolorosi e sogni non più realizzabili: “Il punto è proprio non essere se stessi” (p. 26).
Un secondo aspetto notevole, e almeno in parte inedito, dell’ultimo Pellegatta è la presenza assai più fitta di richiami alla realtà storico-politica, quando non di temi civili tout court. Come esempio del primo genere si veda quando l’autore definisce “le apparenze europee” delle “stelle imbevute di ritornelli/ in piedi sulle basi missilistiche americane” (p. 42), oppure quando inventa un finale di testo con funzione straniante: “La Cia questa volta non c’entra” (p. 51). I temi di maggior sensibilità civile sono invece anticipati nella quarta sezione, dal titolo “Storie per dimagrire”, per poi trovare pieno sviluppo nella quinta, intitolata “La perdita della misura”, che segna “il passaggio dalla prima persona dell’infanzia al noi della rivolta” (p. 84) a partire dal testo incentrato sulla strage di via Palestro del 27 luglio 1993; da notare come l’interesse dell’io poetico, giunto sul luogo dell’attentato, si rivolga all’unica delle cinque vittime che non portava la divisa ma era un semplice clochard, Moussafir Driss, migrante di origine marocchina (“cercavo la panchina/ dove dormiva l’unica vittima civile, Moussafir, raggiunto/ da un pezzo di lamiera”).
Segue il breve testo dedicato a Carlo che la data finale “Genova 2001” permette di identificare in Carlo Giuliani (1978-2001), coetaneo del poeta, ucciso durante le proteste no-global contro il G8 di Genova. Il rimpianto per ciò che la sua morte giovane gli ha impedito di vivere è fissato in questi due versi: “Essere biondo/ invece che nera vernice di luglio” (p. 85), che potrebbero alludere alla pratica, ripetuta il 20 luglio di ogni anno, di cancellare dal cartello stradale il nome della piazza in cui è avvenuta l’uccisione sostituendolo con quello del manifestante e la parola “ragazzo”. La quinta sezione prosegue con un incipit piano e narrativo (“Ero a tavola con i miei quando la televisione ha iniziato a mostrare le immagini dell’auto chiara del magistrato”, p. 86) per introdurre l’esperienza straniante del poeta di fronte alla notizia della strage di Capaci del 23 maggio 1992; gli aggettivi si fanno spia della strategia dietro gli attentati del ’92-’93, il paesaggio è definito “deviato dai merli” e il sole sotto cui si svolge la scena “eversivo”.
Su tutto domina il presagio di una fine collettiva imminente, da cui si può evincere la coscienza ambientale del poeta (“Ora che il pianeta ha una scadenza/ noi della penultima generazione”, p. 80), la quale tuttavia affoga in un senso camusiano dell’assurdo, esasperato dalle forme odierne di neoindividualismo. Pellegatta ha ben presenti le disuguaglianze economico-sociali che separano i Paesi sviluppati da quelli del Sud del mondo e ne dà prova con la prosa intitolata “419”, in cui inscena dall’interno la dinamica di una truffa online a sfondo sentimentale, messa in atto da strutture organizzate in Nigeria; in questo caso a farne le spese è la signora milanese Patrizia Calcaterra, colta ma emotivamente fragile, mentre il truffatore di professione tenta di trovare proprio nel rischio di estrema povertà la giustificazione morale al suo operato: “Non è il lavoro migliore del mondo ma almeno non deve separare componenti informatici in una discarica come suo fratello” (p. 78).
Il gusto dell’autore per il rovesciamento si coglie nella poesia “La scoperta dell’America”, che propone una insolita ucronia, in base alla quale la civiltà precolombiana degli inca sarebbe stata preparata all’arrivo dei conquistatori e addirittura “L’Italia fu liberata dai mapuche” (p. 90), antico popolo indigeno del Sud America. La peculiare ironia di Pellegatta non riesce però a nascondere la disillusione per le promesse smarrite dell’Unione Europea (“Abbiamo perso la fermata o è stata soppressa?/ (Si allude all’Europa unita, ai diritti, all’istruzione universale,/ sembrava fosse fatta […]”, p. 92) e per gli arretramenti a cui si assiste anche in Italia.
Ai due aspetti fin qui trattati se ne devono sommare almeno altri due, che paiono più in continuità con la produzione precedente dell’autore: in primo luogo, le riflessioni metapoetiche e, in secondo luogo, gli accostamenti al mondo animale, specie per descrivere caratteristiche fisiche o morali del genere umano.
Partendo dalle riflessioni metapoetiche, queste si riscontrano prevalentemente nella terza sezione “Verbo notturno” dove troviamo ad esempio “Consonanti” (p. 54), chiaro rovesciamento del celebre sonetto del 1871, “Voyelles”, di Arthur Rimbaud. Tali riflessioni risultano di due tipi: alcune, di più ampio respiro, sul fare poetico, e altre che si ripiegano volutamente sulla singola poesia. Come esempio della prima categoria, si possono citare i seguenti versi che costituiscono una sorta di antipoetica rispetto alla tradizione della “bella scrittura”: “quando scrivo/ male come si impara dopo lungo tirocinio/ dimenticando/ i ricordi tutti intatti nel buio/ quando finalmente scopri una falda/ sotto il manto malinconico della mezzanotte” (p. 53). Non solo per scrivere “male” occorre un “lungo tirocinio”, ma la fonte nascosta dell’ispirazione non nasce dalla presenza dell’io, bensì dalla sua dimenticanza notturna e richiede un’attività di ricerca e scoperta.
Riguardo alle riflessioni metapoetiche del secondo tipo, talvolta queste occupano l’intera pagina, come per esempio nel testo intitolato “Non sarà rilasciato alcun diploma dopo la lettura di questa poesia” (p. 50). In altri casi i riferimenti sono sapientemente disseminati, come nella poesia dal titolo provocatorio “Piano per lo spostamento del vaticano in Argentina” (p. 56), che si apre con “Puoi prendere questa poesia e ritagliarla” e prosegue con versi come “Nella frase puoi trovare riparo se piove” e altri in cui i lettori più accorti sembrano essere paragonati a topi “che per primi, anche qui, troveranno l’uscita”. Non sempre tuttavia le vie di uscita esistono perché il dispositivo di molti testi consiste proprio nel frustrare volutamente la ricerca di un senso razionale e intelligibile da parte del critico di formazione positivista.
Tornano infine gli accostamenti al mondo animale, visti più ampiamente in Ipotesi di felicità (2017), che delineava un vero e proprio bestiario, specie nella terza sezione di prose brevi intitolata “Zoologiche”. Il richiamo a creature animali qui è rivendicato fin dalla metafora “Le petroliere al largo – cetacei nel mojito” (p. 76), che dà il titolo alla plaquette Cetacei nel mojito (Stampa 2009, 2022), con poesie poi confluite nel presente libro. Pellegatta sfrutta abilmente il procedimento, talvolta intrecciando riflessioni metapoetiche e coscienza ambientale, come quando dice, non senza sarcasmo: “Gli animali vengono nelle mie poesie per il cambio climatico” (p. 49).
Rispetto all’opera mondadoriana del 2017, tuttavia, gli accostamenti sono meno autonomi e più funzionali a creare metafore e similitudini spiazzanti come in questi due versi: “Mi sento due gabbiani nel petto e sento/ le balene interrate come geyser” (p. 30). Altrove fanno da volano per citazioni tratte dal mondo delle arti visive, per esempio “controvento/ come gli uccelli di Picasso” (p. 51), o letterarie, come questo verso “e ti risvegli come gli insetti gommoso” (p. 63) con una chiara allusione al racconto “La metamorfosi” di Kafka. Vi sono infine animali vissuti con fastidio in ambito condominiale, evocati attraverso coloro che li alimentano, con un dubbio sempre acceso: “Mi lamento ma poi penso che questi personaggi, spesso molto grassi o magrissimi, che danno pane e riso agli uccelli, siano poi in fondo ciò che rimane dell’umanità.” (Matteo Zattoni)[i]
Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia ma-
dre da Peck. Quando è morto e siamo tornati da Peck
ti è sembrato di vederlo seduto in disparte. Ora che
anche tu non ci sei più, quando passo da via Spadari,
entro a bermi un caffè e vi vedo insieme, ti indica dove
ho sbagliato nel mio ultimo libro e tu accampi per me
qualche ragione. Potessi fermarmi un momento con voi
e dirti, senza entusiasmo, che fortuna è stata avere te e
non altri. Tanto poi tornando a casa in tram, mi sem-
brerà di sentirti pronunciare le fermate come in Erba.
Vado, sui vetri acquosi non distinguo più le forme,
vorrei sbagliare stazione, entrare in qualche androne,
salire le scale fino ai sottotetti, girare in un corridoio
e ritrovarti. Una ragazza però mi sorride dal sedile di
fronte – le hai detto tu qualcosa o è come quel coniglio
che mia sorella giura di aver visto al cimitero?
*
Lungo le canne fumarie, sotto gli assi da stiro, dentro i
guanti da forno, nei sacchi postali e su tutti i sipari del
mondo – talco malaugurato.
Il mio compito è trasformarvi in vacanza.
Raffreddi con le tisane, non in tetra acqua di pozzo.
Un ragguaglio per le nostre dolorose cisterne.
Non mi abituo. Non bere, non fumare. Calcifica.
Non voglio crearti problemi con gli altri
se ti distinguo. Non capite tutto ciò che diciamo
specialmente se parliamo di voi in terza persona.
Non basta amarti, non torni.
Via Marina, via Statuto, via Rugabella. Non hanno più
segreti i tuoi cassetti, c’è ancora tutto come se dovessi-
mo vederci a pranzo: il tuo profumo in estinzione, un
riflesso sulla carta di credito. I lost Beauty. Pensavamo
di avere più tempo. Forse sorridi ma non si vede nean-
che con la lente.
*
Età approssimativa 75 anni.
Per voi è estate, per lui inizia l’autunno scorso.
Troppo tardi per tornare alle vacanze annullate
ai ristoranti che avrebbe voluto provare, al mare.
Indurirono di rosa tutte le cose.
Cosa vedi?
Niente.
Anch’io voglio vedere niente.
*
La poesia è radicalmente naturalistica; è solo la compres-
sione che le dà un aspetto diverso.
I.A. Richards, Principles of Literary Criticism
Gli animali vengono nelle mie poesie per il cambio
climatico. Torme di critici si appostano per estorcere
loro una parafrasi.
Finalmente soli – oltre l’ottavo verso
apriremo a un invitato, a un colpo d’aria, a un labiale.
Non soffermatevi sui suoi occhi erbivori.
Soltanto sazia ritornerà a dormire, non è per educande:
l’hanno infastidita e ora li impalerà nel porto per dare il
benvenuto ai turisti, lontano dalla semplificazione della
lingua cui pensavano – con l’elisione della punteggiatura
composta e dei volatili marini.
*
LA PENULTIMA
Ora che il pianeta ha una scadenza
noi della penultima generazione
possiamo dirlo: è una qualità inodore
appartenente a un imballaggio e nel polmone
c’è una stazione sciistica.
Voglio solo dire che si è spostato
da quando lo abbiamo visto l’ultima volta.
Le betulle rimano sempre con i rimorsi
senza sapere se cadrà di sabato o alle spalle
se il numero di vacche sia superiore ai mirtilli
nei ripieni di carne.
*
IL TRENO SCOMPARSO (IL TALGO SALVADOR DALÍ)
Partendo eri già a destinazione.
Nell’ultimo vagone, ancora in Centrale,
c’era un bar che era già Spagna. Poi cosa è successo?
Ci siamo addormentati – era noioso il romanzo?
Abbiamo perso la fermata o è stata soppressa?
(Si allude all’Europa unita, ai diritti, all’istruzione
universale,
sembrava fosse fatta. Nei buoni propositi
c’era spazio per tutti i contrasti
anche per i boschi lacrimogeni.)
Non si distinguono più animali e alberi, alberi
e strumenti musicali
– alberi e cigni
che però si riflettono cavalli
nei nostri sonni gonfiabili.
-
Matteo Zattoni (Forlimpopoli, 1980) è laureato in Giurisprudenza e Dottore di ricerca in Filosofia del Diritto. Già libero professionista nel campo dell’editoria, è docente di ruolo di scuola superiore. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Il nemico (Il Ponte Vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle, 2005), L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009) e I figli che non tornano (Pequod, 2021). Suoi versi compaiono su numerose antologie e riviste, tra le quali: Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), “Nuovi Argomenti” (Mondadori, 2008), “Almanacco dello Specchio 2009” (Mondadori, 2010), La generazione entrante (Ladolfi, 2011), “Atelier” (Edizioni Atelier, 2015), “Poesia” (Crocetti Editore, 2016), “Italian Poetry Review” (Società Editrice Fiorentina, 2017) e Velocità della visione. Poeti dopo il Duemila (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2017). Ha tradotto il libro Versi di un filosofo (Pequod, 2025) di Jean-Marie Guyau. ↑
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