Davide Borowski – Arabo è donna

Davide Borowski - Arabo è donna - Ed. Homo Scrivens, 2026Davide Borowski – Arabo è donna – Ed. Homo Scrivens, 2026

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Una antologia molto particolare, questa che raccoglie in una forma non usuale, come recita il sottotitolo “Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale” e che è curata da Davide Borowski, eteronimo con cui Davide Scuteri Moretti firma la propria attività letteraria, di poeta, slammer, podcaster.

Una antologia (e non so nemmeno se questa definizione sia appropriata) di 300 pagine per sole sette poete, ed è questo già insolito, se si considera nel contempo che i testi poetici di ciascuna di esse qui presentati sono relativamente pochi. Perché allora? Per il fatto, come suggerisce il sottotitolo, che c’è molta narrazione, c’è un racconto, pezzi di vita, aneddoti, storie che spiegano come la poesia di queste sette donne arabe contemporanee si sia formata, più di quanto faccia una nota accademica, una presentazione per così dire “critica”. Ed è un racconto che Borowski scrive direi con affetto e con uno sguardo attento all’ambiente, alle peculiarità dei luoghi e delle persone, costruendo uno spazio dilatato e accogliente in cui i testi non siano apolidi, orfani delle vite di chi li ha scritti e viceversa. Insomma, come scrive il curatore, “il libro non può limitarsi a dire “queste sono le poesie”: deve anche spiegare da dove vengono le parole, quali strade hanno attraversato, quali divieti hanno urtato, quali malintesi hanno subito. Deve provare a dire perché le parole sono quelle, proprio quelle, e non altre”. Un lavoro complesso, di cui è possibile ripercorrere la fasi QUI, fatto affidandosi anche a interviste non solo alle dirette interessate ma anche a studiosi, artisti, sociologi, proprio con la finalità di fornire un quadro più vasto. E anche, bisogna aggiungere, un lavoro letterario che, poiché impregnato della presenza dell’autore, somiglia molto, in tanti passi, a un giornale di viaggio, peraltro ben scritto. È purtroppo impossibile, in una breve nota come questa, rendere conto della qualità della scrittura e della piacevolezza della lettura. E anche, devo dirlo, delle cose che si imparano.

Naturalmente il comune denominatore di essere arabe, donne, di appartenere a una grande area culturale di cui in fondo conosciamo poco in realtà non fa che esaltare, positivamente, le diversità che esistono tra le voci di queste poete. Voglio dire, non tutte le storie sono uguali, questo è ovvio, pur essendo tutte emblematiche. Donne arabe di Palestina, donne arabe che ora vivono a Parigi o New York o a Roma o donne senza cittadinanza, come Mona Kareem, nata apolide (bidoon, beduina, in Kuwait), o che sono rimaste a vivere in una città minore dell’Egitto, una scelta anche questa non facile, come non facile è, spesso, il ritorno a casa dopo anni. Sembrerebbe quasi una diaspora, se mai fosse possibile disperdere una lingua, una cultura, un essere donna. Così non è, perché si scopre che queste donne sono innanzitutto cittadine del mondo inteso come consapevolezza, anche del dover combattere spesso su due fronti, quello politico e quello culturale. Fronti che come sempre si intersecano e sovrappongono, con varia intensità, con varia militanza. Non tutte sono finite in una prigione israeliana per aver pubblicato una semplice poesia come Dareen Tatour, citata nel saggio, ma tutte hanno fatto i conti col fatto che nella cultura araba la voce di una donna è “un’anomalia, qualcosa che spezza la trama del silenzio” (ma certamente, nel tempo, non solo laggiù). E anche col fatto frequentissimo, come ricorda Borowski, “che una poetessa araba non potesse mai parlare solo di poesia. Doveva sempre rispondere a qualcosa di ulteriore, giustificare, incarnare, spiegare”, che ” il suo lavoro fosse immancabilmente interpretato come politico”. Insieme una forza e una prigione.

Un lavoro di sicuro interesse, in cui non trovi nomi di star come Joumana Haddad o Amel Moussa, un libro volutamente diverso – come impianto e approccio personale che privilegia il contatto diretto, le tranches de vie, le esperienze – da opere come Non ho peccato abbastanza – Antologia di poetesse arabe contemporanee, curata per Mondadori da Valentina Colombo nel 2007. (g.c.)

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Pubblico qui un estratto esemplificativo di tre delle sette poetesse presenti. Nel libro, che ripeto conta 300 pagine, tutte le parti introduttive ai testi sono ovviamente molto più ampie di quanto qui appaia, come il numero delle poesie pubblicate.

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Amirah Al Wassif  è una poetessa e scrittrice egiziana nata nel 1991 a Damietta, sul delta del Nilo, dove tuttora vive. La sua produzione si muove tra l’arabo e l’inglese: in entrambe le lingue ha pubblicato libri che riflettono sulla condizione umana, sul ruolo della donna e sull’urgenza della libertà. “Leggere le sue liriche è come ascoltare una voce che attraversa spazi diversi: la casa con il tetto piano dove le donne stendono i panni, le aule universitarie, la camera di un lutto improvviso, ma anche i paesaggi interiori in cui il corpo si dissolve, si trasforma, perde parti di sé o ne inventa di nuove” (Borowski). “Ci sono sicuramente dei fili conduttori che attraversano tutti i miei libri”, dice Al Wassif, “la memoria, il corpo, l’esperienza umana e la vita delle donne nella società. Ma ogni libro affronta questi temi da un’angolazione nuova o con una prospettiva leggermente diversa. Mi piace mescolare realismo e surrealismo, così che, pur mantenendo coerenza nei temi, ogni opera abbia la sua voce e la sua visione (…) Per me, il corpo e l’esperienza individuale sono allo stesso tempo un simbolo universale e una testimonianza personale. Ciò che vivo in prima persona, insieme a ciò che attraversano le eroine delle mie poesie – le donne che vedo ovunque intorno a me nel mondo – costituisce il nucleo della mia scrittura, sia in poesia che in prosa. Sono queste esperienze vissute a dare forma al mio lavoro, donandogli al tempo stesso intimità e una risonanza umana più ampia”.

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Come seppellire una ragazza curiosa

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Quando ero più piccola

stavo in piedi su una montagna di cuscini

con la coraggiosa decisione di ingoiare

un intero dito. Mio padre mi insultò

per via della mia curiosità.

Per tutta la sua vita ha desiderato avere

una prole che non desse problemi, non importa se

femmina o maschio.

I miei antenati preferivano seppellire le bambine

piuttosto che metterle

in una carrozzina e cantare loro una ninna nanna.

Sono nata con una grande motivazione a

graffiare il cielo sulle mie spalle, scimmie

andate fuor di senno e smodati pesi, la mia pena

la cucinavo ogni notte.

E alla luce del giorno, mentre si davano da fare

a vendermi,

passavo il tempo a calcolare la distanza

fra il mio genere e il funerale che mi aspettava.

Quando mossi i primi passi, la mia tribù mi circondò

a mo’ di sciame d’api.

Si avvicinarono prendendo atto che avevo

cosce e seni. Mi infilarono

nella tasca dell’obbedienza, mi rinchiusero

in una gabbia di ferro. Le orecchie se le mangiarono.

Quando ero più piccola,

strisciavo verso le spalle di mio padre.

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[How to Bury a Curious Girl]

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Preghiere dal Tetto di Casa

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bollivamo banane sopra il tetto di casa. (*)

La risata di mamma prendeva il mio cuore per le orecchie.

Stava spettegolando con una vicina.

Mamma raccontava storie, dolce come sola la poesia

      può esserlo. Amavo

guardare la sua lingua suonare la musica della conversa-

      zione.

Lavoravano in ginocchio, i nasi abbrunati

dal fumo. Bollire banane era come una preghiera.

Sussurravamo, cantavamo alzando gli occhi in alto, ed

      era arte

quella che facevamo sbucciando banane, tagliandole a

      pezzi

per cuocerle sul fuoco, sperando in un bacio sulla guancia

da un uccello; un antico inno che lavava le nostre anime

      stanche.

Dal bordo del tetto guardavo giù verso una grotta caver-

      nosa,

e vidi Dio cucinare per bimbi come me. Lo osservai

preparare per loro la tavola in cielo,

un regno di misericordia. Allungai le braccia per toccare

quella magia, poi corsi da mamma, piagnucolando

che avevo visto Dio cucinare per dei bimbi. Lei sorrise

ma continuò a parlare con la vicina. Gridai

verso mamma per attrarre la sua attenzione, additando,

      ma lei

sorrise soltanto. Continuai a guardare Dio che preparava

      cibo delizioso

per cento bimbi raccolti in ginocchio

attorno a lui, rapiti in adorazione. Li salutai con la mano,

ma non mi notarono. Immaginai che l’odore

dal nostro tetto portasse con sé una sorta di speranza.

Sotto i miei piedi nudi, bucce di banane e due scodelle,

una per noi e l’altra per gli affamati del quartiere.

Diventò un rituale da quando

cento bambini erano morti di fame,

cento anime innocenti svanite. Giuro

di aver visto Dio cucinare per loro, ma nessuno

mi credette; continuavano solamente a sorridere.

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[Prayers from Our House Roof]

(*) Bollire le banane (e in particolare le banane da cottura, meglio note come platani da cucina) è una pratica molto diffusa in diverse regioni africane, specialmente nell’Africa subsahariana.

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Nata a Biserta nel 1987, Imèn Moussa da anni vive e lavora in Francia, dove ha conseguito un dottorato in letterature francese e comparata. Insegna lettere moderne e concentra le sue ricerche sulla scrittura delle donne nel Maghreb contemporaneo come laboratorio di nuove forme di libertà e di critica dei sistemi patriarcali, intrecciando lavoro accademico, impegno militante e pratica poetica. Ha lasciato la Tunisia dopo la rivoluzione del 2011 per la Francia, dove insegna lettere moderne e concentra le sue ricerche sulla scrittura delle donne nel Maghreb contemporaneo, intrecciando lavoro accademico, impegno militante e pratica poetica.

La sua poesia, specie la prima, “esplora i temi dell’esilio, delle migrazioni, dell’infanzia e della violenza di genere, facendo della “identità nomade” il fulcro di un intenso lavoro poetico”, e della riflessione identitaria “una meditazione sulle ferite, le riparazioni e le resistenze collettive del presente”. Sullo sfondo una frattura: “da un lato la Tunisia sociale e politica, con le sue speranze tradite; dall’altro una Tunisia del ricordo e degli affetti, fatta di amici e familiari rimasti, di impasti linguistici e narrativi”, come i racconti orali che, nella divisione di ruoli tra pubblico e privato che aveva anche il linguaggio, erano appannaggio delle donne. Una poesia, in ultima istanza, dove esperienza personale e osservazione sociopolitica si compenetrano, in qualcosa che Moussa definisce “identità nomade”.

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Ti cucirò delle ali

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Due grossi ciottoli, i tuoi occhi che non vedranno più il

        sole.

Due grossi ciottoli e una terra gelata, le tue manine.

Com’è brutto quello che ha messo il tuo corpo a fuoco e

        sangue!

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Non voglio mollare la tua gamba per farti restare ancora

        un po’ accanto a me.

Lo so, ho torto.

Questo maledetto giorno era atteso,

        nato per nutrire la causa.

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Tieni, riprenditi la tua gamba, bimbo mio.

Vai. Non avrai bisogno di salire scalini per giungere in

        cielo.

Ti ho cucito delle ali fin dalla culla.

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Sì, questo maledetto giorno era atteso.

Gli uomini si son fatti cattivi.

Niente di buono accade a chi la guerra ingoia.

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Vai, non tornare quaggiù.

Rendi la tua anima e tieni le tue ali,

sei diventato figlio delle nuvole.

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La tua sorellina scriverà sul tronco dell’ulivo:

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Qui è caduto Hasan,

Mio fratello…

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Bimbo mio, la soglia di casa si è chinata a raccogliere i

        passi dopo che sei partito.

Tuo padre non ha detto una parola.

Tua nonna si è graffiata le rose sulle guance.

I vicini spiavano da dietro le persiane socchiuse.

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Gli spazzini hanno raccolto in fretta, sul bordo del mar-

        ciapiede, i frammenti dei volti.

Il muftì ha dichiarato questa strada impraticabile.

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È bastata la spalla di una sola donna per portare la bara.

Gli uomini scrollavano il tappeto di preghiera al suo

        passaggio.

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Nessuno ne parlerà più.

La memoria è un traditore acquattato nell’ombra.

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Per dimenticare quel giorno, tutto il villaggio ha strap-

        pato la pagina del calendario.

Amputare l’anno di un giorno,

uno e un giorno soltanto,

per fare il lutto di un’intera vita.

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Lo so, per alcuni sarai solo una cifra in più nei loro di-

        scorsi d’odio.

Per altri sarai un bambino-luce,

battiti di una nuova speranza che si slancia fuori dal

        magma del vulcano.

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[Je te coudrai des ailes]

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Tangeri mi brucia ancora

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Vieni, vieni con me, andremo a vedere che cosa fa il

colpo fatale agli occhi morsi dall’abbandono. Andremo a

vedere sullo stretto, in vicoli ciechi larghi quanto la gola

del silenzio, quelli che scivolano nell’attesa fino a crepare

d’impazienza, a crepare d’incertezza.

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Kleenex, sigarette!

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Nelle arterie di ogni via bambini perduti si scartano ad-

dosso una tonnellata di ricordi. Invisibili che vogliono cam-

biare la direzione della caduta, sniffare l’illusione a pieni

polmoni per inventare un altro colore al loro marciume.

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Si chiedono se conti ancora la loro infanzia, se abbiano

davvero vissuto con quel volto, se fossero nati per essere

oggetto di tremenda derisione, o semplicemente destinati

alla deriva. Quanti sono?

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Come una barca che non arriverà mai in porto, errano da

cartone a cartone. Fra le casse di verdura si fanno un letto. A

volte mani luride e pesanti li afferrano per una notte. Carne

fresca per qualche dirham (*), sul marciapiede.

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Queste briciole di bambini sanno che non accadrà nulla.

Sono stati sicuramente amati per la durata di un grido, di un

cordone e di un abbraccio, di un latte caldo che serbano in

bocca. È questo che conta per aggrapparsi a ciò che resta

vivo in loro, quegli occhi morsi dalla bruciatura dell’ab-

bandono.

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[Tanger me brûle encore]

(*) Valuta marocchina.

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Nadra Mabrouk è nata al Cairo nel 1991; oggi vive a New York. Scrive perlopiù in inglese, ma la sua lingua poetica è attraversata da innesti della variante egiziana dell’arabo, formule dell’oralità e lessico religioso: invocazioni, benedizioni, frammenti di parlato familiare. Ha conseguito un Master of Fine Arts in poesia alla New York University, dove è stata Goldwater Fellow; e si è distinta anche nell’agone dei premi letterari, conseguendo l’Amy Award della prestigiosa organizzazione statunitense “Poets & Writers” e il Brunel International African Poetry Prize, entrambi nel 2019. Lavora nell’editoria e insegna Scrittura Creativa in contesti universitari.

Borowski: “La sua poetica rifiuta l’idea della rivelazione singola, del momento apicale che spinge verso la scrittura. Non c’è un episodio chiave, non c’è un’illuminazione da romanzo di formazione. Ci sono strati e urti che si accumulano. Parla di sensibilità e di un doppio peso – ferita e chiamata spirituale insieme – che per alcuni finisce per diventare scrittura. (…) Quando menziona i temi ricorrenti del suo lavoro poetico, Nadra Mabrouk elenca senza esitazione: Islam, lutto, perdita, dissonanza psicologica, aldilà, migrazione, memoria. Ma aggiunge che i temi emergono: non si scelgono. «Attingo ai miei ricordi e ai ricordi di chi amo», dice. “Le poesie di Nadra Mabrouk sono

sempre, in qualche modo, narrazioni: se c’è una cosa che ella sembra voler evitare è il bozzetto, l’immagine poetica fine a sé stessa” (Borowski). E tuttavia “la poesia sta nel più minuto dei dettagli, ed è una cosa che dico sempre ai miei studenti di Scrittura Creativa. Sono sempre orgogliosa di loro quando noto che stanno ascoltando più attentamente il mondo intorno, i momenti più ordinari. Voglio una poesia che viva nelle ossa, che raggiunga il lettore a livello cellulare in un modo difficile da spiegare” (Mabrouk).

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Padre adolescente, che fuma

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È primo pomeriggio quando scendi

in strada dopo scuola.

In questo ricordo, tua madre è a casa

a lisciare le pieghe della tua divisa

dopo aver spazzato le piume insanguinate della gallina

dalla cucina, aspettando che tu rientri

per pestare l’aglio per le foglie di mulukhiyah (*).

L’isolato poco distante da qui sa sempre

di corpi – le piccole hamama (**) che tubano,

becco che si spezza nel becchettare insistente,

conigli appesi per le zampe di dietro,

pelle tesa e arancio bruciato,

e anche il tuo corpo, soffocato dal cotone,

dalla cenere che già comincia a sputare

i suoi denti grigi nei tuoi polmoni,

tu che fumi di nuovo dietro al mercato, dita piegate dal sole

che fremono come polvere che cerca di dimenticare

come tua madre piangeva

per un sogno in cui la mano

di ogni persona che tu abbia mai amato

ti raggiungeva da un fiume

la cui corrente montava, le dita gonfie

nel trascinarsi, palmi quasi irriconoscibili,

pesci tigre africani che tornavano a stormi, ancora e ancora.

In questo ricordo, guardi i bambini urlarsi

addosso mentre le donne appuntano camicie

ai fili, schiuma torbida

che ti tocca le scarpe mentre il macellaio di fronte

spacca una zampa, la tiene per la caviglia

sul tagliere, conservando i miseri pezzi di grasso bagnato,

premendo tra due giunture che non sa nominare

ma che sa separare in un solo respiro,

e il pensiero ti tiene la sigaretta

ferma tra le dita, all’improvviso tu

ripensi al gesto, le mani si irrigidiscono davanti al fatto

          solenne

che ogni osso può marcire, fratturarsi

sotto lo strumento giusto e con la giusta torsione del

          polso

a prescindere dal suo nome.

In questo ricordo, non spegni mai la sigaretta,

resta appesa alla tua mano,

insostanziale, piccola come lo spazio tra

due ossa, tra due labbra polverose rimaste aperte.

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[Father as Adolescent, Smoking]

(*) Le foglie di molokhia/mulukhiyah (Corchorus olitorius) vengono usate in Egitto, e nel Levante, per zuppe e stufati.

(**) Termine tipicamente egiziano per “colombe”.

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Reimmaginare

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Ogni sera sono sott’acqua:

nuda e piumata. Figurarsi se ho fame.

Trascino una sedia sul fondo.

Laggiù non sento quasi mai la tua mancanza.

Le parti dolenti di me si dilatano e poi spariscono

non appena sto giù, nell’acqua che è santa e che ho atteso

troppo a lungo, giuntami a mo’ di grazia.

Leggo il cielo di notte prima di immergermi. Cerco

messaggi graffiati nella luna, decenni or sono.

Capisco come le nubi rivelino luce & giudizio,

rivelino la memoria come unica verità, rivelino onde

di desideri troppo cresciuti. Da quaggiù

non si vedono. Ci sono limuli blu

dei quali rifiuto il sangue, anche dopo che hanno danza-

          to a tempo.

Ci sono denti sul pavimento che non riconosco.

A volte penso di portarti quaggiù con me

quando la musica inizia. Ovattata, viene

solo da certe grotte che non vedono mai luce.

L’acqua scorre attraverso ossa vuote e ritorna

a mo’ di canzone. All’inizio suona familiare

ma poi cambia sempre. Le bocche dei pesci pescatori

          restano

aperte, piccole lampadine pulsanti tra i loro occhi.

I miei capelli sanno di rame; crescono selvaggi dietro di me.

Mi siedo a gambe incrociate sul fondo, pregando che i

          minatori

non giungano mai, non riescano a spingersi fin qui. Sto

          per la notte.

Al mattino, le braccia s’alzano in cerca di calore,

la bocca s’apre & la luce ne sgorga.

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[Reimagining]

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