La rivista en ligne “Secousse” nel n. 23, Novembre 2017, ha posto ad alcuni autori la domanda “La poesia è reazionaria?”. Ecco la risposta di Jean-Marie Gleize:
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La rivista en ligne “Secousse” nel n. 23, Novembre 2017, ha posto ad alcuni autori la domanda “La poesia è reazionaria?”. Ecco la risposta di Jean-Marie Gleize:
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Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani
Alcuni testi tratti dalla raccolta di Aldo Galeazzi Piovono gabbiani alti (Ed. Erasmo, 2016), giuntami per sollecitudine di un amico solo ora.
Poesia “giusta”, quella di Aldo Galeazzi. Giusta come scrittura, abile nelle sue capacità espressive, ben misurata in ritmo e respiro. Giusta come temi, nel senso di una attenzione a un presente reale in cui si muove un io immaginario (o forse è il contrario?), in cui si dà la giusta attenzione ma un po’ sullo sfondo a certi fenomeni dell’oggi così com’è, non descrivendoli, non essendo necessario poiché, come si legge nel “manifesto” della collana che lo ospita, “l’atto poetico squarcia l’indistinta e rutilante cortina fumogena del Reale. Lo sguardo delibera un altro caos ordinato emerge la cosità della cosa”. D’accordo.
Che sia sorretta da una buona scrittura l’ho detto, anche intelligente, a volte impreziosita da buone intuizioni, da invenzioni metonimiche, a volte incrinata da luoghi comuni, una poesia a tratti pensosa, a tratti ariosa come la Terrazza Mascagni, a tratti malinconica, a tratti narrativa, a tratti riflessiva, a tratti intimista, a tratti politica, a tratti ammiccante, a tratti arguta, a tratti astuta, a tratti… Il suo autore è un flâneur direi postmoderno (ma chi non lo è?), attraversa per lo più la città, la sua Livorno come da molti indizi (per caso nasce però a Pisa), ci porta con sé, anche piacevolmente, ci indica col dito cose o avvenimenti che hanno o potrebbero avere un significato ulteriore, fatti, film visti che fanno capolino dai versi, a volte ci scherza sopra, con un suo esprit livournois, ma, sempre per via dello stesso spirito, fino a un certo punto. Poesia locale, poesia universale, non importa, Galeazzi ha il suo stile, che potrà anche avere i suoi difetti (e le sue ingenuità, ce n’è qualcuna) ma che certo è libero e un po’ beat e un po’ chissenefrega essendo tutt’altro che “ispirato dalla poesia contemporanea che ci circonda in streaming” (parole di Galeazzi). Stile che però non si è dimenticato di buone letture (potremmo fare nomi ma si fa prima a citare Piero Ciampi perché molte di queste poesie sono cantabili) né del suo genius loci, che in quella città di mare è peculiare come in poche altre, come uno maestralino che attraversa i testi, si porta malinconie e delusioni, ma rinfresca anche una visione della vita in cui ci si può pure ritrovare e che ha i suoi alti e bassi. Proprio come questa poesia. (g.c.)
MATTIA MORENI: dalla formazione a “L’ultimo sussulto prima della mutazione” (ex convento di San Francesco, Bagnacavallo)
All’inizio del percorso è un melo verdeggiante visto su una tela enorme che occupa tutta la superficie di una parete in mattoni a vista e s’apre in cima a un’enorme scalinata in marmo;la mostra prosegue poi da un corridoio centrale in salette laterali dall’intonaco scrostato e varchi o fessure sulle pareti grezze nell’antico convento di San Francesco a Bagnacavallo volutamente scelto per ospitare l’opera di uno degli artisti più originali del novecento italiano: Mattia Moreni.
Fino alla fine del prossimo gennaio, infatti, in tale spazio inusuale all’apparenza disertato, lasciato al decadimento della sua forma originale di “luogo religioso” ma irradiato di una luce naturale, soffusa che lo attraversa come una scia luminosa da lato a lato è visitabile la prima parte del percorso espositivo dedicato a Mattia Moreni: “Dagli esordi ai cartelli”. Il progetto proseguirà itinerante con altre quattro mostre fino alla conclusione del ciclo espositivo a Maggio 2026 per celebra la poetica del pittore dagli inizi all’apice della carriera in particolare nel suo legame unico e profondo con la terra romagnola.
“Un melo”(1964) dunque si erge all’inizio del percorso immenso nelle tonalità verdi e azzurre sulla parete centrale della galleria. Così lo vede Moreni, portato quasi alla deformazione espressionista nell’uso esacerbato del colore in poche linee essenziali eppure vitali, sospinto dal vento che come ondata lo travolge e lo assimila al suolo verdeggiante ma anche, lo trasforma in un’entità vivente, innata nel movimento, antropomorfa quasi. Lo sfondo del cielo è ugualmente soggetto a tale immersione profonda in un blu espressivo, intenso e anti-naturalistico. Continua a leggere
Simona Menicocci – Si fa per dire – Arcipelago Itaca, 2025
Già, si fa per dire. Titolo azzeccato, senza dubbio, da diversi punti di osservazione. Nel linguaggio colloquiale “si fa per dire” corrisponde a un mettere le mani avanti, chiede in anticipo una manleva su quanto verrà detto, poiché l’enunciato sarà, per tacito accordo tra emittente e ricevente, variamente attendibile e non certo ultimativo. Questo assegna alla locuzione già un senso che non è detto abbia davvero, in questo contesto può darsi invece che indichi semplicemente un vuoto comunicativo, che sia – letteralmente – un’azione puramente enunciativa, cioè facciamo qualcosa per dire qualcosa (o nulla). Sono ipotesi, se ne potrebbero fare altre, e già il fatto che ne esistano è interessante, un interesse diciamo un po’ specialistico, che forse sta un po’ fuori dalla lettura del libro stesso, da quello che ci restituisce immediatamente.
L’ultima cosa di Menicocci che ho letto è Saturazioni (Diaforia, 2019, saggio introduttivo di Luigi Severi, ne ho parlato QUI), un libro molto diverso da quello di cui stiamo parlando, in cui avevo trovato leggendolo non poche implicazioni, suggestioni feconde di sviluppi anche personali. Un libro addirittura “aurorale”, secondo il condivisibile giudizio di Luigi Severi. Qui siamo un po’ distanti da quella esperienza (non conosco la raccolta pubblicata nel frattempo, H24. materiali per un film – Blonk 2022) e lo siamo proprio a partire dal linguaggio, non tanto dalle sue articolazioni, nel suo uso eidetico o retorico (in senso buono), in cui comunque Menicocci si muove egregiamente; quanto nelle sue funzioni comunicative, di veicolo di idee discrete, di messaggi, di valori “politici”. A suo tempo parlai di “una lingua non arbitraria nemmeno nelle sue disarticolazioni più estreme e nel contempo non lascia[ta] apolide, priva [cioè] di radici e di destini, o autotelica, cioè rivolta ad un proprio ombelico segnico, in una strada a fondo chiuso”, mentre Severi, giustamente, annotava che “la ricerca nel corpo della lingua è ricerca dentro la presenza storica dell’essere umano, alle radici della sua costruzione di legami: letteratura come memoria narrativa di gruppo, legge come ipotesi di regolazione sociale, economia come dottrina di sopravvivenza”. E ciò dipendeva dal fatto che tutto il libro ruotava intorno a un’idea fondamentale: “un’inchiesta sulla storia umana. Ogni testo, infatti, centripeta sulla pagina uno o più eventi della cronaca umana contemporanea, affrontati obliquamente; non esprime un’esperienza privata del male, ma problematizza le possibilità di costruire e organizzare, a partire dai materiali del mondo (eventi e discorsi), esperienze linguistiche e affettive che possano essere comuni” (Menicocci). Il linguaggio dunque. L’accoglimento in esso di una dimensione del reale che lo alimenti e lo sviluppi, la Storia non soltanto come oggetto da dire, ma anche come fonte delle parole per dirla e dire il complesso oggi. Continua a leggere
Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi
Conosco Enrico Cerquiglini da diversi anni, almeno da quando mi ospitò nel volume di poesie collettaneo Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, a cura di E. Cerquiglini e L. Ariano). Su questo blog, invece, trovate suoi testi tratti da Avvisaglie (2023), con una mia nota critica.
Enrico è umbro di Montefalco, vive a Gualdo Cattaneo, insegna Lettere in un istituto superiore di Perugia. È stato tra i fondatori e i curatori del “Sandro Penna”, ha scritto diversi libri di poesia, di saggistica (tra cui uno su Pasolini), nonché per il teatro. È insomma un uomo di ingegno, e non ostante ciò penso di poterlo definire un autore appartato, come suol dirsi, uno di quelli che non sgomitano per apparire. E questo credo dipenda in gran parte sia da una postura nei confronti dello scrivere che potrei definire raffinatamente artigianale, con un senso del “lavoro” creativo non dissimile da chi coltiva la terra nella verde Umbria, ovvero sapienza e rispetto degli strumenti e dei “materiali”; sia da una relazione costante (che è anche un obbiettivo) con una dimensione etica, morale, sociale e in ultima analisi civile e politica, nonché un legame con il territorio che è identità e tradizione. Tutti questi aggettivi, come scrissi a suo tempo, vanno presi, davvero, senza i preconcetti che a volte li accompagnano, specie tra poeti. E del resto forse Enrico non ha ambizione di fare poesia civile, ma solo (e mica è poco) riaffermare con forza una centralità umana, sua e di tutti, e nel farlo va da sé che emerga una specie di risentimento o anche una pasoliniana nostalgia, che però non è mai arretramento, è semmai, come scrissi, una memoria non volatile, una memoria “resistente”, come imperativo morale e debito (ma per queste e altre considerazioni rimando a quella nota).
I testi che propongo sono tratti dagli ultimi due libri pubblicati da Cerquiglini, Diario di un fainéant (Etabeta, 2024, edizione “clandestina” in 50 copie) e La casa lungo il fiume ed altri versi (Delta 3 Ed., 2025, premio L’Inedito XVII). Entrambi appartengono a pieno titolo al mondo di Enrico, pur con ambizioni diverse. Chi è intanto il fainéant? Non è il fannullone, il nullafacente, non è il flâneur caro a Baudelaire come a Benjamin, non è nemmeno un anarchico assertore della decrescita più o meno felice. È uno – ci dice Cerquiglini – che “non collabora, non partecipa all’orgia del Potere, osserva e si tiene in disparte, guarda gli scarti umani – deiezioni della macchina infernale”. Tuttavia non così passivo da non articolare la sua invettiva, appena (spesso) ne trova la ragione. E contemporaneamente registra il veloce decadimento del mondo, consapevole che niente e nessuno potrà farci niente, che il dire forse si sovrappone a una “afasia provocata dalla corsa al nulla”, la forma (forse anche quella dell’invettiva, aggiungo), anche rinnovata, rischia quasi di “nobilitare l’ignobile”. L’alternativa è il rimpianto, le neiges d’antan? No, è il riprendere a scrivere proprio a partire da quel dubbio, il poeta non rinuncia mai, é sempre possibile trovare un senso anche nelle pieghe di un verso. Il diario è un tragitto, una serie di stazioni di posta ma senza riposo, di luoghi in cui si è già vissuto senza tirare le somme, fatti che non si ricordano ma si rimasticano sperando di trarne un diverso succo. Continua a leggere
Mohamed Bourouissa: Communautés
“Communautés” come titola la mostra di Bourouissa volge la propria attenzione ai margini, alle periferie urbane, alle comunità viste nel loro risvolto liminale rispetto all’epicentro del potere, là dove le minoranze non rappresentate risiedono, coloro che solitamente restano invisibili, non visti o senza voce nella società contemporanea. Tale diviene il fulcro di interesse del lavoro di Mohamed Bourouissa artista di origine algerina, cresciuto in Francia, stabilitosi a Parigi e attualmente esposto al Mast di Bologna fino alla fine di settembre. La retrospettiva ripercorre un ventennio della sua carriera accostando video, fotografia, scultura, collage e stampa in 3D in tre grandi progetti portati avanti nel corso degli anni e il più recente, inedito “Hands” esposto a Bologna per la prima volta al pubblico. Imprescindibile resta per l’artista franco-algerino, al di là del linguaggio scelto, fotografico, scultoreo o performativo, una riflessione critica sulla società contemporanea toccando temi fondamentali come le città, le migrazioni di massa, il conflitto tra società e individuo nei singoli rapporti di potere, infine la rappresentazione o auto-rappresentazione di sé. Non si tratta di una fotografia documentaria_ la pura e semplice documentazione oggettiva di realtà_ ma di una “messa in scena fotografica”, di una finzione costruita attraverso il coinvolgimento attivo dei soggetti rappresentati nell’ottica “partecipativa” di qualcosa che si realizza o si rende visibile come accadimento di fronte ai nostri occhi. I soggetti non sono solo passivamente colti dal fotografo ma divengono attori di dinamiche sociali esposte o involontariamente svelate: le tensioni nelle banlieues parigine, la parata di “cow boys” neri a Filadelfia per “Horse day”, infine auto-ritratti che simulano selfie di giovani francesi delle nuove generazioni . Continua a leggere
Renzo Franzini – Mappale dei cammini – LietoColle Ed., 2017
Il riordino della libreria di casa riserva sorprese e rammarichi. Le prime riguardano i libri che non ricordavi di avere e che magari hanno avuto qualche importanza nella tua vita; gli altri invece i libri che sono caduti senza colpa nel dimenticatoio, persi nel caos dei saggi, degli invii, delle proposte di lettura a cui è arduo tenere testa. Uno di questi è il libro di cui parlo brevemente oggi, speditomi – ed è una delle ragioni del rammarico di averlo perso di vista – su consiglio di una poeta che apprezzo, un’amica, Elia Malagò, accompagnato – altra ragione di rammarico – da una gentile lettera scritta a mano dall’autore che a quanto pare all’epoca non fu sufficiente viatico. Cerco oggi di recuperare in qualche modo.
Il Mappale di Franzini è una raccolta dei versi scritti giornalmente dal Settembre 2013 al Settembre 2014, prosecuzione naturale e conclusione, mi dice l’autore, di un volume uscito nel 1999 per Campanotto, Le luci, prima parte di quello che Franzini – e questo è già interessante – chiama un poema. Un termine, diciamolo, già abbastanza inusuale qui da noi, ma che rende bene l’idea organizzata che sta dietro questo lavoro, il suo respiro complessivo, e soprattutto la consapevolezza di una sua intrinseca unità, di cui cercheremo di parlare.
Sembrerebbe infatti che lo scrivere qualche verso (a volte pochi, a volte molti) ogni giorno per un anno conducesse ineluttabilmente a una frammentaria “occasione”, alla piccola epifania quotidiana. Tuttavia, in una breve nota introduttiva, l’autore ci dice che il suo sforzo è stato quello di “nulla scartare nella tensione tra caso e disciplina”, che è, mi pare di capire, la bella disposizione d’animo di chi accoglie l’evenienza e la trasforma con maestria in un segno.
Franzini si mette in cammino, in un certo senso proprio alla ricerca di quel “caso”, che è ovunque, tanto più forse nei luoghi famigliari, domestici, in cui certo si aggira un genius loci su cui è possibile fare affidamento, insomma una identità in cui riconoscersi. È il basso corso del Po, la Bassa tra Reggio e Mantova, dove mi pare che Malagò e Franzini si incontrino e si riconoscano, l’una di Felonica, l’altro di Guastalla, nel reggiano, qualche chilometro più a monte. Come scrissi per Elia, anche qui la prima evidenza mi sembra che sia “il richiamo forte e presente ad un territorio concreto, quella specie di plat pays sulle rive del Po […] che è il suo, che è reale ed ha insieme […] un senso tropico, traslato, un significato esteso che travalica quello puramente oggettuale, ovvero luogo dell’anima e canovaccio di storie, terra di continuità e radici però senza strapaese e senza mitologie, ma semmai abitato da lares attuali, da un “adesso“ persistente che lo preserva”. Ma non voglio stare a far paragoni, né ci interessa parlare di affinità tematiche, di areale poetico. Certo qui in Franzini c’è anche (o c’è in misura maggiore) un senso mistico, una ricerca del sé che risiede proprio nell’idea di cammino, una cosa che nella sua poesia sta (e sta bene) tra il pellegrinaggio, il voyage autour de sa chambre (perché in fondo non ci si allontana mai molto da dove siamo nati), una flânerie equamente divisa tra Benjamin e Walser, ma sempre in attesa di una visione (“camminiamo ci / perdiamo sottratti dalla incredulità”). Tanto che qualche volta la concretezza delle cose, la loro nominazione, sembra fare un passo indietro a favore del pensiero meditante, della riflessione quasi assorta del camminatore (“meditando la terra si improfonda”). Spesso il cammino di un giorno si condensa in un pochi versi (o uno solo), una considerazione indiscutibile e a volte oracolare come un I-Qing (“la luna affonda nel lato destro della notte / tempo di diserzione e di / ritiro”), altre volte si distende come se le suggestioni riportate avessero bisogno del respiro della parola.
C’è forse l’illusione, anzi la speranza di qualcosa di “sicuro” perché immutabile come il tempo, e però minaccioso poiché l’immutabilità non permette alcuna catarsi, perché “l’immobile mondo specchia l’immobile universo”. E forse la tragedia umana sta qui, nell’essere una coscienza peritura, non infinita, un essere “abraso dal denso indifferirsi della noia”. Allora il diario, il mappale dei cammini è uno strumento inventato dall’uomo, uno strumento di misura del tempo stesso, giacché “la stesura di un diario si prova a patteggiare con la morte / un frammento di ulteriore dilazione”. Ecco, la morte, il nucleo centrale del pensiero di un peripatetico, esito di un simbolico cammino attraverso due “oggetti” inaggirabili come la natura (per quanto famigliare e antropizzata come quella sotto casa) e il tempo, dilazionabile solo in quanto soggettivo, memoriale, esperito come intendeva Bergson. Questo attraversamento non è passivo, per quanto possa essere connotato da “una pigrizia attesa volenterosa”, da una “grande lentezza di sé”, anzi sembra costantemente verificato, anche culturalmente, basti pensare a quanto riecheggia, in chi scrive e in chi legge, anche un unico verso (di un unico giorno) quale “lascia le cose vadano via nello stile leggero della mutazione”. E sembra anche non indulgente, nemmeno nelle sue espressioni più lirico-elegiache, perché anche quando “il tempo non ha resto” o aleggia sul camminatore una metaforica perturbazione c’è spazio per un elemento di resistenza, un ricordo, qualcosa che vale la pena di annotare e, quindi, di fare esistere nella coscienza.
È chiaro che c’è una sfida nello scrivere qualcosa per un anno intero, ogni giorno. Una sfida e forse una fede nel potere della scrittura, ma anche una grande fiducia in quello che possiamo chiamare vagamente l’ispirazione, nel poter rinvenire qualcosa di “poetico” o qualcosa che sia possibile “trasformare” poeticamente. Ne deriva forse, in qualche passo, una “fatica”, specie dove quello che si presenta al poeta resta oggetto per il poeta stesso, una relazione fattuale, non emotiva (ma “siamo forse anche noi oggetti per gli oggetti”). Ma va anche detto che nella stragrande maggioranza dei casi (e qui si nota viceversa un impegno in tal senso) è raro trovare un io centrale in questi testi, come un procedere in punta di piedi nel cammino, senza invadenze, senza egoismi. È in questo atteggiamento quasi da pellegrino che forse sta l’aria mistica che talvolta traspare da questa raccolta (e del resto Franzini lo dice chiaramente: “occorre una etica della attesa una pratica dell’ozio una / fisica della immobilità sotto l’egida della contemplazione”). E procedendo il tempo e i testi si dilatano, assumono lo spessore di un confronto anche con sé stesso, il flâneur, man mano che ci si avvicina al traguardo, cede il passo ad un osservatore del proprio persistere in una realtà che può essere certo “disillusa” rispetto al sogno (e quindi alla vita interiore) ma che, insieme “monocroma” (cioè unica) e di “poche cromie” (cioè combinatoria), si muove “dentro la materia complicata”. Franzini sa di non essere solo ciò che percepisce o è percepito, e nemmeno solo ciò che pensa, ricorda, riconosce nel consueto ambiente, verso il quale forse ha un debito di appartenenza. Sospetta anche che, proprio nel momento in cui lo registri e lo “riscrivi”, qualcosa di questa realtà ti sfugge. La sua scrittura, che cerca di rendere precisa e più limpida possibile, serve a raccogliere più che può, come in un crivello da cercatore. Ed è con questa determinazione che intraprende ogni giorno il suo cammino. (g. cerrai)
Il libro, purtroppo oggi fuori catalogo, è tuttavia reperibile QUI, nella Biblioteca di Rebstein, grazie al lavoro meritorio dell’amico Francesco Marotta, recentemente scomparso. È una buona occasione per leggerlo. Pubblico solo qualche testo esemplificativo tratto dalla prima metà del libro, rimandandovi per il resto della lettura al link indicato. (g.c.)
Paolo Artale – Allusione alla flora – Anterem Ed., 2024
Dopo le conversazioni le allusioni, potremmo dire. Dopo cioè la raccolta precedente, le Conversazioni con la natura di cui parlai un paio di anni fa (v. QUI), Paolo Artale torna in apparenza a rivolgersi a quel regno, a riprendere forse un colloquio, una “allusione” almeno con una sua parte. La natura, quindi, cos’è? Una speranza, uno specchio, un miltoniano paradiso perduto? O una metafora di una quête, una domanda gettata all’interno di una caverna? O ancora, come scrissi, un rispettabile interlocutore, qualcosa che ti sta pazientemente ad ascoltare? Questo libretto (due sezioni, una trentina di pagine, testi prevalentemente brevi) è abbastanza diverso dal citato Conversazioni, come se avesse subito un processo di decantazione, anzi di disidratazione. Se possiamo interpretarlo come un segno, intanto diciamo che la presenza naturale si è diradata, nei nomi e nelle manifestazioni, quasi sommersa dal linguaggio umano, a favore di una complessiva rarefazione del discorso, come se l’interlocutrice fosse diventata ancor più taciturna, o indifferente all’uomo. Era, devo dire, una tendenza già evidente nelle Conversazioni, dove – scrissi – “l’uomo (e il poeta) riempie la natura di eloquio (e non solo di logos, come ha notato qualcuno), e in sostanza, biblicamente, se ne appropria, la invade”, tanto che alcune di quelle considerazioni mi sembrano valide anche in questo caso. E però qui il rapporto tra l’io e la natura è ancora più egoico, se possibile, anche quando non appare in prima persona, perché, mi pare, è proprio il lavoro sul linguaggio, molto maggiore rispetto alle Conversazioni, a far sì che questo avvenga. Qui l’eloquio, in quanto espressione dell’uomo, riempie lo spazio, non aspira a “realizzare” la natura, non le chiede riscontri e forse nemmeno la riconosce più, come annotai, come “simbolo di un sistema di segni tradizionalmente leggibili e quindi antagonista di un mondo complicato”. C’è come un’acquistata diffidenza, a tratti, come due soggetti che hanno perso fiducia tra loro. E tuttavia talvolta la natura (o semplicemente l’ambiente) sembra dire qualcosa in una lingua antica di cui si è persa una funzione interrogativa, qualcosa di interrotto come una soluzione senza problema, una risposta senza domanda. La comunicazione allora avviene per “sentimenti”, un riversare non reciproco di malinconie, inquietudini, uno scambio che non è alla pari, in cui perfino i fiori o la terra hanno una superiorità per così dire filosofica rispetto all’uomo, una dignità eterna. Il poeta, se a volte tenta qualche arroganza, si scopre perdente in quanto limitato, anche solo per il fatto che “non / saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle / rugiade”.
È proprio il linguaggio, teso in questo libro a una ricerca formale che prenda le distanze da eventuali residui lirico/elegiaci (che peraltro rientrano dalla porta di servizio), a stabilire certe distanze tra interlocutori. I nomi delle cose sono pietre confinarie, terminetti. Segnano qualche volta un prima e un dopo, come testimoni: un giglio selvatico attesta un’attesa, il fogliame “ha certe convinzioni”, un’offerta di calendule rende possibile un gesto e così via. Sono appunto allusioni, e lo sono esattamente come in un discorso (qui c’è in effetti una segreta conversazione tra umani), si accenna a “qualcosa” (deittico più volte presente), ma a qualcosa di apolide, “cose” a cui sta a “qualcuno” dare una cittadinanza (e vale la pena sottolineare come tutto ciò contribuisca a un certo senso del vago, dell’indeterminato: le cose “ferme”, “tutte le cose che digradano verso il mare”, le cose che “si sporgono”, “il fianco delle cose” fanno il paio con il citato “qualcosa”). La natura, più che un contraltare (e più di quanto avvenisse nelle Conversazioni), mi pare che sia un fondale emotivo, i testi come è possibile vedere sono segnati da una cesura, anche significativa se vogliamo, tra un orizzonte fattuale (più o meno naturale) e una sorta di resipiscenza della psiche, un formulazione tiepida di pensiero, l’addensarsi di questo pensiero in una specie di autostima del linguaggio, quasi come l’affermazione di una differenza di genere, di una inquietudine però priva di pathos che il “fuori” non percepisce o ignora. E però questo fuori è anche luogo di bellezza in qualche misura fruibile, di “abbellimento” (Artale), agente di una aspettativa canonica (“lo splendore non è solo una forma di / riflesso è quello che mi aspetto”), pur nella sua consuetudine (“l’aspetto domestico delle piogge”), una bellezza non necessariamente consolante, né, come si è già detto, “comunicante”. Al suo limitare, come al limitare di un bosco e del suo buio, sta la più volte citata casa, l’abitare, forse il simbolo di un permanere però suscettibile di qualche cedimento, un luogo “abusato” dal vento, che imita le nubi (immagino nelle sue finestre), che forse funge da avamposto come il forte del sottotenente Drogo, contro una minaccia non chiara che però in una certa misura “serve”, fornisce una ragione che forse, speculando oltre, mancherebbe del tutto. La complessità del mondo (in cui la natura è già oggi marginale) è lontana da qui, e anche questa poesia registra, a mio avviso, una impossibilità dialettica che si sostanzia in una visione per forza di cose frammentata e soggettivista, per quanto sostenuta dalla scrittura certamente abile di Artale e dalla sua ricerca linguistica, tese a definire la sottile indefinitezza di uno “stare”. E dove anche la natura, pur domandandoci se con varie sfumature sia essa specchio, metafora, interlocutore, da un libro all’altro si assottiglia lentamente come il gatto di Alice. (g. cerrai) Continua a leggere
Mi fa piacere far presente a chi segue questo blog che, anche a seguito di uno scambio di messaggi con l’autore che ha anche apportato delle mende rispetto al testo a stampa, il post dedicato al libro di Marco Ceriani “Le sollecitudini” (Ed. Associazione culturale La luna) è stato integrato di un ulteriore testo, intitolato “Dubbi”, anch’esso – è lecito immaginare – dedicato alla figura di K. e alla scrittura: “Nel dubbio se “aggiungere” o “togliere” qualcosa – poniamo: un aggettivo alla frase, un séguito al suo stesso proemio…: allo scopo d’attinger un qualsivoglia, recondito esito… – egli, senza tentennamenti di sorta, accordava la sua predilezione alla seconda delle due opzioni…” (v. il seguito QUI)
Jack Vettriano – (Mostra a Palazzo Pallavicini, Bologna)
“In the mood”, titola l’introduzione all’opera di Jack Vettriano, artista scozzese contemporaneo ancora poco conosciuto in Italia cui Palazzo Pallavicini a Bologna dedica una retrospettiva fino al prossimo 20 Luglio 21 settembre a pochi mesi dalla sua scomparsa. Proprio in quel particolare “mood” o atmosfera, infatti, ci conduce la pittura unica e raffinata di Vettriano, sensuale e ammaliante quando ispirata da una musa o “femme fatale” al centro della tela, ora intrisa di nostalgia e desiderio quando riportata su quella spiaggia scozzese sovente al centro della sua creazione. Vettriano nasce nel 1951 da una famiglia di origine italiana per parte materna proprio nella contea scozzese di Fife le cui suggestioni paesaggistiche ritornano sovente nella sua pittura. Abbandona gli studi a 16 anni iniziando a lavorare in miniera per intraprendere poi la strada dell’arte in maniera autodidatta dall’età di 21 anni influenzato dai quadri di Hopper, dai coloristi scozzesi, dall’estetica del cinema noir e più tardi dal cinema hollywoodiano. A prescindere dal soggetto luci e ombre permeano costantemente le sue tele attraverso un intenso chiaroscuro che domina tutta la sua pittura traslando sempre la medesima da realista a simbolica, in ogni caso evocativa di una storia intravista ma mai totalmente svelata, osservata e colta in sordina come se l’artista fosse testimone invisibile della scena. Il tocco di Vettriano resta rapido, incisivo, capace di cogliere in pochi tratti essenziali il “mood” vale a dire lo stato d’animo pervasivo dello scorcio rappresentato. Il ritmo musicale citato come fonte di ispirazione è quello del jazz: rapido, sincopato come l’alternarsi degli strumenti in un dialogo d’ improvvisazione. Lo si ritrova, infine, nel contrasto dominante tra luci e ombre nei suoi quadri, tra ciò che è rappresentato e manifesto e ciò a cui rimanda di allusivo e misterioso nella scena. Continua a leggere