Archivi autore: admin

Margherita Rimi – Restitutio ad integrum

Margherita Rimi - Restitutio ad integrum (Poesie 2015 - 2024) - Marsilio, 2025Margherita Rimi – Restitutio ad integrum (Poesie 2015 – 2024) – Marsilio, 2025

.

Il corpo non smette di essere centrale, in molta poesia contemporanea come in questa di Margherita Rimi (v. anche qui), anche se forse cambia di prospettiva, cessa in qualche modo di essere proiezione drammatica, anche politica magari, di un soggetto combattuto e combattente, diventa elemento semantico, metafora o meglio ancora simbolo di un più generale terreno di resistenza, che è tale finché la mente (ovvero l’ego) lo sostiene, di una “salute”, non solo materiale, che deve essere difesa, anche con un suo proprio corpo-lingua, e “restituita”; o della stessa poesia, dove, auspicabilmente, “non ci sono parole che si sprecano / ci sono parole che si spostano / parole che misurano parole”. Un corpo non tanto di qualcuno, ma di qualcosa, che magari di quelle parole è fatto.

Come ricorda nel risvolto Gandolfo Cascio, la restitutio ad integrum di un corpo è obbiettivo ippocratico e speranza di ogni medico (come Margherita). Ma cos’è che in questo libro deve essere restituito alla sua integrità? Per determinarlo bisogna capire che questo lavoro è o vuole essere un’uscita da una crisi, che non è solo quella di un individuo ma anche e soprattutto quella di un io poetante, di un individuo poeta alle prese con un oggetto/estensione (la poesia) non perfettamente funzionante, come malato. Un individuo che si chiede: è possibile essere io senza essere poeta, “un bipolare: medico/scrittore”? O essere un corpo abitato dalla poesia, un corpo che contiene una eventualità di creazione? Margherita ne rende conto chiaramente nella poesia La tragedia del poeta in cui si legge tra l’altro: “Non scrivo più una poesia / da tempo / da più di un anno…invece accumulo fogli e / fogli / parole e parole”, cosa in sé abbastanza coraggiosa da dire da queste parti. E altrove Margherita parla di “paralisi dello sguardo”. Ma non è questo, o non solo: anche se questa confessione venisse meno il libro è pieno di indizi, a cominciare dal costante e numeroso ricorso ai segni, a indicatori puramente verbali, a “nomi”, come quello di “poesia”, alla parola “parola” in tutte le sue declinazioni, alla parola “scrittura”, alla ripetuta riflessione metapoetica (o anche metalinguistica) che non è tanto una meditazione sul mezzo quanto una interrogazione angosciata, come un Michelangelo che percuote il marmo gridando “Perché non parli?”. È come se il corpo, anche quando non minimamente citato, si appellasse alla parola, alla parola di parola, alla grammatica di grammatica, e lo diventasse, come qualcuno che crea con la sua paralisi. E lo stesso per la poesia. Ricordo quello che diceva Salvador Dalì, che se fosse stato incarcerato in una cella buia avrebbe continuato a creare con i fosfeni retinici generati premendosi sugli occhi. E nello stesso tempo il corpo fisico, con le sue complicazioni materiali, “che non vuole restare solo / senza di me”, che “era così silenzioso / che mi dimenticavo di lui”, tuttavia “in sacrificio per me portava una poesia”, e ancora il passato del verbo segnala qualcosa, quasi la rottura di una complicità. Nel testo La resa dei corpi, poi, il dettato si indurisce nella petrosità dei termini scientifici, il corpo torna ad essere una nomenclatura, un meccanismo, forse – quindi – una macchina celibe. Il corpo che non sta bene smette di essere silenzioso, protesta, ma non crea poesia. O forse è esattamente il contrario, è la poesia che non cura, che a volte non riesce a creare un senso che “curi”: un dilemma che è quasi un’aporia.

Non è certo un caso che la più breve sezione finale, Restitutio memoriae, sembri risalire una china. La memoria, anche rifratta e reinterpretata, è un solido appiglio, è materiale “confortevole”, è un ritorno, un nostos, e indizio ne sia il ricorso a termini dialettali, “materni”, a un andamento colloquiale, a una lingua che è certo segno ma segno “storico”, vissuto, in qualche misura fecondo. E se lo sguardo, in quanto memoriale, è rivolto all’indietro, è altrettanto vero che sia quanto meno rivolto al di fuori, fuori dal corpo “silenzioso”, un diverso orizzonte, compreso quello familiare della sua esperienza con i bambini (Margherita è neuropsichiatra infantile). E se l’accento si fa lirico, in queste belle poesie, se si fa elegiaco, va bene. Anche la musica, il ritmo, curano.

Certo un libro sofferto, e si vede, con i suoi alti (non pochi) e bassi inevitabili, con cose che convincono meno e altre di gran qualità, con una scrittura tuttavia che nella sua migliore espressione riesce a risolvere il dilemma di cui si diceva, e anche la sfida, quasi un ossimoro, di una poesia che vuole compiangere la propria assenza. (g. cerrai)

. Continua a leggere

Jeff Wall, “Living, working, surviving” (al Mast di Bologna)

Jeff Wall - The drain

Jeff Wall, “Living, working, surviving” (al Mast di Bologna)

“ The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le cornici luminose di Jaff Wall fotografo canadese esposto al Mast di Bologna fino al prossimo 8 Marzo nella personale “Living, working, surviving”: una selezione di vent’otto opere in grande formato tra “lightbox” e stampe a colori o in bianco e nero che ripercorrono gran parte del suo lavoro artistico dagli anni ottanta ad oggi. Le lightbox si presentano perlopiù come enormi diapositive illuminate a neon simili alle insegne tipiche delle fermate dei mezzi di trasporto pubblici nel nord America. Si ergono espanse lì di fronte ai nostri occhi come volessero portarci dentro l’immagine, nella sua immediatezza di una quasi tridimensionalità di visione su semplici fatti quotidiani ma più spesso su scene ricostruite in studio che mostrano eventi mai accaduti ispirati al reale. Continua a leggere

Letizia Battaglia: la sincerità di uno sguardo

Letizia Battaglia: la sincerità di uno sguardo

(Retrospettiva al Museo san Domenico, Forlì)

Chi ha in mano una macchina fotografica ha un mezzo potente e meraviglioso per esistere, per essere, per incontrare il mondo. E ha anche una grande responsabilità”.La fotografia diventa o, meglio, è la vita raccontata[1] afferma Letizia Battaglia e in tale binomio imprescindibile tra il mondo e il suo modo di diventare immagine – significante, intuitiva, poetica – vive oggi più che mai tutta la sua opera fotografica visitabile in retrospettiva fino al prossimo 11 gennaio al Museo san Domenico di Forlì. Un percorso creativo visto in molteplici sfaccettature dagli esordi ai primi anni duemila ma sempre e comunque legato dal filo rosso dell’impegno civile imprescindibile dal suo lavoro artistico. Continua a leggere

Agostino John Sinadino – Poesie, a cura di G. Cerrai

Agostino John Sinadino – Poesie

.

Il presente articolo, con varianti e con una selezione ridotta dei testi, è già apparso sulla rivista Menabò n. 19 – febb.2025 (Terra d’ulivi ed.). Tutte le traduzioni originali sono mie. (g.c.)

.

Ho letto per la prima volta Agostino John (Giovanni) Sinadino in una deliziosa opera (tre volumetti in 24°) intitolata “Poeti simbolisti e liberty in Italia”, uno di quei libri che solo Vanni Scheiwiller sapeva fare (Strenna del Pesce d’Oro 1968, 72, 73, a cura di Glauco Viazzi e V. Scheiwiller), anche se non proprio “taschinabile”, come lui amava dire. Sinadino è poeta pressoché sconosciuto in Italia, o almeno dimenticato da tempo immemorabile. Di origine greca, nato a Il Cairo nel 1876 da madre italiana (la milanese Carolina Casati, musicista) e da Ioannis Constantin Sinadino, banchiere, e morto a Milano nel 1956, è stato un autentico cosmopolita, capace di entrare in contatto con le culture più stimolanti dell’epoca, subendo gli influssi futuristi, ma anche e soprattutto simbolisti, a cominciare dal riconosciuto maestro del simbolismo, Stéphane Mallarmé, senza perdere di vista autori come Proust, Poe, Baudelaire. Segnato da una doppia cultura, Sinadino scriverà ora in francese (lingua di comunicazione in Egitto all’inizio del secolo), ora in italiano (lingua madre). Sposatosi a Londra nel 1900, ha vissuto alcuni anni a New York (1906-1910), è tornato ad Alessandria per 20 anni (1910-1928) e ha concluso la sua vita a Milano, dimenticato da tutti e totalmente rovinato. Morto senza eredi, sepolto in modo riservato a Milano – la sua famiglia non ha voluto contribuire al suo funerale – il suo nome non è nemmeno presente sulla sua lapide. Agostino John Sinadino sembra essere restato sempre fedele a una concezione molto elitaria della scrittura, considerata un’attività privata, silenziosa, incurante di qualsiasi successo di pubblico. È sorprendente la scelta di fare della sua opera una sorta di “anti – opera”. La critica più recente vede in questo percorso “sotterraneo”, realizzato a margine della modernità, la realizzazione di una poetica della cancellazione ispirata a Mallarmé: un cammino di spoliazione votato a una vera “scomparsa dell’eloquio”, per finire a non essere che un nome sulla copertina di qualche libro. Si indovina sullo sfondo una concezione quasi mistica della letteratura, che si suppone possa bastare a sé stessa, a prescindere da eventuali lettori “reali”. La sua opera, segnata certo dall’influenza di Mallarmé, è stata infatti elaborata a contatto con tutti gli scrittori di primo piano come André Gide (una corrispondenza con il poeta è stata pubblicata di recente dalla rivista Studi francesi, mentre le lettere inviate a D’Annunzio, che mai rispose, sono conservate al Vittoriale), il poeta greco Kavafis, Paul Valéry che ha scritto per lui una prefazione, o il futurista Filippo Tommaso Marinetti. In totale, ci sono otto libri o raccolte di poesie pubblicati dal poeta tra il 1898 e il 1934. Queste opere mostrano una ispirazione mistica e simbolista, ma anche una grande libertà espressiva e formale (anche se l’autore non si è mai associato a qualsiasi specifica avanguardia). Ancora oggi la sua scrittura, a parte l’apparirci a tratti retorica, è capace di fornire al lettore grandi suggestioni. Una poesia misurata, controllata più di quanto appaia, ma insieme carica di una mistica particolare, religiosa fino al sincretismo, in cui l’autore ricerca non solo la purezza della parola ma anche la sua stessa purezza, una poesia nella quale “il reale si lascia dai suoni, colori, sensazioni ed emozioni raccogliere” (E. Citro) e che sembra bruciare intensamente dall’interno, nella sua meditazione sul tempo e sulla morte. (g.c.)

. Continua a leggere

Basil Bunting – Briggflatts

Basil Bunting - Briggflatts - puntoacapo editore, 2025Basil Bunting – Briggflattspuntoacapo editore, 2025

.

La prima volta che ho incontrato i versi di Basil Bunting è stato nel 1982, sulla rivista/volume Poesia Due, edita da Guanda e diretta all’epoca da Franco Buffoni. Erano testi appunto da Briggflatts, tradotti per la prima volta in Italia da uno dei grandi dimenticati della poesia nostrana, Dario Villa, traduttore anche di Sonatas, uscito postumo per Flussi Edizioni nel 1998 (Villa era morto nel ’96). Quei versi mi fecero allora una grande impressione ed ecco ora che Bunting riappare, e mi pare davvero una bella notizia, nella traduzione della sua opera capitale curata da Mauro Ferrari, con la prefazione di Edoardo Zuccato.

Briggflatts è il lavoro che dette una fama definitiva a Basil Bunting (1900 – 1985), campione di un modernismo che tuttavia, come avverte Zuccato, non appartiene tanto a quello britannico (che arriva fino a Larkin) ma è piuttosto vicino a quello internazionale (e segnatamente americano) poiché “mister Bunting” era amico e frequentatore, specie in Italia nel periodo tra le due guerre, di Pound, suo vero mentore, che lo cita per nome nei Cantos, insieme a Cummings, come uno di coloro che lottano “contro ottusità e grasso”. In realtà Bunting era noto solo in ambienti ristretti e infatti fu solo nel 1966, quando uscì Briggflatts, che diventò punto di riferimento della poesia anglosassone, impressionando – mi piace ricordare – con “parole che splendono come brina” critici come Connolly e Macdiarmid e poeti come Robert Creeley.

Briggflatts è, come recita il sottotitolo originale, un’autobiografia in versi che prende le mosse proprio dalla località della Northumbria, in cui tra l’altro il poeta è sepolto. Divisa in cinque sezioni più una coda, che rappresentano stagioni dell’anno e della vita, l’opera (a tutti gli effetti un poema epico) spazia da una evocazione della giovinezza e dei primi amori (a Briggflatts il giovane Basil, quacchero, frequentava una meetinghouse di quella religione), alla storia della sua regione nel medioevo, alle antiche saghe del Nord, all’Oriente, specie in Persia dove Bunting operò come agente segreto per l’Inghilterra durante il secondo conflitto, a considerazioni sull’arte e la storia così care ai modernisti, fino alle finali considerazioni poetiche sul ciclo della vita, la mortalità e la trasformazione.  Il poema si chiude con un senso di pace e accettazione, un ritorno all’essenza della vita e della natura, che trascende il tempo e la memoria individuale. Inutile dirlo, niente di più eliotiano, di più modernista. Al di là delle accuse che ricevette a suo tempo di passatismo o di epigonismo poundiano, quest’opera costituisce un pilastro della poesia novecentesca, poiché, come scrisse Dario Villa, “Bunting pietrifica la pagina e usa la penna come uno scalpello, scolpisce statue verticali e bassorilievi così intricati da far pensare a una secca e caustica calamita che attira immagini nitide in un labirinto a più piani”.

Aggiungo solo una nota personale, una sorta di reminiscenza di un altro pilastro della poesia modernista. Parlo del Paterson di William Carlos Williams. Anche lì autobiografia e luogo, struttura e forma, memoria e identità, interazione con la Storia, riflessione sulla natura stessa della poesia. Non certo un’ipotesi di influenza, forse possibile (Paterson è del 1946-58, ed. def. 1963), ma un terreno che sarebbe davvero interessante esplorare.

Un libro, Briggflatts, da leggere. Ferrari, oltre ad un accurato saggio introduttivo, ne fa una “coraggiosa traduzione”, come ha scritto sul “Manifesto” uno che se ne intende, Massimo Bacigalupo, il quale a suo tempo propose a Ferrari, che in apertura lo ringrazia, una tesi proprio su Bunting. (g.c.)

. Continua a leggere

Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

Brevi di cronaca: Aldo Galeazzi e i suoi gabbiani

.

Alcuni testi tratti dalla raccolta di Aldo Galeazzi Piovono gabbiani alti (Ed. Erasmo, 2016), giuntami per sollecitudine di un amico solo ora.

Poesia “giusta”, quella di Aldo Galeazzi. Giusta come scrittura, abile nelle sue capacità espressive, ben misurata in ritmo e respiro. Giusta come temi, nel senso di una attenzione a un presente reale in cui si muove un io immaginario (o forse è il contrario?), in cui si dà la giusta attenzione ma un po’ sullo sfondo a certi fenomeni dell’oggi così com’è, non descrivendoli, non essendo necessario poiché, come si legge nel “manifesto” della collana che lo ospita, “l’atto poetico squarcia l’indistinta e rutilante cortina fumogena del Reale. Lo sguardo delibera un altro caos ordinato emerge la cosità della cosa”. D’accordo.

Che sia sorretta da una buona scrittura l’ho detto, anche intelligente, a volte impreziosita da buone intuizioni, da invenzioni metonimiche, a volte incrinata da luoghi comuni, una poesia a tratti pensosa, a tratti ariosa come la Terrazza Mascagni, a tratti malinconica, a tratti narrativa, a tratti riflessiva, a tratti intimista, a tratti politica, a tratti ammiccante, a tratti arguta, a tratti astuta, a tratti… Il suo autore è un flâneur direi postmoderno (ma chi non lo è?), attraversa per lo più la città, la sua Livorno come da molti indizi (per caso nasce però a Pisa), ci porta con sé, anche piacevolmente, ci indica col dito cose o avvenimenti che hanno o potrebbero avere un significato ulteriore, fatti, film visti che fanno capolino dai versi, a volte ci scherza sopra, con un suo esprit livournois, ma, sempre per via dello stesso spirito, fino a un certo punto. Poesia locale, poesia universale, non importa, Galeazzi ha il suo stile, che potrà anche avere i suoi difetti (e le sue ingenuità, ce n’è qualcuna) ma che certo è libero e un po’ beat e un po’ chissenefrega essendo tutt’altro che “ispirato dalla poesia contemporanea che ci circonda in streaming” (parole di Galeazzi). Stile che però non si è dimenticato di buone letture (potremmo fare nomi ma si fa prima a citare Piero Ciampi perché molte di queste poesie sono cantabili) né del suo genius loci, che in quella città di mare è peculiare come in poche altre, come uno maestralino che attraversa i testi, si porta malinconie e delusioni, ma rinfresca anche una visione della vita in cui ci si può pure ritrovare e che ha i suoi alti e bassi. Proprio come questa poesia. (g.c.)

. Continua a leggere

Mattia Moreni in mostra a Bagnacavallo

MATTIA MORENI: dalla formazione a “L’ultimo sussulto prima della mutazione” (ex convento di San Francesco, Bagnacavallo)

All’inizio del percorso è un melo verdeggiante visto su una tela enorme che occupa tutta la superficie di una parete in mattoni a vista e s’apre in cima a un’enorme scalinata in marmo;la mostra prosegue poi da un corridoio centrale in salette laterali dall’intonaco scrostato e varchi o fessure sulle pareti grezze nell’antico convento di San Francesco a Bagnacavallo volutamente scelto per ospitare l’opera di uno degli artisti più originali del novecento italiano: Mattia Moreni.

Fino alla fine del prossimo gennaio, infatti, in tale spazio inusuale all’apparenza disertato, lasciato al decadimento della sua forma originale di “luogo religioso” ma irradiato di una luce naturale, soffusa che lo attraversa come una scia luminosa da lato a lato è visitabile la prima parte del percorso espositivo dedicato a Mattia Moreni: “Dagli esordi ai cartelli”. Il progetto proseguirà itinerante con altre quattro mostre fino alla conclusione del ciclo espositivo a Maggio 2026 per celebra la poetica del pittore dagli inizi all’apice della carriera in particolare nel suo legame unico e profondo con la terra romagnola.

“Un melo”(1964) dunque si erge all’inizio del percorso immenso nelle tonalità verdi e azzurre sulla parete centrale della galleria. Così lo vede Moreni, portato quasi alla deformazione espressionista nell’uso esacerbato del colore in poche linee essenziali eppure vitali, sospinto dal vento che come ondata lo travolge e lo assimila al suolo verdeggiante ma anche, lo trasforma in un’entità vivente, innata nel movimento, antropomorfa quasi. Lo sfondo del cielo è ugualmente soggetto a tale immersione profonda in un blu espressivo, intenso e anti-naturalistico. Continua a leggere

Simona Menicocci – Si fa per dire

Simona Menicocci - Si fa per dire - Arcipelago Itaca, 2025Simona Menicocci – Si fa per direArcipelago Itaca, 2025

.

Già, si fa per dire. Titolo azzeccato, senza dubbio, da diversi punti di osservazione. Nel linguaggio colloquiale “si fa per dire” corrisponde a un mettere le mani avanti, chiede in anticipo una manleva su quanto verrà detto, poiché l’enunciato sarà, per tacito accordo tra emittente e ricevente, variamente attendibile e non certo ultimativo. Questo assegna alla locuzione già un senso che non è detto abbia davvero, in questo contesto può darsi invece che indichi semplicemente un vuoto comunicativo, che sia – letteralmente – un’azione puramente enunciativa, cioè facciamo qualcosa per dire qualcosa (o nulla). Sono ipotesi, se ne potrebbero fare altre, e già il fatto che ne esistano è interessante, un interesse diciamo un po’ specialistico, che forse sta un po’ fuori dalla lettura del libro stesso, da quello che ci restituisce immediatamente.

L’ultima cosa di Menicocci che ho letto è Saturazioni (Diaforia, 2019, saggio introduttivo di Luigi Severi, ne ho parlato QUI), un libro molto diverso da quello di cui stiamo parlando, in cui avevo trovato leggendolo non poche implicazioni, suggestioni feconde di sviluppi anche personali. Un libro addirittura “aurorale”, secondo il condivisibile giudizio di Luigi Severi. Qui siamo un po’ distanti da quella esperienza (non conosco la raccolta pubblicata nel frattempo, H24. materiali per un film – Blonk 2022) e lo siamo proprio a partire dal linguaggio, non tanto dalle sue articolazioni, nel suo uso eidetico o retorico (in senso buono), in cui comunque Menicocci si muove egregiamente; quanto nelle sue funzioni comunicative, di veicolo di idee discrete, di messaggi, di valori “politici”. A suo tempo parlai di “una lingua non arbitraria nemmeno nelle sue disarticolazioni più estreme e nel contempo non lascia[ta] apolide, priva [cioè] di radici e di destini, o autotelica, cioè rivolta ad un proprio ombelico segnico, in una strada a fondo chiuso”, mentre Severi, giustamente, annotava che “la ricerca nel corpo della lingua è ricerca dentro la presenza storica dell’essere umano, alle radici della sua costruzione di legami: letteratura come memoria narrativa di gruppo, legge come ipotesi di regolazione sociale, economia come dottrina di sopravvivenza”. E ciò dipendeva dal fatto che tutto il libro ruotava intorno a un’idea fondamentale: “un’inchiesta sulla storia umana. Ogni testo, infatti, centripeta sulla pagina uno o più eventi della cronaca umana contemporanea, affrontati obliquamente; non esprime un’esperienza privata del male, ma problematizza le possibilità di costruire e organizzare, a partire dai materiali del mondo (eventi e discorsi), esperienze linguistiche e affettive che possano essere comuni” (Menicocci). Il linguaggio dunque. L’accoglimento in esso di una dimensione del reale che lo alimenti e lo sviluppi, la Storia non soltanto come oggetto da dire, ma anche come fonte delle parole per dirla e dire il complesso oggi. Continua a leggere

Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

.

Conosco Enrico Cerquiglini da diversi anni, almeno da quando mi ospitò nel volume di poesie collettaneo Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, a cura di E. Cerquiglini e L. Ariano). Su questo blog, invece, trovate suoi testi tratti da Avvisaglie (2023), con una mia nota critica.

Enrico è umbro di Montefalco, vive a Gualdo Cattaneo, insegna Lettere in un istituto superiore di Perugia. È stato tra i fondatori e i curatori del “Sandro Penna”, ha scritto diversi libri di poesia, di saggistica (tra cui uno su Pasolini), nonché per il teatro. È insomma un uomo di ingegno, e non ostante ciò penso di poterlo definire un autore appartato, come suol dirsi, uno di quelli che non sgomitano per apparire. E questo credo dipenda in gran parte sia da una postura nei confronti dello scrivere che potrei definire raffinatamente artigianale, con un senso del “lavoro” creativo non dissimile da chi coltiva la terra nella verde Umbria, ovvero sapienza e rispetto degli strumenti e dei “materiali”; sia da una relazione costante (che è anche un obbiettivo) con una dimensione etica, morale, sociale e in ultima analisi civile e politica, nonché un legame con il territorio che è identità e tradizione. Tutti questi aggettivi, come scrissi a suo tempo, vanno presi, davvero, senza i preconcetti che a volte li accompagnano, specie tra poeti. E del resto forse Enrico non ha ambizione di fare poesia civile, ma solo (e mica è poco) riaffermare con forza una centralità umana, sua e di tutti, e nel farlo va da sé che emerga una specie di risentimento o anche una pasoliniana nostalgia, che però non è mai arretramento, è semmai, come scrissi, una memoria non volatile, una memoria “resistente”, come imperativo morale e debito (ma per queste e altre considerazioni rimando a quella nota).

I testi che propongo sono tratti dagli ultimi due libri pubblicati da Cerquiglini, Diario di un fainéant (Etabeta, 2024, edizione “clandestina” in 50 copie) e La casa lungo il fiume ed altri versi (Delta 3 Ed., 2025, premio L’Inedito XVII). Entrambi appartengono a pieno titolo al mondo di Enrico, pur con ambizioni diverse. Chi è intanto il fainéant? Non è il fannullone, il nullafacente, non è il flâneur caro a Baudelaire come a Benjamin, non è nemmeno un anarchico assertore della decrescita più o meno felice. È uno – ci dice Cerquiglini – che “non collabora, non partecipa all’orgia del Potere, osserva e si tiene in disparte, guarda gli scarti umani – deiezioni della macchina infernale”. Tuttavia non così passivo da non articolare la sua invettiva, appena (spesso) ne trova la ragione. E contemporaneamente registra il veloce decadimento del mondo, consapevole che niente e nessuno potrà farci niente, che il dire forse si sovrappone a una “afasia provocata dalla corsa al nulla”, la forma (forse anche quella dell’invettiva, aggiungo), anche rinnovata, rischia quasi di “nobilitare l’ignobile”. L’alternativa è il rimpianto, le neiges d’antan? No, è il riprendere a scrivere proprio a partire da quel dubbio, il poeta non rinuncia mai, é sempre possibile trovare un senso anche nelle pieghe di un verso. Il diario è un tragitto, una serie di stazioni di posta ma senza riposo, di luoghi in cui si è già vissuto senza tirare le somme, fatti che non si ricordano ma si rimasticano sperando di trarne un diverso succo. Continua a leggere