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Eve Arnold, “Photography”, nota di Elisa Castagnoli

Behind the veil

Eve Arnold, “Photography”

“Eve Arnold, l’opera, 1950-1980” recentemente presentato ai Musei San Domenico di Forlì restituisce un excursus, un’immersione a tutto tondo nel lavoro poliedrico e sfaccettato per quanto ancora poco conosciuto in Italia della fotografa americana Eve Arnold, prima donna a far parte della prestigiosa agenzia Magnum nel 1951, le cui immagini spaziano dal mondo dello spettacolo alla comunità di Harlem, dai temi sociali ai reportage in giro per il mondo, e ancora dal bianco e nero al colore in un vero e proprio viaggio attraverso la fotografia moderna. Al centro del suo lavoro come sottolinea la curatrice Monica Poggi: “c’è sempre l’essere umano, sia che i suoi soggetti siano celebrità acclamate in tutto il mondo o migranti vestiti di stracci, poco cambia”. E la fotografia permane prettamente per Arnold come un “atto dello sguardo”_ nei ritratti delle star svelate in modo intimo e umano ma anche nei reportage di forte impatto sociale che toccano temi come il razzismo, l’emancipazione femminile o l’integrazione tra bianchi e neri in America. In definitiva la macchina fotografica è per l’artista uno strumento di indagine, di esplorazione sottile, di osservazione critica e creativa della realtà a lei contemporanea in questo “imparare a guardare” attraverso la focalizzazione fotografica.

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Brevi di cronaca*: Iacopo Ninni e i suoi animali

Iacopo Ninni – Animalie (con illustrazioni di Marta Carraro) – Seri Editore 2023Iacopo Ninni - Animalie (con illustrazioni di Marta Carraro) - Seri Editore 2023

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Tra la metafora e il simbolo, tra il serio e il faceto, tra la realtà e il fantastico è questo libro di Iacopo Ninni in cui, come pure nelle belle illustrazioni che lo corredano, l’uomo e l’animale si confrontano e non poche volte si confondono, riconoscendosi una somiglianza, una comunanza, un destino spesso in mano all’arbitrio di altri. Tutto in questi versi è leggero, eppure non lo è, anche là dove l’ironia o il calembour sono ben presenti come cifra dominante, anche dove – certo – il gioco di parole sembra più scontato o addirittura superfluo. In fondo, come in certi epigrammi, c’è sempre una nota amara, sia essa per l’uomo o per l’animale, e se non proprio una morale almeno un pensiero, una piccola riflessione che sfugga per un momento al rumor bianco della contemporaneità.

Ninni in effetti sceglie un campo metaforico relativamente semplice e tuttavia antico quanto la letteratura, almeno dal tempo di Esopo, senza mai dimenticarsi, nel tono dominante, di divertirsi. Ne esce spesso un andamento favolistico, fragile come tutte le favole se dovessimo metterle alla prova del totalmente disilluso mondo attuale (ma qui basta, come ho detto prima, rallentare, prendersi il giusto tempo); altre volte l’attributo animale (come un ronzio) diventa immediatamente un connotato umano, se mai ci fosse bisogno di una riprova che in fondo di umani si parla, come una comunicazione traslata o traslitterata tra di loro, come ad es. qui sotto Effigie lupi, pardorum maculis (proprio perché metafore, qui gli animali non sono certo un tema di tipo ideologico, come per intenderci in Laura Liberale); altre volte ancora l’animale non viene nemmeno nominato, non è necessario, l’oggettività non serve quando il tono lirico-elegiaco parla sentimentalmente del destino di tutti, uomini e animali (v. sotto Lettera da Calidone). In breve, Ninni realizza qui un piccolo bestiario, con l’intento forse di farne un’operetta morale, scegliendo una efficace scrittura tersa e breve, che come già detto tende quasi sempre ad una soluzione finale, che coagula o conclude il significato complessivo, come una musichetta che si ricongiunga in chiusura con la sua tonica. (g. cerrai)

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Mario Lunetta – poesie da L’allenamento è finito

Mario Lunetta – L’allenamento è finito

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Alcuni testi tratti da L’allenamento è finito – Poesie 2006-2016 di Mario Lunetta (1934-2017), edito da Robin Edizioni di Torino, che Giorgio Patrizi nell’introduzione definisce “un canzoniere matto e disperatissimo, giocato a ritmo, furia e invettiva dall’abilissimo mestiere dell’autore, qui al meglio delle sua tonalità narrative ed espressive”. E, aggiungerei, un libro pensoso ma divertente, nel quale la ricerca stilistica e linguistica non esclude mai di farsi capire alla prima, anche in questo che credo sia l’ultimo pubblicato in vita da Lunetta. Una scrittura, scrive Patrizi, “inconfondibile, ricca, lutulenta, che fa tesoro delle esperienze centrali della modernità (…), che appare immediatamente come un’arma foggiata per un duello finale”, magari, come suggerisce lo stesso Lunetta, contro la morte stessa, un avversario che non fa mai autogol“. Se così è mi pare che il tempo sia decisivo. È anche per questo, credo, che – annota Patrizi giustamente – “la costruzione testuale di Lunetta è sempre più fluviale: un fiume in piena che, se scendendo, rovinosamente, raccoglie detriti e scorie di ogni genere, d’altra parte abbandona, ai propri margini, gli sconfitti di ogni genere, diversi, devianti, inadeguati. È di costoro che poi Lunetta racconta la vicenda, attraverso gli archetipi del linguaggio, i miti un po’ decaduti e ridimensionati – come un Golem, pieno di millenaria malinconia – le tipologie degli eroi o dei protagonisti contraddittori del secolo”. Sono “le riflessioni instancabili sulla sorte di una contemporaneità che non dà speranza ma solo ancora l’indignazione che spinge a guardare avanti: chi scrive/ questi versi maledetti è un clandestino che parla col vento niente/ vittimismi ma ancora progetti folli sorsate di delirio“. E tuttavia “la voce di Lunetta non può rinunciare al proprio essere partigiano, non può non ricordare come la poesia possa ancora essere l’arma con cui tentare di spezzare il silenzio su quel fantasma che ancora si aggira per il mondo (…) quell’altro quid / che nessuno ormai si prova più a nominare / e che ha ancora il giovanissimo nome di comunismo“. Con buona pace di chi è convinto che le parole siano un medium esausto. Ma anche quando parla d’amore Lunetta ha la forza di una parola, vecchia o nuova non importa, che ha ritrovato il suo senso, ma senza lirismi o elegie (del resto Baudelaire diceva che “tutti i poeti elegiaci sono delle canaglie”, ricorda Lunetta in una intervista di qualche anno fa). Un libro da leggere. (g.c.)

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Altri testi di Lunetta, usciti sulla rivista “Lo stato delle cose” ma peraltro poi compresi in questo volume, sono rintracciabili QUI, dove è anche possibile leggere qualche interessante osservazione di Francesco Muzzioli.. Continua a leggere

VIVIAN MAIER, “ANTHOLOGY”, mostra a Bologna, nota di E. Castagnoli

VIVIAN MAIER, “ANTHOLOGY”, a Palazzo Pallavicini a BolognaVivian Maier - Autoritratto, s.d..

Il teatro “straordinario” del quotidiano in quanto svelato, semplicemente da una macchina fotografica nel suo versante ora poetico ora ironico, sempre e comunque spontaneo, tale appare la fotografia di Vivian Maier in una “anthology” di più di cento immagini in bianco e nero e un piccolo numero di foto a colori accompagnate da un inedito Super8 mm attualmente presentate a Palazzo Pallavicini a Bologna fino al prossimo 28 gennaio. Se il gesto del fotografare come quello scatto casuale e istantaneo, quella ricerca del dettaglio che rivela o modifica la visione abituale ha accompagnato simile a una necessità o un’ossessione tutta la sua vita, il lavoro della Maier è rimasto nell’ombra fino al 2007 quando centinaia dei suoi negativi e rullini sono stati portati alla luce e divulgati da un collezionista americano per una contingenza di eventi, infine apprezzati a livello mondiale. La notorietà arriverà solo dopo la sua morte nel 2009 quando le sue fotografie saranno divulgate e esposte in una serie di retrospettive in tutto il mondo. Oggi più che mai il lavoro della fotografa americana spaziando dagli anni ’50 fino alla fine del XX secolo esplora il nostro rapporto complesso e continuo con il mondo di immagini di cui siamo circondati e sopraffatti nell’era digitale; allo stesso modo nella sua costante produzione fotografica, estemporanea e casuale, si rispecchia il quasi parossistico uso del visivo sul web e i social media attuali.

Tuttavia per la Maier, non dobbiamo dimenticarlo, la fotografia porta in sé sempre e comunque, un riflesso della propria interna visione, quindi in definitiva un modo per cercare sé stessa in quel costante rispecchiarsi o apparire come ombra, riflesso o silhouette tra le cose del mondo, in un mondo dove non trova pubblico ruolo o riconoscimento come artista. Di qui la peculiare serie di ritratti e auto-ritratti visibili nella mostra bolognese, rielaborati e ripetuti nel corso di una vita dove i tratti personali si sovrappongono costantemente a quelli dei soggetti fotografati. Continua a leggere

Cristina Annino – L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, nota di Pietro Roversi

L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, di Pietro Roversi

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L’udito cronico” di Cristina Annino apparve nel 1984 nell’antologia “Nuovi poeti italiani 3” (Einaudi) con un’astuta introduzione di Walter Siti [1]. Quest’anno è stato pubblicato per la prima volta in volume autonomo, grazie alla scelta ispirata di Roberto Russo e Antonio Bux a Graphe [2]. Il titolo è servito anche per l’antologia delle traduzioni di Adria Bernardi dall’italiano all’inglese dei testi del poeta 1977-2012 [3].

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Letto oggi, nel contesto di più di cinquant’anni di poesia di questo autore, il libro è una felice occasione per partire all’esplorazione e al godimento dei libri precedenti e dei successivi. In particolare, muove dai modi colloquiali de “Il cane dei miracoli” (Bastogi, Foggia, 1980) e getta le basi naturali della grande suppurazione/deflagrazione dell’io maturo e del suo zenit ipertrofico e sopra le righe che fu “Madrid” (Corpo 10, Milano, 1987).

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I testi mappano modi dell’ascolto che stanno tra quello dell’introspezione:

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        Non so; ma forse, per quanto

bravo sono e per come

mi giro esatto su me stesso, sopra,

sotto, dentro

il continente, in mare; anche

se rido astutamente. Io

non ho la chiave. (Hamsun)

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a quello delle figure familiari (il padre morto, la madre vedova, la sorella Paola, la suocera (Vu):

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        Poiché dobbiamo metterle al muro

e fucilarle, un giorno o l’altro, le nostre

braccia anteriori; prima ascoltarle

come i rumori di un bar. (Album di famiglia)

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a quello della folla (conoscenti, amici spagnoli e non, ma anche sconosciuti):

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È salito sul tram col suo udito

cosmico; il bianco timbro

del viso ha fatto un crac orrendo

allorché s’è piegato. (Come una città, Titro)

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fino alla ricezione del messaggio del mondo, dell’universo:

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        Ogni rumore del mondo

lo tiene nel rosso timpano delle

orecchie; lo decifra e rende dalle nere

labbra come un robot

la cartolina di risposta. (Il cane dei miracoli)

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A quest’età e con i tempi che corrono,

io siedo al bordo dell’orecchio

universale. (Caos)

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Premio Pagliarani 2023 – Bando di concorso

 

L’Associazione letteraria Premio Nazionale Elio Pagliarani
Centro Studi e biblioteca sulla poesia contemporanea

(https://associazioneletterariapremioeliopagliarani.ithttps://premionazionaleeliopagliarani.it)
ha indetto la

IX edizione del PREMIO NAZIONALE ELIO PAGLIARANI

presieduto da Cetta Petrollo Pagliarani

Il Premio ha lo scopo di promuovere e valorizzare, nello spirito sperimentale di Elio Pagliarani, la scrittura poetica e la ricerca letteraria che dimostrino qualità creative ed espressive originali nell’innovazione linguistica.

Tre sono le sezioni: 1. Raccolta di poesia inedita, 2. Raccolta di poesia edita, 3. Premio alla carriera.

La prima sezione è aperta a raccolte di testi poetici in lingua italiana e/o raccolte di prose poetiche brevi e versi, tassativamente inedite anche in rete, in rivista o in formato ebook.
La seconda è riservata a opere di poesia in lingua italiana pubblicate dal 1° luglio 2022 al 30 novembre 2023. Sono ammesse opere in formato elettronico che sia possibile considerare pubblicate da soggetti editoriali, e non autopubblicate. Non sono ammesse opere di autori che siano stati selezionati nella sezione editi nelle edizioni 2021 e 2022 del Premio. Non sono ammesse opere di autori che siano state selezionate nella sezione inediti nelle precedenti edizioni del Premio. Non possono concorrere al premio le opere inedite per le quali, dal 1° luglio 2022 e fino al 25 maggio 2024, siano state avviate procedure di pubblicazione con altri editori giacché il premio per queste opere consiste nella pubblicazione nella collana del premio curata dall’Associazione Elio Pagliarani per l’editore Zona. È necessario spuntare obbligatoriamente la casella specifica che si trova in calce al modulo per la richiesta di partecipazione. La terza sezione del premio vede il riconoscimento alla carriera di una figura distintasi nella ricerca, nella sperimentazione letteraria o nell’imprenditoria culturale di sostegno alla realizzazione delle opere appartenenti a tale area.

Giovanni Fontana (foto di Dino Ignani)

Per questa nona edizione, l’autore al quale viene riconosciuto il premio alla carriera è GIOVANNI FONTANA, scrittore, sperimentatore, artista (verbo)visivo e sonoro, performer e studioso delle avanguardie.

Per le sezioni 1 e 2, l’iscrizione al Premio è ovviamente del tutto gratuita e avviene esclusivamente attraverso il sito del Premio https://premionazionaleeliopagliarani.it, con registrazione attraverso account, compilazione del modulo e con la spunta obbligatoria delle caselle riguardanti l’accettazione e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali.

Lo svolgimento del Premio è seguito da un Comitato organizzativo costituito dal Presidente e da nove componenti ed ha il compito di indirizzare e coordinare ogni attività, anche economica e logistica, concernente il Premio. La Giuria è composta da critici letterari e dai componenti dello stesso Comitato organizzativo. Continua a leggere

Podcast: Vittorio Sereni e la malattia dell’olmo

Poet’s cuisine – 01, Vittorio Sereni, La malattia dell’olmo

La puntata pilota di un podcast che avevo preparato qualche anno fa su richiesta di una web radio, un progetto che poi non si è concretizzato, probabilmente per mancanza di tempo in quel periodo, ma che era davvero interessante. Mi sembra che non sia male, a parte la qualità audio della lettura. Può darsi che decida a riprendere in qualche modo l’idea, magari con l’aiuto di qualcuno. Buon ascolto (trovate il testo della poesia più sotto).


La malattia dell’olmo

Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
– e a futura memoria i sempreverdi
immobili.

Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.

Guidami tu, stella variabile, finché puoi…

– e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso
fino al pullulare delle luci.

……………………………Scocca

da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.

Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
– dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana – scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.

E’ fatto – mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra – adesso dormi, riposa.

……………………………Mi hai

tolto l’aculeo, non
il suo fuoco – sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.

Agustín García Calvo – Sonetti teologici

Agustín García Calvo - Sonetti teologiciAgustín García Calvo – Sonetti teologici – L’Arcolaio, 2019

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Un libro non si perde mai del tutto. Neanche ciò che vi è contenuto. Si ritrova il libro, si capisce il senso di certe cose. Un buon mezzo per ritrovare un libro è cercare di mettere ordine in quelli che hai sparsi per casa. Un libro che ti è stato inviato in saggio, magari, forse con una dedica amichevole o affettuosa. Così ieri ho ritrovato un libretto tanto smilzo quanto denso, che risale al 2019, “per Giacomo, con la stima di sempre”. La firma è racchiusa tra due “signos de interrogación”, due punti interrogativi come fanno gli spagnoli, ed è quella di Lorenzo Mari. Non credo di avere fatto caso all’epoca, pur avendo letto il libro, a quella domanda esplicita. In spagnolo ci sono quei due segni che racchiudono una frase interrogativa perché gli spagnoli non amano che ci siano dubbi sul fatto che si tratta proprio di una domanda(non è del tutto vero, ma mi piace pensarlo).

Il libro in questione è “Sonetti teologici” di Agustìn Garcìa Calvo. Calvo è stato un importante filosofo, poeta, traduttore e filologo spagnolo, oppositore della dittatura franchista, “maestro” di Fernando Savater, filosofo noto anche da noi; Mari è poeta, traduttore (ottimo) e curatore di questo libro, nonché una vecchia conoscenza di questo blog (v. QUI). Leggo che era proprio abitudine di Calvo firmarsi con i “signos de interrogatión”. Ecco spiegato l’autografo di Mari, un ammiccamento che mi dispiace di aver colto solo dopo tanto tempo.

I sonetti in realtà sono solo due, ma preziosi e esaurienti, alla luce della visione filosofica di Calvo che sia Mari nella prefazione sia lo stesso Calvo in una intervista riportata nel volumetto esprimono chiaramente (entrambi gli scritti, va detto, sono assai illuminanti e fanno da degno castone ai due sonetti, anzi già da soli valgono l’acquisto dell’opera). Continua a leggere

Alberto Burri, “BurriRavennaOro”, al Mar di Ravenna – nota di Elisa Castagnoli

Alberto Burri - Grande ferro R (1990)A proposito di “BurriRavennaOro”, al Mar di Ravenna

Alberto Burri, artista dal linguaggio poliedrico e assolutamente originale di cui non possiamo non ricordare le composizioni nei materiali più desueti come il catrame, i sacchi di tela juta, le plastiche e le loro combustioni approda al Mar di Ravenna con una monografia esclusiva, BurriRavennaOro, una selezione di opere ispirate alla cultura musiva della città in concomitanza con la parallela Biennale di Mosaico Contemporaneo in corso. Tra le cento opere in mostra la serie di tele denominate “Nero e Oro” (1993) attraverso la quale Burri rende omaggio in una sua interpretazione informale e prettamente materica alla grande tradizione degli ori bizantini mentre con il ciclo “San Vitale” realizza grandi monocromi neri in cellotex cercando una via per trarre quella stessa luce intrinseca da sempre ai mosaici ravennati partendo da una valenza cromatica come il nero, in sé stessa priva di luce. Altrove, infine, pone al centro il contrasto netto tra l’oro e il nero, l’ombra e la luce. In questa stessa prospettiva si affiancano le serie di opere grafiche incentrate sull’ astrazione del segno ma ugualmente immerse in una grande potenza cromatica. Il nome dell’artista resta inoltre legato alla città attraverso l’opera in esterno al Palazzo Mauro de André del “Grande ferro R” (1990) dove la propulsione della materia riemerge nel metallo in vernice arancio plasmato come un grande antro architettonico_ una gigantesca falange uncinata_ nella più grande libertà espressiva dell’artista. Continua a leggere

Paolo Artale – Conversazioni in giardino

Paolo Artale – Conversazioni in giardino – Contatti Edizioni, collana BLU 77, 2022

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Pubblico di seguito alcuni testi tratti dall’ultima raccolta di Paolo Artale, uscita nel 2022 per Contatti Edizioni. Un poeta della Natura, sembrerebbe di primo acchito, che quanto meno considera la natura (da qui in avanti con la minuscola, per ragioni che forse vedremo) un rispettabile interlocutore, qualcosa con cui sia possibile, appunto, intavolare una conversazione. Di per sé questa prima (banale) considerazione ci riporterebbe di corsa in un alveo letterariamente antichissimo, a cominciare, almeno alle nostre latitudini, dall’omerico giardino di Alcinoo, se non prima (e poi Lucrezio, Plinio, Virgilio ecc.). Fino (siamo, a tutt’oggi, negli strascichi del Novecento) a nomi impossibili da non ricordare, come Pierluigi Bacchini (poeta della natura filosofica per eccellenza), o Andrea Zanzotto (poeta del paesaggio “latente, inscritto sul rovescio”, metaforico), o anche Mario Luzi, e via tralasciando (ad es. certi poeti francesi/francofoni come Stétié, Jourdan, Jaccottet, Bonnefoy).

Tuttavia Artale di tutte queste eredità un po’ prende un po’ lascia, lavora sul linguaggio, specie nella prima parte del libro, (forse in questo più simile a Zanzotto che agli altri), tiene risolutamente a bada quel che di lirico potrebbe spuntare dal tema, ché giustamente sarebbe postdatato e perciò imperdonabile, spesso ricorrendo allo scopo ad un “indurimento” della parola, all’uso di termini tecnici, ossuti o spigolosi, ad una lingua che tende ad intellettualizzare il discorso. In questo senso la “conversazione”, quanto il titolo, è leggermente fuori fuoco, offset, in quanto la natura (sì, ecco, minuscola) qui pare forse parlare poco e ascoltare con pazienza molto, spesso ridotta a segnacoli, nomi di cose (questo soprattutto nella sezione Ultime foglie sugli alberi, v. un esempio più avanti). Voglio dire, l’uomo (e il poeta) riempie la natura di eloquio (e non solo di logos, come ha notato qualcuno), e in sostanza, biblicamente, se ne appropria, la invade. Tuttavia la natura è nel contempo luogo d’elezione del pensiero, esiste anche un po’ perché il pensiero meditativo la “realizza”, la concretezza delle cose naturali che ospita e che il poeta cita per nome è come un cippo stradale, una testimonianza del reale. Nello stesso modo la natura (sempre minore perché sempre – qui – ancillare all’io, anche quando non liricamente presente) è simbolo di un sistema di segni tradizionalmente leggibili e quindi antagonista di un mondo complicato, quello dell’uomo, che il linguaggio tenta di penetrare. Il linguaggio è l’uomo, il poeta. Il linguaggio avrebbe (e forse è questo il tema nascosto del libro) un percorso rizomatoso da fare, proprio in senso deleuziano, per uscire dalla bolla della complessità del mondo verso un spazio “altro”, vivibile, “democratico”, tornare per assurdo ma senza nostalgie a “il tempo delle piante senza nome / proprio o / dell’acqua collocata altrove”. Continua a leggere