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Monet e gli impressionisti a Bologna, nota di Elisa Castagnoli

Claude Monet - AutoritrattoMonet e gli Impressionisti: paesaggi d’acqua a Palazzo Albergati (mostra a Bologna)

 

Color is my daily obsession, joy and torment”: il colore è la mia ossessione quotidiana, la mia più grande gioia e tormento” affermava Monet, come leggiamo nella citazione all’inizio del percorso a Palazzo Albergati; al centro della mostra bolognese alcuni tra i più noti capolavori del movimento impressionista francese, in particolare Monet, Degas, Renoir ecc sono affiancati da alcuni inediti provenienti dal museo Marmottan di Parigi tra i quali assumono particolare rilievo le tele di Berthe Morisot unica esponente femminile del gruppo.

Un’irradiazione di colori accoglie i visitatori attraverso l’installazione all’inizio della mostra: ninfee d’acqua, distese fiammeggianti di papaveri rossi, piccoli pesci guizzanti nel laghetto dai riflessi smeraldo di Giverny trasformano il corridoio del palazzo in un prato fiorito, in un campo acceso di colori dove le ombre dei passanti si confondono con quelle delle forme proiettate sugli specchi laterali per lasciarli precipitare nel sogno luminoso degli impressionisti.

 

Nel 1875 Monet dando inizio alla svolta pittorica moderna scrive a proposito del suo quadro “treno nella neve”: “Quando il treno parte il fumo della locomotiva è talmente denso che rende ogni forma difficilmente riconoscibile”. Tale il treno diviene sulla tela: una presenza scintillante, viva come due occhi irradianti nella notte, un bagliore arancio sulla bianca coltre di neve, una fantasmagoria di punti luminosi , fugace come l’impressione che l’ha generata. Tale la svolta semplice quanto radicale della nuova pittura impressionista alla fine del diciannovesimo secolo: dipingere la vita, l’impressione immediata e autentica dei sensi, lasciare l’atelier per lavorare in esterno, “en plein air” utilizzando la contingenza del momento, le varianti atmosferiche, l’influenza dei primi procedimenti fotografici. Gli impressionisti abbandonano il canone e la staticità della pittura accademica classicista di soggetto mitologico; dipingono all’aria aperta portando con sé tele e pennelli, rapidamente prima che la luce del giorno scompaia oppure utilizzandone le sfumature più cangianti per immergersi in quei paesaggi e renderli così come apparivano ai loro sensi. Continua a leggere

Emanuele Pini: Considerazioni sull’Arte Nera

Una statua antropomorfa non è la rappresentazione di un uomo: questa è la premessa imprescindibile per ogni discorso sull’arte cosiddetta “primitiva”, per non cadere nell’abbaglio di credere che questa si riduca a un’espressione infantile o rozza.

Al contrario è innegabile che l’Arte Nera possiede una maturità artistica, una spiritualità e un’astrazione che hanno affascinato gran parte della critica europea del XX secolo. D’altronde se lo sguardo di un bimbo è metafisica, l’intaglio di una figura può divenire spirito, come è stato evidenziato da molte altre esperienze; parlo ad esempio delle prime pitture parietali nelle grotte di Lascaux, di alcuni ambiti della scultura e dell’architettura medievale, delle opere di Henri Matisse nel soleggiato studio di Cimiez, delle composizioni declamate a piena voce nella Parigi surrealista.

Se poi la società umana è divenuta lungo i secoli sempre più il prodotto di accumulazioni notevoli e molteplici, l’arte è stata spesso uno strumento di semplificazione, una riduzione all’essenza. Questo vale tanto più per le statue africane che consistono nella concretizzazione di spiriti, di potenze della natura, di stati d’animo, di desideri, se l’osservatore non si fa ingannare dalla finta apatia che talvolta è tratteggiata sui volti di queste creazioni. Continua a leggere