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Rita Pacilio – La venatura della viola, nota di R. Urraro

RITA PACILIO: La venatura della violaRITA PACILIO: La venatura della viola (Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

(Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, Novara, 2019)

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Questa raccolta di versi di Rita Pacilio ruota intorno a un concetto-chiave: l’amore. Amore quasi francescano: amore simpatetico tra l’autrice e la natura, tra lei e il mondo; il che implica, come vedremo, un ottimistico, positivo sentimento della vita e del creato.

Simbolo di questa natura è la viola la quale è portata da Rita, attraverso un arricchimento semantico del segno, ad una straordinaria, polivalente, simbologia: simbolo, come dice lei stessa, di ciò che vi è, nella vita e nel mondo, di più “semplice” e “dolce”, e quindi viola come prodotto lieve e delicato, prodotto della natura che, nelle sue manifestazioni più belle e affascinanti, sa essere “gentile e calma”, come gentile e calma è la viola. E poiché non vive da sola, ma insieme alle sue “consorelle”, essa è anche simbolo della fratellanza, e quindi, di una società di uomini/fratelli che vivono in un mondo nel quale, come Rita afferma nel testo di pag. 44, “porti in rovina e chiusi come porte / rendono l’acqua inutile e il tramonto povero”, dove l’acqua non è un elemento che unisce porti lontani, ma addirittura elemento divisivo e campo di battaglia per meschini interessi politici. Ancora: la viola è anche simbolo puramente ed esplicitamente ecologico nella sua significanza più alta, come simbolo di quella natura alla quale noi uomini dovremmo essere più fedeli. Lo testimonia l’accorato messaggio di pag. 6: “Vi prego, usiamo buone maniere e tenerezza quando siamo di fronte a un albero, accarezziamolo…”.

Ma nella vita si trovano aspetti negativi, turbamenti che sconvolgono chi ha un suo mondo morale fatto di valori positivi. Le persone più sensibili avvertono profondamente, e a volte in modo lacerante, questa conflittualità. I poeti in modo particolare, dei quali si può dire tutto quello che si vuole, tranne che essi non abbiano una sensibilità particolare, antenne più pronte a captare le onde magnetiche che vengono dal mondo, oppure quello che De André chiama il “terzo occhio invincibile e speciale”, che consente di penetrare più a fondo di altri all’interno delle cose della vita e del mondo.

E Rita coglie nel mondo “incuria, abbandono, assenza, miseria umana” (p. 5). Sono cose alle quali ci si può abituare e accomodare. Ma davanti alle quali un poeta sente dentro di sé un moto di ribellione, ma non sorda ribellione passiva e improduttiva. Infatti Rita indica una via, un’altra possibilità, un’alternativa concreta e reale che possa dare un senso alla propria vita e a quella di tutti gli uomini.

Allora? L’alternativa che Rita sente di seguire e che indica anche agli altri, è quella dell’amore nella sua dimensione più generale, amore che si potrebbe definire “simpatia cosmica”: capacità di vivere con gli altri e per gli altri, ma soprattutto consapevolezza di vivere insieme agli altri. Sì, soprattutto: “insieme”, come la nostra poetessa suggerisce richiamando alla memoria, a pag. 7, la canzone della nonna: Le viole come fanno? / Stanno tutte insieme”: che diventa anche la proposta della nostra poetessa.

Certo, il richiamo alla leopardiana “social catena”, alla solidarietà universale contro lo strapotere della Natura, sembra ovvio, ma Rita indica in quell’“insieme” la necessità non solo della umana solidarietà, ma anche di combattere contro la malvagità degli uomini, contro il negativo dei loro comportamenti e contro i danni che essi provocano alla nostra casa comune.

Questo può essere il semplice sentimento dell’individuo, un amore empatico, una simpatia cosmica che lo proietta in una dimensione di vita associata avvertita come ineludibile necessità del vivere e del realizzarsi. Ma al poeta, a Rita, non può bastare, e difatti non basta: di qui la necessità, il bisogno di esprimere e comunicare sentimenti e idee affiché diventino patrimonio comune degli individui: bisogno di fissarli sulla carta, per mezzo dell’espressione poetica, quella fatta con le parole, che non devono essere le parole degli altri, le parole di tutti, usurate da un uso spesso disattento e spesso improprio, ma le parole del poeta, che hanno una loro originalità e perciò stesso suscitano in chi le legge o ascolta un’attenzione particolare perché creano in lui uno stravolgimento inatteso che lo spinge alla meditazione e, magari, alla condivisione di esse.

Allora? Necessità di una espressione consapevole, e quindi di una selezione linguistica adeguata ad esprimere i concetti elaborati. È lì la sostanza del lavoro del poeta, e quindi la sostanza stessa delle cose. Non per niente Heidegger diceva che “il linguaggio è la casa dell’essere”, la casa dove abita la lingua del poeta, cioè quella lingua senza la quale il poeta vagherà nelle sue incertezze o nella sua inutilità. E Rita cerca un linguaggio poetico come strada alternativa alla degradazione umana. È proprio nel linguaggio poetico quella che io ritengo la più importante connotazione della vita del poeta: la parola originale, nella quale si invera la “libertà” come forma del vivere non condizionato da ciò che risulta incompatibile con noi.

E il linguaggio di Rita corrisponde alla scelta ideologica, cioè alla struttura contenutistica della sua poesia: ha cercato, come lei stessa afferma a pag. 5, la risposta alla “bruttura della vita” nella “semplicità e nella dolcezza di un piccolo fiore”, la viola, da amare e coltivare con cura; e così ha scelto, e ha trovato, un linguaggio corrispondente, un linguaggio “semplice” e “dolce” (che non significa linguaggio “facile”), un linguaggio semplice e dolce che le consentisse di dire, senza inutili tortuosità e senza quella ricercata oscurità cara a molti poeti di oggi, ma nelle forme più esplicite possibili, i suoi contenuti ideologici. E difatti si può dire, come Rita stessa afferma, che qui, in questa raccolta, davvero “maneggia la parola poetica per trovare la strada possibile da percorrere quando non ci si arrende all’incuria, all’abbandono, all’assenza, alla miseria umana” (p. 5). (raffaele urraro)
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Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

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Il varco nel muro – una nota su Afa epifanica dello steccato di Marina Pizzi

Marina Pizzi - Afa epifanica dello steccato

Pubblico qui l’articolo che appare sul n.4/2020 della rivista Menabò di prossima uscita, con il quale credo davvero di avere esaurito il mio  lavoro su Marina Pizzi, autrice di cui mi sono occupato svariate volte nel corso del tempo (v. QUI e QUI). La nota riguarda il suo ultimo libro, Afa epifanica dello steccato – Terra d’ulivi ed., 2019.

Il varco nel muro

Conosco Marina Pizzi da un bel po’ di tempo, in tanti suoi libri, tanto da coltivare alcune convinzioni. Ad esempio, mi ero persuaso che l’acquisizione da parte sua di una voce e uno stile duraturi nel tempo fosse anche una sua maniera, un modo per radicarsi nel mondo con almeno qualche certezza. Ma con lei mica puoi sapere. Così, quando ero arrivato alla constatazione di stare contemplando una specie di monolite kubrikiano della poesia italiana, ecco che lei se ne esce con un libro che, sì, ripropone certi suoi stilemi, una sua ancora accanita propensione a mettere in mora le parole, discreditarle e riaccreditarle, a decontestualizzarle piantandole come menhir smemorati in mezzo al verso o facendole slittare di senso, a strapazzare la sintassi, tendere all’oscurità del dettato; ma qui, in questo ultimo libro, trovo anche una discontinuità, una specie di varco nel muro, la possibilità di gettare uno sguardo su uno spazio privato che per molto tempo era rimasto nascosto, non tanto o non solo perché custodito da un naturale riserbo, ma perché sommerso in profondità abissali della psiche, di un dolore dell’anima e un horror vitae su cui si scagliava il linguaggio duro e puntuto di Marina. Avvisaglie certo ce n’erano già state, ad esempio in Segnacoli di mendicità (CFR, 2014), ma anche, per indizi palesi, altrove. Tanto che qui non solo si evidenziano esplicitazioni del privato  (“Ebbi un amore giovanile / Più giovane di me di sette anni”; “…Mia madre se ne andò / Con le preghiere in gola nel mormorio / Dei gatti nel cortile”), ma anche, come quasi richiede la materia, affioramenti di una liricità di assoluto livello, magari anche solo per pochi ma illuminanti versi (“In un registro di crisantemi t’amo / Vetusta andata della giovinezza”; “Aureole di baci ultimi sonnambuli / Nature fossili i tramonti”). Certo il nucleo centrale è ancora quello di una dolorante esistenza, nel quale i vuoti vengono colmati (o si tenta di colmarli) con un iperlinguaggio la cui principale caratteristica sono gli accostamenti radicali e apparentamente insensati, con una iperdescrizione di porzioni di realtà la cui esuberanza è direttamente proporzionale alla consapevole impossibilità di raggiungere una qualche pacificazione. In questo senso il linguaggio di Marina è una medicina amara ma irrinunciabile – e perciò il lavoro di Pizzi è potenzialmente infinito, proliferante, come ho scritto altrove – un inevitabile pharmakon, insieme cioè un curativo e un veleno (esattamente come, nel Fedro platoniano, è per Socrate il testo scritto). Lo è anche, ovviamente, per il lettore, al quale è richiesto di mettere in discussione quella parte di ordinarietà da cui è affetto il linguaggio di ciascuno e di accingersi ad una lettura non passiva, per quanto seduttivo possa essere il mero abbandonarsi anche al solo impulso sonoro che questa poesia, dove sspuntano metri classici, irradia. Insomma, come scrivevo in altra occasione, “la poesia di Pizzi pretende uno sforzo supplementare da parte del lettore, una specie di immersione nei propri riferimenti culturali, nel proprio bagaglio semantico, perfino nella propria psiche. E’ una specie di viaggio esoterico, di riconquista di codici”. Da questo punto di vista forse quest’ultimo libro, in qualche misura e nei limiti del possibile, è più “leggero”, anche per le ragioni suddette. Ma è indubbio che certi punti oscuri, che spesso assomigliano a quelli della poesia  della Rosselli che reputo essere uno degli “antenati” di Pizzi, certe immagini perturbanti come un quadro di Max Ernst (non mancano tratti surrealisti in lei) debbano essere assimilati e accolti, come pure certi termini feticcio come “gerundio” (“gerundio di fallacia il mio tramonto”), che rimanda direttamente a qualcosa di indefinito, ad un processo o un sentire sempre relazionato ad “altro” o singolari metafore (“gheriglio amanuense il mio ceervello / vellutato dal soffio di amore”). Insomma il consiglio che mi sento di dare è cercare sempre, nel testo, di individuare un nucleo,  una associazione per quanto astratta, una metafora in genere più concettuale o cognitiva che meramente retorica o analogica. E’ lì che tutto si svela. (g. cerrai)
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Maria Allo – Solchi, nota di Patrizia Sardisco

Maria Allo - SolchiPost-it all’autrice

Di fessure, di crepe, di segni, di in-segnamenti ancestrali: in una terra-mondo devastata e resa opaca dal dire di un “fiato che non pesa”, in cui le sole trasparenze sono “le fessure scampate alle parole”. Di rivoli e calanchi e di altri suggestivi Solchi, ci dona saggio in poesia questo bel libro di Maria Allo, percorrendo la polisemia particolarmente fertile di un termine in cui si intrecciano e si ibridano piani semantici spesso antinomici che oppongono immagini di apertura e di riparo, di linee d’impluvio e di cavità subacquee, di tracce e di incisioni, e ancora di innesti e di uscite, di vie di fuga.

Di solchi e di direzioni arcaiche e arcuate, di assi curve si dice in questo misterico libro di Maria Allo, di piste entro cui dimora un’appartenenza dalla quale, ci avverte la voce poetica, non può darsi scampo, poiché “Non c’è rimedio alla curva/Dell’appartenenza”; di molteplici, di multiformi crepe e del pertinace radicamento nell’alveo non pacificato di quelle crepe; di aperture e lacerazioni, dalle quali tuttavia soltanto, sembra suggerire la seconda parte del titolo del libro, può darsi la sporgenza nella compiuta forma della parabola, nella sua duplice e coincidente accezione di traiettoria-parola che intercetta e adombra “Verità inattese”. È in figura di parabola, infatti, la sola traiettoria-tragitto tracciabile e percorribile per chi, non senza fatica e dolore (“Avanzare è anche soffrire”), assegni al vivere e al dire poetico direzioni equidistanti da uno stesso fuoco.

E il fuoco di questo continuum tra vita e poesia è, maestosamente, quello di un vulcano-padre che si erge solenne, possente e a proprio agio tra storia e mito, è ferita di fuoco nel cuore di un’isola-madre, “corpo immenso del perdono”, luogo di nascita e convintamente suolo d’elezione in cui “resiste nel suo calore un grande cuore”, isola crocevia essa stessa di storia e di mito nel cuore di un mare che tiene in ostaggio e che sembra non mostrarsi mai nella sua parte più profonda. L’Etna: ma insistentemente in minuscolo, nome comune innervato nel diuturno quotidiano: l’etna è il solco primigenio dal quale morte e vita hanno violenta e non sdipanata scaturigine, solco ancestrale che plasma, forgia a propria immagine prima della prima parola, “prima di respirare”, solco che intorno a sé traccia una sorta di spazio sospeso e assimilante, un limbo assorbente rispetto al quale ciò che resta “È gomitolo precipite di devastazione” che toglie nervo al transeunte e, soprattutto, sospende la luce e ogni altra voce sotto il peso del proprio fragore: “Con un pugno arcigno di silenzio”, “Non si ha più voce”.

E in effetti, come poter dire del groviglio di radici e “fessure nel deserto” di questi esseri–albero che siamo, di quello gnommero gaddiano di sovradeterminazione che l’occorrenza di termini come “gomitolo”, “grumi”, “ragnatele”, “tralci” “nodo”, mi riporta in mente, come poter dire il nostro essere “Memorie sommerse”, il nostro essere “carne e vuoto”, “soli e senza un grido”? Come, se si oscura alle spalle la “sola testimone”, la parola, e se “non c’è sintassi che traduca” ? Come dire la dissidenza, la dissonanza?

Occorrerà consegnarsi, restituirsi interi, “Senza afasie”, far di se stessi “segno senza ambiguità”, strapparsi dal volto “La maschera dell’ombra”, “Distillare l’essenza”, sorprendere Verità, dischiuderne il mistero alla nominazione.

Nella rarefazione della veglia/vigilia che impregna la poesia ininterrotta di questo poema franto, un tempo-Tempo si apre, si disallinea, scivola, piange colto nella sua nudità e “I nomi prendono forma dalla perdita o dal vuoto” : è una potente immagine, quella restituita da questo verso, che richiama gli studi dello psicanalista britannico Wilfred Bion, secondo il quale il pensiero nasce dalla frustrazione, dalla mancanza: nella riflessione bioniana, è l’assenza della cosa che diviene pensiero della cosa. Allo stesso modo, mi pare di poter affermare, nella percorrenza dolorosa e tensiva della propria curva spaziotempo, coincidenza di percorso lirico e vitale, la voce poetica penetra il vuoto dei Solchi e vi abita il silenzio, vi abita il fondo vitale del proprio radicamento: trae la linfa della “parola antica e nuova”, e spalancate le braccia compie la propria parabola. È un risveglio, ma è ben più di un risveglio di fede, è un’identificazione con essa: “Sii la fede che tiene un’idea”. È un’identificazione con la luce che veglia sulla memoria, ma non più nell’abbaglio accecante del giorno bensì con la coda dell’occhio, per visione laterale, periferica, quella dei recettori sensoriali attivati nella luce del crepuscolo mattutino, “nell’ora incerta/Che precorre il giorno” quando il Sole illumina per diffusione e riflessione. In questo Tempo nuovo, la tensione si attenua, come acutamente osservato da Anna Maria Curci in chiusura della sua puntuale Prefazione al volume, “ma resta irriducibile”. Lo scioglimento è delle braccia, finalmente spalancate, e nel canto, quasi senza più corpo né confine, e “Sarà un unico respiro atemporale/a farci adempimento e condivisione”: ma il nodo, il groviglio, non conosce distensione, gli gnommeri sembrano anzi ripiegarsi a formare strutture di superiore complessità, con la ricorrenza di versi e interi brani di poesie precedenti e riflettendo a ben guardare anche nella costruzione del testo una concezione curva e aperta, in-finita, del mondo e di questa poesia, con il suo procedere in assenza di segni di interpunzione e per a capo e maiuscolo, come nel tentativo di afferrare ogni volta tra pollice e indice il bandolo di un nuovo inizio, il prodigio sull’orlo del ricominciamento, alla vigilia della risurrezione: “La parabola si compie nei risvegli dentro ogni inizio”. (Patrizia Sardisco) Continua a leggere

Il corpo amato – considerazioni su Il tempo di una cometa di Stella N’Djoku

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Stella N’Djoku - Il tempo di una cometa – Edizioni Enseble, 2018Stella N’Djoku – Il tempo di una cometa – Edizioni Enseble, 2018 (nota di Fabio Prestifilippo)

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Stella N’Djoku nasce il 27 giugno 1993 a Locarno, da madre svizzera di origini italiane e padre svizzero-congolese ed è laureata in Filosofia, e Il tempo di una cometa è il suo esordio letterario. L’esergo di Rilke ci aiuta a decifrare una tratto fondamentale del libro: “Eppure la parola, quando fu detta, parve al di là di ogni sapere: incomprensibile.” Nella silloge la lacerazione tra scrittura e comunicabilità, di cui Rilke traccia un segno definitivo, si divarica al fine di comprendere il corpo come attore imprescindibile del linguaggio e quindi della vita stessa. Anche la poesia, la sua struttura, il fatto che sia un nero su bianco e si configuri come forma, se ci limitassimo all’essere che si palesa sul foglio, apparirebbe come un corpo colto di profilo, costituito dalle parole di un linguaggio che ha perso la sua durezza e come tale appare con appendici raramente antropomorfe. Mi permetto questo paragone azzardato perché nelle poesie di Stella N’Djoku il corpo è un fenomeno che non si può ignorare: “Non avessi avuto gli occhi\e queste orecchie\e ciò che mi rende pari a questa terra\sarei rimasto intrappolato in questo corpo”; “Oggi rimetto tutto alle radici\torno corpo\tra i corpi che non sono”; “qualcosa rimane del nostro essere\carne e muscoli in trecce\o siamo freddi sacchetti per ossa”. Il corpo è un apriori della parola, il fatto che sia l’ente ad abitare noi è l’unico varco nel reale che ci è concesso: “Non posso contenere/ciò che mi contiene.” Unicamente l’onirico permette al linguaggio un accesso all’inconscio senza l’ausilio del corpo e qui finalmente la parola può incidere la fine della frase del soggetto: “scoprire il valore\ del sonno, incidere la fine\ della frase”.

La seconda sezione del libro si intitola: “Congiunzioni”. Il termine rimanda insieme all’unione perentoria delle parti, e, se considerato il transitivo pronominale del verbo congiungere, a un avvicinamento in divenire. Su tale fluttuazione significante si configura la definizione d’amore: la congiunzione tra la parola che manca al suo scopo (comunicare) e il corpo come luogo prima del linguaggio. Anche in questo caso l’esergo alla seconda parte ci viene in aiuto; i versi sono di Mariangela Gualtieri: “L’amore è il tuo destino.\Sempre. Nient’altro.\Nient’altro. Nient’altro.”. Consapevoli di questo in che modo assegniamo alle cose il valore di “importanza”, se l’amore è il tuo destino? Se il corpo è vincolante e la parola è l’esperienza del non poter dire o scrivere allora solo attraverso l’amore/desiderio si avvera un effettivo avvicinamento. L’amore si gioca in vita ed è la possibilità di congiunzione tra corpo e parola: “Solo amare è per sempre\come il sangue\ che unisce.”.

In questa direzione i versi di Aprile-amore di Mario Luzi sembrano emblematici: “E’ incredibile ch’io ti cerchi in questo\o in altro luogo della terra dove\è molto se possiamo riconoscerci.\Ma è ancora un’età, la mia\che s’aspetta dagli altri\quello che è in noi oppure non esiste.”. La congiunzione è in prima istanza il desiderio di un incontro.

Abbiamo considerato la scrittura come l’esperienza finale di ciò che non si può scrivere, il corpo come l’ente prioritario e il desiderio come la possibilità di congiunzione tra corpo e parola e quindi l’accesso al luogo dove si può finalmente dire. Sebbene l’unione delle due sezioni potrebbe significare quanto detto, quindi una trama simbolica complessa che procede per indizi sparsi, la cifra stilistica rimane sul lato chiaro delle cose (per citare l’eccellente prefazione di Valerio Grutt). La scrittura di Stella tende all’immediatezza e, attraverso una certa perseveranza lessicale, ci restituisce una rappresentazione del mondo dove la possibilità di un incontro, sia esso l’incontro con l’altro da sé o con il ricordo, è la vera sostanza dell’esistenza. Sempre dalla prefazione: “Le poesie di Stella sono incisioni su un muro di nebbia sottile, versi che si dispongono delicatamente per avere il giusto peso, una misura che sia “pari a questa terra”. Sembrano voler trovare il proprio posto nella natura, come fiori disposti in un campo, polvere nel vento, conchiglie rotolate a riva nel movimento di sostanze e apparenze, e arrivare a noi così come arriva tutto, come passano i giorni”. (Fabio Prestifilippo) Continua a leggere

A proposito di Elia, una nota su Elia Malagò

secolo donna 2019Torno a parlare di Elia Malagò, che conosco da un decennio (v. QUI), nell’occasione dell’uscita di un libro a cui ho collaborato. Si tratta di Secolo donna 2019 – Almanacco di poesia italiana, giunto alla sua terza edizione (le prime due erano dedicate a Giovanna Sicari e Paola Malavasi), a cura di Bonifacio Vincenzi (edizioni Macabor, 2019, pagg.318).  Secondo la formula di questa pubblicazione il volume è un collettaneo che presenta nella prima sezione il poeta a cui è dedicato, quest’anno appunto Elia Malagò, con “testimonianze critiche” di Anna Maria Farabbi, Giacomo Cerrai, Renzo Franzini, Luigi Manzi, Mario Artioli, Francesco Bartoli, Antonio Prete, nonché una cospicua antologia poetica dell’autrice. Le successive sezioni riguardano un ricordo di Margherita Guidacci, con uno scritto di Mario Luzi; tre piccole antologie poetiche (nord, centro, sud) di autrici italiane contemporanee conosciute o meno, con note critiche di vari autori; una ulteriore antologia, con note critiche, di autrici nate negli anni novanta; una sezione dedicata a tre poete scomparse (Bener, Maleti, Occhipinti); chiude una presentazione di testi di autrici straniere (QUI la quarta di copertina).

Pubblico qui di seguito il mio articolo, con una piccola selezione di testi tratti dallo stesso volume.

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Giampaolo De Pietro – Dal cane corallo, con una lettera di Nadia Agustoni

dal cane corallo - foto chiara gini

Pubblico qui una nota/lettera di Nadia Agustoni su Dal cane corallo di Giampaolo De Pietro (Arcipelago Itaca, 2019, disegni di Francesco Balsamo). Conosco Giampaolo da un po’, tanto da poter dire che ha una visione poetica più ampia  di quanto possa apparire dai versi di questa raccolta, la cui ispirazione comunque è tutt’altro che occasionale o minimale, ma risponde semmai ad un atteggiamento interlocutorio con la realtà ed una curiosità di fondo che ho sempre riscontrato in lui. Basti dare un’occhiata anche soltanto a quanto è apparso nel tempo su questo blog (v. QUI). Vi si nota sempre una disposizione – più che intellettuale – d’animo, un animo per così dire – appunto – “ben disposto” verso il presentarsi, l’affacciarsi di quel quid di realtà che ci è concesso, per immagini e coincidenze, o “refoli” (Agustoni). Che Giampaolo reputa per lo più fortunati, e per ciò stesso rilevanti, esemplari dal punto di vista poetico, portatrici in ogni caso di un valore, di una percezione, come in certi scatti fotografici che ama, nei quali più che una presenza umana c’è un incrocio di linee che in fondo, come quelle della mano, sono simbolicamente destinali. E allora i fatti, le immagini o – perché no – un cane, sono per il poeta media interpretabili, segnali o messaggi non dissimili da una aruspicina, ma per fortuna spesso ilare e ottimista, o in fondo accolta, come scrive Nadia Agustoni, “con grande innocenza” (g.c.)

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A proposito del tuo libro Dal cane corallo

Una lettera

Caro Giampaolo,

questa non è una letterina di Natale, porta solo qualche parola, qualche impressione. Poche frasi insomma.

Siamo tutti un po’ obliqui o forse c’è in noi un’incrinatura rispetto agli animali. Li comprendiamo si e no. Nel tuo tenerissimo libro parli con Tobia il tuo “cane corallo” con parole vicine a un ideale di fanciullino. Aggiungo subito, per evitare equivoci, che il richiamo a Pascoli si ferma qui. Tu vai per la tua strada di poeta e di ragazzo, lasciando in sospeso molte cose, lasciandole intuire:

“l’alba ha dato/ una febbre al mare/ e lui l’ha scaldata in/ un soffio a bocca aperta/ col suo vento di primizia/ del suo fine agosto/ non triste” p.19

Vivi – da terra/ vivo – il col-ore. Da/ quando ti ho/ conosciuto sono/ prato…”p.22

mi faccio passeggio coinvolto/ dal fiuto del cane Tobia ma/mi distraggo per mano dell’aria…”p.26

E’ questa realtà a colpire, quel lasciarsi portare da un refolo, trascinare dal cane alla soglia del suo mondo, riconoscendo infine, ma con grande innocenza, che oltre un certo punto ci si arrende all’umana indecisione o al comprendere che ci manca una dimensione più naturale o se preferisci terrena. Dimensione che appare e scompare nelle nostre vite e se non ancora del tutto dissolta, pure è subordinata a internet, al lavoro alienato, alla sorpresa dei viaggi su Marte coi robot e all’avvento dei droni. Viviamo con le macchine e comunichiamo tra noi con i computer e gli smartphone, il libro stesso oggetto di lusso rispetto alla velocità con cui si invia un PDF, un SMS o un ebook.

Se ci pensiamo c’è un notevole smarrimento. Incontrare un’altra dimensione, con gli animali, gli alberi, la montagna o il mare ci ridà fiato: “tu non sai/ quanto fiato mi dai” è il tuo incipit. Tutti quanti, quando perdiamo qualcosa di essenziale e profondo, anche quando non riusciamo a capire cosa sia, cerchiamo questa cosa ovunque, magari in modi inusuali. La ritroviamo solo in certi momenti, come il tuo libro trasmette, poi di nuovo azzoppati torniamo a noi stessi, ma con un po’ di realtà in più.

Allora anche le parole sono un esperimento, i frammenti toccano linee da esplorare e strati di mondo si muovono, perfettamente in sintonia con una voce attenta, capace di rischiare e di ricrearsi.

Con affetto. Nadia Agustoni

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Anna Maria Curci – Nei giorni per versi, nota di Rita Pacilio

Nei giorni per versi di Anna Maria Curci – Arcipelago Itaca Edizioni, 2019anna maria curci - nei giorni per versi

Le quartine in endecasillabo di Nei giorni per versi di Anna Maria Curci tracciano una mappa poetica che indaga meticolosamente la parola per aprire strade al lettore – oserei dire, voragini – nella conoscenza e nell’inconoscibile. Ciò accade sapientemente sfrondando le interpretazioni dei segni superflui che oscurerebbero la direzione verso la verifica dell’animo umano e si compie con estrema lucida sintesi per afferrarne la sostanza. Figlia adulta della Poesia, l’autrice, mette le mani nella sua coscienza pensante (nell’introduzione ci parla di un percorso intimo, un diario dal 2013 al 2019), in un lasso temporale in cui l’illuminazione del senso riconosce alla memoria la verità fragile degli accadimenti esistenziali (… mutevole com’ero e come sono). Il ritmo metrico delle centosettantatré poesie diventa l’espressione limpida di ogni cosa a cui viene assegnato un posto agibile, un nome alternativo, uno sguardo garbato, un luogo di esecuzione devoto all’arrivo e alla partenza dell’esistente: Un file sbagliato annesso ad un messaggio/mi porta indietro all’epoca glaciale./Indietro o avanti? Mentre righe scrollo/m’avvedo: pozza immota è quello spazio. Il segreto delle parole forgiano la struttura linguistica custodendo l’ideale del reale e i fondamenti invisibili. Le chiuse sono tuoni che risuonano la necessità di una condizione umana non riscattata (… la bottega di sogni a cielo aperto), una dimora esistenziale mai definitiva (… saprai che la tua casa non è il mondo), il rovesciamento feroce e universale di un’attesa (… è l’allarme perpetuo e ignorato). (rita pacilio)

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Luca Pizzolitto – Il tempo fertile della solitudine, nota di Fabio Prestifilippo

Luca Pizzolitto - Il tempo fertile della solitudine - Campanotto Editore, 2018Luca Pizzolitto – Il tempo fertile della solitudine – Campanotto Editore, 2018

Classe 1980, Luca Pizzolitto vive a Torino dove lavora come educatore professionale, alcuni suoi testi sono apparsi sulla rivista “Tratti”, Mobydick Editore, e su blog e siti letterari. Tra le sue pubblicazioni di poesia La terra dei cani (Thauma Edizioni, 2012), Ogni gesto produce rumore (per la Fondazione Mario Luzi Editore, 2014), Una disperata tenerezza (Ladolfi, 2014),In disabitate lontananze (Ladolfi Editore, 2015), La nuda vita (Transeuropa, 2016).

L’attenzione critica alle opere precedenti Il tempo fertile della solitudine si è focalizzata su un accostamento di termini chiave, l’immobilità e il silenzio. Eccellente in questo senso l’ingresso a In disabitate lontananze (Giuliano Ladolfi editore) a firma di Bianca Sorrentino che intravede nei versi di Pizzolitto “Una danza immobile e muta sull’orlo della solitudine […] nei suoi versi canta un eterno pas de deux tra due amanti senza volto […]” ed accenna a quanto diremo in seguito “Fino a quando quel desiderio non troverà compimento, l’immobilità diverrà un’occasione per custodirlo (Io resto qui, / sulla sponda dei sogni)”.

Sebbene siano ancora presenti tutte le istanze portanti, nell’ultimo libro di Pizzolitto si aggiunge un punto nevralgico, non definitivo, che produce però una certa dinamicità: il desiderio dell’incontro con l’Altro. La contemplazione estatica come esperienza di un sentimento panico trova nell’esergo la sua compiutezza e allo stesso tempo la traccia di un movimento originario; di fatto ad una prima lettura potremmo erroneamente ipotizzare che il libro non sia altro che una declinazione in versi del brano di Christian Bobin: “Tacere: il proseguire in solitudine, lungi dal tracciare una chiusura, apre la sola e durevole e reale via di accesso agli altri, all’alterità che è in noi e che è negli altri come l’ombra portata di un astro, solare, benevolo”. Di momenti analoghi è alluvionata l’intera silloge: “E ancora cerco in te \ la redenzione a questo esilio”. Questo ritorno peculiare dall’esilio ci suggerisce un’aspirazione all’alterità, un tentennamento nell’oscillazione tra immobilità e silenzio. È oltre questo livello interpretativo però che il messaggio poetico si rivela: il desiderio entra in questa falla dilatando il silenzio, rendendolo teso verso la voce.

E’ nella catena significante che l’io, pur stabilendo rapporti con il proprio simile, ritrova la verità del suo discorso nell’Altro, che non è solo l’Altro della parola, ma è anche l’Altro del linguaggio (Antonio Di Caccia) ¹

“L’Altro del linguaggio” è precisamente il grande accadimento della poesia. Per questo richiede un raccoglimento primigenio, affinché la contemplazione concentri l’insistenza dello sguardo verso ciò che è “fertile” e raggiunga il suo apice nell’estasi. Tuttavia, come accennavamo inizialmente, il lavoro che compie Pizzolitto non rimane sospeso in un luogo metafisico, incastrato in un’idea, ma si incarna nel linguaggio agente, nell’ “Altro del linguaggio”. Nei versi straordinari della poesia Pra Dmill troviamo l’emblema di questo movimento: l’esilio compie una torsione, la lontananza è perché si deve tornare, perché si compia “questo esistere di ora / il mio ritorno a casa.”.

Nondimeno la cautela con la quale l’autore tenta di avvicinarsi ci suggerisce che non siamo ad un arrivo (Qui ho vissuto eppure / non sono mai stato / da me sono partito e / in questo niente ritorno / in un silenzio stellato / e trafitto, sempre troppo /lontano da me.), che qualcosa si è mosso ma con lentezza e che a volte sopraggiunge una debolezza inattesa, segno della nostra fragilità umana. Da un punto di vista puramente formale la cifra stilistica prediletta è il verso breve, non ci sono altre aspirazioni retoriche in evidenza; nella brevità però si avverte l’urgenza di un altro movimento, dall’esserci immobile della contemplazione alla desiderante liberazione. Il che a ragion veduta ci spiega una certa insistenza sul sistema filosofico che Pizzolitto ha elaborato in versi e che gli permette di avere un punto fermo dal quale ripartire, un breve assetto prima di spiccare il volo. (fabio prestifilippo)

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Francesca Marica – Concordanze e approssimazioni

Francesca Marica - Concordanze e approssimazioni - Il Leggio Libreria Editrice, 2019Francesca Marica – Concordanze e approssimazioni – Il Leggio Libreria Editrice, 2019
Concordanze e approssimazioni. Qualcosa è sovrapponibile, qualcosa ci si avvicina. Sembra una buona definizione, tra le migliaia, della poesia (e del lettore, inevitabilmente). Poesia, che è forma di descrizione, ma anche di reticenza, o una manifestazione alta del silenzio, di ciò che comunque si vuole che rimanga segreto, dicendo qualcosa che ci si approssima. Da questo punto di vista, che è un punto di vista poetico, ho trovato questo libro di Francesca delicatamente equilibrato. Perché in realtà non vi è in esso niente che dissimuli, non dissimula ad esempio un costante elemento tragico, che non ha niente a che fare con un troppo diffuso piagnisteo esistenziale, ma che riguarda una diuturna elaborazione di elementi dolorosi, siano essi direttamente vissuti oppure frutto di una consapevolezza o una capacità di percezione dell’esposizione della vita – anche in certi dettagli o “minute acrobazie”, ci torneremo – al dolore; non dissimula, di questa percezione, né i vuoti, la parte di nulla incolmabile, né i silenzi, quando il poeta non può che sopperire con le parole di cui dispone, riempiendoli in qualche modo (“riparo lo spazio con la calma della parola”, scrive) o dilatarli; non dissimula l’idea che l’elaborazione del lutto, anche metaforico, o dell’assenza, non può essere artisticamente feconda se la separi da quel quid anche “gioioso”, anche casuale o destinale che pertiene anch’esso alla vita e che ha bisogno di essere accolto con equivalente coraggio, magari “ridendo dei disordini del caso”; non dissimula lo sforzo che ci vuole, anzi il lavoro che si fa con quelle parole ma prima ancora con una “decisione” salomonica di accoglimento o rifiuto nei confronti dei motivi ispirativi che si hanno, e del pudore che se ne prova, un lavoro di cui nei testi c’è evidenza, l’evidenza di una scrittura abilmente “sottrattiva”; non dissimula la necessità, forse l’obbligo, di tenere a bada le emergenze liriche che talvolta la stessa dolorosa materia poetica spinge fuori e che rischiano di condurre al compianto o all’elegia. Approssimarsi significa soprattutto, in fondo, portarsi progressivamente ad una distanza che permette di mettere a fuoco senza abbacinarsi con l’inutile, e anche per la scrittura, come per l’occhio, è quasi una questione di fisica (per la distanza e altre cose qui pertinenti rimando volentieri a quanto scrissi anni fa su Poesia 2.0 – v. QUI ), cioè di una giusta prospettiva dello sguardo (un esempio: quel precipitare di molti testi in un corsivo, finale o interno, che mi pare fissi un punto focale, sia esso una domanda o una asserzione). Questa prospettiva finisce per affinare in maniera egregia un vecchio arnese, un fardello della tradizione poetica italiana, quella indeterminatezza del dettato che ha attraversato gran parte del Novecento tra crepuscolari, decadenti e oltre, quel tenersi sulle generali che in genere mi irrita quando tende a mordersi la coda. Come nota giustamente Marco Sonzogni nella prefazione (riferendosi a versi come “Cominciava veramente quando, / sempre più veloce, veniva il tempo / etc.”), “non importa alla fine dei conti e delle cicatrici, chi o cosa cominciava. Ma conta, è decisiva, la volontà di farsi trovare pronti anche quando le parole non dovessero più esserci”. Ha ragione, sì, a parte il tono eroico della cosa. Ma solo perché, nell’ordine di quella prospettiva che dicevo, poi le parole ci sono, tendono a catalizzarsi: dapprima, nello stesso testo, Francesca si aggancia ad elementi oggettuali/simbolici (film muti, gambe, periferia, porti sepolti [!], strade e soprattutto quel foglio bianco metaforico/metapoetico), insomma la realtà esiste, ci dice, vi siamo immersi, non stiamo parlando di sogni; e poi, come rialzando la testa (e quindi lo sguardo) aggiunge: “Serve un gesto di molta precisione / per aiutarsi a crescere ancora”; chiude il corsivo “focale”: ” Gettarsi a terra è appena l’inizio della parola pace“. Parola, si intenda bene, non altro, definizione concettuale non escamotage metapoetico. Del resto, rispondendo in calce al libro ad una domanda di Gabriela Fantato riguardo a questa “notevole presenza della concretezza”, Marica ci dice “spesso la mia poesia nasce da un’immagine, da un’intuizione, da un dettaglio. Ho bisogno di un elemento visivo e concreto da cui partire”. Dunque, a parte il meccanismo poietico comune a moltissimi, poi è l’elemento focalizzante che conta, la matrice del pensiero: “le associazioni che ne nascono e ne scaturiscono sono incontrollate e talvolta imprevedibili”, dice ancora Francesca (corsivo mio). Il che a pensarci bene assomiglia straordinariamente ad almeno due cosette fondamentali: alla riemergenza del ricordo (che però in Marica non è mera rammemorazione, ma – ancora – dettaglio da cui partire per approdare ad un altrove); e, contemporaneamente con la memoria (anche Bergson ce lo ricorda), alla marcatura del tempo (in questi versi molto presente, come nota ancora Fantato), del tempo vissuto, di quello che sfugge al vuoto, marcatura di cui il dettaglio (o magari una piccola epifania) è segno e significato, pietra di confine, elemento riassociativo, ricostitutivo – scrive Francesca – della “concordanza di tutti i brandelli”, ovvero di una presenza, di un essere nel mondo (Heidegger mi scuserà). Ricordo, tempo, esperienza, micromanifestazioni sono tutti soggetti/oggetti centripeti nella poesia di Francesca, ed elementi di forza. Forse è per questo che la sezione che mi è parsa forse (ma non troppo) più debole è la terza, Interstiziale fra elementi uguali o analoghi, nella quale il protagonista-tempo è il presente, un presente i cui segnali, ipotizzo, non sono per l’autrice ancora del tutto leggibili, comprensibili, collocati nell’io. Marica è ben consapevole di tutto questo e di altro, basta leggere le sue risposte alle domande postele da Fantato, a cui tutto sommato c’è poco da aggiungere. Come opera prima (chi lo direbbe?) non c’è davvero male. Aspettiamo il seguito con interesse. (g.cerrai)

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