Renzo Franzini – Mappale dei cammini – LietoColle Ed., 2017
Il riordino della libreria di casa riserva sorprese e rammarichi. Le prime riguardano i libri che non ricordavi di avere e che magari hanno avuto qualche importanza nella tua vita; gli altri invece i libri che sono caduti senza colpa nel dimenticatoio, persi nel caos dei saggi, degli invii, delle proposte di lettura a cui è arduo tenere testa. Uno di questi è il libro di cui parlo brevemente oggi, speditomi – ed è una delle ragioni del rammarico di averlo perso di vista – su consiglio di una poeta che apprezzo, un’amica, Elia Malagò, accompagnato – altra ragione di rammarico – da una gentile lettera scritta a mano dall’autore che a quanto pare all’epoca non fu sufficiente viatico. Cerco oggi di recuperare in qualche modo.
Il Mappale di Franzini è una raccolta dei versi scritti giornalmente dal Settembre 2013 al Settembre 2014, prosecuzione naturale e conclusione, mi dice l’autore, di un volume uscito nel 1999 per Campanotto, Le luci, prima parte di quello che Franzini – e questo è già interessante – chiama un poema. Un termine, diciamolo, già abbastanza inusuale qui da noi, ma che rende bene l’idea organizzata che sta dietro questo lavoro, il suo respiro complessivo, e soprattutto la consapevolezza di una sua intrinseca unità, di cui cercheremo di parlare.
Sembrerebbe infatti che lo scrivere qualche verso (a volte pochi, a volte molti) ogni giorno per un anno conducesse ineluttabilmente a una frammentaria “occasione”, alla piccola epifania quotidiana. Tuttavia, in una breve nota introduttiva, l’autore ci dice che il suo sforzo è stato quello di “nulla scartare nella tensione tra caso e disciplina”, che è, mi pare di capire, la bella disposizione d’animo di chi accoglie l’evenienza e la trasforma con maestria in un segno.
Franzini si mette in cammino, in un certo senso proprio alla ricerca di quel “caso”, che è ovunque, tanto più forse nei luoghi famigliari, domestici, in cui certo si aggira un genius loci su cui è possibile fare affidamento, insomma una identità in cui riconoscersi. È il basso corso del Po, la Bassa tra Reggio e Mantova, dove mi pare che Malagò e Franzini si incontrino e si riconoscano, l’una di Felonica, l’altro di Guastalla, nel reggiano, qualche chilometro più a monte. Come scrissi per Elia, anche qui la prima evidenza mi sembra che sia “il richiamo forte e presente ad un territorio concreto, quella specie di plat pays sulle rive del Po […] che è il suo, che è reale ed ha insieme […] un senso tropico, traslato, un significato esteso che travalica quello puramente oggettuale, ovvero luogo dell’anima e canovaccio di storie, terra di continuità e radici però senza strapaese e senza mitologie, ma semmai abitato da lares attuali, da un “adesso“ persistente che lo preserva”. Ma non voglio stare a far paragoni, né ci interessa parlare di affinità tematiche, di areale poetico. Certo qui in Franzini c’è anche (o c’è in misura maggiore) un senso mistico, una ricerca del sé che risiede proprio nell’idea di cammino, una cosa che nella sua poesia sta (e sta bene) tra il pellegrinaggio, il voyage autour de sa chambre (perché in fondo non ci si allontana mai molto da dove siamo nati), una flânerie equamente divisa tra Benjamin e Walser, ma sempre in attesa di una visione (“camminiamo ci / perdiamo sottratti dalla incredulità”). Tanto che qualche volta la concretezza delle cose, la loro nominazione, sembra fare un passo indietro a favore del pensiero meditante, della riflessione quasi assorta del camminatore (“meditando la terra si improfonda”). Spesso il cammino di un giorno si condensa in un pochi versi (o uno solo), una considerazione indiscutibile e a volte oracolare come un I-Qing (“la luna affonda nel lato destro della notte / tempo di diserzione e di / ritiro”), altre volte si distende come se le suggestioni riportate avessero bisogno del respiro della parola.
C’è forse l’illusione, anzi la speranza di qualcosa di “sicuro” perché immutabile come il tempo, e però minaccioso poiché l’immutabilità non permette alcuna catarsi, perché “l’immobile mondo specchia l’immobile universo”. E forse la tragedia umana sta qui, nell’essere una coscienza peritura, non infinita, un essere “abraso dal denso indifferirsi della noia”. Allora il diario, il mappale dei cammini è uno strumento inventato dall’uomo, uno strumento di misura del tempo stesso, giacché “la stesura di un diario si prova a patteggiare con la morte / un frammento di ulteriore dilazione”. Ecco, la morte, il nucleo centrale del pensiero di un peripatetico, esito di un simbolico cammino attraverso due “oggetti” inaggirabili come la natura (per quanto famigliare e antropizzata come quella sotto casa) e il tempo, dilazionabile solo in quanto soggettivo, memoriale, esperito come intendeva Bergson. Questo attraversamento non è passivo, per quanto possa essere connotato da “una pigrizia attesa volenterosa”, da una “grande lentezza di sé”, anzi sembra costantemente verificato, anche culturalmente, basti pensare a quanto riecheggia, in chi scrive e in chi legge, anche un unico verso (di un unico giorno) quale “lascia le cose vadano via nello stile leggero della mutazione”. E sembra anche non indulgente, nemmeno nelle sue espressioni più lirico-elegiache, perché anche quando “il tempo non ha resto” o aleggia sul camminatore una metaforica perturbazione c’è spazio per un elemento di resistenza, un ricordo, qualcosa che vale la pena di annotare e, quindi, di fare esistere nella coscienza.
È chiaro che c’è una sfida nello scrivere qualcosa per un anno intero, ogni giorno. Una sfida e forse una fede nel potere della scrittura, ma anche una grande fiducia in quello che possiamo chiamare vagamente l’ispirazione, nel poter rinvenire qualcosa di “poetico” o qualcosa che sia possibile “trasformare” poeticamente. Ne deriva forse, in qualche passo, una “fatica”, specie dove quello che si presenta al poeta resta oggetto per il poeta stesso, una relazione fattuale, non emotiva (ma “siamo forse anche noi oggetti per gli oggetti”). Ma va anche detto che nella stragrande maggioranza dei casi (e qui si nota viceversa un impegno in tal senso) è raro trovare un io centrale in questi testi, come un procedere in punta di piedi nel cammino, senza invadenze, senza egoismi. È in questo atteggiamento quasi da pellegrino che forse sta l’aria mistica che talvolta traspare da questa raccolta (e del resto Franzini lo dice chiaramente: “occorre una etica della attesa una pratica dell’ozio una / fisica della immobilità sotto l’egida della contemplazione”). E procedendo il tempo e i testi si dilatano, assumono lo spessore di un confronto anche con sé stesso, il flâneur, man mano che ci si avvicina al traguardo, cede il passo ad un osservatore del proprio persistere in una realtà che può essere certo “disillusa” rispetto al sogno (e quindi alla vita interiore) ma che, insieme “monocroma” (cioè unica) e di “poche cromie” (cioè combinatoria), si muove “dentro la materia complicata”. Franzini sa di non essere solo ciò che percepisce o è percepito, e nemmeno solo ciò che pensa, ricorda, riconosce nel consueto ambiente, verso il quale forse ha un debito di appartenenza. Sospetta anche che, proprio nel momento in cui lo registri e lo “riscrivi”, qualcosa di questa realtà ti sfugge. La sua scrittura, che cerca di rendere precisa e più limpida possibile, serve a raccogliere più che può, come in un crivello da cercatore. Ed è con questa determinazione che intraprende ogni giorno il suo cammino. (g. cerrai)
Il libro, purtroppo oggi fuori catalogo, è tuttavia reperibile QUI, nella Biblioteca di Rebstein, grazie al lavoro meritorio dell’amico Francesco Marotta, recentemente scomparso. È una buona occasione per leggerlo. Pubblico solo qualche testo esemplificativo tratto dalla prima metà del libro, rimandandovi per il resto della lettura al link indicato. (g.c.)
Paolo Artale – Allusione alla flora –
Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni –
Marco Ceriani – Le sollecitudini –
Devo a Daniel D. Marin, già ospite di questo blog (v. 

Ofelia Prodan – Periodicamente ricicliamo cliché –
Il tema dell’ombra in psicologia è fondamentale. Freud usò il termine Perturbante che indica qualcosa di inquietante, infido, sinistro, mentre Jung parlò di Ombra. Due concetti simili, ma con diverse sfumature e l’ombra di cui parla Stefania Di Lino nel suo ultimo libro “La memoria dell’ombra” (
In absentia (