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Laura Liberale – Unità stratigrafiche

Laura Liberale - Unità stratigrafiche - Arcipelago Itaca 2020Laura Liberale – Unità stratigrafiche – Arcipelago Itaca 2020

 

Per una felice coincidenza ho avuto tra le mani questo ultimo libro di Laura Liberale dopo aver letto su La balena bianca la sua interessantissima recensione di Legati i maiali  di Teodora Mastrototaro (Marco Saya 2020).
La cosa c’entra  perché questo è il primo libro di Liberale che leggo, lo ammetto, e quella recensione in qualche modo mi aiuta a capire, per quanto sia sempre stato convinto che già il testo parli a sufficienza per sé. Ma a quanto pare anche le recensioni ci dicono qualcosa di chi le scrive, senza contare delle affinità di cui parleremo. In quel libro, opera singolare di poesia militante (non tanto e non solo nel senso poetico quanto in quello eticopolitico e ambientalista) si parla di morte, di morte procurata agli animali per farne cibo, di efferatezze crudeli nei loro confronti. Un libro che per quanto mi riguarda definirei disturbante (sebbene “davvero notevole”, come dice Liberale), anche per chi non sia, diciamo così, un convinto animalista. Verrebbe da ricordare (ma Liberale non lo fa) il Macello di Ivano Ferrari, un’opera che tuttavia – anche se per molti versi così simile a questa – mi pare da ascrivere ad un altro livello, quello di “un poeta fuori parametro e fuori asse” (Antonio Moresco),  nonché di un antesignano (Macello vede la sua prima apparizione nel 1995). Ma che cosa sottolinea Liberale del libro di Mastrototaro? Essenzialmente che la morte non ha una sua unicità, se solo la si considera da un punto di vista “altro”, di un altro, sia pur esso un animale deprivato della supposta coscienza della morte stessa, perché “per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso”. Dal punto di vista del poeta, la questione è restituire a questa materia poetica “animale” o, come vedremo, disanimata, “il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole” (Liberale cita qui il Derrida de L’animal que donc je suis) che l’uomo – direi io biblicamente – ha arrogato a sé stesso, e farlo senza tuttavia banalizzare, cioè “debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate ‘risposte’ viscerali prive di un profondo pensamento a monte”. Sull’altro versante, dalla parte opposta, sta – anche come rischio – una “reificazione totale” – per difesa dal dolore – dell’oggetto/soggetto senza che si lasci poeticamente aperto uno “spiraglio di relazione” con esso. E’ importante sottolineare che Liberale parla di Mastrototaro ma parla anche per sé, perché questa etica del linguaggio fa da pivot all’intero Unita stratigrafiche, traspare dalla cura significativa che Liberale mette nella scelta delle parole che usa, si sostanzia nell’approccio creativo alla sua propria materia poetica. Che è la morte, la morte osservata (Liberale è, tra l’altro, tanatologa, termine che ha peraltro diverse implicazioni), analizzata come compresenza ed esito (destino) di tutte le creature viventi, cessazione e tuttavia permanenza, fenomeno che travalica le dicotomie uomo/animale, vivi/morti, uccisori/uccisi, immagine ed estinzione di essa, conservazione e oblio, fascino e timore. Ed anche come non-comunicazione (comunione) o altresì  comunicazione “altra”, almeno quanto lo è una contemplazione, che necessiti in qualche misura di un “mezzo”, come vedremo. E tuttavia da tenere a debita distanza, poiché la morte è anche, da sempre, un altro mondo, più prossimo al metafisico, e perciò perturbante.

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Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia? Continua a leggere

Guido Gozzano – I colloqui e altre poesie, nota di Claudia Mirrione

Guido Gozzano - I colloqui e altre poesie - A cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020Guido Gozzano – I colloqui e altre poesieA cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020

Recensione di Claudia Mirrione

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Alle soglie

[…]

III

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,

mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

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mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –

che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

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(Dall’uomo: ché l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo

le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra)

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È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.

Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

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Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;

ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

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Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;

né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

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Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,

sereno come uno sposo e placido come un novizio.

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Un’apostrofe al cuore famosa, quella di Gozzano, tanto quanto il suo classico – odissiaco – paradeigma. Nel corso della sua vita di poeta, il nostro ‘guidogozzano‘ mantenne, nonostante ancor giovane si fosse ammalato di tubercolosi polmonare, un cuore «monello giocondo che ride pur anco nel pianto». È questa, forse, la sintesi più estrema della poesia di Gozzano, perché in essa si mischiano una certa carica ironica e insieme i carezzamenti degli atri umori della malinconia (ecco il suo cuore che deride i dottori mentre gli auscultano il petto: «pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori / sovente qualcuno che picchia, che picchia… Sono i dottori. // Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, / m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro. // E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo? / Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli…»). Quella di Gozzano è, infatti, una dolceridente malinconia che porta con sé l’arte del novellare in versi e che, oscillando lievemente tra l’amore che non giunge mai e la morte che tutto e tutti eguaglia (l’Eguagliatrice, questo il suo appellativo ne La signorina Felicita), prende le forme di una sonorità giocosa, sa fondere aulico e prosaico, sa far uso di una metrica classica e talvolta chiusa, coniugandola a notissime rime eccentriche e a una sintassi spezzata e spesso sospensiva. Continua a leggere

Ugo Mauthe – Il silenzio non tace

Ugo Mauthe – Il silenzio non tace – Edizioni Ensemble, 2019Ugo Mauthe - Il silenzio non tace - Edizioni Ensemble, 2019

 

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) è un pubblicitario con una lunga esperienza come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Nel 2017 con la fiaba Sem fa cucù ha vinto il contest “Racconti nella Rete” (pubblicata poi all’interno di un volume edito da Nottetempo). Ha pubblicato il romanzo Qunellis e la raccolta poetica Minuziosa sopravvivenza. Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi, fra cui Albero Andronico, Argentario, Bukowski, Pietro Carrera, Città di Castello, Città di Cattolica, Fiabastrocca, Giovane Holden, Carlo Levi, Il Meleto di Guido Gozzano, Lorenzo Montano, Andrea Torresano

 

Una poesia dalla leggerezza ricercata, perennemente in bilico su molti equilibrismi, alcuni dei quali, specie quelli lessicali, scovati con una certa acribia, spesso con l’obbiettivo di raggiungere quella “funzione poetica” (l’eco, la rima, l’assonanza, la consonanza, l’allitterazione, la paronomasia) di jakobsoniana memoria che Mauthe, come pubblicitario, dovrebbe conoscere bene, e che non sempre ha a che fare con la poesia. La cifra formale è quella del testo brevissimo, a volte al limite dell’aforisma criptico o del koan buddista (“finché non cambiano i pesi nei piatti / è una schizofrenia ben bilanciata”), altre volte dell’haiku ridotto ai minimi termini e tendente ad una circolarità basata spesso sulla parentela sonora di parole in effetti diverse (es. la doppia significazione: “s’inspirano e si espirano / gli spiriti che mai spirano / e tutt’intorno spirano”). Spesso presente quindi il gioco di parole, al limite qualche volta del puro witz verbale  in relazione, diciamo, alla economia  totale del testo, meccanismi che ricordano alla lontana Perec, Queneau e che in effetti hanno una discreta parentela nella letteratura dove, insomma, c’è sempre qualche processo combinatorio in atto. Il lettore deve in qualche modo decidere se è l’approccio formale che si riverbera sulla materia poetica (diciamo sulla sua scelta, o se preferite l’ispirazione) o viceversa, se cioè è quel carattere epifanico e immediato delle “cose” che si realizza e non può che realizzarsi in quella forma, il più delle volte, secca. Quali cose? L’ispirazione – continuo a usare questo termine improprio – di Mauthe proviene da una serie di fatti, pensieri, altre emergenze. Sono per lo più epifenomeni del reale, nel senso di manifestazioni accessorie di qualcosa che c’è, è in sostanza avulso dal tempo e dal luogo, qualcosa che preesiste al poeta e alla poesia, che si palesa, si accende, dura qualche istante, qualche verso, quel che serve per dire al lettore pirandellianamente “così sono (se vi pare)”. Appunto, quel che appare, a chi scrive e a chi legge: immagini, colpi d’occhio, pensieri improvvisi, anche singole parole che innescano il gioco, tutto sembra appena trascritto da qualche bloc notes, e invece magari ogni testo è frutto di un accanito lavorio di limatura, non è dato sapere – e in effetti non si sa se scrivere (Fontane al vento) versi come “si sventaglia il tempo / in meridiane d’acqua”  è improvvisa intuizione ungarettiana o ricerca di un effetto lampo.
E però, al di là delle apparenze, la forma corta non si traduce (non sempre) in un testo chiuso e perentorio. Voglio dire che se l’aforisma per sua natura è apodittico e lascia poco spazio, queste poesie di Mauthe quando raggiungono la loro espressione migliore forniscono al lettore o un corto circuito significativo o una riflessione sulle prospettive, le ambivalenze, sull’immediatezza di certe percezioni, lavorando per omissione e allusione, per alleggerimento e sottrazione.  Altre poesie invece, (come ad es.: “si era lasciato scivolare / nei suoi occhi / e con un suo pianto ne era uscito”), in un libro che nella brevitas (intesa come concisione ma soprattutto  pregnanza) ha uno dei suoi punti di forza, a mio avviso probabilmente  andavano espunte dalla raccolta. (g. cerrai)

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Aljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine

Aljoša Curavić - Scadenzario minimo di un viaggio senza fine - Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella MusettiAljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine – Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella Musetti.
Aljoša Curavić è già stato presente su questo blog circa dieci anni fa almeno in un paio di occasioni, una delle quali riguarda un suo interessante articolo intitolato “Trasparenze di confine” (v. QUI), relativo alla “parentela” che gli sloveni di lingua italiana come lui, attraverso anche la mediazione della cultura triestina, hanno sempre nutrito con la nostra/loro cultura, soprattutto quella di ambito fiorentino (anche il nostro autore ha studiato Lettere a Firenze). L’altra sua presenza sul blog si riferisce alla silloge Silenziario, con cui ha vinto il Premio Istria Nobilissima, confluita ora – insieme ad altre poesie che coprono un arco di tempo che va dal 1980 al 2019 – nella presente raccolta. Ed è per questo che partirei riproponendo quello che brevemente scrissi nel 2010, che è ancora parte di un approccio possibile alla poesia di  Aljoša. Scrissi allora: “Curavić  è un poeta che ha letto parecchio, si direbbe. Non solo dagli exerga  di autori noti spesso presenti, ma anche da richiami abbastanza decifrabili nella sua scrittura. C’è un Saba (ovviamente), sincopato e infitto in una sensibilità tutta ultramoderna attraverso l’uso di parole di allora (sciabordii, flutti, rabescate) inchiodate in una visione di oggi,  c’è qualche limpido endecasillabo di stampo leopardiano, c’è anche il Pavese poeta narratore, da qualche parte. Comunque sia la poesia di Curavić riesce poi a liberarsi di certi debiti (ma chi non ne ha?) acquistando una sua originalità, sopratutto in quei testi connessi a una identità, anche storica e ambientale, più specifica, a cui il poeta è legato, non ostante “la nostra micragnosa storia”. Assai significative, da questo punto di vista, poesie come “Frammenti di un viaggio” e “Un pò di pace” (v. QUI), ispirate da un sentimento partecipe di appartenenza. Ma Curavić non è poeta confinario, almeno non nel senso che intendeva Magris, dire questo sarebbe riduttivo. L’identità di cui si diceva non è tutto, in lui si ritrovano – in testi più essenziali, quasi spogli,  a volte lapidari – anche i denominatori comuni della poesia, italiana e non, attuale, la riflessione dell’io sulla realtà, certa inanità dell’essere di fronte all’esistenza e alla sua descrizione (“come descrivere questa sorta / di molle refrattarietà del male / di ostile benevolenza del bene?”, dice in un testo qui riprodotto). La risposta, anche per lui, credo che sia: provarci sempre, provarci con la poesia”.

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Micol De Pas – Quello che so di me, nota di Fabio Prestifilippo

Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)

 

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Il titolo di questa interessante silloge sembra un viatico verso quello che l’autrice ci offre di sé, ma in verità è solo un’affabulazione affascinante. Micol De Pas è nata a Milano dove vive e lavora. Giornalista, si occupa di musica e letteratura, passando per l’arte e l’architettura. Ha tre figli, un gatto, una laurea in filosofia, due libri all’attivo da ghostwriter.

La caduta nella noia di ogni lirismo di matrice diaristica non si consuma unicamente nell’immediata risposta a un sé richiestivo; è nella convinzione che il compiacimento della propria trascurabile e dolorosa esistenza possa produrre letteratura di qualità che si manifesta nella sua forma più comune e insopportabile . Il lirismo di matrice pretrarchesca, la bellezza della vita di Emily Dickinson raccontata in versi, una certa insistenza nelle poesie di Carver, ci dimostrano come al di là del godimento solipsistico si possa aprire il tragitto verso la scrittura letteraria, ed è tale quando parte dall’io per giungere al grande Altro.

La differenza sostanziale tra una silloge improntata sui capricci di un io nella sua veste di elemento di confine e una riflessione sviscerante, che apra all’altro la verbosità dell’inconscio, sta nella scelta linguistica, più semplicemente nella possibilità simbolica che si vuole dare al linguaggio. In questa prospettiva l’indagine di Micol De Pas amplia i suoi orizzonti sino a giungere in un’abitazione dell’io che è differente – data l’ambiguità di cui si accennava in principio – da “quello che so di me”. Non dover interrogare la veridicità di quel saper è una delle grandi qualità di questo testo.

La morsa dell’io – di quell’io convinto d’essere padrone in casa propria – è allentata se non addirittura inesistente; nella silloge della De Pas non è “la speculazione sul soggetto” il motore psichico trainante piuttosto un frizionamento tra il metodo con cui l’autore organizza il soggetto narrativo o scenico, in modo da svolgere sul lettore o sullo spettatore un’opera di persuasione (affabulazione)¹, quello che si intravede del vero racconto (quello che so di me) e le sorti del linguaggio (la poesia). Quello che si intravede del vero, chiariamolo, è un reale quasi tangibile: “Perchè era giorno / ancora / quando sei morto / pieno di veleno nel corpo / morto prima di te / marcio / di piaghe / piscio feci bava”, eppure riesce ad essere quella rottura dall’appiattimento linguistico che la poesie sa esperire: “qual è quell’uomo che muore neonato / e sa dar voce ai suoi pensieri adulti? / La notte è più chiara del giorno / se a definirla sono stelle immobili”. Continua a leggere

Sandro Pecchiari – Desunt nonnulla, nota critica di Claudia Mirrione

Desunt nonnulla (piccole omissioni) (Arcipelago Itaca 2020) di Sandro PecchiariSandro Pecchiari – Desunt nonnulla (piccole omissioni), nota critica di Claudia Mirrione.

Come scrive Giovanna Rosadini Salom nella prefazione a Desunt nonnulla (piccole omissioni) (Arcipelago Itaca 2020) di Sandro Pecchiari, la raccolta è “un diario di viaggio dentro una sofferta ospedalizzazione, protagonista la malattia del secolo”. Effettivamente, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio resoconto in versi delle emozioni provate dal poeta triestino Sandro Pecchiari, già affermato scrittore e traduttore e/o curatore da e in inglese di alcune importanti antologie poetiche, nel corso di un suo ricovero ospedaliero. Il ricovero, come è dichiarato esplicitamente in una nota finale, è finalizzato alla rimozione di quello che, nel corso della raccolta, viene indicato come un “figlio”, un adenocarcinoma, germinato e generato da un “padre”, tema importante su cui ritorneremo (le liriche, infatti, sono suddivise in sezioni che raccontano tutto l’iter ospedaliero: PRIMA DEI GIORNI, GIORNO ZERO, GIORNO UNO, GIORNO DUE, GIORNO TRE, GIORNO D’USCITA, DOPO I GIORNI – AFTER THE DAYS).

L’incipit dell’intera raccolta è decisivo: “l’aria nutre il lupo che ci azzanna”. Chi è questo lupo che azzanna, che è dentro il corpo e che sopravvive in esso, respirando e vivendo attraverso la stessa aria che inaliamo? Il lupo è il male? Il pericolo cui ci stiamo sottoponendo, l’andare incontro ad un’operazione rischiosa? Sì, il lupo è tutto questo e, pertanto, produce un forte senso di straniamento e di perplessità nel riconoscere se stessi, la propria patologia, e anche i propri consanguinei (“che occhi grandi che hai” dice il poeta, p. 21 con nota a p. 74), ma per Pecchiari è anche altro, tanto da arrivare a ribaltare la consueta, insopportabile frase, che viene rivolta a chi sta andando verso la sala operatoria, e cioè “in bocca al lupo!”. Dice il poeta: “andrà bene / che sia un buon lupo / che sia un bel viaggio / che stiamo in bocca / a un qualsiasi dio”. Come, infatti, Pecchiari spiega nella nota corrispondente, egli si augura di essere preso “con amore dalla mamma lupa ed essere portati da una tana all’altra al sicuro dai pericoli. Doppio augurio quindi: di affrontare i rischi e di saper sopravvivere al rischio mediante la protezione. La risposta alla frase ‘in bocca al lupo’ più opportuna non sarebbe quindi ‘crepi il lupo’, ma ‘viva il lupo’.” Abbiamo a che fare con un lupo bifronte quindi, malattia che si fa carne della nostra carne e che azzanna dal di dentro, ma che, nella sua rilettura, si fa anche salvezza, quasi una divinità, una divinità che può sì essere protettiva, ma che si può concretare in sofferenza e passione (e in questo senso vanno interpretati tutti i riferimenti scritturali, spesso in latino, e specialmente quelli alla vicenda di Cristo, disseminati nel corso della raccolta e spiegati accuratamente nelle note finali). Continua a leggere

Margaret Atwood – Esercizi di potere

Esercizi di potere  (Power Politics, 1971) di Margaret Atwood, collana Poeti di Nottetempo Edizioni, 2020Un libro minimalista, con la sua semplice copertina bianca,  privo di nota introduttiva (che ci poteva stare), di note al testo (ma inutili con l’inglese lineare di Atwood, un limpido Canadian English), solo la traduzione, che a me pare molto buona, di Silvia Bre. Si tratta di Esercizi di potere  (Power Politics, 1971) di Margaret Atwood, collana Poeti di Nottetempo Edizioni, 2020. 

Non è inutile citare l’anno di uscita di Power Politics.  Gli anni Sessanta si sono appena conclusi, con tutte le loro istanze alcune delle quali daranno qualche frutto solo a distanza di tempo. Come le rivendicazioni delle donne, la parità di genere, il desiderio, il rispetto, l’autodeterminazione nel pubblico e nel privato, il diritto di scelta, la sessualità. Tutti temi su cui, fin dai primi Sessanta, Atwood è sempre stata attiva, che hanno anzi trovato voce in molte delle sue opere, dalla poesia ai romanzi distopici per cui è celebre, come Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985). Sono anche (o sono da poco stati) gli anni di Sylvia Plath, di Anne Sexton, dei confessionals, a cui Atwood in molti stilemi tra cui un forte uso delle similitudini è accostabile, autori nei quali il conflitto, il dramma interiore, le difficoltà nei rapporti sono ben presenti. Gli esercizi (potremmo dire i giochi) di potere al centro di questa raccolta sono infatti quelli tra un uomo e una donna, le dinamiche che animano da sempre (v. “Prima mi avevano dato secoli” qui sotto) i rapporti tra i generi, non solo nella sfera sessuale ma in generale anche in quella sociale e politica. Si parla in effetti di una diseguaglianza di potere, non solo inteso come peso all’interno della società, ma anche come diverso peso dell’investimento affettivo nei rapporti tra un uomo e una donna, la diseguaglianza che c’è nell’attaccamento emozionale al rapporto. E tuttavia l’approccio di Atwood, la resa di questo tema in poesia, non è tanto “politico”, anzi è piuttosto personale, perfino intimo e venato in molti punti di una ironia che smussa i conflitti, li riveste appunto di una patina di superiore comprensione delle cose, ma anche della vena di cinismo di chi ha acquisito una certa esperienza, alla fine una specie di saggezza. E’ appunto personale perché Atwood parla delle sue esperienze, del suo avere a che fare, anche in maniera dolorosa, con gli uomini, o con un Uomo, visto di volta in volta come un mostro a tre teste, un Generale, un Imperialista, un amo infisso nell’occhio, ma anche uno capace di prodigare piacere, “gentle moments”, e insieme sessualità violenta, ma anche qualcuno che ti aggancia, che “fit into me”, mi aderisce, mi sta a pennello (Bre traduce giustamente “ti adatti dentro me”) sebbene lo faccia “like a hook into an eye”, appunto come un amo in un occhio, una visione che sta tra Bataille e Buñuel. Un lungo poema, quindi, di attrazione, dipendenza, attaccamento, dolore, fino al raggiungimento di uno stadio finale in cui il gioco non vale più,  non c’è niente di salvabile nel rapporto né esiste la possibilità di farlo, salvo la realizzazione di una diversa forza e consapevolezza di sé come donna. Atwood non solo incarna in poesia quello che appariva uno slogan talvolta superficiale, “il privato è politico”, ma afferma, qui e altrove da sempre, che il potere in effetti permea tutte le interazioni tra uomini, tra uomini e donne, tra gruppi sociali sia nelle grandi questioni che nelle azioni quotidiane, sebbene, come è stato notato, i personaggi femminili nelle opere di Atwood non siano mai vittime passive. Come afferma uno dei suoi critici, Sherrill Grace, docente alla British Columbia University, “attraverso queste poesie Atwood mostra come le lotte di potere colorino tutto ciò che facciamo, trasformando anche le nostre attività più sacre in manovre mortali che, alla fine, distruggono entrambe le parti”, identificando la tensione centrale in tutto il lavoro della scrittrice come “la spinta verso l’arte da una parte e verso la vita dall’altra”. Insieme al fatto che, aggiunge, Atwood “è costantemente consapevole degli opposti – sé / altro, soggetto / oggetto, maschio / femmina, natura / uomo – e della necessità di accettarli e lavorare al loro interno”. (g.c.) Continua a leggere

Francesco Lorusso – Maceria, nota di G. Cerrai

Francesco Lorusso - Maceria - Arcipelago Itaca, 2020Francesco Lorusso – Maceria – Arcipelago Itaca, 2020
Ho già incrociato la poesia di Francesco Lorusso, a proposito del suo libro del 2014 L’Ufficio del personale (ed. La vita Felice), e ne ho parlato QUI. Leggo ora questo suo ultimo lavoro, dal titolo quanto mai impegnativo. La maceria, infatti, richiama qualcosa di tragicamente definitivo, un esito ultimo in relazione al quale non si può fare altro che ricostruirvi qualcosa, o abbandonarlo, migrando metaforicamente altrove. Oppure richiama alla mente dei “relitti” nobili che, come in Baudelaire, non hanno trovato cittadinanza altrove. In effetti questi “épaves” sembrano essere – si legge nella prefazione di Giacomo Leronni – quanto l’autore ha raccolto “recuperando/ri-trattando testi che ri-salgono a circa dieci anni fa”. Insomma, presupposti che generano, volenti o nolenti, qualche aspettativa.

Ma per la verità ho avuto un primo moto di delusione alla lettura. Almeno in riferimento all’unica pietra di paragone che ho, il libro citato all’inizio, perché i primi testi che qui si incontrano mi sono apparsi alquanto petrosi, di una certa difficoltà di comprensione, una specie di salto nell’oscurità. Per quanto abbia una certa esperienza come lettore di poesia, confesso che diverse volte ho avuto qualche problema a mettere a fuoco il nucleo del testo (lo stesso prefatore scrive, pur alla fine assolvendo: “questa scrittura che spessissimo sfiora l’incomprensibile e certamente denuncia lo slogamento del senso che è poi lo slogamento dell’esistenza”). Facciamo un piccolo esempio:

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Bernardo Pacini – Fly mode

Bernardo Pacini – Fly mode – Amos Edizioni, 2020Bernardo Pacini - Fly mode - Amos Edizioni, 2020

Stanchi di guardare le cose sempre dalla stessa prospettiva? O meglio, di pensarle, immaginarle o vederle spuntare da un piatto orizzonte? Bene, leggete l’ultimo libro di poesia di Bernardo PaciniFly mode. Un libro interessante, nell’insieme ben scritto e ben confezionato ed anche – e non è cosa da poco – in tante parti divertente da leggere.
Il libro muove da un’idea che è eminentemente narrativa, almeno se si considera l’oggetto a cui lo sguardo  è delegato. Come ormai tutti sanno (del libro si è parlato non poco in giro) lo sguardo lanciato sulla realtà (che ricordiamo è sempre una porzione di sé stessa) è quello di un drone, un oggetto volante comandato a distanza. E’ come se il soggetto (il pilota, il poeta) disponesse di una immaginazione estesa o una visione quanto meno bidimensionale dei fenomeni, come se si esaminasse un edificio con davanti la pianta ed il prospetto insieme, però entrambi dotati di una loro mobilità visiva interagente. L’idea di base appare essere questa e se ho parlato di narrazione è perché secondo me alcuni aspetti devono essere presi in esame, come ad esempio il “punto di vista” di chi scrive, un tratto precipuo di narratologia. Per inciso, sotto questo aspetto quello del drone può essere interpretato anche come un espediente per espellere l’io autoriale dal territorio poetico, per sostituirlo in parecchi testi con un io robotico di drone pensante, che pensa sé stesso come macchina vincolata e prigioniera (“il giroscopio mi serra la testa, ché io non pensi di poter vomitare”), che è “costretta” a guardare le cose. Un alter ego, un’interposta persona, una finzione, nell’accezione nobile della parola. Finzione come estensione, prolungamento, distanza  ma anche una specie di rivincita sugli orizzonti che ci limitano se non fosse per l’immaginazione che li travalica. Ma trattandosi di poesia il narratore non può essere onnisciente (prendetela come una battuta): anche il suo drone non può andare oltre quello che il suo pilota già conosce, non può che esplorarne la memoria, il carico emotivo, l’irrealizzato, la nostalgia, non può che registrare – della realtà oggettuale (le cose) che vede –  altro che la persistenza di qualcosa poeticamente dicibile. Invero c’è una certa abile (e sotto un certo aspetto ovvia) “separazione delle teste”: il drone guarda, il pilota riflette e interpreta. Esattamente come nella figurazione o nella fotografia (Barthes, Sontag et alii docent) la realtà non è mai come la si dipinge o la si fotografa, ma come la si porge al fruitore e come la si influenza nel momento in cui la si coglie, quale “esperienza catturata” di cui si ha una “consapevolezza di tipo acquisitivo” (Sontag), un processo in cui – poi – ha larga parte l’immaginazione, però in vari modi orientata, di chi guarda. Nella poesia di Pacini c’è una – per fortuna – irrisolta volontà di controllo, che è controllo della scrittura, quasi sempre notevole, ma soprattutto, là dove gli riesce, controllo della “trasparenza” delle emozioni, una specie di raffreddamento intellettuale del trasporto, che sia lirico o meno (e qui torna in ballo il calibro del linguaggio), che non può non tenere conto, come l’autore scrive, del “falso peso di una pietà virtuale dello sguardo / che quanto più registra tanto meno guarda”.  E’ un assunto importante che in qualche modo si riverbera sull’intero libro.

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