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Renzo Franzini – Mappale dei cammini

Renzo Franzini - Mappale dei cammini - LietoColle Ed., 2017Renzo Franzini – Mappale dei cammini – LietoColle Ed., 2017

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Il riordino della libreria di casa riserva sorprese e rammarichi. Le prime riguardano i libri che non ricordavi di avere e che magari hanno avuto qualche importanza nella tua vita; gli altri invece i libri che sono caduti senza colpa nel dimenticatoio, persi nel caos dei saggi, degli invii, delle proposte di lettura a cui è arduo tenere testa. Uno di questi è il libro di cui parlo brevemente oggi, speditomi – ed è una delle ragioni del rammarico di averlo perso di vista – su consiglio di una poeta che apprezzo, un’amica, Elia Malagò, accompagnato – altra ragione di rammarico – da una gentile lettera scritta a mano dall’autore che a quanto pare all’epoca non fu sufficiente viatico. Cerco oggi di recuperare in qualche modo.

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Il Mappale di Franzini è una raccolta dei versi scritti giornalmente dal Settembre 2013 al Settembre 2014, prosecuzione naturale e conclusione, mi dice l’autore, di un volume uscito nel 1999 per Campanotto, Le luci, prima parte di quello che Franzini – e questo è già interessante – chiama un poema. Un termine, diciamolo, già abbastanza inusuale qui da noi, ma che rende bene l’idea organizzata che sta dietro questo lavoro, il suo respiro complessivo, e soprattutto la consapevolezza di una sua intrinseca unità, di cui cercheremo di parlare.

Sembrerebbe infatti che lo scrivere qualche verso (a volte pochi, a volte molti) ogni giorno per un anno conducesse ineluttabilmente a una frammentaria “occasione”, alla piccola epifania quotidiana. Tuttavia, in una breve nota introduttiva, l’autore ci dice che il suo sforzo è stato quello di “nulla scartare nella tensione tra caso e disciplina”, che è, mi pare di capire, la bella disposizione d’animo di chi accoglie l’evenienza e la trasforma con maestria in un segno.

Franzini si mette in cammino, in un certo senso proprio alla ricerca di quel “caso”, che è ovunque, tanto più forse nei luoghi famigliari, domestici, in cui certo si aggira un genius loci su cui è possibile fare affidamento, insomma una identità in cui riconoscersi. È il basso corso del Po, la Bassa tra Reggio e Mantova, dove mi pare che Malagò e Franzini si incontrino e si riconoscano, l’una di Felonica, l’altro di Guastalla, nel reggiano, qualche chilometro più a monte. Come scrissi per Elia, anche qui la prima evidenza mi sembra che sia “il richiamo forte e presente ad un territorio concreto, quella specie di plat pays sulle rive del Po […] che è il suo, che è reale ed ha insieme […] un senso tropico, traslato, un significato esteso che travalica quello puramente oggettuale, ovvero luogo dell’anima e canovaccio di storie, terra di continuità e radici però senza strapaese e senza mitologie, ma semmai abitato da lares attuali, da un “adesso“ persistente che lo preserva”. Ma non voglio stare a far paragoni, né ci interessa parlare di affinità tematiche, di areale poetico. Certo qui in Franzini c’è anche (o c’è in misura maggiore) un senso mistico, una ricerca del sé che risiede proprio nell’idea di cammino, una cosa che nella sua poesia sta (e sta bene) tra il pellegrinaggio, il voyage autour de sa chambre (perché in fondo non ci si allontana mai molto da dove siamo nati), una flânerie equamente divisa tra Benjamin e Walser, ma sempre in attesa di una visione (“camminiamo ci / perdiamo sottratti dalla incredulità”). Tanto che qualche volta la concretezza delle cose, la loro nominazione, sembra fare un passo indietro a favore del pensiero meditante, della riflessione quasi assorta del camminatore (“meditando la terra si improfonda”). Spesso il cammino di un giorno si condensa in un pochi versi (o uno solo), una considerazione indiscutibile e a volte oracolare come un I-Qing (“la luna affonda nel lato destro della notte / tempo di diserzione e di / ritiro”), altre volte si distende come se le suggestioni riportate avessero bisogno del respiro della parola.

C’è forse l’illusione, anzi la speranza di qualcosa di “sicuro” perché immutabile come il tempo, e però minaccioso poiché l’immutabilità non permette alcuna catarsi, perché “l’immobile mondo specchia l’immobile universo”. E forse la tragedia umana sta qui, nell’essere una coscienza peritura, non infinita, un essere “abraso dal denso indifferirsi della noia”. Allora il diario, il mappale dei cammini è uno strumento inventato dall’uomo, uno strumento di misura del tempo stesso, giacché “la stesura di un diario si prova a patteggiare con la morte / un frammento di ulteriore dilazione”. Ecco, la morte, il nucleo centrale del pensiero di un peripatetico, esito di un simbolico cammino attraverso due “oggetti” inaggirabili come la natura (per quanto famigliare e antropizzata come quella sotto casa) e il tempo, dilazionabile solo in quanto soggettivo, memoriale, esperito come intendeva Bergson. Questo attraversamento non è passivo, per quanto possa essere connotato da “una pigrizia attesa volenterosa”, da una “grande lentezza di sé”, anzi sembra costantemente verificato, anche culturalmente, basti pensare a quanto riecheggia, in chi scrive e in chi legge, anche un unico verso (di un unico giorno) quale “lascia le cose vadano via nello stile leggero della mutazione”. E sembra anche non indulgente, nemmeno nelle sue espressioni più lirico-elegiache, perché anche quando “il tempo non ha resto” o aleggia sul camminatore una metaforica perturbazione c’è spazio per un elemento di resistenza, un ricordo, qualcosa che vale la pena di annotare e, quindi, di fare esistere nella coscienza.

È chiaro che c’è una sfida nello scrivere qualcosa per un anno intero, ogni giorno. Una sfida e forse una fede nel potere della scrittura, ma anche una grande fiducia in quello che possiamo chiamare vagamente l’ispirazione, nel poter rinvenire qualcosa di “poetico” o qualcosa che sia possibile “trasformare” poeticamente. Ne deriva forse, in qualche passo, una “fatica”, specie dove quello che si presenta al poeta resta oggetto per il poeta stesso, una relazione fattuale, non emotiva (ma “siamo forse anche noi oggetti per gli oggetti”). Ma va anche detto che nella stragrande maggioranza dei casi (e qui si nota viceversa un impegno in tal senso) è raro trovare un io centrale in questi testi, come un procedere in punta di piedi nel cammino, senza invadenze, senza egoismi. È in questo atteggiamento quasi da pellegrino che forse sta l’aria mistica che talvolta traspare da questa raccolta (e del resto Franzini lo dice chiaramente: “occorre una etica della attesa una pratica dell’ozio una / fisica della immobilità sotto l’egida della contemplazione”). E procedendo il tempo e i testi si dilatano, assumono lo spessore di un confronto anche con sé stesso, il flâneur, man mano che ci si avvicina al traguardo, cede il passo ad un osservatore del proprio persistere in una realtà che può essere certo “disillusa” rispetto al sogno (e quindi alla vita interiore) ma che, insieme “monocroma” (cioè unica) e di “poche cromie” (cioè combinatoria), si muove “dentro la materia complicata”. Franzini sa di non essere solo ciò che percepisce o è percepito, e nemmeno solo ciò che pensa, ricorda, riconosce nel consueto ambiente, verso il quale forse ha un debito di appartenenza. Sospetta anche che, proprio nel momento in cui lo registri e lo “riscrivi”, qualcosa di questa realtà ti sfugge. La sua scrittura, che cerca di rendere precisa e più limpida possibile, serve a raccogliere più che può, come in un crivello da cercatore. Ed è con questa determinazione che intraprende ogni giorno il suo cammino. (g. cerrai)

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Il libro, purtroppo oggi fuori catalogo, è tuttavia reperibile QUI, nella Biblioteca di Rebstein, grazie al lavoro meritorio dell’amico Francesco Marotta, recentemente scomparso. È una buona occasione per leggerlo. Pubblico solo qualche testo esemplificativo tratto dalla prima metà del libro, rimandandovi per il resto della lettura al link indicato. (g.c.)

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Paolo Artale – Allusione alla flora

Paolo Artale - Allusione alla flora - Anterem Ed., 2024Paolo Artale – Allusione alla floraAnterem Ed., 2024

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Dopo le conversazioni le allusioni, potremmo dire. Dopo cioè la raccolta precedente, le Conversazioni con la natura di cui parlai un paio di anni fa (v. QUI), Paolo Artale torna in apparenza a rivolgersi a quel regno, a riprendere forse un colloquio, una “allusione” almeno con una sua parte. La natura, quindi, cos’è? Una speranza, uno specchio, un miltoniano paradiso perduto? O una metafora di una quête, una domanda gettata all’interno di una caverna? O ancora, come scrissi, un rispettabile interlocutore, qualcosa che ti sta pazientemente ad ascoltare? Questo libretto (due sezioni, una trentina di pagine, testi prevalentemente brevi) è abbastanza diverso dal citato Conversazioni, come se avesse subito un processo di decantazione, anzi di disidratazione. Se possiamo interpretarlo come un segno, intanto diciamo che la presenza naturale si è diradata, nei nomi e nelle manifestazioni, quasi sommersa dal linguaggio umano, a favore di una complessiva rarefazione del discorso, come se l’interlocutrice fosse diventata ancor più taciturna, o indifferente all’uomo. Era, devo dire, una tendenza già evidente nelle Conversazioni, dove – scrissi – “l’uomo (e il poeta) riempie la natura di eloquio (e non solo di logos, come ha notato qualcuno), e in sostanza, biblicamente, se ne appropria, la invade”, tanto che alcune di quelle considerazioni mi sembrano valide anche in questo caso. E però qui il rapporto tra l’io e la natura è ancora più egoico, se possibile, anche quando non appare in prima persona, perché, mi pare, è proprio il lavoro sul linguaggio, molto maggiore rispetto alle Conversazioni, a far sì che questo avvenga. Qui l’eloquio, in quanto espressione dell’uomo, riempie lo spazio, non aspira a “realizzare” la natura, non le chiede riscontri e forse nemmeno la riconosce più, come annotai, come “simbolo di un sistema di segni tradizionalmente leggibili e quindi antagonista di un mondo complicato”. C’è come un’acquistata diffidenza, a tratti, come due soggetti che hanno perso fiducia tra loro. E tuttavia talvolta la natura (o semplicemente l’ambiente) sembra dire qualcosa in una lingua antica di cui si è persa una funzione interrogativa, qualcosa di interrotto come una soluzione senza problema, una risposta senza domanda. La comunicazione allora avviene per “sentimenti”, un riversare non reciproco di malinconie, inquietudini, uno scambio che non è alla pari, in cui perfino i fiori o la terra hanno una superiorità per così dire filosofica rispetto all’uomo, una dignità eterna. Il poeta, se a volte tenta qualche arroganza, si scopre perdente in quanto limitato, anche solo per il fatto che “non / saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle / rugiade”.
È proprio il linguaggio, teso in questo libro a una ricerca formale che prenda le distanze da eventuali residui lirico/elegiaci (che peraltro rientrano dalla porta di servizio), a stabilire certe distanze tra interlocutori. I nomi delle cose sono pietre confinarie, terminetti. Segnano qualche volta un prima e un dopo, come testimoni: un giglio selvatico attesta un’attesa, il fogliame “ha certe convinzioni”, un’offerta di calendule rende possibile un gesto e così via. Sono appunto allusioni, e lo sono esattamente come in un discorso (qui c’è in effetti una segreta conversazione tra umani), si accenna a “qualcosa” (deittico più volte presente), ma a qualcosa di apolide, “cose” a cui sta a “qualcuno” dare una cittadinanza (e vale la pena sottolineare come tutto ciò contribuisca a un certo senso del vago, dell’indeterminato: le cose “ferme”, “tutte le cose che digradano verso il mare”, le cose che “si sporgono”, “il fianco delle cose” fanno il paio con il citato “qualcosa”). La natura, più che un contraltare (e più di quanto avvenisse nelle Conversazioni), mi pare che sia un fondale emotivo, i testi come è possibile vedere sono segnati da una cesura, anche significativa se vogliamo, tra un orizzonte fattuale (più o meno naturale) e una sorta di resipiscenza della psiche, un formulazione tiepida di pensiero, l’addensarsi di questo pensiero in una specie di autostima del linguaggio, quasi come l’affermazione di una differenza di genere, di una inquietudine però priva di pathos che il “fuori” non percepisce o ignora. E però questo fuori è anche luogo di bellezza in qualche misura fruibile, di “abbellimento” (Artale), agente di una aspettativa canonica (“lo splendore non è solo una forma di / riflesso è quello che mi aspetto”), pur nella sua consuetudine (“l’aspetto domestico delle piogge”), una bellezza non necessariamente consolante, né, come si è già detto, “comunicante”. Al suo limitare, come al limitare di un bosco e del suo buio, sta la più volte citata casa, l’abitare, forse il simbolo di un permanere però suscettibile di qualche cedimento, un luogo “abusato” dal vento, che imita le nubi (immagino nelle sue finestre), che forse funge da avamposto come il forte del sottotenente Drogo, contro una minaccia non chiara che però in una certa misura “serve”, fornisce una ragione che forse, speculando oltre, mancherebbe del tutto. La complessità del mondo (in cui la natura è già oggi marginale) è lontana da qui, e anche questa poesia registra, a mio avviso, una impossibilità dialettica che si sostanzia in una visione per forza di cose frammentata e soggettivista, per quanto sostenuta dalla scrittura certamente abile di Artale e dalla sua ricerca linguistica, tese a definire la sottile indefinitezza di uno “stare”. E dove anche la natura, pur domandandoci se con varie sfumature sia essa specchio, metafora, interlocutore, da un libro all’altro si assottiglia lentamente come il gatto di Alice. (g. cerrai)
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Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni

Stefano Guglielmin - Vaporizzazioni - Puntoacapo Editrice, 2025Stefano Guglielmin – VaporizzazioniPuntoacapo Editrice, 2025, postfazione di Giacomo Cerrai

Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di S. Guglielmin, con in calce la mia postfazione al libro

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Lirica/Antilirica

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Ora, dico, è necessario mortificare l’io, demonizzarne il canto

            [o per converso

riprodurne la luminosa fragranza? È un po’ come chiedere,

          [risponderebbe Pagliarani,

parafrasandolo, se lo Zeppelin in volo sia sgonfio (e anche

          [chi lo diriga, dico io,

e se sia possibile leggere il futuro nel frullo della polvere

          [in cielo, navigando).

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Credo nei gradini che portano in nessunluogo e ovunque

(e in alcune poesie di Zanzotto).

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Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

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Non ringrazio mai abbastanza Marco Ceriani, quando mi manda uno dei suoi libri. Ma questa volta c’è stato anche uno scambio epistolare (per quanto fatto di lettere elettroniche) assai piacevole e interessante, che non ha potuto che aumentare la mia stima per lui, come autore e persona.

Avevo già parlato nel mio piccolo di Marco in un paio di occasioni sulla vecchia versione del blog (v. QUI), a proposito principalmente del suo Gianmorte violinista (Ed. Stampa 2009, La collana, 2014), opera che allora mi colpì in maniera particolare, perché di un’opera particolare si tratta, a cominciare dal suo essere spavaldamente “aliena” nell’uso della forma, del linguaggio, delle metafore, delle invenzioni, dal suo essere naturaliter di “ricerca” senza nessuna delle dichiarazioni di intenti o pregiudiziali “ideologiche” che accompagnano quasi sempre la poesia non lirica (o non assertiva, sperimentale o come vi pare). Ci sarebbe qui da aprire una parentesi sul fatto che Ceriani lo sia, ma credo che lui, in quanto autentico “ricercatore”, se ne infischi bellamente di definizioni del genere. E – analogamente – non lo conosco abbastanza, in fondo, da poterlo definire senza tema di essere smentito come un poeta appartato, ma poi ho riflettuto che non sono i poeti, semmai, ad essere appartati ma è il mondo, compreso quello delle Lettere, ad esondare oltre il sopportabile. Tuttavia ricordo che in uno dei messaggi che ci siamo scambiati si definiva “l’anacoreta che mi lusingo o credo di essere”. E questo già dice molto, ma leggete anche quello che scrissi nel 2016. Continua a leggere

Poeti dalla Romania 3: Ioan Es. Pop

Devo a Daniel D. Marin, già ospite di questo blog (v. QUI), il suggerimento di leggere il poeta rumeno Ioan Es. Pop, scomparso poco meno di un anno fa (v. QUI). Era nato nel 1958 in un villaggio del nord della Romania, da una famiglia di religione greco-cattolica, per spostarsi poi, nel settembre del 1989, anno cruciale (la caduta del Muro di Berlino prima, la eliminazione di Ceausescu poi) a Bucarest, dove qualche anno più tardi (1994) pubblicherà la sua prima raccolta poetica, Ieudul fără ieşire (Ieud senza uscita), dal nome della cittadina transilvana in cui visse diversi anni prima del suo trasferimento nella capitale, e che è simbolo di una esistenza ristretta (qui è ieud, ovunque / fuggirete è ieud), anzi tangibile metafora di una situazione esistenziale di solitudine e progressiva perdita di identità. Proprio come lo è l’appartamento per scapoli di strada Olteţului 15, camera 305, luogo di grandi bevute con gli amici e di quelle constatazioni del nulla (o del dubbio della ineffabilità della vita) che innervano molta della poesia di Pop. Il quale, a differenza di molti poeti rumeni del post comunismo, non ha trovato nessuna ispirazione in una speranza di cambiamento o in una libertà che comunque non si è mai realizzata come libertà dal bisogno o come libertà interiore, coltivando sempre invece una disperazione esistenziale senza remissione.

Come ricorda Clara Mitola nella postfazione, se “gli anni ottanta rappresentano il reale spartiacque della poesia romena contemporanea, che diventa post-modernista, engagée, fatta di carne e oggetti quotidiani” e quella dei novanta “tira al limite il realismo e il biografismo degli anni ’80, in tensione verso i margini più sordidi dell’esistenza (autenticismo e miserabilismo) e del linguaggio”, la poesia di Pop si mantiene al margine, fin da “il suo debutto poetico, nel 1994, sembra raccontare l’altra faccia di ciò che segue la rivoluzione: non la speranza, non la vitalità ma piuttosto la loro assenza, schizzata in esistenze umane neo-espressioniste e bloccate”, intrisa anche di “un misticismo mortuario e celeste allo stesso tempo, in cui esistono un Dio (cercato ovunque e con paura) e una buona novella che tutti attendono ma che, alla fine, nessuno sa riconoscere oppure è troppo ubriaco per farlo”. Continua a leggere

Elena Micheletti – Poesie inedite

Elena MichelettiElena Micheletti – Poesie inedite

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Ho incontrato Elena Micheletti nel 2018 a Bologna, in occasione dei riconoscimenti agli autori premiati o segnalati al “Bologna in Lettere” di quell’anno. In quegli incontri lessi una breve nota critica che avevo preparato in qualità di membro della giuria sulle tre poesie presentate nella sezione C – inediti, che è possibile leggere in calce. Mi invia ora quattro testi anch’essi inediti, che dovrebbero trovare collocazione in una raccolta dal titolo provvisorio Una morte abbondante. Nel frattempo ha pubblicato una sua opera prima, Coazione a ripetere (Ed. Nulla Die, 2020).

Che dire? Nei sei, sette anni trascorsi da allora non mi pare che sia passata troppa acqua poetica sotto i ponti. Nel senso che – con la non probabile eccezione del libro pubblicato che comunque non conosco – mi sembra di vedere una sostanziale invarianza (o fedeltà se volete) sia nel registro che nella materia della poesia di Micheletti. Il primo si attiene a un linguaggio diretto, di comunicazione “comune” e quotidiana, non ellittico, in cui tendono a emergere punte acuminate che fanno da focus (i giovani di australopiteco, il dio “manomesso”, lo scuotere qualcuno come un telecomando, il dio “transformer”, le amiche che si dilatano come cornamuse – immagine, devo dire, che mi ricorda vagamente la Plath), in testi in cui la ratio non sta tanto come spesso accade nel finale, che qui non risolve se non nella negazione che contiene ogni volta, quanto nella tessitura, per quanto concisa, di una atmosfera, di uno specifico mood del momento e però prolungato come un basso continuo, nell’immagine insieme concreta e tuttavia un po’ sfocata incorniciata dal testo sempre corto (perché sempre in cerca di una densità “esauriente” non sempre raggiungibile). Continua a leggere

Laura Giuliberti – Paraìso

Laura Giuliberti – ParaìsoArcipelago Itaca Ed., 2024Laura Giuliberti - Paraìso - Arcipelago Itaca Ed., 2024

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Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.

Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).

Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere

Poeti dalla Romania 2: Ofelia Prodan

Ofelia Prodan - Periodicamente ricicliamo cliché - Ed. Ensemble, 2023Ofelia Prodan – Periodicamente ricicliamo clichéEd. Ensemble, 2023

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Una poesia originale, quella di Ofelia Prodan, rumena che frequenta da tempo l’Italia, in luoghi come Venezia (Festival Internazionale di Poesia) o Bologna (Bologna in Lettere, dove è stata premiata nel 2021). Originale come scrittura (che si innesta modernamente in quella diretta e concreta tipicamente est-europea) e perché tendenzialmente post-umana, cioè proiettata verso (e con) un’identità in cui l’io è sempre meno soggetto e sempre più oggetto (di una trasformazione, a volte solo immaginata, di un passaggio ad una realtà forse meno dolorosa).

Di questo transito, come nota puntualmente nella introduzione Gheorghe Grigurcu, una parte importante è costituita da una interazione, reale o ricreata, di tipo psicoanalitico, una comunicazione che è soprattutto con sé stessa e con le proprie dinamiche interiori, che trova posto nella prima sezione del libro, intitolata La capa ninfomane. Qui la condizione, per quanto di una coscienza alterata come dice Prodan, è ancora quella di una persona alle prese con una agitata ricerca di sé all’interno di un universo esistenziale per così dire canonico, fatto di una “salute” ortodossa, protocollare, nei confronti della quale l’autrice è tuttavia del tutto sfiduciata. In effetti il transito di cui si parlava inizia proprio con la messa in mora di un mezzo, di un sistema, di quello che Agamben e prima ancora Foucault chiamano un dispositivo, ovvero “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi” (G. Agamben). Come, ovviamente, la psicoanalisi. O la confessione. O la poesia, perché no. Nelle estreme conseguenze delle dinamiche tra persona e dispositivi si approda a un certo grado di desoggettivazione, di “indifferenziazione” rispetto al dispositivo medesimo. Ed ecco che torna quanto Grigurcu annota acutamente: “A predominare sono una desumanizzazione tecnica, una desentimentalizzazione meccanicistica, una reificazione assunta con calma” (ma questo verrà dopo).

Annotazioni che non sono certo rilievi di tipo, diciamo così, etico-morale, che non compete alla letteratura. Il transito verso un futuro “altro” di cui si parlava, step by step, per Prodan è chiaro e letterariamente programmato, in tematiche e scrittura, qui intimamente intrecciate. In questo viaggio lei si pone non tanto come l’eroina di un’epopea, quanto come una cronista compartecipe di sé, a volte un po’ scalcagnata e senza troppe certezze (“asociale – sì, autistica – sì, autoreferenziale – sì. / relativa e laconica – sempre”), spesso con un occhio (e una scrittura) un po’ beat (v. qui sotto clic) come di chi ha capito tutto ma non può farci niente, a volte con quello surreale ma di un surrealismo niente affatto automatico, altre volte con il sospetto (chi non ce l’ha?) di vivere in una matrice artificiale, altre ancora con l’autocompiacimento un po’ irridente di certi pazienti psichiatrici tanto “esperti” della materia da dichiararne l’inutilità. Che fare allora, ripiegarsi in sé stessi, nel proprio imperfetto meccanismo (“mi siedo nel mio stesso utero / in posizione fetale e mi bombardo il cervello / di serotonina e ossitocina. / sono il feto più felice della riserva di madri”)? Continua a leggere

Stefania Di Lino – La memoria dell’ombra, nota di Lucianna Argentino

Stefania Di Lino - La memoria dell’ombra (Edilet, 2024)Il tema dell’ombra in psicologia è fondamentale. Freud usò il termine Perturbante che indica qualcosa di inquietante, infido, sinistro, mentre Jung parlò di Ombra. Due concetti simili, ma con diverse sfumature e l’ombra di cui parla Stefania Di Lino nel suo ultimo libro “La memoria dell’ombra” (Edilet, 2024), a mio avviso, è più vicina al concetto di ombra junghiano ossia all’aspetto inconscio della personalità, al lato sconosciuto di sé stessi, quello che include tutto ciò che è al di fuori della luce della coscienza e può essere positivo e negativo. Importante è dunque avere consapevolezza della propria ombra, ma non identificarsi con essa quindi incorporarla, integrarla nel proprio essere, in modo da non caderne vittima, dando vita così a una coscienza più ampia, perché nonostante la sua funzione di “serbatoio per l’oscurità umana” – così è stata definita o forse proprio per questo – l’ombra è anche sede della creatività umana e dunque è un luogo da cui si può ripartire per ricomporre l’immagine di sé stessi che spesso la vita con le sue bordate stravolge. Ma la psicologia ci insegna che l’individuazione, quel processo fondamentale di sviluppo psichico che costituisce l’esperienza principale della persona e consiste nella ricerca e realizzazione del proprio progetto esistenziale, nella scoperta della propria autenticità, inizia proprio quando si riesce a prendere coscienza dell’Ombra.

“Nell’andare / ricordare sempre la propria ombra” ci esorta Stefania Di Lino in un verso che può anche intendersi come una sua indicazione di lettura per noi, benché poi certamente il pregio della poesia è quello di lasciarci liberi di trovare la nostra personale chiave di lettura, ma questi versi ci dicono anche quale è stata per la poetessa la strada che ha percorso e che ci offre. Nell’andare a ricordare sempre la propria ombra perché con la propria ombra, prima o poi bisogna confrontarsi, quindi non temerla anche se quest’ombra ogni tanto ha dei sobbalzi che ci spiazzano, fanno deragliare la nostra vita dai consueti binari su cui scorre. Ed è di questi deragliamenti che Stefania Di Lino ci racconta con un linguaggio forte, potente, incisivo che va in altezza e in profondità, così che mentre da un lato ci mette di fronte al potere devastante del dolore, “l’umano come la poesia lo si deduce da quel buco nero chiamato dolore” scrive, dall’altro lo trasforma in canto che consola anche se la sua non è poesia consolatoria. Tuttavia mostrandoci l’aspetto rigenerante che può avere il dolore che è misura della nostra umanità, non è nemmeno poesia totalmente annientata dal dolore, non è ripiegata su se stessa né nichilista. Parlare di nichilismo o di pessimismo in poesia ritengo sia una vera e propria contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro perché già il fatto che si scrive è indicativo di una fede o fiducia, se preferite, nel genere umano e nel potere rigenerante della poesia che con una mano ci schiaffeggia per scuoterci dal torpore di cui alle volte siamo preda, con l’altra ci accarezza, ci dice che non tutto è perduto, che qualcosa della nostra umanità può sperare in una salvezza. Certo una salvezza non facile che implica la nostra attiva collaborazione perché la speranza non è una passiva attesa di qualcosa che arriverà, ma il portare alla luce una presenza che è già qui, ma non riusciamo a vedere. E c’è speranza in questo libro che pure sembra condurci in una “selva oscura” (quella che abbiamo dentro e quella di cui la vita a volte ci apre le porte), in un abisso a cui la poetessa non si arrende, ma con la parola poetica lo sfida, lo attraversa in lungo e in largo tentando di svelarne il mistero. Cerca certamente una via d’uscita, ma non una fuga perché c’è spavento sì, ma c’è anche stupore che essa ci racconta con una “matita spuntata” dalle asperità della vita, consumata dalla fatica di esistere in un mondo che poco ha di confortevole e materno. E non ho usato quest’ultimo aggettivo a caso, ma ci tornerò più avanti. “La memoria dell’ombra”, corredato dalla prefazione di Agnese Moro e dalla postfazione di Anna Maria Curci autrice quest’ultima anche di una bella traduzione in tedesco della poesia che chiude la silloge, è un libro diviso in due sezioni: L’equilibrio delle pietre e Figlio mio chiamato da dove. Continua a leggere

Alessandro Canzian – In absentia, nota di Claudia Mirrione

In absentia (Interlinea Edizioni 2024) di Alessandro CanzianIn absentia (Interlinea Edizioni 2024) di Alessandro Canzian
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La storia contemporanea lascia il suo segno nella poesia di Alessandro Canzian che intercetta la chiusura di un’epoca (Alle cinque un odore acre / di caldo che avanza. / Un bacio. « Fatti il segno / della croce, Silvio» cf. p. 13) e il protrarsi di una guerra che sta via via diventando una «Terza Guerra Mondiale a pezzi»: l’Ucraina come la Polonia della Seconda Guerra Mondiale (La ragazzina scorre disinvolta / i giardini di tutta Europa. / E Ucraina e Polonia. / La vita è sopravvalutata, cf. p. 26). Lungo la prima sezione della raccolta in questione, Minimalia, vediamo la guerra dal ponte di Crimea crollato (17.07.2023), attraverso gli occhi di ragazzine integre nella bufera (splendida è la serie a loro dedicata). Analizziamo uno di questi testi:

Ragazzina, vent’anni e

Un sapore di fiori sul vestito.

Un rischio per la pietra

Comandata dal Signore

O da un altro ufficio.

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Come nota Martin Rueff, nella nota finale, le poesie delle tre sezioni del volume (Minimalia, Sul fondo, In absentia) «sono per la maggior parte delle strofe di cinque versi (il francese usa la parola quintil), non rimate e costruite su una nitida opposizione drammatica dei tre primi versi e dei due ultimi. Così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto tra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità». E la sensibilità vede l’intrecciarsi di refoli sinestetici, echi evangelici e un fulmen in clausula di indole epigrammatico-sarcastica che ci rimanda alla più cruda realtà.

La seconda sezione, Sul fondo, prende il titolo da quello che inizialmente Primo Levi aveva in mente per il suo Se questo è un uomo. Il messaggio fondamentale di Levi, cioè che la soppressione della diversità e la valutazione con due pesi e due misure abbia come “coronamento” il lager nazista, assume contorni caustici e sferzanti (la corrosività pungente sembra essere un fil rouge della raccolta):

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Hanno spianato per chilometri

Qualunque cosa viva

Alberi compresi.

Conta quanti loro morti

Valgono uno dei nostri.

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In tutto questo, il grande assente è proprio Dio cui è rivolta proprio la sezione In absentia: un Dio ubriaco, vendicativo e geloso, un Dio che ha vaghi ricordi di cosa sia il bene. Un Dio che, nella Genesi rivista da Canzian, passa le giornate della creazione «in un silenzio attonito» nel «rumore dell’ universo» e mai riposa (il settimo giorno non esiste nella raccolta). Queste riflessioni teologiche si alternano con l’ “enigmatica” (l’aggettivo è di Rueff) presenza di un topo che convive con l’io poetico (molteplici i riferimenti chiariti dalla nota dell’autore, dall’invasione dei topi in Friuli del 2021, all’opera L’Isola dei topi di Alberto Bertoni, pubblicata da Einaudi nel 2021, a “Universo 25” di John Calhoun, il famoso esperimento di sovraffollamento che conduce all’estinzione, in cui si rivedono, mutatis mutandis, le dinamiche umane). Questa figura misteriosa che si aggira tra i testi di Canzian sembra essere il correlativo oggettivo di Dio, la lordura, la sporcizia, il sudiciume del mondo. Se, secondo la prova ontologica dell’esistenza di Dio, per Anselmo D’Aosta, Dio è «Id quo maius cogitari nequit», per Canzian è «Id quo peius», insomma. Oppure, ancora di più. Esso è nulla; come si conclude la raccolta: «Dio / è un sinonimo di mai». (claudia mirrione)