Archivi categoria: libri ricevuti

Marco Munaro – Ruggine e oro

Marco Munaro – Ruggine e oroIl ponte del sale, 2020

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Ogni tanto un libro, con un certo ritardo, spunta fuori dalle pile. Forse vuole essere ritrovato. Un libro del 2020, che non ricordo come è arrivato qui, di Marco Munaro (1960), poeta, insegnante, autore di diverse raccolte e vincitore di premi tra cui il “Sinisgalli”, nonché fondatore de Il ponte del sale, nota casa editrice e associazione culturale di Rovigo, dove l’autore vive. Ne traggo qualche testo, in cui ho ritrovato cultura, maestria nella scrittura, e una voce lirica di grande suggestione, non ermetica, non romantica o compiaciuta, di interrogazione della natura, dei suoi segnali, dell’uomo, le sue radici e le sue memorie iscritte nel paesaggio (“sono nato sulla riva sinistra del Po – scrive Munaro – ai piedi di un ponte in chiatte, ho lo sguardo della corrente, il sentire tenero e forte della Natura”). Un libro che raccoglie e rinnova una lunga tradizione della poesia veneta e italiana, a cominciare da Andrea Zanzotto, oggetto della sua tesi di laurea in Lettere moderne (ma i nomi sarebbero tanti, Pier Luigi Bacchini ad esempio). Ma anche, come scrive nella bella e documentata prefazione Pasquale Di Palmo, “una raccolta in cui convivono stilemi modernisti che, sulla falsariga dell’opera di Pound ed Eliot, sembrano rifarsi espressamente al mondo classico e mitologico”. Cosa non secondaria, mi è piaciuto ritrovare in questi versi echi della poetica della mia amica Elia Malagò, anche lei poetessa di argini e golene (v. QUI). Nota: il Tartaro di cui si parla nel primo testo non è (o non è solo) il fiume infernale, ma un canale navigabile detto anche Po di Levante; Ciuso e Ciaro, cioè vino nero e vino bianco, qui due personaggi. (g.c.)

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Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

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Non ringrazio mai abbastanza Marco Ceriani, quando mi manda uno dei suoi libri. Ma questa volta c’è stato anche uno scambio epistolare (per quanto fatto di lettere elettroniche) assai piacevole e interessante, che non ha potuto che aumentare la mia stima per lui, come autore e persona.

Avevo già parlato nel mio piccolo di Marco in un paio di occasioni sulla vecchia versione del blog (v. QUI), a proposito principalmente del suo Gianmorte violinista (Ed. Stampa 2009, La collana, 2014), opera che allora mi colpì in maniera particolare, perché di un’opera particolare si tratta, a cominciare dal suo essere spavaldamente “aliena” nell’uso della forma, del linguaggio, delle metafore, delle invenzioni, dal suo essere naturaliter di “ricerca” senza nessuna delle dichiarazioni di intenti o pregiudiziali “ideologiche” che accompagnano quasi sempre la poesia non lirica (o non assertiva, sperimentale o come vi pare). Ci sarebbe qui da aprire una parentesi sul fatto che Ceriani lo sia, ma credo che lui, in quanto autentico “ricercatore”, se ne infischi bellamente di definizioni del genere. E – analogamente – non lo conosco abbastanza, in fondo, da poterlo definire senza tema di essere smentito come un poeta appartato, ma poi ho riflettuto che non sono i poeti, semmai, ad essere appartati ma è il mondo, compreso quello delle Lettere, ad esondare oltre il sopportabile. Tuttavia ricordo che in uno dei messaggi che ci siamo scambiati si definiva “l’anacoreta che mi lusingo o credo di essere”. E questo già dice molto, ma leggete anche quello che scrissi nel 2016. Continua a leggere

Laura Giuliberti – Paraìso

Laura Giuliberti – ParaìsoArcipelago Itaca Ed., 2024Laura Giuliberti - Paraìso - Arcipelago Itaca Ed., 2024

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Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.

Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).

Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere

Quaderno di traduzioni: Valérie Brantôme

Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024

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Conosco da un po’ Valérie Brantôme, con cui ho collaborato saltuariamente e che ha ospitato sul suo sito, traducendoli in francese, alcuni miei testi. Questo libro, che è il suo primo di poesie, o meglio di poesia in prosa, mi conferma l’apprezzamento che ho sempre avuto nei confronti della sua sensibilità artistica e delle sue qualità di scrittrice. Qualità che è possibile rilevare, spero, nella traduzione che ho fatto dell’intera prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta. Una scrittura ricercata, anche complessa, metaforica – e che a tratti potrebbe ricordare per noi italiani una “parola innamorata” – in cui è rintracciabile la grande tradizione lirica francese ed echi di autori come Yves Bonnefoy e Joë Bousquet, citato in esergo, e i cui temi sono il tempo inesorabile e il paesaggio astratto attraversati da una figura umana alle prese con una sorta di discesa usque ad inferos, in cerca – forse – di una risurrezione o di una rinascita vittoriosa di sé come auspicato nel finale. (g.cerrai)

 

Valérie Brantôme, nata nel 1968, vive in Provenza. Conoscitrice dell’Italia, dove ha trascorso l’infanzia e dove è stata presente in vari eventi, è poetessa e scrittrice e traduce voci della poesia contemporanea italiana (Martino Baldi, Alessandro Ceni, Lorenzo Calogero, Roberto Bertoldo). Ha pubblicato in riviste e blog come Arsenal, Phœnix (Premio Léon Gabriel Gros 2013), Diérèse, La Sœur de l’Ange, Terres de Femmes, Imperfetta Ellisse.  On dit le temps è il suo primo libro di poesie. Il suo blog è Enjambées fauves.

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Poeti dalla Romania 2: Ofelia Prodan

Ofelia Prodan - Periodicamente ricicliamo cliché - Ed. Ensemble, 2023Ofelia Prodan – Periodicamente ricicliamo clichéEd. Ensemble, 2023

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Una poesia originale, quella di Ofelia Prodan, rumena che frequenta da tempo l’Italia, in luoghi come Venezia (Festival Internazionale di Poesia) o Bologna (Bologna in Lettere, dove è stata premiata nel 2021). Originale come scrittura (che si innesta modernamente in quella diretta e concreta tipicamente est-europea) e perché tendenzialmente post-umana, cioè proiettata verso (e con) un’identità in cui l’io è sempre meno soggetto e sempre più oggetto (di una trasformazione, a volte solo immaginata, di un passaggio ad una realtà forse meno dolorosa).

Di questo transito, come nota puntualmente nella introduzione Gheorghe Grigurcu, una parte importante è costituita da una interazione, reale o ricreata, di tipo psicoanalitico, una comunicazione che è soprattutto con sé stessa e con le proprie dinamiche interiori, che trova posto nella prima sezione del libro, intitolata La capa ninfomane. Qui la condizione, per quanto di una coscienza alterata come dice Prodan, è ancora quella di una persona alle prese con una agitata ricerca di sé all’interno di un universo esistenziale per così dire canonico, fatto di una “salute” ortodossa, protocollare, nei confronti della quale l’autrice è tuttavia del tutto sfiduciata. In effetti il transito di cui si parlava inizia proprio con la messa in mora di un mezzo, di un sistema, di quello che Agamben e prima ancora Foucault chiamano un dispositivo, ovvero “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi” (G. Agamben). Come, ovviamente, la psicoanalisi. O la confessione. O la poesia, perché no. Nelle estreme conseguenze delle dinamiche tra persona e dispositivi si approda a un certo grado di desoggettivazione, di “indifferenziazione” rispetto al dispositivo medesimo. Ed ecco che torna quanto Grigurcu annota acutamente: “A predominare sono una desumanizzazione tecnica, una desentimentalizzazione meccanicistica, una reificazione assunta con calma” (ma questo verrà dopo).

Annotazioni che non sono certo rilievi di tipo, diciamo così, etico-morale, che non compete alla letteratura. Il transito verso un futuro “altro” di cui si parlava, step by step, per Prodan è chiaro e letterariamente programmato, in tematiche e scrittura, qui intimamente intrecciate. In questo viaggio lei si pone non tanto come l’eroina di un’epopea, quanto come una cronista compartecipe di sé, a volte un po’ scalcagnata e senza troppe certezze (“asociale – sì, autistica – sì, autoreferenziale – sì. / relativa e laconica – sempre”), spesso con un occhio (e una scrittura) un po’ beat (v. qui sotto clic) come di chi ha capito tutto ma non può farci niente, a volte con quello surreale ma di un surrealismo niente affatto automatico, altre volte con il sospetto (chi non ce l’ha?) di vivere in una matrice artificiale, altre ancora con l’autocompiacimento un po’ irridente di certi pazienti psichiatrici tanto “esperti” della materia da dichiararne l’inutilità. Che fare allora, ripiegarsi in sé stessi, nel proprio imperfetto meccanismo (“mi siedo nel mio stesso utero / in posizione fetale e mi bombardo il cervello / di serotonina e ossitocina. / sono il feto più felice della riserva di madri”)? Continua a leggere

Michela Gorini – Undress

Michela Gorini - Undress - Seri Editore, 2024Michela Gorini – UndressSeri Editore, 2024

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Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di Michela Gorini. In questi ultimi anni riappare il corpo nella poesia femminile. A volte timidamente, a volte in maniera più esplicita ma sempre in modi diversi dal soggetto (non uso il termine a caso) che aveva animato la poesia di donne della seconda metà del secolo scorso. Undress, svestirsi, denudarsi o – cosa diversa – mettersi a nudo. O ancora, spoliazione di, o essere spogliata, nel senso di beni comunque intesi. Il corpo riappare come esponente del dolore, in proprio o come soma, del dolore materiale o affettivo (ma c’è poi differenza?), della assenza e della perdita, del lutto (e tutti i dolori in fondo lo sono) e della ferita, della memoria e del rimpianto. Il corpo c’è, è nominato in questo libro una quarantina di volte, appare per così dire topico, anche quando è corpo della parola, scarnificazione o “dimagrimento”, riduzione all’essenziale dell’essere.

Comunque sia, il corpo – in sé e come esponente o interfaccia della vita – è solo e solitario, non è certo più né il campo di battaglia politica di una volta né bandiera di una riappropriazione identitaria. Smagrisce e soffre come la lingua di gran parte dei testi di questo libro, si adombra in un abisso in cui metonimicamente (o mimeticamente) precipita e si ossifica in primis nella lingua letteraria di Gorini. Che talvolta si oscura, diventa criptica, talvolta suona come una sentenza dell’I-Ching (v. qualche esempio qui sotto), spesso ma non sempre agisce per sottrazioni, anzi per omissioni sintagmatiche, per sospensioni del dire o afasie, e sembra uno “scetticismo” (termine dell’autrice) “verso il sostegno della lupa, la lupa parola”, o è invece, forse, una ormai non insolita raffigurazione, appunto mimetica, di un dibattersi del pensiero, di una patologia del linguaggio (che ovviamente non c’è, anzi). È una scelta stilistica, diversa da altre presenti in questo libro, che non è detto che aumenti lo spessore del significato, l’allusione al senso sottostante che aleggia, si sente, tra dolore reale e angoscia (e lasciamo stare tutto il repertorio classico sull’argomento, che certo Michela conosce). Ed è forse una scelta di “raffreddamento”, di antilirismo, di controllo emotivo e sentimentale, di distanza che a volte, in altre parti del libro, si allenta, ed è pur vero che, secondo l’autrice, “il linguaggio protegge dalle viscere”, pur con gli inevitabili dissidi con la “protuberanza linguistica”, con il fatto che non si può “imporre al cuore l’estetica del vuoto”, con la scrittura stessa quando è – diventa – “la scrittura che fu. La scrittura che fu guida”. Fino all’estrema ingiunzione: “Non scrivere. Le parole a un certo punto sono offese, pretenziose. Tutto sembra detto, stato”. Ingiunzione, come è ovvio che sia, non raccolta, è come accarezzare un pensiero della morte, del nulla, di rinuncia alla “relazione di parola”, per poi ritrarsi, in una vitale resipiscenza. Ed è quasi ovvio, vista la formazione di Gorini, trovare in questi assunti tante eco psicanalitiche, e una voce interiore principale e assoluta, quasi un animale guida (come la scrittura, ricordate?): la lupa, “la lupa parola”, la lupa che “trasmette via voce”, che “mostra parole random” (e la parola, come sappiamo, non è mai casuale), che “è decisione, squarcio”, che magari “poi ferisce, non è logica di cuore” (e il cuore, come diceva Pascal, ha le sue ragioni). Continua a leggere

Poeti dalla Romania 1: Daniel D. Marin

Daniel D. Marin - Poesie con gli occhiali, Ed. Ensemble, 2024Daniel D. Marin – Poesie con gli occhiali, Ed. Ensemble, 2024

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Un poeta particolare, una poesia particolare. Ironica, surreale, a volte non sense a volte Oulipo, quando serve, quando cioè, come annota Ștefania Mincu nella prefazione, le poesie di Marin “non rimandano a un senso, ma alle stesse possibili formule del senso”, mettono in atto “finzioni date per vere”, con personaggi (o personae, direi) che “non attengono all’epico, ma sono puri segni coinvolti in modo bizzarro nel quadro situazionale delle proprie maschere fittivo-introspettive”, nel tentativo, molto attuale, di “usare un linguaggio gestuale-iconico, creare tra l’emittente e il ricevente uno spazio di percezione particolare, una mediazione non verbale”. Il che significa, riducendo il linguaggio specialistico e un po’ criptico di Mincu a qualcosa di più “digeribile”, che Marin cerca di non fare tanto un gioco di metafore, con i suoi personaggi che alludono a qualcosa di umano, alla Jean de la Fontaine, metaforizzando cioè il significato complessivo della “storia” che narra; tenta piuttosto di scalare il linguaggio iniettandovi per vie traverse ed ellittiche elementi del reale, in primis la sua assurdità, anzi – svelata con i suoi specialissimi occhiali – la sua “normale” assurdità. Per la quale non importa che il personaggio invece di un uomo sia ad esempio un coniglio di alabastro: è solo, come si direbbe in chimica, un accelerante.

Va detto però che il libro è radicalmente diviso in due parti, le prime tre sezioni (Poesie con gli occhiali, Madama civetta, Il coniglio di alabastro), nelle quali Marin esercita la sua fantasia surreale; e l’ultima, Il mondo in un chip, che personalmente preferisco di gran lunga, assai diversa per stile e contenuti, con testi anche molto buoni, che soprattutto non sono e non vogliono essere, a differenza dei precedenti, “molto assennati all’apparenza – se non addirittura puerili” (Mincu), che mostrano una concreta aderenza alla vita, alla realtà, alle dinamiche del mondo attuale, come si trova nella migliore poesia dell’Europa orientale (V. Holan, per citarne uno), e in qualche tratto anche una interessante aria “beat” (v. es. qui sotto Tra le crepe o l’ottima Il cane invisibile). E però da questa strutturale differenza tra le parti la raccolta non appare disunita, semmai va intesa come bipolarità di visione (come l’occhio di vetro del colonnello, v. sotto), come pluralità di registri, come alterità di prospettive che si riflettono sulla lingua, sulla parola, che in Marin è sempre concreta anche quando surreale, spesso ironica o giocosa, sempre “utile” e evidente come una buona lente di ingrandimento. (g. cerrai) Continua a leggere

Daniele Beghè – chicane

La chicane, ci dice il Vocabolario Treccani, è “una curva o serie di curve successive che vengono introdotte in un tratto rettilineo di una pista, per diminuire la velocità dei concorrenti”, ma anche un cavillo giudiziario, una difficoltà piazzata a bella posta in un percorso processuale, quindi un inciampo nell’ordine normato delle cose. In entrambi i casi devi rallentare, pensarci un po’ sopra, decidere qualcosa che non sia del tutto disastroso. In fondo, secondo Daniela Marcheschi nella quarta di questo libro, è proprio quello che succede a “un io mai autoreferenziale [che] privilegia lo sguardo orientato verso il quotidiano”, un quotidiano domestico, personale, frammentario in cui il passato e l’oggi, l’attuale, sono equamente divisi ma senza andare – sia indietro che avanti – troppo lontano, poiché le storie, la storia, la Storia sono tutte glocali, cioè situate in un orizzonte che è insieme contemporaneo, con tutti gli epifenomeni che si porta dietro, e locale e senza sbocchi, come la strada a fondo chiuso che l’autore o il suo alter ego poetico hanno abitato per sessant’anni (L.I.F.O. – Last in first out, pag.15). Posando lo sguardo su di esse è facile – e comunque necessario – rallentare, indugiando. Del resto, cos’è che vede Beghè, di che cosa parla in questo libro? Be’, lo abbiamo detto, si tratta di una porzione raggiungibile della realtà, e per giunta raggiungibile rapidamente, nel senso che – al di là di quanto compete alla memoria – tutto quello che questo sguardo raccoglie è sostanzialmente immoto, a portata di mano e alla portata di quel tempo che basta per una osservazione diciamo così “sul campo”, naturalistica e – sia detto sine iniuria – superficiale. Questa porzione, non tanto esperienziale ma direi oggettuale, è costituita da “piccoli episodi del tirare avanti” (Fanta e Lady Diana, pag. 71), eventi minimali, ricordi non memorabili, scene colte in giro per strada, nei quartieri o nei centri commerciali, “visioni” un po’ bizzarre che arrivano inopinate, magari guardando le posate “nel cassetto della cucina componibile” (Visure, pag. 49) o là dove “l’ambientazione appare comune e contemporanea” (Strati, pag.28). Direi che queste chicanes, questi rallentamenti non nascondono “decisioni”, come dicevo prima, né drammi, non comportano epifanie speciali né critiche politiche ma forse solo constatazioni, ed è comprensibile che a un materiale poetico di questo genere corrispondano, nella forma, “ritmi pacati pronti a sfociare con naturalezza in quelli più distesi della prosa” (ancora Marcheschi, e forse in prosa le cose migliori, anche in termini di scrittura, nella loro compiutezza scenica) e qualche ingenuità (“l’alta tensione che corre / sul pentagramma elettrico dei cavi” – Enfisema, pag. 23; “la panchina, corpo di legno / e metallo, è una bestia calma, / un’abitudine a bordo strada,/ se l’accarezzi sul dorso fa le fusa” – Bestia calma, pag. 27; “Non lascio che il temporale di oggi / infradici la miccia, quella dei sogni, intendo” – Miccia, pag. 32; “manca il battaglio alla campana / verde del vetro” – L’altra campana, pag. 64).

Beghè sa bene di porsi proprio “dove deraglia la catena di una minima storia” (L’ultima mosca dell’autunno, pag. 44) ma senza nessuna particolare irrequietezza, ironia o contraddizione postmoderna, un non luogo in cui cerca, non troppo convintamente, “un varco nel muro del sistema” (ma sistema, diciamolo, è una parola impegnativa). Varco che a volte lascia intravedere qualcosa (ad esempio quando l’autore fa qualche raro accenno al sociale, come le “morti bianche” in Lavoro a mano armata, pag. 18 – e però lo fa seguire da un’istantanea scattata all’Ikea, E relativo relax, pag. 19; ma anche il lavoro di educazione degli adulti e degli immigrati, l’interessante Legge regionale n. 14, pag. 72); più spesso, come se quel varco restituisse una specie di horror vacui, una insostenibile complessità del “sistema”, Beghè ripiega su qualcosa di più confortevole, come è quasi sempre la memoria, o l’osservazione non giudicante e irrelata, quasi da flâneur, di una realtà quotidiana immodificabile. (g. cerrai)

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Letizia Polini – Subsidenza

Letizia Polini – SubsidenzaPuntoacapo, 2024

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Opera vincitrice di Bologna in Lettere 2024, sezione Opere inedite, questo libro di Letizia Polini rientra nella categoria delle raccolte poetiche problematiche, poco “confortevoli”, nel senso che ti danno sempre da pensare più di quanto ti confermino in qualche logora aspettativa da lettore. È quello che dovrebbe fare la poesia, spostare, magari di poco, un limite o, come dico sempre, darti un’idea dell’aria che tira.

Un libro dalla rigorosa struttura, un percorso con poche deviazioni, un’idea di fondo forte e convinta che parte da un’immagine principale, una visione “geologica” dell’esistenza e dell’io (il nucleo drammatico dell’opera, per quanto astratto e un po’ sine causa manifesta, è questo), una surmetafora che principia con il concetto del titolo, la subsidenza, fenomeno che consiste nel lento e progressivo sprofondamento del terreno, per via antropica o naturale, per cause interne o esterne. Una sorta di proemio, cinque sezioni, alcune “tregue”, alcune “intrusioni” (altro termine geologico), qualche “fossile” scandiscono una inusuale mise en abyme, non tanto narratologica quanto intrametaforica, intersoggettiva e multilivello. Il punto di partenza, come ricorda l’amico Daniele Poletti nella sostanziosa prefazione, è il corpo, corpo rappresentato “che parte da una condizione più estrema, in senso nichilistico, quella dell’annientamento causato dalla gravità. Che poi sia una “gravità” declinabile come denuncia politica o esistenziale o entrambe le cose, starà al lettore deciderlo”. Va bene, accetto il legato. Intanto, condizione più estrema rispetto a che cosa? Come acchitto ideale mi paiono giusti i richiami, sempre del prefatore, sia al Bernard Noël dei clamorosi – anche perché era il 1956/8 – Extraits du corps, dove la carne è “la carne del mondo”, il suo prolungamento come dice mi pare Merleau-Ponty e il corpo, secondo Noël, è “l’imbuto interno” che introietta, distrugge, soffre e produce scorie, metafora e “correlativo oggettivo, di pura marca modernista, di quelle figure dell’ansia che presiedono al senso di finitudine dell’uomo contemporaneo” (Poletti); sia rispetto, negli anni Sessanta, al corpo antagonista “con[tro] le modalità di rappresentazione del soggetto nella nostra tradizione poetica” (sempre Poletti), ovvero come spostamento dell’io in una posizione decentrata e recessiva (ma potremmo ricordare, tra gli esempi, il corpo feroce di Bataille e quello come doloroso campo di battaglia della poesia femminista e post – ma certo si parla di un’altra generazione). Naturalmente non si tratta di stabilire confronti o paralleli, essendo che ogni opera, poi, è prodotto del tempo e del talento individuale e perciò bisogna unicuique suum tribuere. Continua a leggere

Gabriella Grasso – Sciott

Gabriella Grasso – SciottPuntoacapo Editrice 2024

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Mi è capitato di riflettere, ultimamente, su (certa) poesia come non luogo. Un concetto che non mi sono ancora ben chiarito, ma che ha a che fare con una produzione poetica in qualche modo “indifferenziata”, che cioè non pertiene a nessun luogo né fisico né dell’anima, che potrebbe essere dappertutto e in ogni dove e forse appartenere a chiunque e quindi non essere coniugabile con il suo autore né con le sue radici. Una poesia cioè che – per varie cause che qui non indaghiamo ma che non hanno a che fare con stile, tendenza, forma, estetica – disegna “uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico”, usando le parole di Marc Augé. E nella quale il lettore, in varia misura, si sente solo.

Quindi è stata una coincidenza (ma non una rarità) imbattersi in un libro come questo, perché è una buona rappresentazione di un atteggiamento poetico ostinato e contrario, un libro che in primis stabilisce una sua cittadinanza non solo in un luogo (con quanto comporta in termini diciamo così di koiné, di appartenenza) ma anche e soprattutto in una realtà. In effetti il luogo è ben definito dalle parole introduttive della stessa autrice: è lo sciottu, nome di origine araba di una piazza di forma irregolare al centro della cittadina di Linguaglossa, ai piedi del Mongibello (l’Etna). Tralascio, come Grasso ci fa notare, la tautologia di questi due toponimi, negli incastri linguistici che vivificano il siciliano, prendiamola, al di là della curiosità, come emblema della malinconica e tuttavia passionale ridondanza che anima tanta letteratura dell’isola. Mi piace invece immaginare il set di questo libro di poesie, le piazze, le strade, le facce, qualcosa che ricorda il taglio chiaroscurale di certe foto di Ferdinando Scianna (es.: Villalba, 1983) o Melo Minnella o Enzo Sellerio, fotografo prima che editore. La piazza, naturalmente, è fulcro e pivot, o il bandolo di una matassa (spesso di microeventi) che tende a riavvolgersi in un moto tendenzialmente centripeto. Voglio dire, se molto parte da lì molto ritorna, o si spera che torni, o si aspetta che questo avvenga, soprattutto per una poetica ricerca di sicurezza. Che sta, appunto, nel luogo, nelle storie, nelle facce (“una faccia, una razza”, ma forse oggi, con i tempi che corrono, Salvatores non userebbe più questo vecchio detto greco), una comfort zone non ostante i brontolii del vulcano poco lontano (“siamo pronti a scappare / ma noi lo faremo?”). Sarebbe facile fare di queste facce dei personaggi, fare dei fatterelli dei bozzetti, ma diciamo che Grasso schiva molto bene questi rischi, come quello di uno strapaese alla Arminio, dato che mi pare riesca a sfuggire al momento cristallizzato, unico e “memorabile”, a favore di un tratteggio emblematico e plurale, che lascia spazio, tra i versi, al tipo di immaginazione a cui accennavo prima. Il mondo di Grasso sembra immarcescibile e invariabile come la morte, “tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre / se chiudo gli occhi / tutto resterà” scrive in Commiato (Casa) per la sorella defunta, guardandosi intorno, descrivendo “arredi sempiterni”, elencando un po’ di gozzaniane buone cose di pessimo gusto. Questo mondo, come scrive, le sopravviverà? Non è detto, o meglio sì, sopravviverà nella misura in cui questo tipo di scrittura, di poesia (e chi la esercita), si farà carico di cantarlo e ricantarlo, di darne una comprensione che sfidi la surmodernità, o la semplice invasione dei turisti (v. sotto Zoom), di farne memoria, di “negoziare” con l’oblio, come direbbe Paul Ricoeur, quel che vale ricordare. Che potrebbe essere un fatto o semplicemente un carattere, un genius loci – elemento che mi è capitato di evocare annotando altri autori, come il messinese Enrico De Lea (v. QUI) o il comisano Fernando Lena (v. QUI) – o un “parlari” colto o non colto. Certo, la resa qualitativa dei testi qui raccolti non è uniforme, diverge tra brani molto buoni e altri molto molto semplici (es.: Il forno, o Rovesci) e però sempre sentiti, ma in tutti c’è una singolare corrispondenza tra questa materia “locale” (nel senso accennato in apertura) e lo stile o forma, come se certe storie non potessero che essere appunto “cantate” (o cuntate, e qui si torna a una vena popolare, anche siciliana) o cantilenate, con una curiosa predilezione per i settenari (“sembrerebbe lontano / ma il gigante vulcano / ha la bava alla bocca / e la sagoma nera”) e soprattutto, cosa rara, per cascate di decasillabi anapestici (“Lui cammina tenendola stretta”), che a volte si frangono in una risacca di inequivocabili endecasillabi o sono alternati con i citati settenari (“Il suo cuore ha ceduto stanotte / come carta velina / si è franto, e i frantumi hanno rotto / quella volta del cielo…”). A rimarcare, anche per questi segnali, che operazioni poetiche come questa, per aderenze o ossequi a una “tradizione”, non possono che passare per strade (o per piazze) ribattute, magari con un certa spontaneità e naturalezza come nel caso di Grasso. (g. cerrai)

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