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Brevi di cronaca: Ksenja Laginja e i suoi lupi

Ksenja Laginja - Chiamali ancora per nome - Arcipelago Itaca, 2025Ksenja Laginja – Chiamali ancora per nomeArcipelago Itaca, 2025

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Alcuni testi tratti dalla raccolta più recente di Ksenja Laginja. Una poesia rarefatta, simbolista, privata, “misteriosa, a tratti ermetica, oscura”, una poesia in cui “quando sembra di poter ghermire questo frammento di memoria e coglierlo in pieno, esso svanisce”, in cui i versi “restano soffusi, in un crepuscolare sfasamento” ecc. D’accordo, i virgolettati sono parole di Alex Tonelli, dalla prefazione a questa raccolta, parole che sostanzialmente condivido (ma chi mi conosce sa che cosa penso delle prefazioni). Perché lo spirito di fondo del libro è questo, l’idea di poesia che Laginja ha è mitico e mistico, alla poesia viene accreditato, al di là della scrittura e degli stili che hanno mutato – evolvendo – nel corso del Novecento, un ruolo sciamanico e salvifico che forse ebbe in una società ben diversa dalla attuale. È in sostanza una “ideologia” di speranza, in cui il poeta assegna a sé stesso il ruolo di tramite (“sacerdotessa e maga” – dice Tonelli – con i suoi animali totemici, come il lupo qui molto presente), di messaggero, di evocatore di significati “altri” e “oltre”, quasi esoterici, di quelle “vibrazioni” a cui allude anche Tonelli, quando parla (però come qualcosa di positivo che “libera” il lettore) di “una dialettica negativa che distrugge un senso compiuto senza voler (poter?) mai costruire un nuovo significato”, poiché “la poesia di Ksenja Laginja distrugge e, facendolo, libera il senso nelle sue infinite forme”. D’accordo ancora, ma a me pare il climax del crepuscolare, direi, il simbolo (l’astratto personale, alchemico) che sfratta la metafora (l’idea condivisa, il concetto, il conoscibile).

Posso capirlo. Il mondo ha perso da tempo la sua magia. E Dio è morto, come ci ricorda Nietzsche, almeno nel senso della fine della grande narrazione etico morale del mondo stesso. Che come se non bastasse è diventato di una complessità tale da mettere in discussione il concetto stesso di realtà, percepibile solo per frammenti (di vero, forse…) o in bolle in cui è ancora possibile vivere, angoli in cui sia più facile rassicurarci come umani, perfino cullare il nostro dolore, gli affetti, le relazioni complesse, osservare la nascita e la morte, e la stessa scrittura come sublimazione identitaria. È in questo ambito – privato e insieme eterno, nascosto e simbolico – che Laginja tenta di ricreare la magia che manca, di evocare l’impalpabile, lo “spirito” che aveva aleggiato negli eventi vissuti, là dove esistiamo. In questo tipo di poesia l’unico vero rischio è che quello che perviene alla luce (o a una misterica penombra) sia diversamente significativo: per chi scrive, in cui l’immagine evocata è per così dire precostituita e presente, quanto un ricordo per fare un esempio; per chi legge, in cui l’immagine deve essere “immaginata” in mezzo alla stessa penombra, e non è detto che ci azzecchi (sempre Tonelli parla di “cattiva messa a fuoco”, di “miopia poetica”, anche se, ancora, per lui in senso positivo). Da questo punto di vista la scrittura di Laginja, fatta per lo più di testi conchiusi di pochi e densi versi, va in quella precisa direzione, è una scelta consapevole e mirata di stile, atmosfera, andamento, tonalità, assolutamente coerente con quell’idea di poesia a cui ho fatto cenno all’inizio. (g. cerrai)

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Margherita Rimi – Restitutio ad integrum

Margherita Rimi - Restitutio ad integrum (Poesie 2015 - 2024) - Marsilio, 2025Margherita Rimi – Restitutio ad integrum (Poesie 2015 – 2024) – Marsilio, 2025

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Il corpo non smette di essere centrale, in molta poesia contemporanea come in questa di Margherita Rimi (v. anche qui), anche se forse cambia di prospettiva, cessa in qualche modo di essere proiezione drammatica, anche politica magari, di un soggetto combattuto e combattente, diventa elemento semantico, metafora o meglio ancora simbolo di un più generale terreno di resistenza, che è tale finché la mente (ovvero l’ego) lo sostiene, di una “salute”, non solo materiale, che deve essere difesa, anche con un suo proprio corpo-lingua, e “restituita”; o della stessa poesia, dove, auspicabilmente, “non ci sono parole che si sprecano / ci sono parole che si spostano / parole che misurano parole”. Un corpo non tanto di qualcuno, ma di qualcosa, che magari di quelle parole è fatto.

Come ricorda nel risvolto Gandolfo Cascio, la restitutio ad integrum di un corpo è obbiettivo ippocratico e speranza di ogni medico (come Margherita). Ma cos’è che in questo libro deve essere restituito alla sua integrità? Per determinarlo bisogna capire che questo lavoro è o vuole essere un’uscita da una crisi, che non è solo quella di un individuo ma anche e soprattutto quella di un io poetante, di un individuo poeta alle prese con un oggetto/estensione (la poesia) non perfettamente funzionante, come malato. Un individuo che si chiede: è possibile essere io senza essere poeta, “un bipolare: medico/scrittore”? O essere un corpo abitato dalla poesia, un corpo che contiene una eventualità di creazione? Margherita ne rende conto chiaramente nella poesia La tragedia del poeta in cui si legge tra l’altro: “Non scrivo più una poesia / da tempo / da più di un anno…invece accumulo fogli e / fogli / parole e parole”, cosa in sé abbastanza coraggiosa da dire da queste parti. E altrove Margherita parla di “paralisi dello sguardo”. Ma non è questo, o non solo: anche se questa confessione venisse meno il libro è pieno di indizi, a cominciare dal costante e numeroso ricorso ai segni, a indicatori puramente verbali, a “nomi”, come quello di “poesia”, alla parola “parola” in tutte le sue declinazioni, alla parola “scrittura”, alla ripetuta riflessione metapoetica (o anche metalinguistica) che non è tanto una meditazione sul mezzo quanto una interrogazione angosciata, come un Michelangelo che percuote il marmo gridando “Perché non parli?”. È come se il corpo, anche quando non minimamente citato, si appellasse alla parola, alla parola di parola, alla grammatica di grammatica, e lo diventasse, come qualcuno che crea con la sua paralisi. E lo stesso per la poesia. Ricordo quello che diceva Salvador Dalì, che se fosse stato incarcerato in una cella buia avrebbe continuato a creare con i fosfeni retinici generati premendosi sugli occhi. E nello stesso tempo il corpo fisico, con le sue complicazioni materiali, “che non vuole restare solo / senza di me”, che “era così silenzioso / che mi dimenticavo di lui”, tuttavia “in sacrificio per me portava una poesia”, e ancora il passato del verbo segnala qualcosa, quasi la rottura di una complicità. Nel testo La resa dei corpi, poi, il dettato si indurisce nella petrosità dei termini scientifici, il corpo torna ad essere una nomenclatura, un meccanismo, forse – quindi – una macchina celibe. Il corpo che non sta bene smette di essere silenzioso, protesta, ma non crea poesia. O forse è esattamente il contrario, è la poesia che non cura, che a volte non riesce a creare un senso che “curi”: un dilemma che è quasi un’aporia.

Non è certo un caso che la più breve sezione finale, Restitutio memoriae, sembri risalire una china. La memoria, anche rifratta e reinterpretata, è un solido appiglio, è materiale “confortevole”, è un ritorno, un nostos, e indizio ne sia il ricorso a termini dialettali, “materni”, a un andamento colloquiale, a una lingua che è certo segno ma segno “storico”, vissuto, in qualche misura fecondo. E se lo sguardo, in quanto memoriale, è rivolto all’indietro, è altrettanto vero che sia quanto meno rivolto al di fuori, fuori dal corpo “silenzioso”, un diverso orizzonte, compreso quello familiare della sua esperienza con i bambini (Margherita è neuropsichiatra infantile). E se l’accento si fa lirico, in queste belle poesie, se si fa elegiaco, va bene. Anche la musica, il ritmo, curano.

Certo un libro sofferto, e si vede, con i suoi alti (non pochi) e bassi inevitabili, con cose che convincono meno e altre di gran qualità, con una scrittura tuttavia che nella sua migliore espressione riesce a risolvere il dilemma di cui si diceva, e anche la sfida, quasi un ossimoro, di una poesia che vuole compiangere la propria assenza. (g. cerrai)

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Simona Menicocci – Si fa per dire

Simona Menicocci - Si fa per dire - Arcipelago Itaca, 2025Simona Menicocci – Si fa per direArcipelago Itaca, 2025

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Già, si fa per dire. Titolo azzeccato, senza dubbio, da diversi punti di osservazione. Nel linguaggio colloquiale “si fa per dire” corrisponde a un mettere le mani avanti, chiede in anticipo una manleva su quanto verrà detto, poiché l’enunciato sarà, per tacito accordo tra emittente e ricevente, variamente attendibile e non certo ultimativo. Questo assegna alla locuzione già un senso che non è detto abbia davvero, in questo contesto può darsi invece che indichi semplicemente un vuoto comunicativo, che sia – letteralmente – un’azione puramente enunciativa, cioè facciamo qualcosa per dire qualcosa (o nulla). Sono ipotesi, se ne potrebbero fare altre, e già il fatto che ne esistano è interessante, un interesse diciamo un po’ specialistico, che forse sta un po’ fuori dalla lettura del libro stesso, da quello che ci restituisce immediatamente.

L’ultima cosa di Menicocci che ho letto è Saturazioni (Diaforia, 2019, saggio introduttivo di Luigi Severi, ne ho parlato QUI), un libro molto diverso da quello di cui stiamo parlando, in cui avevo trovato leggendolo non poche implicazioni, suggestioni feconde di sviluppi anche personali. Un libro addirittura “aurorale”, secondo il condivisibile giudizio di Luigi Severi. Qui siamo un po’ distanti da quella esperienza (non conosco la raccolta pubblicata nel frattempo, H24. materiali per un film – Blonk 2022) e lo siamo proprio a partire dal linguaggio, non tanto dalle sue articolazioni, nel suo uso eidetico o retorico (in senso buono), in cui comunque Menicocci si muove egregiamente; quanto nelle sue funzioni comunicative, di veicolo di idee discrete, di messaggi, di valori “politici”. A suo tempo parlai di “una lingua non arbitraria nemmeno nelle sue disarticolazioni più estreme e nel contempo non lascia[ta] apolide, priva [cioè] di radici e di destini, o autotelica, cioè rivolta ad un proprio ombelico segnico, in una strada a fondo chiuso”, mentre Severi, giustamente, annotava che “la ricerca nel corpo della lingua è ricerca dentro la presenza storica dell’essere umano, alle radici della sua costruzione di legami: letteratura come memoria narrativa di gruppo, legge come ipotesi di regolazione sociale, economia come dottrina di sopravvivenza”. E ciò dipendeva dal fatto che tutto il libro ruotava intorno a un’idea fondamentale: “un’inchiesta sulla storia umana. Ogni testo, infatti, centripeta sulla pagina uno o più eventi della cronaca umana contemporanea, affrontati obliquamente; non esprime un’esperienza privata del male, ma problematizza le possibilità di costruire e organizzare, a partire dai materiali del mondo (eventi e discorsi), esperienze linguistiche e affettive che possano essere comuni” (Menicocci). Il linguaggio dunque. L’accoglimento in esso di una dimensione del reale che lo alimenti e lo sviluppi, la Storia non soltanto come oggetto da dire, ma anche come fonte delle parole per dirla e dire il complesso oggi. Continua a leggere

Susana Thénon – Poesie

Susana Thénon (Buenos Aires, 1935 – 1991) è stata una poetessa, saggista, traduttrice e fotografa argentina. Laureata in Lettere all’Università di Buenos Aires e coetanea di Alejandra Pizarnik (con cui nel 1960 fondò la rivista Agua Viva) e Juana Bignozzi, è associata forse non del tutto correttamente alla cosiddetta Generazione del ’60, pur non essendosi legata mai ad alcun gruppo letterario. Grande padrona del linguaggio, quel linguaggio che lei stessa definiva emputecido (imputtanato) con la stessa crudezza con cui definiva se stessa Sappho in Shitland, un linguaggio pieno di spazi e territori, anche mentali, che, come dice uno dei suoi critici (Ignacio Oliden), “sembra ordinario, ma in realtà non lo è: è necessario prima superare quel mare di sconnessioni che evidenzia una profonda preoccupazione che coinvolge parole, comunicazione ed esperienza, e che implica linguaggio e poesia”. Come in Alejandra Pizarnik e altre della sua generazione molti dei suoi temi riguardano il corpo, la solitudine, l’amore negato, il desiderio. Tra le sue raccolte di poesie spiccano: Edad sin tregua (1958), Habitante de la nada (1959), De lugares extraños (1967), Distancias (1984) y Ova completa (1987). Tra il 1970 e il 1982 non uscirà nessun nuovo libro poiché si dedicò alla fotografia, ma continuò a scrivere. È morta in solitudine il 5 dicembre 1991, all’età di 56 anni, per un cancro al cervello. La sua poesia postuma sarà raccolta dalla poetessa e saggista argentina María Negroni in La morada imposible I y II (2001). È sostanzialmente inedita in Italia. (g.c.)

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DAMMI la libertà,

apri le porte della mia gabbia,

dammi aria, spazio:

Mi manca il mare, ho sete del suo sguardo,

così alto è il mio desiderio

che come un tetto discende sopra questa prigione.

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Ho gettato via la maschera senza sapere che lei era il mondo

E che dietro il mondo, intorno,

un altro mondo d’ombra si preparava ad attaccare,

Quali galeotti saremo noi delle oscure libertà.

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Non c’è speranza, lo so già: allora datemi l’inganno

vedere queste catene come rami stretti

nella pace della tua giungla.

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Concedimi l’errore, la follia, il sogno

che sono uno stame sonnolento

sulla tua pietra, al sole.

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NON E’ facile trovare quello che ti somiglia:

devi uscire, devi allontanarti dalle strade

e raggiungere la terra; devi cercare tra le foglie

e la sabbia, che si arrampica con fervore sulle betulle;

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quando il fumo si allontana dalle case

e nessuno grida né lontano né vicino

e nessuno ha più sete, tranne il mondo

è a riposo e ciascuno

sa cosa lo aspetta

nella solitudine della sua stanza.

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Note a margine: Chiara Serani ovvero Dā mihi sellulam, ubi cōnsistam

Chiara Serani - Dialoghi della sedia, Anterem Edizioni 2023Note a margine: Chiara Serani ovvero Dā mihi sellulam, ubi cōnsistam

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A distanza di alcuni giorni dalla presentazione fatta con l’autrice a Livorno (6 giugno, presso la Galleria d’Arte Extra Factory, a cura de Le cicale operose), e un po’ col senno di poi, vorrei mettere insieme qualche osservazione, forse esposta in quella occasione, forse no, sui Dialoghi della sedia di Chiara Serani, Premio Lorenzo Montano 2022 (Anterem Edizioni/Cierre Grafica, 2023). Lo dico subito, un lavoro particolare, potente, che richiede innanzitutto di mettere da parte distinzioni di genere, dicotomie letterarie e roba simile. È un’opera di poesia perché non è scritta in versi ma della poesia ha tutto il bagaglio metaforico, polisemico e quella ricerca sulla lingua che la narrativa ha abbandonato da tempo.

Di certo la prima cosa che salta all’occhio è la struttura di questo lavoro. Che forse non è poesia, forse non è prosa, forse non è teatro, per quanto ci assomigli parecchio. È quest’ultima una caratteristica, anzi direi un aspetto, che molti commentatori hanno tenuto a sottolineare. Ma parlare di aspetto, per parte mia, non è un caso. Direi che è l’approccio, lato lettore, più confortante. Vediamo perché, partendo dalla base organizzativa di questa opera. Diviso in sezioni (12) di varia lunghezza e brevissimi interludi (5), il lavoro è composto di quadri nella stragrande maggioranza dei quali agisce un io narrante e agente, collocato in uno spazio vago e tuttavia materiale. Lì – ci si immagina al centro – è collocata una sedia: “Sono seduta su una sedia. Sono nuda”, “Sono seduta su una sedia, la mia. Indosso…”, “Sono seduta su una sedia, la loro. Disposti tutto intorno…”, e così via. Facile per chi legge farsi un’idea “teatrale” della faccenda, qualcosa di performabile su una scena. Altri commentatori si sono soffermati su questa forma teatralizzante del testo, e leggendo viene quasi naturale immaginare un beckettiano palco vuoto, con al centro una sedia, con quadri a tratti illuminati in cui la protagonista è davvero, ipotizziamo, nuda. Un Living Theatre, ma anche, diciamo, Grotowsky. Ma io credo che si tratti di un artificio, proprio nel senso etimologico del termine, una mise en scène di una mise en scène, un contenitore di contenuti che può essere inscenato e non essere mai uguale a sé stesso, come le tre sedie di J. Kosuth ogni volta che vengono esposte. Inoltre, i frammenti testuali o annotazioni o citazioni che accompagnano le “scene” come pensieri apparentemente peregrini o avulsi dal contesto (ma che invece sono radicalmente culturali) creano una crasi della voce narrante, una specie di sospensione temporale e appunto scenica, rimandando peraltro a un dialogo ipotetico, a una voce “altra” di cui non si sa nulla ma che è “possibile” e presente. Continua a leggere

Cristina Annino – L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, nota di Pietro Roversi

L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, di Pietro Roversi

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L’udito cronico” di Cristina Annino apparve nel 1984 nell’antologia “Nuovi poeti italiani 3” (Einaudi) con un’astuta introduzione di Walter Siti [1]. Quest’anno è stato pubblicato per la prima volta in volume autonomo, grazie alla scelta ispirata di Roberto Russo e Antonio Bux a Graphe [2]. Il titolo è servito anche per l’antologia delle traduzioni di Adria Bernardi dall’italiano all’inglese dei testi del poeta 1977-2012 [3].

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Letto oggi, nel contesto di più di cinquant’anni di poesia di questo autore, il libro è una felice occasione per partire all’esplorazione e al godimento dei libri precedenti e dei successivi. In particolare, muove dai modi colloquiali de “Il cane dei miracoli” (Bastogi, Foggia, 1980) e getta le basi naturali della grande suppurazione/deflagrazione dell’io maturo e del suo zenit ipertrofico e sopra le righe che fu “Madrid” (Corpo 10, Milano, 1987).

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I testi mappano modi dell’ascolto che stanno tra quello dell’introspezione:

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        Non so; ma forse, per quanto

bravo sono e per come

mi giro esatto su me stesso, sopra,

sotto, dentro

il continente, in mare; anche

se rido astutamente. Io

non ho la chiave. (Hamsun)

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a quello delle figure familiari (il padre morto, la madre vedova, la sorella Paola, la suocera (Vu):

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        Poiché dobbiamo metterle al muro

e fucilarle, un giorno o l’altro, le nostre

braccia anteriori; prima ascoltarle

come i rumori di un bar. (Album di famiglia)

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a quello della folla (conoscenti, amici spagnoli e non, ma anche sconosciuti):

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È salito sul tram col suo udito

cosmico; il bianco timbro

del viso ha fatto un crac orrendo

allorché s’è piegato. (Come una città, Titro)

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fino alla ricezione del messaggio del mondo, dell’universo:

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        Ogni rumore del mondo

lo tiene nel rosso timpano delle

orecchie; lo decifra e rende dalle nere

labbra come un robot

la cartolina di risposta. (Il cane dei miracoli)

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A quest’età e con i tempi che corrono,

io siedo al bordo dell’orecchio

universale. (Caos)

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After BIL 2023: Andreina Trusgnach, tre poesie

Bologna in Lettere 2023 – Segnalati sez. C: Andreina Trusgnach

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Andreina TrusgnachCome giuria della sezione C (poesie inedite) di Bologna in Lettere 2023 abbiamo anche il compito di stendere le motivazioni dei premi (o delle segnalazioni, come in questo caso). Pubblico anche qui, insieme ai testi, quelle di cui sono autore. – 1 Andreina Trusgnach

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Non sono infrequenti in questa sede poeti di lingua slovena o che nello sloveno trovano una ulteriore e accogliente casa poetica (ricordo ad esempio Antonella Bukovaz, un’altra friulana segnalata lo scorso anno). Un rapporto non minoritario con l’italiano letterario nel quale la poesia non viene meramente “tradotta” ma trova una feconda corrispondenza, una rilettura. Quella che Andreina Trusgnach, da Cividale del Friuli, ci presenta nella terna segnalata qui a Bologna è una poesia che potremmo definire senza tanti giri di parole anticontemporanea, proprio nel suo riferirsi ad un canone italiano novecentesco anche illustre, con i suoi consolidati modi e stili, soprattutto su un registro assolutamente lirico. Trusgnach se ne appropria con una certa decisione, lo introietta, dà l’impressione di avere fede che lo stile e l’idea stessa di poesia coincidano, non possano che essere “naturalmente” così, non esposti all’usura dei tempi o alle mode. Questo anche in ragione di un preciso orizzonte poetico, quello di uno sguardo intimo sulle cose, di un pensiero contemplativo attivato da semplici simboli, per lo più oggetti, foglie, fiori, il vento, che fanno da specchio all’autore, non possono che essere connotati malinconicamente, illuminati da una luce a volte grigia, a volte accesa da una mite fiducia che “la vita va comunque avanti”. Qui temi e stile coincidono in maniera indefettibile, leggendo si immagina un paesaggio forse montano, un tempo rallentato e senza scosse, giornate forse irrisolte e il linguaggio coerentemente vi si sovrappone, per selezione e combinazione, per assunti e costruzioni lineari e limpide. Trusgnach testimonia, in un certo senso, che non c’è necessità di contrastare, con la lingua o la forma o la ricerca, questa lieve energia poetica che giustifica i suoi versi, dà loro uno spazio in una corrente della poesia nostrana che non ha nessuna intenzione di arrendersi. (g. cerrai)

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Laura Liberale – Unità stratigrafiche, nota di Claudia Mirrione

Laura Liberale - Unità stratigraficheUnità stratigrafiche di Laura Liberale – Nota critica di Claudia Mirrione

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1.Stratigrafie perturbanti


i morenti se ne vanno

facendo sbattere finestre a chilometri di distanza

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al fremito dei vivi rispondono:

se ci sentiste dentro anziché fuori

(nel sangue che rallenta

nel fiato che s’ingorga nella gola)

sarebbe forse minore lo spavento?

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Un libro che disquieta questo di Laura Liberale – vincitore del Premio Bologna in Lettere 2021 per la sezione A (opere edite) – e di cui riteniamo opportuno parlare per l’interesse e soprattutto per l’impatto che suscita nel lettore, vuoi per il piglio talora specialistico con cui affronta l’argomento (la scrittrice è indologa e tanatologa), vuoi più probabilmente per gli effetti disturbanti che esso ingenera e lascia a decantare, ad aggiungersi così al nostro già orrorifico immaginario, conscio, inconscio. Continua a leggere

Marina Pizzi – da La clessidra del carcere, inediti

Marina Pizzi - fonte: Interno Poesia, non attribuitaAlcuni testi di Marina Pizzi, tratti dalla raccolta inedita La clessidra del carcere, 2023, una silloge di testi come di consuetudine numerati, in questo caso da 1 a 100. Di Marina mi sono occupato a più riprese nel corso del tempo (v. QUI, e QUI) in diversi scritti a cui rimando e a cui non mi sento di aggiungere niente, almeno in questa occasione, poiché mi pare che, a parte qualche raro accento più lirico, lei sia fondamentalmente fedele a sé stessa, nella materia, come sempre drammaticamente biografica, e nello stile, segnato da una continua lotta con la lingua, che è mimesi di quel costante male di vivere che non trova esito, una soluzione finale che però paradossalmente non può essere perseguita per via linguistica. E tuttavia dal gorgo delle parole, da questa collaudata “maniera” di Marina, emergono testi che, mi si passi l’ossimoro, sono lucidamente oscuri, sono capaci di retribuire l’attenzione che pretendono dal lettore, mostrando spesso una realtà quasi “aumentata”, soprattutto attraverso un notevole gioco di metonimie, accostamenti, similitudini talvolta sorprendenti. (g.c.)

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7.

Spargi di me le ceneri al vento

dio non c’è in nulla e per nessuno

date le moltitudini del tragico.

Nessuna scuola mi rese mai lieta

lo scorpione mi punse alla nascita

la gemella morì senza di me.

Le borgate trascinano orti

per le spese povere e vere

oltre le scale di condominio.

Grazie al barocco delle bellezze

la morgue attende di vestire i morti

addirittura di cristallo le lacrime. Continua a leggere

Diletta D’Angelo – Defrost, nota di Claudia Mirrione

Diletta D’Angelo - Defrost - Interno Poesia 2022Diletta D’Angelo – DefrostInterno Poesia 2022

Defrost è il libro d’esordio di Diletta D’Angelo – classe 1997, poeta abruzzese ma trapiantata a Bologna e membro fondatore del bel progetto Lo Spazio Letterario – e sin da subito si è imposto nella scena della poesia italiana contemporanea con buoni risultati di critica (rientra nella prima selezione del premio Fortini e del premio Paolo Prestigiacomo, risulta seconda al Premio Bologna in Lettere, vince la XXXV edizione del Premio Camaiore Proposta “Vittorio Grotti”).

La raccolta si apre con una poesia dedicata alla pazzesca vicenda dell’operaio americano Phineas Gage che il 13 settembre 1848, nella contea di Windsor, mentre faceva esplodere una roccia che bloccava il passaggio della linea ferroviaria, si è visto attraversare il cranio dal ferro di pigiatura. Sopravvisse al gravissimo incidente, anzi dopo poco era di nuovo cosciente, ma ciò che accadde comportò una trasformazione irreversibile della propria personalità: divenne intrattabile, umorale, incline alla blasfemia.

La storia di Phineas Gage viene riproposta altre tre volte all’interno delle sezioni della raccolta, Anamnesi, Auscultazioni, Incisioni e Anatomie (che, attraverso un lessico medico-scientifico, ci suggeriscono l’idea di una indagine progressiva, sempre più profonda, sempre più dolorosa ma, al tempo stesso, precisa e chirurgica): essa diventò un caso di studio per la neurologia del tempo e per Diletta D’Angelo si fa funzionale per riflettere sul tema del male: “La corteccia prefrontale regola le emozioni controlla / gli impulsi, il riflesso condizionato della paura // serve a sviluppare l’abilità di cambiare strategia di risposta, / per la compassione che proviamo per gli altri, la capacità / di prenderci cura di loro // Si parla di anatomia della violenza di radici biologiche del / male (…)”.

È evidente come sia proprio la dimensione proteiforme del male che D’Angelo vuole indagare, il fatto che esso sia connaturato ed inscindibile nelle creature viventi, una serrata catena deterministica: “Capita che piccole falene sboccino da buchi nelle porte, / che sopravvivano durante la fase larvale in strette gallerie / scavate con la bocca / che fatte a pezzi (una volta fuori dai foro di / sfarfallamento) / sfamino insetti più grandi”. Continua a leggere