Archivi categoria: poesia francese

Georges Bataille – L’ano solare

Georges Bataille nel 1940È caldo, ancora. Ci sta quindi ripescare nel vasto archivio di Imperfetta Ellisse un mio post del 2017, una mia traduzione da Bataille, qualcosa che ha a che fare col sole (g.c.):

E’ chiaro che il mondo è puramente parodistico, nel senso che ogni cosa che si osserva è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una forma deludente.
Da quando le frasi circolano nei cervelli occupati a riflettere, si è proceduto ad una identificazione totale, poiché con l’aiuto di una copula ogni frase lega una cosa all’altra; e tutto sarebbe visibilmente legato se si scoprisse a colpo d’occhio nella sua totalità il tracciato lasciato da un filo d’Arianna, che conduce il pensiero nel suo stesso labirinto.

Ma la copula dei termini non è meno irritante di quella dei corpi. E quando io esclamo: IO SONO IL SOLE, ne risulta una completa erezione, perché il verbo essere è il veicolo della frenesia amorosa.

 

Tutti hanno coscienza che la vita è parodistica e che manca un’interpretazione.
Così il piombo è la parodia dell’oro.
L’aria è la parodia dell’acqua.
Il cervello è la parodia dell’equatore.

Il coito è la parodia del delitto.

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Victor Segalen – Stele

Victor SegalenDall’archivio storico di Imperfetta Ellisse, un post del 2011 di sicuro interesse che vale la pena recuperare. Si parla di un autore tanto poco conosciuto quanto davvero impressionante.

Victor Segalen, un altro degli oggetti misteriosi (o quasi) della poesia francese dello scorso secolo. Segalen era un giovane medico di marina che non amava il mare, la vuota distesa d’acqua che “più si naviga, più somiglia a sé stessa”. Dopo aver studiato alla Scuola principale del Servizio di sanità della Marina e all’Università di Bordeaux  incontra Huysmans con cui avvia una certa frequentazione e che è il primo a parlargli di Paul Gauguin e dell’esostismo. Il suo primo imbarco, come un destino, è su una nave che si chiama Durance e che lo porta in Oceania, fino a Hiva-Oa, dove Gauguin è morto da appena tre mesi e dove acquista dall’amministrazione coloniale alcuni dei suoi disegni. E’ l’inizio di un innamoramento per l’Oriente,… (continua a leggere QUI)

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo – a cura di Emanuele Pini, Massari Editore, 2019
Emanuele Pini, a novanta anni dalla prima pubblicazione avvenuta in Francia nel 1931, traduce e cura la prima traduzione italiana di questo importante libro di versi – un poema in diciannove canti – di Tristan Tzara, una delle figure chiave prima del Dadaismo e poi del Surrealismo, con una appassionata introduzione, in questo volume,  di Roberta De Francesco
Scrive Emanuele Pini nella nota introduttiva: “L’Homme approximatif pubblicato nel 1931, dopo un lavoro introspettivo e artistico di 5 anni (1925-1930), non è l’unico, ma di certo è il migliore risultato di questa ricer­ca: ma cos’è questo «Uomo approssimativo»? un prisma frammentato in miriadi di immagini, di illuminazioni, di ferite dal quale emerge la figura dell’uomo contempora­neo, fragile e titanico, sognatore e becero furfante, che vive nella notte, un uomo forse senza Io e senza Dio, ma che piange perennemente dentro sé, per questo Io e per questo Dio, un uomo che è «approssimato» e che al con­tempo si approssima, si avvicina all’immagine di uomo.
Un uomo che sogna un uomo. Il finale è ciò che dà il senso all’inizio, e viceversa: in tal modo tutto prende il via con quel «le campane suonano senza ragione e anche noi», tutto inizia con «penso al calore che intesse la parola/ attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», poi tutto termina con questa stoica attesa del deserto del tor­mento, del suo fuoco.
Forse l’aprirsi all’altro è questo deserto che ci dà struggimento e passione, forse l’aprirsi all’altro è questo fuoco che ci offre la vita e la passione, la speranza.
Per Tzara non esiste una storia del tutto al singolare, non esiste un destino solamente individuale, perché gli uomini abitano questa minuscola terra come le stelle punteggiano d’oro la volta notturna. In altri termini io ci sono, io, e tu ci sei, tu, e ci siamo noi che incrociamo le nostri voci, le nostre croci di deserto e fuoco. Fragile e vinto, ma nel suo grido disperato riluce la sua forza indo­mabile: questo è l’Uomo Approssimativo, un uomo tanto moderno, antesignanamente esistenzialista, agitato da fantasie celesti e visioni profetiche alle quali cerca di dar risposta, sballottato in un cosmo straniero; ma l’unico enigma che non può risolvere è il suo volto: questo è l’Uomo Approssimativo, alla perenne ricerca di se stesso come un eroe cantato da Omero e da Sofocle. Un uomo approssimativo «come me come te lettore e come gli altri».

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Samira Negrouche – Poesie

Samira Negrouchesamira negrouche è nata ad Algeri, dove vive tuttora, nel 1980. Laureata in medicina, è poetessa, saggista, traduttrice dall’arabo al francese (oltre che da altre lingue minoritarie o dialettali africane), collaboratrice di artisti visuali e musicisti. La sua produzione poetica si svolge in entrambe le lingue, pur appartenendo Negrouche a quella generazione di poeti francofoni che, con le rivoluzioni arabe dei primissimi anni Dieci di questo secolo e il conseguente ritorno all’arabo come prima lingua di studio, sta progressivamente scomparendo, ma che tuttavia continua a scrivere in francese “per dire ai francesi che non è francese”, secondo le parole di Kateb Yacine. Ovvero, in un certo senso, guardando ad una doppia tradizione letteraria, ritrovandosi ad essere, come direbbe il grande poeta libanese francofono Salah Stétié “uomini (e donne) di due paesi”, e nel contempo ponti e ambasciatori non solo verso l’enorme mondo di lingua francese ma anche nei paesi dove la letteratura francese è regolarmente apprezzata. Dotata di una lingua immediata e potente, di forte impatto evocativo, capace di dolcezze e invettive, Negrouche è autrice di una decina di libri, tra libri d’arte e raccolte poetiche, delle quali è leggibile in italiano Jazz degli ulivi (Poiesis, Alberobello 2011), a cura di Annie Urselli.
Le poesie qui tradotte sono tratte da Six arbres de fortune autour de ma baignoire, Mazette, Paris 2017. Le traduzioni originali sono di G. Cerrai (2021).

uomo un po’ animale un po’ fiore un po’ metallo un po’ uomo
Tristan Tzara, l’Uomo approssimativo

c’è sulle nostre teste                       un’ombra verticale                      che vibra
un’ombra che sbatte sulle nostre teste
un fischio clandestino
nella piana arida                                sulle nostre teste
ingombre

e mentre che soffia                     che niente prevede che soffi
che     i nostri crani     ronzano
è un tetto di catrame che accoglie i nostri umori
i nostri fianchi temerari           sulla piattaforma di fortuna
la costellazione alla deriva
nella nebbia dei sensi

tu non hai abbandonato il relitto polveroso

ombre verticali corrono                 al margine delle dune
i tuoi occhi fasciati dietro il vetro concavo
protezione anti UV                         non garantita

dei tasti neri                                               al margine delle dune
un solfeggio senza rumore

tu non hai abbandonato il relitto polveroso

un’ombra verticale                    infissa nella piana arida
che tu irrighi di promesse
l’organo metallico che vibra                   al margine del polmone
sulla piattaforma di catrame
dove le musiche si scontrano
protezione                  non garantita
per un totem                                               di fortuna.

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Bernard Noël – Scritti vari su Imperfetta Ellisse

Bernard NoëlBernard Noël, uno dei più importanti poeti e scrittori francesi, è deceduto il 13 Aprile 2021 all’età di novanta anni. Raccolgo qui alcune delle cose apparse nel corso del tempo sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, in parte difficilmente raggiungibili per motivi tecnici. Alcuni dei riferimenti temporali possono apparire oggi superati, come ad esempio quello della scarsa (allora) notorietà dell’autore qui da noi.

 

(29/01/2006 – Bernard Noël)

In questo periodo di grandi contestazioni contro la TAV, questo testo di B. Noël (TGV, ovvero train à grande vitesse, treno ad alta velocità) sembra capitare a proposito. E’ una suite di tre poesie tratta dal suo libro “Le reste du voyage”, che per quanto mi risulta è ancora inedito in Italia. Lo sguardo sulle cose, le cose che rimbalzano lo sguardo e l’uomo in mezzo a questa relazione come un corpo che attraversa la materia. Se si considera la sua produzione, di Noël nella nostra lingua c’è davvero poco, a parte qualche traduzione di testi sparsi qua e là. Quella che conosce meglio l’autore è Donatella Bisutti, che nel lontano 1978 ha pubblicato sull’Almanacco dello Specchio di Marco Forti (n.7) alcuni testi tratti dall’ormai storico “Estratti del corpo”, che all’epoca mi impressionò non poco e che rappresenta l’esordio di Noël in letteratura. Insieme a TGV, qui in traduzione pressochè letterale e “impoetica”, pubblico anche un testo “teorico” del 1995, “L’atto di poesia”, in cui Noël dice la sua su vita, corpo, poesia.
Chi è Bernard Noël? Nato nel 1930, è un poeta, saggista e romanziere tra i più noti e incisivi in Francia, un personaggio appartato che ama rinchiudersi nella sua casa di campagna senza rinunciare ad una intensa attività culturale. Tra le sue opere il romanzo “Le Chateau de Cène”, ambientato in Algeria, contro gli orrori della guerra, famoso per essere stato oggetto di censura e al centro di un processo contro il suo autore.

 

(28/01/2010 – Bernard Noël, La privazione di senso)

Che cosa pensano i poeti quando non pensano alla poesia? Bè, non hanno la testa tra le nuvole, come crede la gente. Se sono intellettuali non organici, anzi decisamente rompiscatole, quasi sicuramente pensano ai perchè e ai come ci siamo ritrovati in certe situazioni, alla necessità di combattere una lotta di resistenza in difesa della cultura. Al perchè ad esempio la nostra capacità critica è stata progressivamente e artatamente ridotta ai minimi termini, procurando una vera mutazione antropologica, una reale perdita di realtà (mi si passi il bisticcio). E’ ciò di cui parla in questo breve saggio Bernard Noël, uno dei poeti francesi più noti e impegnati, di cui IE ha a suo tempo pubblicato qualcosa. Anche se risale al 2006, come si nota  da qualche riferimento alla cronaca francese del tempo, esso mantiene tutta la sua drammatica attualità ed è un buon esempio di letteratura  applicata che non rinuncia a gettare uno sguardo critico sull’esistente.
Il testo è tratto dal sito progettogeum.org di Lino Cannizzaro, che ringrazio. La traduzione è di Viviane Ciampi.
(continua a leggere QUI)

 

(29/06/2010 – Bernard Noël e il tempo capitale, un articolo di Alessandro De Caro)

La poesia di Nőel è un organismo in continua mutazione, che non rimanda soltanto ad una concezione esistenziale dell’uomo- immagine retorica, se si vuole, di cui abbiamo avuto infinite varianti- ma ne spinge le radici più lontano, producendo qualcosa come un ostacolo, tattico e politico, alle rappresentazioni dominanti. Penso sia depistante leggere Nőel come un poeta dell’anima e della riflessione, comunque la si voglia intendere; a somiglianza di altri autori di area francese, come Blanchot o Bataille, il suo lavoro è un atto di resistenza nei confronti delle categorie in cui, da sempre, la critica tenta di ridurre la letteratura. D’altra parte, la cifra filosofica e politica…(continua QUI)

 

(19/04/2017 – Bernard Noël, due poemetti)

Due poemetti di Bernard Noël, tradotti da me, tratti da La peau et les mots – Flammarion 1972, nei quali il tema principale è il corpo, dominante anche nella sua opera più nota in Italia, Extraits du corps (1958, trad. italiana di Donatelle Bisutti 2001), in relazione al linguaggio e a quel concetto, elaborato dallo stesso autore, di sensure (omofono di censure), privazione di senso della parola (comprensione, estensione, significato), uno snaturamento a causa dell’abuso della lingua, una “inflazione verbale che rovina la comunicazione all’interno di una collettività, e di conseguenza la censura”, di cui il potere è il primo artefice e responsabile. La parola (e il linguaggio poetico) è qui ridotta alla significazione essenziale, anche quando deve riferirsi a situazioni e dinamiche complesse come l’amore o l’eros, o alla più cruda fisicità, finanche scatologica, del corpo. (continua a leggere QUI)

Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia? Continua a leggere

Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France

Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de FranceUn libro importante, questo, almeno per chiunque nutra un certo interesse per le lingue indoeuropee, romanze o per le isole linguistiche di questo nostro continente. Si tratta di Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France, edito nel 2019 da Le bord de l’eau, Lormont (F), ISBN 9782356876256. Per la cura di Marie-Jeanne Verny e dell’amico poeta Norbert Paganelli (v. anche QUI), che gentilmente me lo ha donato, il volume (480 pagg.) è una cospicua antologia della presenza  di una produzione poetica contemporanea e perciò viva nelle lingue dialettali e minoritarie della Francia, alcune delle quali, come l’occitano, il catalano e il còrso, interessano e intersecano anche la realtà linguistica del nostro paese (la prima in valli alpine occidentali piemontesi, le altre due soprattutto in Sardegna settentrionale). Le altre di cui è documentata in Francia la presenza in poesia sono il bretone, il basco e l’alsaziano. Mentre le prime tre lingue citate sono patrimonio dell’area romanza come ricorda chi abbia fatto qualche lettura di glottologia, il basco è una cosiddetta “lingua isolata”, cioè senza derivazioni dimostrate, il bretone è una lingua celtica come il gallese e l’alsaziano è classificato come un dialetto di stampo alto-tedesco (alemanno). Se alcune di queste realtà linguistiche sono in contrazione e a rischio di estinzione è proprio l’attività artistica, non solo poetica, che tenta di combattere un ovvio impoverimento culturale, ma anche politico, se è vero, come afferma nella prefazione Jean-Pierre Siméon, poeta e direttore della Collection Poésie di Gallimard, che “il cosiddetto potere rifiuta per principio, tramite esclusione o marginalizzazione, quello che percepisce come un eccesso di lingua” (poesia compresa) e che “ogni lingua non conforme alla lingua dominante è una terra di libertà”. E trattandosi di poesia Siméon aggiunge che “niente di quello che riguarda le lingue è estraneo al poeta perché sa per esperienza che ogni lingua è un mondo che aumenta il mondo, che ogni lingua possiede un genio incomparabile e senza uguali e conviene quindi attraversare senza sosta”. E in effetti il libro, pur con le difficoltà di leggere lingue per noi ostiche ma con l’ausilio della corrispondente traduzione dei testi in francese, è un affascinante viaggio in nuovi territori, ben rappresentati da poesie spesso di elevato valore e di intensa liricità. Una poesia che tuttavia non è affatto “locale”. Nota infatti Siméon: “Non si stupirà il lettore di scoprire quanto i poeti riuniti qui e che chiamiamo volentieri ‘locali’ siano, al contrario, poeti dell’apertura al mondo, degli individui impegnati nel loro tempo e, per molti, dei viaggiatori che nutrono di lontananze il loro immaginario. Cosa che del resto mi fa pensare a quella magnifica formula di Manuel Torga: – L’universale è il locale meno i muri”.

Riporto qui alcuni testi tratti, per difficoltà tipografiche e per maggiore facilità di comprensione, solo dalle citate lingue romanze che sono quelle a noi più “parenti”, anche geograficamente. Ho provveduto comunque ad aggiungere anche la mia traduzione in italiano. Buona lettura. (g.c.) Continua a leggere

La poesia della negritudine, a cura di Emanuele Pini

Aimé Cesaire da giovane

Una foto giovanile di Aimé Cesaire

POESIE DI NEGRITUDINE

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La poesia è un animale piuttosto strano, che nessuno ha mai saputo domare davvero. Nessuno infatti sa ancora dire con esattezza quali siano le sorgenti da cui scaturisca, eppure sgorga e talvolta capita persino che questa creatura nasca da una lontananza. Spesso la parola stessa è generata da questa mancanza, un abisso tra il proprio mondo intimo e una realtà concreta, brutale.

Una condanna all’esilio ha così ispirato celeberrimi artisti come Omero, Dante, Foscolo e via, ce n’è da spellarsi le mani a cavar fuori esempi dalla letteratura, tanto che possiamo distinguere anche nel XX secolo un’intera corrente poetica segnata da questa condizione: la poesia della Negritudine, una poesia dell’esilio.

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Dopo il fosco periodo della colonizzazione, dalla metà del ‘900 infatti si concede via via, anche grazie ai compromessi politici della Guerra Fredda, l’indipendenza a molti Paesi di quello che per l’appunto verrà soprannominato “Terzo Mondo”. È durante questo complesso e variegato processo di decolonizzazione che gli intellettuali gridano con orgoglio che l’uomo bianco non ha civilizzato, ma ha conquistato e poi dominato, fino a imporre modelli a una cultura preesistente, una ricca cultura umiliata e via via depredata.

Siamo solo nel 1936 quando Aimé Cesaire, poeta surrealista della Martinica, conia questo termine e intorno a lui a Parigi si forma un gruppo tanto solido quanto eterogeneo, che fonda la rivista Lo Studente Nero.

Tra le pagine di questa rivista si può leggere una delle prime poesie di Léopold Sédar Senghor, un giovane senegalese studente di Lettere; questo testo era intitolato Il ritratto:

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Lui ancora non conosce

L’ostinazione del mio rancore acuita dall’inverno

Né la necessità della mia Negritudine tiranna” […].

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Ecco, la Negritudine è questa fierezza delle popolazioni nere, che riconoscono il valore della loro civiltà, della loro storia e delle loro tradizioni o, con le parole di Aimé Césaire:

La Negritudine è la semplice consapevolezza del fatto d’essere nero e l’accettazione di questo fatto, del nostro destino di Nero, della nostra storia e della nostra cultura”. Continua a leggere

Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

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J. D.

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Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio) Continua a leggere

Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

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