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Bernard Noël – Scritti vari su Imperfetta Ellisse

Bernard NoëlBernard Noël, uno dei più importanti poeti e scrittori francesi, è deceduto il 13 Aprile 2021 all’età di novanta anni. Raccolgo qui alcune delle cose apparse nel corso del tempo sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, in parte difficilmente raggiungibili per motivi tecnici. Alcuni dei riferimenti temporali possono apparire oggi superati, come ad esempio quello della scarsa (allora) notorietà dell’autore qui da noi.

 

(29/01/2006 – Bernard Noël)

In questo periodo di grandi contestazioni contro la TAV, questo testo di B. Noël (TGV, ovvero train à grande vitesse, treno ad alta velocità) sembra capitare a proposito. E’ una suite di tre poesie tratta dal suo libro “Le reste du voyage”, che per quanto mi risulta è ancora inedito in Italia. Lo sguardo sulle cose, le cose che rimbalzano lo sguardo e l’uomo in mezzo a questa relazione come un corpo che attraversa la materia. Se si considera la sua produzione, di Noël nella nostra lingua c’è davvero poco, a parte qualche traduzione di testi sparsi qua e là. Quella che conosce meglio l’autore è Donatella Bisutti, che nel lontano 1978 ha pubblicato sull’Almanacco dello Specchio di Marco Forti (n.7) alcuni testi tratti dall’ormai storico “Estratti del corpo”, che all’epoca mi impressionò non poco e che rappresenta l’esordio di Noël in letteratura. Insieme a TGV, qui in traduzione pressochè letterale e “impoetica”, pubblico anche un testo “teorico” del 1995, “L’atto di poesia”, in cui Noël dice la sua su vita, corpo, poesia.
Chi è Bernard Noël? Nato nel 1930, è un poeta, saggista e romanziere tra i più noti e incisivi in Francia, un personaggio appartato che ama rinchiudersi nella sua casa di campagna senza rinunciare ad una intensa attività culturale. Tra le sue opere il romanzo “Le Chateau de Cène”, ambientato in Algeria, contro gli orrori della guerra, famoso per essere stato oggetto di censura e al centro di un processo contro il suo autore.

 

(28/01/2010 – Bernard Noël, La privazione di senso)

Che cosa pensano i poeti quando non pensano alla poesia? Bè, non hanno la testa tra le nuvole, come crede la gente. Se sono intellettuali non organici, anzi decisamente rompiscatole, quasi sicuramente pensano ai perchè e ai come ci siamo ritrovati in certe situazioni, alla necessità di combattere una lotta di resistenza in difesa della cultura. Al perchè ad esempio la nostra capacità critica è stata progressivamente e artatamente ridotta ai minimi termini, procurando una vera mutazione antropologica, una reale perdita di realtà (mi si passi il bisticcio). E’ ciò di cui parla in questo breve saggio Bernard Noël, uno dei poeti francesi più noti e impegnati, di cui IE ha a suo tempo pubblicato qualcosa. Anche se risale al 2006, come si nota  da qualche riferimento alla cronaca francese del tempo, esso mantiene tutta la sua drammatica attualità ed è un buon esempio di letteratura  applicata che non rinuncia a gettare uno sguardo critico sull’esistente.
Il testo è tratto dal sito progettogeum.org di Lino Cannizzaro, che ringrazio. La traduzione è di Viviane Ciampi.
(continua a leggere QUI)

 

(29/06/2010 – Bernard Noël e il tempo capitale, un articolo di Alessandro De Caro)

La poesia di Nőel è un organismo in continua mutazione, che non rimanda soltanto ad una concezione esistenziale dell’uomo- immagine retorica, se si vuole, di cui abbiamo avuto infinite varianti- ma ne spinge le radici più lontano, producendo qualcosa come un ostacolo, tattico e politico, alle rappresentazioni dominanti. Penso sia depistante leggere Nőel come un poeta dell’anima e della riflessione, comunque la si voglia intendere; a somiglianza di altri autori di area francese, come Blanchot o Bataille, il suo lavoro è un atto di resistenza nei confronti delle categorie in cui, da sempre, la critica tenta di ridurre la letteratura. D’altra parte, la cifra filosofica e politica…(continua QUI)

 

(19/04/2017 – Bernard Noël, due poemetti)

Due poemetti di Bernard Noël, tradotti da me, tratti da La peau et les mots – Flammarion 1972, nei quali il tema principale è il corpo, dominante anche nella sua opera più nota in Italia, Extraits du corps (1958, trad. italiana di Donatelle Bisutti 2001), in relazione al linguaggio e a quel concetto, elaborato dallo stesso autore, di sensure (omofono di censure), privazione di senso della parola (comprensione, estensione, significato), uno snaturamento a causa dell’abuso della lingua, una “inflazione verbale che rovina la comunicazione all’interno di una collettività, e di conseguenza la censura”, di cui il potere è il primo artefice e responsabile. La parola (e il linguaggio poetico) è qui ridotta alla significazione essenziale, anche quando deve riferirsi a situazioni e dinamiche complesse come l’amore o l’eros, o alla più cruda fisicità, finanche scatologica, del corpo. (continua a leggere QUI)

Georges Perros – Impossibile essere felici di esserlo, nota di Francesca Marica

 

Georges PerrosGEORGES PERROS – IMPOSSIBILE ESSERE FELICI DI ESSERLO

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Impossibile essere felici di esserlo (Impossible d’être heureux de lêtre) è il titolo dell’elegante plaquette uscita nel dicembre 2020 in trentasette copie numerate per le edizioni Prova d’Artista, Galerie Bordas, curate dal poeta Domenico Brancale – da anni, instancabile scopritore e dispensatore di talenti e meraviglie.

La plaquette, impreziosita dai disegni di Luca Mengoni, contiene una selezione di Note tratte dal primo volume di Papiers Collés, pubblicato da Gallimard nel 1960.

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La curatela e la traduzione sono di Mauro Leone che di Perros deve essere considerato un fratello minore, un parente di elezione. Lo dico subito e senza ipocrisie: Perros, per il suo debutto italiano, non avrebbe potuto desiderare un curatore e un traduttore più attento e devoto. Mauro Leone ne ha studiato scrupolosamente non solo l’opera ma anche la biografia e la geografia. Ne ha respirato i luoghi, le suggestioni, i tormenti, i fantasmi.

Mauro Leone lo ha incontrato Georges Perros, ma per davvero, e al di là del tempo e delle distanze. E di come certi incontri possano avvenire al di là del tempo e delle distanze sarebbe superfluo fornire qui i dettagli e i particolari.

L’ammirazione di Leone per Perros risale a quindici anni fa; lo ha raccontato lui stesso nella postfazione alla plaquette e in alcuni interventi successivi alla pubblicazione.

Solo da un’ammirazione così radicata poteva nascere un lavoro come quello che è effettivamente nato. Colpisce la fedeltà assoluta di Leone per la figura e la ricerca (linguistica ma anche tematica) di Perros; una fedeltà a cui non siamo più abituati considerati i maltrattamenti frequenti e le derive autoreferenziali a cui taluni traduttori hanno maldestramente tentato di assuefarci. I traduttori sono ladri innamorati ha scritto Norman Gobetti. Non tutti, non tutti lo sono, caro Gobetti. Ma per fortuna Mauro Leone appartiene alla categoria degli irriducibilmente innamorati.

E se tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e le forme in un piano che sfugge perché vita e biografia sono un libro con un testo a fronte ma a separarle c’è un candido vuoto – come ha scritto Enrico Terrinoni – mai come in questo caso i silenzi del vissuto e suoi rumori ci hanno condotto verso lidi lontani.

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Immagino che alcuni di voi si staranno chiedendo chi fosse Georges Perros.

In Italia il suo nome è praticamente sconosciuto e circola in condizione di semi clandestinità tra pochi addetti ai lavori di area francofona. Da dove iniziare? Come fare a rendergli giustizia? Continua a leggere

Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France

Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de FranceUn libro importante, questo, almeno per chiunque nutra un certo interesse per le lingue indoeuropee, romanze o per le isole linguistiche di questo nostro continente. Si tratta di Par tous les chemins – Florilège poètique des langues de France, edito nel 2019 da Le bord de l’eau, Lormont (F), ISBN 9782356876256. Per la cura di Marie-Jeanne Verny e dell’amico poeta Norbert Paganelli (v. anche QUI), che gentilmente me lo ha donato, il volume (480 pagg.) è una cospicua antologia della presenza  di una produzione poetica contemporanea e perciò viva nelle lingue dialettali e minoritarie della Francia, alcune delle quali, come l’occitano, il catalano e il còrso, interessano e intersecano anche la realtà linguistica del nostro paese (la prima in valli alpine occidentali piemontesi, le altre due soprattutto in Sardegna settentrionale). Le altre di cui è documentata in Francia la presenza in poesia sono il bretone, il basco e l’alsaziano. Mentre le prime tre lingue citate sono patrimonio dell’area romanza come ricorda chi abbia fatto qualche lettura di glottologia, il basco è una cosiddetta “lingua isolata”, cioè senza derivazioni dimostrate, il bretone è una lingua celtica come il gallese e l’alsaziano è classificato come un dialetto di stampo alto-tedesco (alemanno). Se alcune di queste realtà linguistiche sono in contrazione e a rischio di estinzione è proprio l’attività artistica, non solo poetica, che tenta di combattere un ovvio impoverimento culturale, ma anche politico, se è vero, come afferma nella prefazione Jean-Pierre Siméon, poeta e direttore della Collection Poésie di Gallimard, che “il cosiddetto potere rifiuta per principio, tramite esclusione o marginalizzazione, quello che percepisce come un eccesso di lingua” (poesia compresa) e che “ogni lingua non conforme alla lingua dominante è una terra di libertà”. E trattandosi di poesia Siméon aggiunge che “niente di quello che riguarda le lingue è estraneo al poeta perché sa per esperienza che ogni lingua è un mondo che aumenta il mondo, che ogni lingua possiede un genio incomparabile e senza uguali e conviene quindi attraversare senza sosta”. E in effetti il libro, pur con le difficoltà di leggere lingue per noi ostiche ma con l’ausilio della corrispondente traduzione dei testi in francese, è un affascinante viaggio in nuovi territori, ben rappresentati da poesie spesso di elevato valore e di intensa liricità. Una poesia che tuttavia non è affatto “locale”. Nota infatti Siméon: “Non si stupirà il lettore di scoprire quanto i poeti riuniti qui e che chiamiamo volentieri ‘locali’ siano, al contrario, poeti dell’apertura al mondo, degli individui impegnati nel loro tempo e, per molti, dei viaggiatori che nutrono di lontananze il loro immaginario. Cosa che del resto mi fa pensare a quella magnifica formula di Manuel Torga: – L’universale è il locale meno i muri”.

Riporto qui alcuni testi tratti, per difficoltà tipografiche e per maggiore facilità di comprensione, solo dalle citate lingue romanze che sono quelle a noi più “parenti”, anche geograficamente. Ho provveduto comunque ad aggiungere anche la mia traduzione in italiano. Buona lettura. (g.c.) Continua a leggere

La poesia della negritudine, a cura di Emanuele Pini

Aimé Cesaire da giovane

Una foto giovanile di Aimé Cesaire

POESIE DI NEGRITUDINE

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La poesia è un animale piuttosto strano, che nessuno ha mai saputo domare davvero. Nessuno infatti sa ancora dire con esattezza quali siano le sorgenti da cui scaturisca, eppure sgorga e talvolta capita persino che questa creatura nasca da una lontananza. Spesso la parola stessa è generata da questa mancanza, un abisso tra il proprio mondo intimo e una realtà concreta, brutale.

Una condanna all’esilio ha così ispirato celeberrimi artisti come Omero, Dante, Foscolo e via, ce n’è da spellarsi le mani a cavar fuori esempi dalla letteratura, tanto che possiamo distinguere anche nel XX secolo un’intera corrente poetica segnata da questa condizione: la poesia della Negritudine, una poesia dell’esilio.

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Dopo il fosco periodo della colonizzazione, dalla metà del ‘900 infatti si concede via via, anche grazie ai compromessi politici della Guerra Fredda, l’indipendenza a molti Paesi di quello che per l’appunto verrà soprannominato “Terzo Mondo”. È durante questo complesso e variegato processo di decolonizzazione che gli intellettuali gridano con orgoglio che l’uomo bianco non ha civilizzato, ma ha conquistato e poi dominato, fino a imporre modelli a una cultura preesistente, una ricca cultura umiliata e via via depredata.

Siamo solo nel 1936 quando Aimé Cesaire, poeta surrealista della Martinica, conia questo termine e intorno a lui a Parigi si forma un gruppo tanto solido quanto eterogeneo, che fonda la rivista Lo Studente Nero.

Tra le pagine di questa rivista si può leggere una delle prime poesie di Léopold Sédar Senghor, un giovane senegalese studente di Lettere; questo testo era intitolato Il ritratto:

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Lui ancora non conosce

L’ostinazione del mio rancore acuita dall’inverno

Né la necessità della mia Negritudine tiranna” […].

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Ecco, la Negritudine è questa fierezza delle popolazioni nere, che riconoscono il valore della loro civiltà, della loro storia e delle loro tradizioni o, con le parole di Aimé Césaire:

La Negritudine è la semplice consapevolezza del fatto d’essere nero e l’accettazione di questo fatto, del nostro destino di Nero, della nostra storia e della nostra cultura”. Continua a leggere

Jeanne Dortzal – Poesia, a cura di Emilio Capaccio

jeanne dortzalCanterà così come respira, e le sue mattine

s’innalzeranno a Dio come barriera di perle.

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J. D.

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Jeanne Dortzal (Nemours, distretto di Tlemcen, Algeria, 24 gennaio 1878 – Parigi, 1943) è stata un’attrice teatrale, drammaturga e poetessa algerina di lingua francese.

Dotata di grande bellezza, lasciò, ancora adolescente, l’Algeria con la madre, che si era separata dal marito, e grazie all’amicizia del poeta Pierre Guédy, con il quale più tardi ebbe un figlio, intraprese la carriera di attrice di teatro.

Pierre Guédy, che era anche amico stretto del critico teatrale e scrittore Paul Léautaud, fu uno dei primi, insieme al poeta Jean Lorrain, allo scrittore Victor Margueritte e alla stessa Jeanne Dortzal, a partecipare all’esordio del fotoromanzo letterario francese, dalle tinte blandamente erotiche, rivolto a un giovane pubblico femminile, e curato dall’editore Nilsson.

Gli esordi della Dortzal avvennero nel vaudeville con l’opera: “Le Faubourg” di Abel Hermant, poi l’attrice passò al Teatro dell’Odéon di Parigi, recintando in ruoli classici e al Teatro Francese di Anversa. In questi anni conobbe un apprezzabile successo, tanto da essere raffigurata anche su alcuni francobolli degli inizi del ‘900.

Intorno al 1910 lasciò l’attività teatrale per dedicarsi completamente alla scrittura: scrisse pezzi teatrali, alcuni racconti, ma soprattutto raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Vers sur le Sable (1901); Vers l’Infini (1904); Le Jardin des Dieux (1908); Les Versets du Soleil (1921); La Croix de Sable (1927); Le Credo sur la Montagne (1934).

Morì nel 1943 distrutta dal dolore per la perdita prematura di quell’unico figlio, Pierre, avuto da Pierre Guédy. (Articolo e traduzione di Emilio Capaccio) Continua a leggere

Philippe Soupault: Le ultime notti di Parigi, le ultime notti del mondo – a cura di Emanuele Pini

 

Philippe Soupault, Paris, 1928 -by Berenice Abbott

LE ULTIME NOTTI DI PARIGI, LE ULTIME NOTTI DEL MONDO

La notte e la città di Parigi: due elementi suggestivi che possiedono una forza quasi magica, per nulla estranea al primo Surrealismo. Si può dunque dire che sia stato un processo naturale per Philippe Soupault stendere nel 1928 questo racconto.

La città di Parigi e la notte: due elementi fascinosi che si incarnano nella figura di Georgette, prostituta e femme fatale del mistero, perché tutte le immagini e le ricerche serrate del protagonista ruotano intorno a questo mistero dal dolce nome, Georgette.

“Un non so che non ha alcun nome in alcuna lingua. […] Georgette è una donna”

La notte e la città di Parigi, e se l’inizio delle vicende appare immerso in una nebbia densa di enigmi e menzogne, di fantasie e fantasmi, lungo le pagine i personaggi, come Volpe e Octave, trovano psicologie più nitide, gli incontri una spiegazione più razionale, le indagini arrivano a una soluzione, che si può riassumere con una sola parola: Georgette.

“Non avevo paura dell’oblio. Lentamente la primavera si avvicina. Il cielo sembra più giovane e le nuvole si scontrano come dei bambini”

 

Brassaï - Paris de nuit, 1933

Brassaï – Paris de nuit, 1933


La città di Parigi e la notte: in quest’atmosfera onirica l’autore inserisce la potenza delle sue immagini, che ricalca in parte il modello del romanzo Nadja di André Breton: la presenza di questa donna dal significato cosmico, il tormentoso vagabondare per le piazze e le vie della Ville Lumière, l’introspezione tanto smaccata da apparire follia; probabilmente proprio questi stessi elementi lo rendono uno dei romanzi surrealisti più autorevoli e di riferimento.

“Parigi, dicevano, si stende come il sole e il sole è una macchia d’olio, divora ciò che la circonda come lo farebbe il più bell’incendio del secolo perché ama rivestirsi di fiamma mentre canta, come sanno farlo in certe stagioni tutte le campane del mondo. […] Noi eravamo annegati nel vento […] La pioggia formava un’enorme canzone”

La notte e la città di Parigi divengono così lo scenario in cui inserire una figura femminile tanto antica nella letteratura e tanto nuova per gli orizzonti ottocenteschi, un profilo che conserva le tracce di quella Beatrice dantesca, poiché è da lei che tutto nasce ed è a lei che tutti aspirano, Georgette che muore scomparendo nel mistero e poi è capace di risorgere nella meraviglia, come se conservasse il segreto di quella salus, di quel saluto che può donare la salvezza alla miseria di quest’essere umano.

“Lei sorrideva in modo così buffo che non potevo trattenermi da guardare il suo volto lunare e forse, malgrado me, rispondevo al suo sorriso come si risponde a uno specchio”

La notte è la città di Parigi, in cui Georgette può stendere tutto il suo dominio, poiché “il caso”, cita Soupault, “non è che la nostra ignoranza delle cause”, come se finalmente l’uomo potesse avere ritrovato quel principio, quella divinità di cui piangeva la morte.

 

Brassaï - Fille de joie, circa 1932

Brassaï – Fille de joie, circa 1932


Le ultime notti di Parigi
, le chiama l’autore, proprio perché senza di lei non ce ne sarebbero potute essere altre, né altra vita, né un senso a tutto questo: è il momento in cui tutto sembra saldarsi in un unicum che ha il profumo di un abbraccio: Georgette, Parigi, la notte e il lettore, al di là della pagina.

“E Georgette entrò. Il freddo la seguiva e il mattino. “Siete voi?” fece qualcuno. “Sono io” rispose lei. E sorrise. Parigi era davanti i nostri occhi. Noi non aspettavamo più nessuno. […] Il giorno e la notte riprendevano la loro girotondo”

Di seguito si offre la lettura di uno dei passi più poetici e significativi dell’opera, quando il protagonista, conversando con un personaggio, comprende l’effettiva necessità di Georgette, non solo nella propria vita ma in un orizzonte di portata universale: è così che arriva a contemplare il Caso, su un ponte parigino, di fronte allo scorrere della Senna.

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IL SURREALISMO DEL SILENZIO: LA POESIA DI PAUL NOUGÉ, di Emanuele Pini

René Magritte - Ritratto di Paul Nougé, 1927

René Magritte – Ritratto di Paul Nougé, 1927

IL SURREALISMO DEL SILENZIO: LA POESIA DI PAUL NOUGÉ

“Il silenzio non si assomiglia mai”[1] annotava Paul Nougé in uno dei suoi quadernetti della sua dimora di Bruxelles, come le parole, e questo biochimico belga affascinato dal Surrealismo di Breton ed Eluard, intimo e ispiratore di Magritte si manterrà fedele a questa massima fino alla fine. Infatti, pur rimanendo un punto di riferimento nella discussione artistica belga, non pubblicherà nessun testo in vita, ad esclusione di prefazioni per le mostre di amici, qualche nota artistica, poche poesie. Nessuna opera, nessuna raccolta, nessun romanzo: silenzio. Ma quali ragioni può avere questo atteggiamento tacitamente stravagante?

Se si vuole allora timidamente indagare la sua arte, bisogna affidarsi alle pubblicazioni postume dei suoi appunti, in cui alcuni elementi sono senz’altro peculiari, anche all’interno di una corrente tanto ricca quanto il Surrealismo. Un esempio è l’assenza della tematica erotica che lascia spazio a un’introspezione sincera come solo la sofferenza può essere:

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era una notte

come le altre[2]

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IL PAPPAGALLO DEL MIO VICINO[3]

il pappagallo del mio vicino

mangia un rametto di prezzemolo

e il telefono del mio vicino

ha appena schiacciato la coda del cane;

la sventura piove sulla nostra città.

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POCO PRIMA DELL’ALBA[4]

non ti conosco

non ti ho mai vista

ma ti guardo con tenerezza

perché ti ama

e il tuo nome mi sarà ignoto per sempre

La scrittura automatica, concepita e strutturata dalla corrente parigina, dà così vita a una frammentarietà adatta a descrivere lo stato infranto dell’animo umano e non a una visione sistematica del tutto. “Nel palazzo delle immagini gli spettri sono re”[5] racconta un suo verso.

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Louis Calaferte – Poesie

Louis Calaferte (Torino 19louis calaferte28 – Digione 1994), figlio di immigrati italiani, è stato un saggista, drammaturgo, scrittore e poeta francese, autore di numerose opere e vincitore di diversi premi letterari. Sempre defilato rispetto all’ambiente parigino (amava risiedere in campagna, alla larga dall’industria culturale), nel 1952 pubblica Requiem des Innocents, il suo primo romanzo. Dedica poi quattro anni della sua vita alla scrittura di Settentrione. Uscito nel 1963 e subito sequestrato per oscenità, il libro riappare nel 1984, da Denoël. Philippe Sollers così ne scrisse, su “Le Nouvel Observateur”: ” Non si è mai, ho detto mai, scritto qualcosa di così forte, di così crudo e violento. E spassoso. E orribile. E forse profetico. Non aver letto, o non leggere immediatamente Septentrion è profondamente immorale”. Autore di racconti, saggi, pièces teatrali, Calaferte ha scritto più di 50 opere. Ammirato e detestato per i suoi giudizi taglienti, Calaferte amava Majakovskij, Kafka e Cendrars, ma deplorava la presenza nella Pléiade della «savonneuse Colette», del «fifrelin Giono» e del «lassant Gracq». In Ernst Jünger scorgeva l’archetipo d’«une vieille putain à cervelle pourrie». Oggi, Louis Calaferte è considerato uno dei grandi della letteratura francese. Tra i suoi libri tradotti in italiano, Settentrione (Neri Pozza, 2006) e La meccanica delle donne (ES, 2005), raccolta di frammenti e aforismi sul sesso, l’erotismo e il femminile.

Per me un mistero

Nelle strade del mattino

la sua gioia saltellante, inavvertita dai passanti affaccendati.

Lei era la confusa vertigine di questo brandello di libertà.

Polvere grigia della luce in questo giorno di pioggia.

Il fuoco vivacchia dentro al caminetto.

La casa è un po’ fredda.

Può darsi, in questo bozzolo paralizzato, che nessuno di noi davvero esista, o che sia mai esistito.

In questi giorni come avvolti d’oppio, non è che la nostra sensibilità s’immagini forse quello dei morti?

E’ domenica.

Venezia – pietrificata

figlia dell’abbandono.

Lei era infagottata nel pelo lattescente di pellicce, immobile sorriso negli occhi.

Per calli scarabocchiate camminavamo soli.

– Mi sento più altezzosa di questa città.

Primi fiocchi d’una neve fine.

Cos’è capire?

Invertire i ruoli.

Vera da pozzo della notte.

Col tuo volto chiaro, le labbra carezzevoli, il tuo sguardo puro, i tuoi gesti allegri di bugiarda.

Movimento sul suolo, appena percettibile, d’una compassionevole, commovente lentezza; qualcosa di maldestro in una direzione che si ignora, subito si contraria, si riprende, si riperde, si ostina a perdersi, a riprendersi – su di un suolo ostile, movimento che è imitazione, parodia, tentativo ebbro, tuttavia persistente.

Infinitesimo segno di vita – che lotta, obbedisce al suo pensiero, al suo volere, tenta di ottenere – che cosa? di vivere.

Un piccolo spostamento, ed è la morte.

La nostra morte – che è questo spostamento.

(da Le Sang violet de l’améthyste, Gallimard, 1998)

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E’ vero che a Londra piove…

E’ vero che a Londra piove

e che i ponti s’annoiano

Il cielo moribondo e ipocondriaco

di nuvole annodate di fuliggine

A Londra piove a Londra

lustrini della pioggia

Si vedeva la città fondersi

come irreale come nella fuga

Un popolo indeciso confrontarsi

sotto volte di ombrelli

Le nostre ombre andavano a confondersi

nell’ombra grigia della pioggia

E’ vero che piove a Londra

e che ti ho seguita.

(da Londoniennes, Le tout sur le Tout, 1985)

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Sole dai raggi verdi verticali

Sole dai raggi verdi verticali

erano tue queste contrade per tutte le radici

dei muscoli e dei sassi

per le navate e i venti

per i logori tappeti bengala delle rocce ove la preghiera dei mari

terminava in esili

per la pupilla chiusa e tappezzata di folgori

questi sentieri e spiagge

questi vaghi percorsi di passi ripercorsi

Tue queste piste d’ombra nel torace dei boschi

questi assassini

queste ferite

queste liane scannate

il massacro dei fiori

la nera purulenza antica di cortecce disfatte

Tuoi questi popoli lenti tuoi per il bronzo maturo delle pelli per il dondolio essenziale delle anche che accolgono languide le vesti nel cammino

per i bianchi avvertimenti

il morso bavoso

i ferri

per le folli sevizie di nodosi metà pomeriggio

sulla loro polvere riarsa

per l’orecchio carico di vagiti lontani

per i nostri immensi sonni

morti in una luce d’arancia liberi all’aria a spigolare i tuoi graniti

noi fummo i tuoi impiccati

Alle tue collane

Alle tue felci

Ai tuoi paranchi

Messale

Alle tue parrucche

Alle tue vele

Ai tuoi unguenti

Carneficina

Alle tue boe

Alle tue terrazze

Ai tuoi fervori

Forcipe

la mia donna a seni nudi inchiodata sotto i tuoi oltraggi

come all’amore languida e morbida e torpida

come all’amore figgitiva e morbida e conforme

come all’amore unita e docile e passiva

la mia donna a seni nudi

come all’amore consegnata alle tue eucaristie

Penitenza

Ai tuoi scandagli

Alle tue lane

Ai tuoi re

Origine

Amanti-pennelli ad annotare le tue servitù

noi fummo i tuoi eletti.

(da Rag-time, Denoel, 1972)

 

(traduzione G. Cerrai) Continua a leggere