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IL SURREALISMO DEL SILENZIO: LA POESIA DI PAUL NOUGÉ, di Emanuele Pini

René Magritte - Ritratto di Paul Nougé, 1927

René Magritte – Ritratto di Paul Nougé, 1927

IL SURREALISMO DEL SILENZIO: LA POESIA DI PAUL NOUGÉ

“Il silenzio non si assomiglia mai”[1] annotava Paul Nougé in uno dei suoi quadernetti della sua dimora di Bruxelles, come le parole, e questo biochimico belga affascinato dal Surrealismo di Breton ed Eluard, intimo e ispiratore di Magritte si manterrà fedele a questa massima fino alla fine. Infatti, pur rimanendo un punto di riferimento nella discussione artistica belga, non pubblicherà nessun testo in vita, ad esclusione di prefazioni per le mostre di amici, qualche nota artistica, poche poesie. Nessuna opera, nessuna raccolta, nessun romanzo: silenzio. Ma quali ragioni può avere questo atteggiamento tacitamente stravagante?

Se si vuole allora timidamente indagare la sua arte, bisogna affidarsi alle pubblicazioni postume dei suoi appunti, in cui alcuni elementi sono senz’altro peculiari, anche all’interno di una corrente tanto ricca quanto il Surrealismo. Un esempio è l’assenza della tematica erotica che lascia spazio a un’introspezione sincera come solo la sofferenza può essere:

.

era una notte

come le altre[2]

*

IL PAPPAGALLO DEL MIO VICINO[3]

il pappagallo del mio vicino

mangia un rametto di prezzemolo

e il telefono del mio vicino

ha appena schiacciato la coda del cane;

la sventura piove sulla nostra città.

*

POCO PRIMA DELL’ALBA[4]

non ti conosco

non ti ho mai vista

ma ti guardo con tenerezza

perché ti ama

e il tuo nome mi sarà ignoto per sempre

La scrittura automatica, concepita e strutturata dalla corrente parigina, dà così vita a una frammentarietà adatta a descrivere lo stato infranto dell’animo umano e non a una visione sistematica del tutto. “Nel palazzo delle immagini gli spettri sono re”[5] racconta un suo verso.

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Louis Calaferte – Poesie

Louis Calaferte (Torino 19louis calaferte28 – Digione 1994), figlio di immigrati italiani, è stato un saggista, drammaturgo, scrittore e poeta francese, autore di numerose opere e vincitore di diversi premi letterari. Sempre defilato rispetto all’ambiente parigino (amava risiedere in campagna, alla larga dall’industria culturale), nel 1952 pubblica Requiem des Innocents, il suo primo romanzo. Dedica poi quattro anni della sua vita alla scrittura di Settentrione. Uscito nel 1963 e subito sequestrato per oscenità, il libro riappare nel 1984, da Denoël. Philippe Sollers così ne scrisse, su “Le Nouvel Observateur”: ” Non si è mai, ho detto mai, scritto qualcosa di così forte, di così crudo e violento. E spassoso. E orribile. E forse profetico. Non aver letto, o non leggere immediatamente Septentrion è profondamente immorale”. Autore di racconti, saggi, pièces teatrali, Calaferte ha scritto più di 50 opere. Ammirato e detestato per i suoi giudizi taglienti, Calaferte amava Majakovskij, Kafka e Cendrars, ma deplorava la presenza nella Pléiade della «savonneuse Colette», del «fifrelin Giono» e del «lassant Gracq». In Ernst Jünger scorgeva l’archetipo d’«une vieille putain à cervelle pourrie». Oggi, Louis Calaferte è considerato uno dei grandi della letteratura francese. Tra i suoi libri tradotti in italiano, Settentrione (Neri Pozza, 2006) e La meccanica delle donne (ES, 2005), raccolta di frammenti e aforismi sul sesso, l’erotismo e il femminile.

Per me un mistero

Nelle strade del mattino

la sua gioia saltellante, inavvertita dai passanti affaccendati.

Lei era la confusa vertigine di questo brandello di libertà.

Polvere grigia della luce in questo giorno di pioggia.

Il fuoco vivacchia dentro al caminetto.

La casa è un po’ fredda.

Può darsi, in questo bozzolo paralizzato, che nessuno di noi davvero esista, o che sia mai esistito.

In questi giorni come avvolti d’oppio, non è che la nostra sensibilità s’immagini forse quello dei morti?

E’ domenica.

Venezia – pietrificata

figlia dell’abbandono.

Lei era infagottata nel pelo lattescente di pellicce, immobile sorriso negli occhi.

Per calli scarabocchiate camminavamo soli.

– Mi sento più altezzosa di questa città.

Primi fiocchi d’una neve fine.

Cos’è capire?

Invertire i ruoli.

Vera da pozzo della notte.

Col tuo volto chiaro, le labbra carezzevoli, il tuo sguardo puro, i tuoi gesti allegri di bugiarda.

Movimento sul suolo, appena percettibile, d’una compassionevole, commovente lentezza; qualcosa di maldestro in una direzione che si ignora, subito si contraria, si riprende, si riperde, si ostina a perdersi, a riprendersi – su di un suolo ostile, movimento che è imitazione, parodia, tentativo ebbro, tuttavia persistente.

Infinitesimo segno di vita – che lotta, obbedisce al suo pensiero, al suo volere, tenta di ottenere – che cosa? di vivere.

Un piccolo spostamento, ed è la morte.

La nostra morte – che è questo spostamento.

(da Le Sang violet de l’améthyste, Gallimard, 1998)

***

E’ vero che a Londra piove…

E’ vero che a Londra piove

e che i ponti s’annoiano

Il cielo moribondo e ipocondriaco

di nuvole annodate di fuliggine

A Londra piove a Londra

lustrini della pioggia

Si vedeva la città fondersi

come irreale come nella fuga

Un popolo indeciso confrontarsi

sotto volte di ombrelli

Le nostre ombre andavano a confondersi

nell’ombra grigia della pioggia

E’ vero che piove a Londra

e che ti ho seguita.

(da Londoniennes, Le tout sur le Tout, 1985)

***

Sole dai raggi verdi verticali

Sole dai raggi verdi verticali

erano tue queste contrade per tutte le radici

dei muscoli e dei sassi

per le navate e i venti

per i logori tappeti bengala delle rocce ove la preghiera dei mari

terminava in esili

per la pupilla chiusa e tappezzata di folgori

questi sentieri e spiagge

questi vaghi percorsi di passi ripercorsi

Tue queste piste d’ombra nel torace dei boschi

questi assassini

queste ferite

queste liane scannate

il massacro dei fiori

la nera purulenza antica di cortecce disfatte

Tuoi questi popoli lenti tuoi per il bronzo maturo delle pelli per il dondolio essenziale delle anche che accolgono languide le vesti nel cammino

per i bianchi avvertimenti

il morso bavoso

i ferri

per le folli sevizie di nodosi metà pomeriggio

sulla loro polvere riarsa

per l’orecchio carico di vagiti lontani

per i nostri immensi sonni

morti in una luce d’arancia liberi all’aria a spigolare i tuoi graniti

noi fummo i tuoi impiccati

Alle tue collane

Alle tue felci

Ai tuoi paranchi

Messale

Alle tue parrucche

Alle tue vele

Ai tuoi unguenti

Carneficina

Alle tue boe

Alle tue terrazze

Ai tuoi fervori

Forcipe

la mia donna a seni nudi inchiodata sotto i tuoi oltraggi

come all’amore languida e morbida e torpida

come all’amore figgitiva e morbida e conforme

come all’amore unita e docile e passiva

la mia donna a seni nudi

come all’amore consegnata alle tue eucaristie

Penitenza

Ai tuoi scandagli

Alle tue lane

Ai tuoi re

Origine

Amanti-pennelli ad annotare le tue servitù

noi fummo i tuoi eletti.

(da Rag-time, Denoel, 1972)

 

(traduzione G. Cerrai) Continua a leggere