Archivi categoria: poesia francese

Agostino John Sinadino – Poesie, a cura di G. Cerrai

Agostino John Sinadino – Poesie

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Il presente articolo, con varianti e con una selezione ridotta dei testi, è già apparso sulla rivista Menabò n. 19 – febb.2025 (Terra d’ulivi ed.). Tutte le traduzioni originali sono mie. (g.c.)

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Ho letto per la prima volta Agostino John (Giovanni) Sinadino in una deliziosa opera (tre volumetti in 24°) intitolata “Poeti simbolisti e liberty in Italia”, uno di quei libri che solo Vanni Scheiwiller sapeva fare (Strenna del Pesce d’Oro 1968, 72, 73, a cura di Glauco Viazzi e V. Scheiwiller), anche se non proprio “taschinabile”, come lui amava dire. Sinadino è poeta pressoché sconosciuto in Italia, o almeno dimenticato da tempo immemorabile. Di origine greca, nato a Il Cairo nel 1876 da madre italiana (la milanese Carolina Casati, musicista) e da Ioannis Constantin Sinadino, banchiere, e morto a Milano nel 1956, è stato un autentico cosmopolita, capace di entrare in contatto con le culture più stimolanti dell’epoca, subendo gli influssi futuristi, ma anche e soprattutto simbolisti, a cominciare dal riconosciuto maestro del simbolismo, Stéphane Mallarmé, senza perdere di vista autori come Proust, Poe, Baudelaire. Segnato da una doppia cultura, Sinadino scriverà ora in francese (lingua di comunicazione in Egitto all’inizio del secolo), ora in italiano (lingua madre). Sposatosi a Londra nel 1900, ha vissuto alcuni anni a New York (1906-1910), è tornato ad Alessandria per 20 anni (1910-1928) e ha concluso la sua vita a Milano, dimenticato da tutti e totalmente rovinato. Morto senza eredi, sepolto in modo riservato a Milano – la sua famiglia non ha voluto contribuire al suo funerale – il suo nome non è nemmeno presente sulla sua lapide. Agostino John Sinadino sembra essere restato sempre fedele a una concezione molto elitaria della scrittura, considerata un’attività privata, silenziosa, incurante di qualsiasi successo di pubblico. È sorprendente la scelta di fare della sua opera una sorta di “anti – opera”. La critica più recente vede in questo percorso “sotterraneo”, realizzato a margine della modernità, la realizzazione di una poetica della cancellazione ispirata a Mallarmé: un cammino di spoliazione votato a una vera “scomparsa dell’eloquio”, per finire a non essere che un nome sulla copertina di qualche libro. Si indovina sullo sfondo una concezione quasi mistica della letteratura, che si suppone possa bastare a sé stessa, a prescindere da eventuali lettori “reali”. La sua opera, segnata certo dall’influenza di Mallarmé, è stata infatti elaborata a contatto con tutti gli scrittori di primo piano come André Gide (una corrispondenza con il poeta è stata pubblicata di recente dalla rivista Studi francesi, mentre le lettere inviate a D’Annunzio, che mai rispose, sono conservate al Vittoriale), il poeta greco Kavafis, Paul Valéry che ha scritto per lui una prefazione, o il futurista Filippo Tommaso Marinetti. In totale, ci sono otto libri o raccolte di poesie pubblicati dal poeta tra il 1898 e il 1934. Queste opere mostrano una ispirazione mistica e simbolista, ma anche una grande libertà espressiva e formale (anche se l’autore non si è mai associato a qualsiasi specifica avanguardia). Ancora oggi la sua scrittura, a parte l’apparirci a tratti retorica, è capace di fornire al lettore grandi suggestioni. Una poesia misurata, controllata più di quanto appaia, ma insieme carica di una mistica particolare, religiosa fino al sincretismo, in cui l’autore ricerca non solo la purezza della parola ma anche la sua stessa purezza, una poesia nella quale “il reale si lascia dai suoni, colori, sensazioni ed emozioni raccogliere” (E. Citro) e che sembra bruciare intensamente dall’interno, nella sua meditazione sul tempo e sulla morte. (g.c.)

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Quaderno di traduzioni: Valérie Brantôme

Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024

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Conosco da un po’ Valérie Brantôme, con cui ho collaborato saltuariamente e che ha ospitato sul suo sito, traducendoli in francese, alcuni miei testi. Questo libro, che è il suo primo di poesie, o meglio di poesia in prosa, mi conferma l’apprezzamento che ho sempre avuto nei confronti della sua sensibilità artistica e delle sue qualità di scrittrice. Qualità che è possibile rilevare, spero, nella traduzione che ho fatto dell’intera prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta. Una scrittura ricercata, anche complessa, metaforica – e che a tratti potrebbe ricordare per noi italiani una “parola innamorata” – in cui è rintracciabile la grande tradizione lirica francese ed echi di autori come Yves Bonnefoy e Joë Bousquet, citato in esergo, e i cui temi sono il tempo inesorabile e il paesaggio astratto attraversati da una figura umana alle prese con una sorta di discesa usque ad inferos, in cerca – forse – di una risurrezione o di una rinascita vittoriosa di sé come auspicato nel finale. (g.cerrai)

 

Valérie Brantôme, nata nel 1968, vive in Provenza. Conoscitrice dell’Italia, dove ha trascorso l’infanzia e dove è stata presente in vari eventi, è poetessa e scrittrice e traduce voci della poesia contemporanea italiana (Martino Baldi, Alessandro Ceni, Lorenzo Calogero, Roberto Bertoldo). Ha pubblicato in riviste e blog come Arsenal, Phœnix (Premio Léon Gabriel Gros 2013), Diérèse, La Sœur de l’Ange, Terres de Femmes, Imperfetta Ellisse.  On dit le temps è il suo primo libro di poesie. Il suo blog è Enjambées fauves.

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Jacques Réda – Poesie

Jacques Réda - Di Pkobel - Opera propria, CC BY-SA 4.0Il 30 settembre scorso è morto a Hyères, dove risiedeva da tempo, il poeta, critico musicale e saggista francese Jacques Réda, considerato in patria uno degli autori più significativi del secondo Novecento. Per l’occasione ripropongo il post che gli avevo dedicato quasi dieci anni fa, sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, accompagnato da alcune mie traduzioni. (g.c.)

Jacques Réda (Lunéville, 1929) è un poeta, critico musicale e saggista  francese. Ha diretto la Nouvelle Revue Française dal 1987 al 1996. Oltre ad essere noto come inventore del verso di quattordici sillabe, che – dice – deve essere letto a voce alta, come tutta la poesia di cui valga la pena, Réda è considerato uno dei maggiori poeti francesi d’oggi. È anche autore di racconti in prosa e grande amante della musica, in particolare del jazz. È membro del comitato di lettura delle edizioni Gallimard. Collabora regolarmente a Jazz Magazine dal 1963. Ha pubblicato svariate opere sul jazz, tra cui L’Improviste (L’improvviso, 1980) che propone una lettura sensibile e poetica di questo fenomeno musicale. E’ autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Cendres chaudes (1955), Amen (1968), La Tourne (1975), Hors les murs (1982), Sonnets dublinois (1990) e svariati altri, molti dei quali ispirati dalla città di Parigi e dall’osservazione dell’ambiente circostante, che ama attraversare in treno, in bicicletta o anche a piedi, raccogliendo le suggestioni anche le più umili di un mondo percorso a piccola velocità. Réda cerca nella casualità di incontrare qualcosa di apparentemente insignificante ma che riveli poi non solo una nascosta bellezza, una “meraviglia” inattesa, ma anche un significato più profondo, più universale. E’ questa l’ispirazione fondamentale della sua poesia, che appare di una voluta semplicità, lineare, diretta e comunicativa. Réda ha vinto il Grand prix de poésie de l’Académie française, il Prix Goncourt de la poésie, il Prix Roger Kowalski-Grand Prix de Poésie de la Ville de Lyon. È quasi del tutto inedito in Italia. (continua a leggere QUI)

André Breton – Pesce solubile

https://imperfettaellisse.it/archives/tag/emanuele-piniAndré Breton – Pesce solubile

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Emanuele Pini, già in qualche occasione collaboratore di questo sito, dopo esserci cimentato nella prima traduzione italiana de L’uomo approssimativo di Tristan Tzara (Massari Editore, 2019, v. QUI), cura e dà alle stampe un’altra prima traduzione, questa volta di Pesce solubile di André Breton (Fernandel editore, 2024), che raccoglie trentadue brevi prose scritte esattamente cento anni fa, nel 1924, lo stesso anno della pubblicazione del Manifesto del surrealismo, corredate da un cospicuo apparato di note.

È una buona notizia, perché il surrealismo, al di là del suo valore storico che non si finisce mai di sottolineare, resta una presenza ancora feconda nel panorama artistico europeo (“così come l’inconscio è esistito prima di Freud, l’attività surrealista non corre alcun rischio di aver termine”, Arturo Schwarz, citato dal curatore).

Ma cos’è il Pesce solubile? Come scrive Pini nella sua articolata introduzione è la prima espressione di uno degli strumenti che il surrealismo si inventò o rimise a nuovo, quello della scrittura automatica, uno dei primi, una creazione preceduta forse solo dai celebri Les champs magnétiques (1919), che Breton scrisse a quattro mani con Philippe Soupault (v. QUI). Ed è anche la metafora dell’uomo, artista o lettore che sia, che riesce a superare i suoi limiti, a “sciogliersi” nella fantasia, nel sogno, nell’immaginazione, a essere, dice Breton, “solubile nel suo pensiero”, riesce a scoprire “il funzionamento reale del pensiero”. È quindi, potremmo dire, l’atto dimostrativo di un’idea, di un progetto, di una rivoluzione, di cui il Manifesto del surrealismo, prima di crescere e vivere di vita propria, avrebbe dovuto essere la prefazione, cioè in qualche modo il presupposto e la giustificazione teorica. La scrittura automatica è un mezzo e un pre-testo, è o dovrebbe essere, come scrive Pini, “una scrittura rapida, impulsiva, avulsa dalla coscienza”, che tuttavia viene poi in varia misura esposta ad un lavoro di lima, per quanto non invasivo, come dimostrano le varianti riportate in nota dal curatore. E se essa porta con sé, nel tempo, accuse di illetterarietà o di illeggibilità o anche, come scrisse Ives Bonnefoy, di superficialità, esse vanno respinte perché in questi testi “per chi vuole vederli, ci sono fiori dappertutto”, dice Pini parafrasando Matisse. Ovvero in queste brevi prose “affiora da tante immagini e da tanti accostamenti originali una ricchezza lirica psichedelica devastante”, cosa che, davvero, a tratti mi ricorda il Burroughs del successivo Pasto nudo. Continua a leggere

Odilon-Jean Périer – Carmi

Odilon-Jean Périer - Carmi, a cura di Ilaria Guidantoni, Lorenzo de’ Medici Press, 2023Odilon-Jean Périer – Carmi, a cura di Ilaria Guidantoni, Lorenzo de’ Medici Press, 2023

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(…) oserei definire Périer, un poeta quasi involontario, una poesia che non è né lirica estetica, né costruita, né dissoluzione cercata. È contemporanea per il suo essere sul crinale tra prosa e poesia, i suoi versi spezzati, spesso divisi in modo sconveniente alla lettura, sono sintesi folgoranti della vita; dove il sacro e il profano si mescolano senza soluzione di continuità, dove gli angeli si confondono con gli amori carnali tanto ci sono vicini. Le tensioni opposte percorrono i suoi versi come nella metafora della maison de verre, la solidità della casa che si radica è di vetro, luogo chiuso, intimo e anche aperto, trasparente nel senso di esposto, pertanto fragile. La poesia è chiara quanto incomprensibile, come nel grande René Char, altro poeta dimenticato che anche in Francia è praticamente introvabile. (…) Périer non sembra voler comprendere e tanto meno afferrare il mondo e la vita quanto preferisce immergervisi, anelando all’infinito e stando in questa tensione non risolutiva. È sicuramente poeta della vita e la poesia che è la sua espressione perché comporre versi è un modo di vivere, dev’essere semplice e per tutti. (…) La sua poesia è la ricerca di un assoluto intimo. Interessante la corrispondenza con Jean Paulhan che si mostra esigente e non manca di ricordare al suo giovane discepolo che “cantare è anche una sorta di imbroglio” e che il soprannaturale “è terribilmente difficile”. La poesia di Périer è immensa nella sua semplicità che a tratti può sembrare banale e che forse è più da ascoltare che da decifrare. (dalla prefazione della curatrice Ilaria Guidantoni)

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Odilon-Jean Périer è un poeta belga di espressione francese nato a Bruxelles il 9 marzo 1901 e scomparso prematuramente a soli 27 anni. Nel corso dei suoi studi fonda numerose riviste (che avranno tutte la vita breve di un solo numero): La Lyre du potache, Hermès e Le Cénacle. Nel 1918 scrive, sulla falsariga di Jules Renard, un Petit Éssai de psychologie végétale, oltre a una raccolta di poemi in versi liberi che intitola La Route de sable. Su ispirazione di autori come Apollinaire e Cendrars e del Cubismo nel 1920 scrive il lungo poema Le combat de la neige et du poète e una raccolta di poesie, La Vertu par le chant; l’anno seguente termina la sua collaborazione con La Patrie belge e inizia quella col Mercure de France e con Signaux de France et de Belgique. Nel corso degli anni collaborerà anche con La Reinaissance d’Occident e Le Disque vert, della quale è animatore Franz de Hellens al quale si lega, oltre che con il giovane Henri Michaux che ha passato l’infanzia nella sua stessa strada a Bruxelles. Nel 1926 pubblica con Gallimard il suo unico romanzo, Le passage des anges, (Il passaggio degli angeli, La Finestra Editrice, 2018), che da qualcuno viene considerato la fonte di ispirazione del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Continua a leggere

Baudelaire e Les fleurs du mal: un legame inscindibile, nota di Riccardo Renzi

Charles BaudelaireBaudelaire e Les fleurs du mal: un legame inscindibile

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Pensando alla letteratura francese dell’Ottocento, la prima figura che verrebbe in mente ad un medio lettore, nel 90% dei casi è quella di Charles Pierre Baudelaire. Ma perché proprio Baudelaire? Perché la sua figura ha ormai subito una canonizzazione all’interno dei vari sistemi scolastici europei e da cinquant’anni a questa parte e impressa nella memoria dei più. A tutto ciò si aggiunga che il suo spirito rivoluzionario lo rende assai attraente, in particolar modo appetibile per ragazzini in piena età dello sviluppo[1], con la loro voglia innata di cambiare il mondo.

Baudelaire nacque a Parigi, in Francia, il 9 aprile 1821 in una casa del quartiere latino, in rue Hautefeuille nº 13, e venne battezzato due mesi dopo nella chiesa cattolica di Saint-Sulpice. Il padre si chiamava Joseph-François Baudelaire. Era un ex-sacerdote e capo degli uffici amministrativi del Senato, amante della pittura e dell’arte in genere, e come prima moglie ebbe Jeanne Justine Rosalie Jasminla, dalla quale ebbe Claude Alphonse Baudelaire, fratellastro del poeta. La madre di Charles era la ventisettenne Caroline Archimbaut-Dufays, sposata da Joseph-François dopo la perdita della prima moglie[2]. Suo padre morì quando egli aveva soltanto sei anni e il matrimonio della madre, che si risposò poco dopo, determinò in lui una profonda sofferenza destinata a durargli tutta la vita, camuffata spesso da cinismo e spavalderia. Dopo aver conseguito la licenza liceale, Baudelaire cominciò una vita sregolata; il patrigno, il generale Auspick, sperò di ottenere un cambiamento persuadendolo ad un viaggio nelle isole dell’Oceano Indiano, ma al suo ritorno, ormai maggiorenne, Baudelaire riprese la vita stravagante, dissipò rapidamente il patrimonio ereditato dal padre, si avvilì sempre di più nell’alcool, nella droga, nella frequentazione di ambienti malfamati e di personaggi sempre più equivoci. Per vivere fu costretto a fare i più strampalati lavori, ma continuò sempre a scrivere e a lavorare per giornali e case editrici. Agli inizi del 1857 pubblicò I fiori del male, raccolta che gli procurò subito un processo per alcune liriche considerate immorali,fu dunque, pubblicato in seconda edizione, riveduta e purgata, nel 1861. L’opera non ebbe risonanze e il poeta, amareggiato e prostrato nel fisico e nel morale, si allontanò da Parigi la cui atmosfera gli era diventata insopportabile, e andò a vivere a Bruxelles[3]. Il cambio di città non gli giovò, nel 1866 ebbe il primo attacco di paralisi e l’anno dopo morì in una clinica di Parigi[4]. Continua a leggere

Georges Bataille – L’ano solare

Georges Bataille nel 1940È caldo, ancora. Ci sta quindi ripescare nel vasto archivio di Imperfetta Ellisse un mio post del 2017, una mia traduzione da Bataille, qualcosa che ha a che fare col sole (g.c.):

E’ chiaro che il mondo è puramente parodistico, nel senso che ogni cosa che si osserva è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una forma deludente.
Da quando le frasi circolano nei cervelli occupati a riflettere, si è proceduto ad una identificazione totale, poiché con l’aiuto di una copula ogni frase lega una cosa all’altra; e tutto sarebbe visibilmente legato se si scoprisse a colpo d’occhio nella sua totalità il tracciato lasciato da un filo d’Arianna, che conduce il pensiero nel suo stesso labirinto.

Ma la copula dei termini non è meno irritante di quella dei corpi. E quando io esclamo: IO SONO IL SOLE, ne risulta una completa erezione, perché il verbo essere è il veicolo della frenesia amorosa.

 

Tutti hanno coscienza che la vita è parodistica e che manca un’interpretazione.
Così il piombo è la parodia dell’oro.
L’aria è la parodia dell’acqua.
Il cervello è la parodia dell’equatore.

Il coito è la parodia del delitto.

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Victor Segalen – Stele

Victor SegalenDall’archivio storico di Imperfetta Ellisse, un post del 2011 di sicuro interesse che vale la pena recuperare. Si parla di un autore tanto poco conosciuto quanto davvero impressionante.

Victor Segalen, un altro degli oggetti misteriosi (o quasi) della poesia francese dello scorso secolo. Segalen era un giovane medico di marina che non amava il mare, la vuota distesa d’acqua che “più si naviga, più somiglia a sé stessa”. Dopo aver studiato alla Scuola principale del Servizio di sanità della Marina e all’Università di Bordeaux  incontra Huysmans con cui avvia una certa frequentazione e che è il primo a parlargli di Paul Gauguin e dell’esostismo. Il suo primo imbarco, come un destino, è su una nave che si chiama Durance e che lo porta in Oceania, fino a Hiva-Oa, dove Gauguin è morto da appena tre mesi e dove acquista dall’amministrazione coloniale alcuni dei suoi disegni. E’ l’inizio di un innamoramento per l’Oriente,… (continua a leggere QUI)

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo

Tristan Tzara – L’uomo approssimativo – a cura di Emanuele Pini, Massari Editore, 2019
Emanuele Pini, a novanta anni dalla prima pubblicazione avvenuta in Francia nel 1931, traduce e cura la prima traduzione italiana di questo importante libro di versi – un poema in diciannove canti – di Tristan Tzara, una delle figure chiave prima del Dadaismo e poi del Surrealismo, con una appassionata introduzione, in questo volume,  di Roberta De Francesco
Scrive Emanuele Pini nella nota introduttiva: “L’Homme approximatif pubblicato nel 1931, dopo un lavoro introspettivo e artistico di 5 anni (1925-1930), non è l’unico, ma di certo è il migliore risultato di questa ricer­ca: ma cos’è questo «Uomo approssimativo»? un prisma frammentato in miriadi di immagini, di illuminazioni, di ferite dal quale emerge la figura dell’uomo contempora­neo, fragile e titanico, sognatore e becero furfante, che vive nella notte, un uomo forse senza Io e senza Dio, ma che piange perennemente dentro sé, per questo Io e per questo Dio, un uomo che è «approssimato» e che al con­tempo si approssima, si avvicina all’immagine di uomo.
Un uomo che sogna un uomo. Il finale è ciò che dà il senso all’inizio, e viceversa: in tal modo tutto prende il via con quel «le campane suonano senza ragione e anche noi», tutto inizia con «penso al calore che intesse la parola/ attorno al suo nocciolo il sogno che si chiama noi», poi tutto termina con questa stoica attesa del deserto del tor­mento, del suo fuoco.
Forse l’aprirsi all’altro è questo deserto che ci dà struggimento e passione, forse l’aprirsi all’altro è questo fuoco che ci offre la vita e la passione, la speranza.
Per Tzara non esiste una storia del tutto al singolare, non esiste un destino solamente individuale, perché gli uomini abitano questa minuscola terra come le stelle punteggiano d’oro la volta notturna. In altri termini io ci sono, io, e tu ci sei, tu, e ci siamo noi che incrociamo le nostri voci, le nostre croci di deserto e fuoco. Fragile e vinto, ma nel suo grido disperato riluce la sua forza indo­mabile: questo è l’Uomo Approssimativo, un uomo tanto moderno, antesignanamente esistenzialista, agitato da fantasie celesti e visioni profetiche alle quali cerca di dar risposta, sballottato in un cosmo straniero; ma l’unico enigma che non può risolvere è il suo volto: questo è l’Uomo Approssimativo, alla perenne ricerca di se stesso come un eroe cantato da Omero e da Sofocle. Un uomo approssimativo «come me come te lettore e come gli altri».

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