Archivi categoria: poesia italiana contemporanea

Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

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Conosco Enrico Cerquiglini da diversi anni, almeno da quando mi ospitò nel volume di poesie collettaneo Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, a cura di E. Cerquiglini e L. Ariano). Su questo blog, invece, trovate suoi testi tratti da Avvisaglie (2023), con una mia nota critica.

Enrico è umbro di Montefalco, vive a Gualdo Cattaneo, insegna Lettere in un istituto superiore di Perugia. È stato tra i fondatori e i curatori del “Sandro Penna”, ha scritto diversi libri di poesia, di saggistica (tra cui uno su Pasolini), nonché per il teatro. È insomma un uomo di ingegno, e non ostante ciò penso di poterlo definire un autore appartato, come suol dirsi, uno di quelli che non sgomitano per apparire. E questo credo dipenda in gran parte sia da una postura nei confronti dello scrivere che potrei definire raffinatamente artigianale, con un senso del “lavoro” creativo non dissimile da chi coltiva la terra nella verde Umbria, ovvero sapienza e rispetto degli strumenti e dei “materiali”; sia da una relazione costante (che è anche un obbiettivo) con una dimensione etica, morale, sociale e in ultima analisi civile e politica, nonché un legame con il territorio che è identità e tradizione. Tutti questi aggettivi, come scrissi a suo tempo, vanno presi, davvero, senza i preconcetti che a volte li accompagnano, specie tra poeti. E del resto forse Enrico non ha ambizione di fare poesia civile, ma solo (e mica è poco) riaffermare con forza una centralità umana, sua e di tutti, e nel farlo va da sé che emerga una specie di risentimento o anche una pasoliniana nostalgia, che però non è mai arretramento, è semmai, come scrissi, una memoria non volatile, una memoria “resistente”, come imperativo morale e debito (ma per queste e altre considerazioni rimando a quella nota).

I testi che propongo sono tratti dagli ultimi due libri pubblicati da Cerquiglini, Diario di un fainéant (Etabeta, 2024, edizione “clandestina” in 50 copie) e La casa lungo il fiume ed altri versi (Delta 3 Ed., 2025, premio L’Inedito XVII). Entrambi appartengono a pieno titolo al mondo di Enrico, pur con ambizioni diverse. Chi è intanto il fainéant? Non è il fannullone, il nullafacente, non è il flâneur caro a Baudelaire come a Benjamin, non è nemmeno un anarchico assertore della decrescita più o meno felice. È uno – ci dice Cerquiglini – che “non collabora, non partecipa all’orgia del Potere, osserva e si tiene in disparte, guarda gli scarti umani – deiezioni della macchina infernale”. Tuttavia non così passivo da non articolare la sua invettiva, appena (spesso) ne trova la ragione. E contemporaneamente registra il veloce decadimento del mondo, consapevole che niente e nessuno potrà farci niente, che il dire forse si sovrappone a una “afasia provocata dalla corsa al nulla”, la forma (forse anche quella dell’invettiva, aggiungo), anche rinnovata, rischia quasi di “nobilitare l’ignobile”. L’alternativa è il rimpianto, le neiges d’antan? No, è il riprendere a scrivere proprio a partire da quel dubbio, il poeta non rinuncia mai, é sempre possibile trovare un senso anche nelle pieghe di un verso. Il diario è un tragitto, una serie di stazioni di posta ma senza riposo, di luoghi in cui si è già vissuto senza tirare le somme, fatti che non si ricordano ma si rimasticano sperando di trarne un diverso succo. Continua a leggere

Renzo Franzini – Mappale dei cammini

Renzo Franzini - Mappale dei cammini - LietoColle Ed., 2017Renzo Franzini – Mappale dei cammini – LietoColle Ed., 2017

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Il riordino della libreria di casa riserva sorprese e rammarichi. Le prime riguardano i libri che non ricordavi di avere e che magari hanno avuto qualche importanza nella tua vita; gli altri invece i libri che sono caduti senza colpa nel dimenticatoio, persi nel caos dei saggi, degli invii, delle proposte di lettura a cui è arduo tenere testa. Uno di questi è il libro di cui parlo brevemente oggi, speditomi – ed è una delle ragioni del rammarico di averlo perso di vista – su consiglio di una poeta che apprezzo, un’amica, Elia Malagò, accompagnato – altra ragione di rammarico – da una gentile lettera scritta a mano dall’autore che a quanto pare all’epoca non fu sufficiente viatico. Cerco oggi di recuperare in qualche modo.

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Il Mappale di Franzini è una raccolta dei versi scritti giornalmente dal Settembre 2013 al Settembre 2014, prosecuzione naturale e conclusione, mi dice l’autore, di un volume uscito nel 1999 per Campanotto, Le luci, prima parte di quello che Franzini – e questo è già interessante – chiama un poema. Un termine, diciamolo, già abbastanza inusuale qui da noi, ma che rende bene l’idea organizzata che sta dietro questo lavoro, il suo respiro complessivo, e soprattutto la consapevolezza di una sua intrinseca unità, di cui cercheremo di parlare.

Sembrerebbe infatti che lo scrivere qualche verso (a volte pochi, a volte molti) ogni giorno per un anno conducesse ineluttabilmente a una frammentaria “occasione”, alla piccola epifania quotidiana. Tuttavia, in una breve nota introduttiva, l’autore ci dice che il suo sforzo è stato quello di “nulla scartare nella tensione tra caso e disciplina”, che è, mi pare di capire, la bella disposizione d’animo di chi accoglie l’evenienza e la trasforma con maestria in un segno.

Franzini si mette in cammino, in un certo senso proprio alla ricerca di quel “caso”, che è ovunque, tanto più forse nei luoghi famigliari, domestici, in cui certo si aggira un genius loci su cui è possibile fare affidamento, insomma una identità in cui riconoscersi. È il basso corso del Po, la Bassa tra Reggio e Mantova, dove mi pare che Malagò e Franzini si incontrino e si riconoscano, l’una di Felonica, l’altro di Guastalla, nel reggiano, qualche chilometro più a monte. Come scrissi per Elia, anche qui la prima evidenza mi sembra che sia “il richiamo forte e presente ad un territorio concreto, quella specie di plat pays sulle rive del Po […] che è il suo, che è reale ed ha insieme […] un senso tropico, traslato, un significato esteso che travalica quello puramente oggettuale, ovvero luogo dell’anima e canovaccio di storie, terra di continuità e radici però senza strapaese e senza mitologie, ma semmai abitato da lares attuali, da un “adesso“ persistente che lo preserva”. Ma non voglio stare a far paragoni, né ci interessa parlare di affinità tematiche, di areale poetico. Certo qui in Franzini c’è anche (o c’è in misura maggiore) un senso mistico, una ricerca del sé che risiede proprio nell’idea di cammino, una cosa che nella sua poesia sta (e sta bene) tra il pellegrinaggio, il voyage autour de sa chambre (perché in fondo non ci si allontana mai molto da dove siamo nati), una flânerie equamente divisa tra Benjamin e Walser, ma sempre in attesa di una visione (“camminiamo ci / perdiamo sottratti dalla incredulità”). Tanto che qualche volta la concretezza delle cose, la loro nominazione, sembra fare un passo indietro a favore del pensiero meditante, della riflessione quasi assorta del camminatore (“meditando la terra si improfonda”). Spesso il cammino di un giorno si condensa in un pochi versi (o uno solo), una considerazione indiscutibile e a volte oracolare come un I-Qing (“la luna affonda nel lato destro della notte / tempo di diserzione e di / ritiro”), altre volte si distende come se le suggestioni riportate avessero bisogno del respiro della parola.

C’è forse l’illusione, anzi la speranza di qualcosa di “sicuro” perché immutabile come il tempo, e però minaccioso poiché l’immutabilità non permette alcuna catarsi, perché “l’immobile mondo specchia l’immobile universo”. E forse la tragedia umana sta qui, nell’essere una coscienza peritura, non infinita, un essere “abraso dal denso indifferirsi della noia”. Allora il diario, il mappale dei cammini è uno strumento inventato dall’uomo, uno strumento di misura del tempo stesso, giacché “la stesura di un diario si prova a patteggiare con la morte / un frammento di ulteriore dilazione”. Ecco, la morte, il nucleo centrale del pensiero di un peripatetico, esito di un simbolico cammino attraverso due “oggetti” inaggirabili come la natura (per quanto famigliare e antropizzata come quella sotto casa) e il tempo, dilazionabile solo in quanto soggettivo, memoriale, esperito come intendeva Bergson. Questo attraversamento non è passivo, per quanto possa essere connotato da “una pigrizia attesa volenterosa”, da una “grande lentezza di sé”, anzi sembra costantemente verificato, anche culturalmente, basti pensare a quanto riecheggia, in chi scrive e in chi legge, anche un unico verso (di un unico giorno) quale “lascia le cose vadano via nello stile leggero della mutazione”. E sembra anche non indulgente, nemmeno nelle sue espressioni più lirico-elegiache, perché anche quando “il tempo non ha resto” o aleggia sul camminatore una metaforica perturbazione c’è spazio per un elemento di resistenza, un ricordo, qualcosa che vale la pena di annotare e, quindi, di fare esistere nella coscienza.

È chiaro che c’è una sfida nello scrivere qualcosa per un anno intero, ogni giorno. Una sfida e forse una fede nel potere della scrittura, ma anche una grande fiducia in quello che possiamo chiamare vagamente l’ispirazione, nel poter rinvenire qualcosa di “poetico” o qualcosa che sia possibile “trasformare” poeticamente. Ne deriva forse, in qualche passo, una “fatica”, specie dove quello che si presenta al poeta resta oggetto per il poeta stesso, una relazione fattuale, non emotiva (ma “siamo forse anche noi oggetti per gli oggetti”). Ma va anche detto che nella stragrande maggioranza dei casi (e qui si nota viceversa un impegno in tal senso) è raro trovare un io centrale in questi testi, come un procedere in punta di piedi nel cammino, senza invadenze, senza egoismi. È in questo atteggiamento quasi da pellegrino che forse sta l’aria mistica che talvolta traspare da questa raccolta (e del resto Franzini lo dice chiaramente: “occorre una etica della attesa una pratica dell’ozio una / fisica della immobilità sotto l’egida della contemplazione”). E procedendo il tempo e i testi si dilatano, assumono lo spessore di un confronto anche con sé stesso, il flâneur, man mano che ci si avvicina al traguardo, cede il passo ad un osservatore del proprio persistere in una realtà che può essere certo “disillusa” rispetto al sogno (e quindi alla vita interiore) ma che, insieme “monocroma” (cioè unica) e di “poche cromie” (cioè combinatoria), si muove “dentro la materia complicata”. Franzini sa di non essere solo ciò che percepisce o è percepito, e nemmeno solo ciò che pensa, ricorda, riconosce nel consueto ambiente, verso il quale forse ha un debito di appartenenza. Sospetta anche che, proprio nel momento in cui lo registri e lo “riscrivi”, qualcosa di questa realtà ti sfugge. La sua scrittura, che cerca di rendere precisa e più limpida possibile, serve a raccogliere più che può, come in un crivello da cercatore. Ed è con questa determinazione che intraprende ogni giorno il suo cammino. (g. cerrai)

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Il libro, purtroppo oggi fuori catalogo, è tuttavia reperibile QUI, nella Biblioteca di Rebstein, grazie al lavoro meritorio dell’amico Francesco Marotta, recentemente scomparso. È una buona occasione per leggerlo. Pubblico solo qualche testo esemplificativo tratto dalla prima metà del libro, rimandandovi per il resto della lettura al link indicato. (g.c.)

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Paolo Artale – Allusione alla flora

Paolo Artale - Allusione alla flora - Anterem Ed., 2024Paolo Artale – Allusione alla floraAnterem Ed., 2024

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Dopo le conversazioni le allusioni, potremmo dire. Dopo cioè la raccolta precedente, le Conversazioni con la natura di cui parlai un paio di anni fa (v. QUI), Paolo Artale torna in apparenza a rivolgersi a quel regno, a riprendere forse un colloquio, una “allusione” almeno con una sua parte. La natura, quindi, cos’è? Una speranza, uno specchio, un miltoniano paradiso perduto? O una metafora di una quête, una domanda gettata all’interno di una caverna? O ancora, come scrissi, un rispettabile interlocutore, qualcosa che ti sta pazientemente ad ascoltare? Questo libretto (due sezioni, una trentina di pagine, testi prevalentemente brevi) è abbastanza diverso dal citato Conversazioni, come se avesse subito un processo di decantazione, anzi di disidratazione. Se possiamo interpretarlo come un segno, intanto diciamo che la presenza naturale si è diradata, nei nomi e nelle manifestazioni, quasi sommersa dal linguaggio umano, a favore di una complessiva rarefazione del discorso, come se l’interlocutrice fosse diventata ancor più taciturna, o indifferente all’uomo. Era, devo dire, una tendenza già evidente nelle Conversazioni, dove – scrissi – “l’uomo (e il poeta) riempie la natura di eloquio (e non solo di logos, come ha notato qualcuno), e in sostanza, biblicamente, se ne appropria, la invade”, tanto che alcune di quelle considerazioni mi sembrano valide anche in questo caso. E però qui il rapporto tra l’io e la natura è ancora più egoico, se possibile, anche quando non appare in prima persona, perché, mi pare, è proprio il lavoro sul linguaggio, molto maggiore rispetto alle Conversazioni, a far sì che questo avvenga. Qui l’eloquio, in quanto espressione dell’uomo, riempie lo spazio, non aspira a “realizzare” la natura, non le chiede riscontri e forse nemmeno la riconosce più, come annotai, come “simbolo di un sistema di segni tradizionalmente leggibili e quindi antagonista di un mondo complicato”. C’è come un’acquistata diffidenza, a tratti, come due soggetti che hanno perso fiducia tra loro. E tuttavia talvolta la natura (o semplicemente l’ambiente) sembra dire qualcosa in una lingua antica di cui si è persa una funzione interrogativa, qualcosa di interrotto come una soluzione senza problema, una risposta senza domanda. La comunicazione allora avviene per “sentimenti”, un riversare non reciproco di malinconie, inquietudini, uno scambio che non è alla pari, in cui perfino i fiori o la terra hanno una superiorità per così dire filosofica rispetto all’uomo, una dignità eterna. Il poeta, se a volte tenta qualche arroganza, si scopre perdente in quanto limitato, anche solo per il fatto che “non / saremo mai certi di un posto per la morte condiviso dalle / rugiade”.
È proprio il linguaggio, teso in questo libro a una ricerca formale che prenda le distanze da eventuali residui lirico/elegiaci (che peraltro rientrano dalla porta di servizio), a stabilire certe distanze tra interlocutori. I nomi delle cose sono pietre confinarie, terminetti. Segnano qualche volta un prima e un dopo, come testimoni: un giglio selvatico attesta un’attesa, il fogliame “ha certe convinzioni”, un’offerta di calendule rende possibile un gesto e così via. Sono appunto allusioni, e lo sono esattamente come in un discorso (qui c’è in effetti una segreta conversazione tra umani), si accenna a “qualcosa” (deittico più volte presente), ma a qualcosa di apolide, “cose” a cui sta a “qualcuno” dare una cittadinanza (e vale la pena sottolineare come tutto ciò contribuisca a un certo senso del vago, dell’indeterminato: le cose “ferme”, “tutte le cose che digradano verso il mare”, le cose che “si sporgono”, “il fianco delle cose” fanno il paio con il citato “qualcosa”). La natura, più che un contraltare (e più di quanto avvenisse nelle Conversazioni), mi pare che sia un fondale emotivo, i testi come è possibile vedere sono segnati da una cesura, anche significativa se vogliamo, tra un orizzonte fattuale (più o meno naturale) e una sorta di resipiscenza della psiche, un formulazione tiepida di pensiero, l’addensarsi di questo pensiero in una specie di autostima del linguaggio, quasi come l’affermazione di una differenza di genere, di una inquietudine però priva di pathos che il “fuori” non percepisce o ignora. E però questo fuori è anche luogo di bellezza in qualche misura fruibile, di “abbellimento” (Artale), agente di una aspettativa canonica (“lo splendore non è solo una forma di / riflesso è quello che mi aspetto”), pur nella sua consuetudine (“l’aspetto domestico delle piogge”), una bellezza non necessariamente consolante, né, come si è già detto, “comunicante”. Al suo limitare, come al limitare di un bosco e del suo buio, sta la più volte citata casa, l’abitare, forse il simbolo di un permanere però suscettibile di qualche cedimento, un luogo “abusato” dal vento, che imita le nubi (immagino nelle sue finestre), che forse funge da avamposto come il forte del sottotenente Drogo, contro una minaccia non chiara che però in una certa misura “serve”, fornisce una ragione che forse, speculando oltre, mancherebbe del tutto. La complessità del mondo (in cui la natura è già oggi marginale) è lontana da qui, e anche questa poesia registra, a mio avviso, una impossibilità dialettica che si sostanzia in una visione per forza di cose frammentata e soggettivista, per quanto sostenuta dalla scrittura certamente abile di Artale e dalla sua ricerca linguistica, tese a definire la sottile indefinitezza di uno “stare”. E dove anche la natura, pur domandandoci se con varie sfumature sia essa specchio, metafora, interlocutore, da un libro all’altro si assottiglia lentamente come il gatto di Alice. (g. cerrai)
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Marco Ceriani: Addendum a Le sollecitudini

Marco CerianiMi fa piacere far presente a chi segue questo blog che, anche a seguito di uno scambio di messaggi con l’autore che ha anche apportato delle mende rispetto al testo a stampa, il post dedicato al libro di Marco Ceriani “Le sollecitudini” (Ed. Associazione culturale La luna) è stato integrato di un ulteriore testo, intitolato “Dubbi”, anch’esso – è lecito immaginare – dedicato alla figura di K. e alla scrittura: “Nel dubbio se “aggiungere” o “togliere” qualcosa – poniamo: un aggettivo alla frase, un séguito al suo stesso proemio…: allo scopo d’attinger un qualsivoglia, recondito esito… – egli, senza tentennamenti di sorta, accordava la sua predilezione alla seconda delle due opzioni…” (v. il seguito QUI)

Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni

Stefano Guglielmin - Vaporizzazioni - Puntoacapo Editrice, 2025Stefano Guglielmin – VaporizzazioniPuntoacapo Editrice, 2025, postfazione di Giacomo Cerrai

Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di S. Guglielmin, con in calce la mia postfazione al libro

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Lirica/Antilirica

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Ora, dico, è necessario mortificare l’io, demonizzarne il canto

            [o per converso

riprodurne la luminosa fragranza? È un po’ come chiedere,

          [risponderebbe Pagliarani,

parafrasandolo, se lo Zeppelin in volo sia sgonfio (e anche

          [chi lo diriga, dico io,

e se sia possibile leggere il futuro nel frullo della polvere

          [in cielo, navigando).

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Credo nei gradini che portano in nessunluogo e ovunque

(e in alcune poesie di Zanzotto).

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Marco Munaro – Ruggine e oro

Marco Munaro – Ruggine e oroIl ponte del sale, 2020

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Ogni tanto un libro, con un certo ritardo, spunta fuori dalle pile. Forse vuole essere ritrovato. Un libro del 2020, che non ricordo come è arrivato qui, di Marco Munaro (1960), poeta, insegnante, autore di diverse raccolte e vincitore di premi tra cui il “Sinisgalli”, nonché fondatore de Il ponte del sale, nota casa editrice e associazione culturale di Rovigo, dove l’autore vive. Ne traggo qualche testo, in cui ho ritrovato cultura, maestria nella scrittura, e una voce lirica di grande suggestione, non ermetica, non romantica o compiaciuta, di interrogazione della natura, dei suoi segnali, dell’uomo, le sue radici e le sue memorie iscritte nel paesaggio (“sono nato sulla riva sinistra del Po – scrive Munaro – ai piedi di un ponte in chiatte, ho lo sguardo della corrente, il sentire tenero e forte della Natura”). Un libro che raccoglie e rinnova una lunga tradizione della poesia veneta e italiana, a cominciare da Andrea Zanzotto, oggetto della sua tesi di laurea in Lettere moderne (ma i nomi sarebbero tanti, Pier Luigi Bacchini ad esempio). Ma anche, come scrive nella bella e documentata prefazione Pasquale Di Palmo, “una raccolta in cui convivono stilemi modernisti che, sulla falsariga dell’opera di Pound ed Eliot, sembrano rifarsi espressamente al mondo classico e mitologico”. Cosa non secondaria, mi è piaciuto ritrovare in questi versi echi della poetica della mia amica Elia Malagò, anche lei poetessa di argini e golene (v. QUI). Nota: il Tartaro di cui si parla nel primo testo non è (o non è solo) il fiume infernale, ma un canale navigabile detto anche Po di Levante; Ciuso e Ciaro, cioè vino nero e vino bianco, qui due personaggi. (g.c.)

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Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022

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Non ringrazio mai abbastanza Marco Ceriani, quando mi manda uno dei suoi libri. Ma questa volta c’è stato anche uno scambio epistolare (per quanto fatto di lettere elettroniche) assai piacevole e interessante, che non ha potuto che aumentare la mia stima per lui, come autore e persona.

Avevo già parlato nel mio piccolo di Marco in un paio di occasioni sulla vecchia versione del blog (v. QUI), a proposito principalmente del suo Gianmorte violinista (Ed. Stampa 2009, La collana, 2014), opera che allora mi colpì in maniera particolare, perché di un’opera particolare si tratta, a cominciare dal suo essere spavaldamente “aliena” nell’uso della forma, del linguaggio, delle metafore, delle invenzioni, dal suo essere naturaliter di “ricerca” senza nessuna delle dichiarazioni di intenti o pregiudiziali “ideologiche” che accompagnano quasi sempre la poesia non lirica (o non assertiva, sperimentale o come vi pare). Ci sarebbe qui da aprire una parentesi sul fatto che Ceriani lo sia, ma credo che lui, in quanto autentico “ricercatore”, se ne infischi bellamente di definizioni del genere. E – analogamente – non lo conosco abbastanza, in fondo, da poterlo definire senza tema di essere smentito come un poeta appartato, ma poi ho riflettuto che non sono i poeti, semmai, ad essere appartati ma è il mondo, compreso quello delle Lettere, ad esondare oltre il sopportabile. Tuttavia ricordo che in uno dei messaggi che ci siamo scambiati si definiva “l’anacoreta che mi lusingo o credo di essere”. E questo già dice molto, ma leggete anche quello che scrissi nel 2016. Continua a leggere

Elena Micheletti – Poesie inedite

Elena MichelettiElena Micheletti – Poesie inedite

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Ho incontrato Elena Micheletti nel 2018 a Bologna, in occasione dei riconoscimenti agli autori premiati o segnalati al “Bologna in Lettere” di quell’anno. In quegli incontri lessi una breve nota critica che avevo preparato in qualità di membro della giuria sulle tre poesie presentate nella sezione C – inediti, che è possibile leggere in calce. Mi invia ora quattro testi anch’essi inediti, che dovrebbero trovare collocazione in una raccolta dal titolo provvisorio Una morte abbondante. Nel frattempo ha pubblicato una sua opera prima, Coazione a ripetere (Ed. Nulla Die, 2020).

Che dire? Nei sei, sette anni trascorsi da allora non mi pare che sia passata troppa acqua poetica sotto i ponti. Nel senso che – con la non probabile eccezione del libro pubblicato che comunque non conosco – mi sembra di vedere una sostanziale invarianza (o fedeltà se volete) sia nel registro che nella materia della poesia di Micheletti. Il primo si attiene a un linguaggio diretto, di comunicazione “comune” e quotidiana, non ellittico, in cui tendono a emergere punte acuminate che fanno da focus (i giovani di australopiteco, il dio “manomesso”, lo scuotere qualcuno come un telecomando, il dio “transformer”, le amiche che si dilatano come cornamuse – immagine, devo dire, che mi ricorda vagamente la Plath), in testi in cui la ratio non sta tanto come spesso accade nel finale, che qui non risolve se non nella negazione che contiene ogni volta, quanto nella tessitura, per quanto concisa, di una atmosfera, di uno specifico mood del momento e però prolungato come un basso continuo, nell’immagine insieme concreta e tuttavia un po’ sfocata incorniciata dal testo sempre corto (perché sempre in cerca di una densità “esauriente” non sempre raggiungibile). Continua a leggere

Laura Giuliberti – Paraìso

Laura Giuliberti – ParaìsoArcipelago Itaca Ed., 2024Laura Giuliberti - Paraìso - Arcipelago Itaca Ed., 2024

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Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.

Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).

Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere

Stefania Di Lino – La memoria dell’ombra, nota di Lucianna Argentino

Stefania Di Lino - La memoria dell’ombra (Edilet, 2024)Il tema dell’ombra in psicologia è fondamentale. Freud usò il termine Perturbante che indica qualcosa di inquietante, infido, sinistro, mentre Jung parlò di Ombra. Due concetti simili, ma con diverse sfumature e l’ombra di cui parla Stefania Di Lino nel suo ultimo libro “La memoria dell’ombra” (Edilet, 2024), a mio avviso, è più vicina al concetto di ombra junghiano ossia all’aspetto inconscio della personalità, al lato sconosciuto di sé stessi, quello che include tutto ciò che è al di fuori della luce della coscienza e può essere positivo e negativo. Importante è dunque avere consapevolezza della propria ombra, ma non identificarsi con essa quindi incorporarla, integrarla nel proprio essere, in modo da non caderne vittima, dando vita così a una coscienza più ampia, perché nonostante la sua funzione di “serbatoio per l’oscurità umana” – così è stata definita o forse proprio per questo – l’ombra è anche sede della creatività umana e dunque è un luogo da cui si può ripartire per ricomporre l’immagine di sé stessi che spesso la vita con le sue bordate stravolge. Ma la psicologia ci insegna che l’individuazione, quel processo fondamentale di sviluppo psichico che costituisce l’esperienza principale della persona e consiste nella ricerca e realizzazione del proprio progetto esistenziale, nella scoperta della propria autenticità, inizia proprio quando si riesce a prendere coscienza dell’Ombra.

“Nell’andare / ricordare sempre la propria ombra” ci esorta Stefania Di Lino in un verso che può anche intendersi come una sua indicazione di lettura per noi, benché poi certamente il pregio della poesia è quello di lasciarci liberi di trovare la nostra personale chiave di lettura, ma questi versi ci dicono anche quale è stata per la poetessa la strada che ha percorso e che ci offre. Nell’andare a ricordare sempre la propria ombra perché con la propria ombra, prima o poi bisogna confrontarsi, quindi non temerla anche se quest’ombra ogni tanto ha dei sobbalzi che ci spiazzano, fanno deragliare la nostra vita dai consueti binari su cui scorre. Ed è di questi deragliamenti che Stefania Di Lino ci racconta con un linguaggio forte, potente, incisivo che va in altezza e in profondità, così che mentre da un lato ci mette di fronte al potere devastante del dolore, “l’umano come la poesia lo si deduce da quel buco nero chiamato dolore” scrive, dall’altro lo trasforma in canto che consola anche se la sua non è poesia consolatoria. Tuttavia mostrandoci l’aspetto rigenerante che può avere il dolore che è misura della nostra umanità, non è nemmeno poesia totalmente annientata dal dolore, non è ripiegata su se stessa né nichilista. Parlare di nichilismo o di pessimismo in poesia ritengo sia una vera e propria contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro perché già il fatto che si scrive è indicativo di una fede o fiducia, se preferite, nel genere umano e nel potere rigenerante della poesia che con una mano ci schiaffeggia per scuoterci dal torpore di cui alle volte siamo preda, con l’altra ci accarezza, ci dice che non tutto è perduto, che qualcosa della nostra umanità può sperare in una salvezza. Certo una salvezza non facile che implica la nostra attiva collaborazione perché la speranza non è una passiva attesa di qualcosa che arriverà, ma il portare alla luce una presenza che è già qui, ma non riusciamo a vedere. E c’è speranza in questo libro che pure sembra condurci in una “selva oscura” (quella che abbiamo dentro e quella di cui la vita a volte ci apre le porte), in un abisso a cui la poetessa non si arrende, ma con la parola poetica lo sfida, lo attraversa in lungo e in largo tentando di svelarne il mistero. Cerca certamente una via d’uscita, ma non una fuga perché c’è spavento sì, ma c’è anche stupore che essa ci racconta con una “matita spuntata” dalle asperità della vita, consumata dalla fatica di esistere in un mondo che poco ha di confortevole e materno. E non ho usato quest’ultimo aggettivo a caso, ma ci tornerò più avanti. “La memoria dell’ombra”, corredato dalla prefazione di Agnese Moro e dalla postfazione di Anna Maria Curci autrice quest’ultima anche di una bella traduzione in tedesco della poesia che chiude la silloge, è un libro diviso in due sezioni: L’equilibrio delle pietre e Figlio mio chiamato da dove. Continua a leggere