Archivi categoria: poesia italiana contemporanea

Sergio Bertolino – La sete

Sergio Bertolino – La sete – Marco Saya EdizioniSergio Bertolino - La sete - Marco Saya Edizioni
La sete è il secondo libro di poesie di Bertolino e il primo che leggo, se ricordo bene. Una prima lettura non facile, per ragioni che vedremo. Una seconda lettura che apre qualche finestra su un circoscritto universo privato, molto intimo, una realtà su cui esperienza e percezione sembrano aver lasciato tracce sfumate, segnali emergenti da una bruma infittita dalle parole. La relazione con il mondo e con le cose, rarissime da un punto di vista oggettuale, sembra generare il pensiero, che a sua volta genera la poesia di cui è soggetto, una poesia “pensata”, come in un anello di Moebius. In altre parole in questa poesia la realtà recede velocemente fino a frantumarsi in parti finissime, e a farsi elemento di una riflessione su impressioni di un io ben presente e centrale anche quando non è espresso grammaticalmente.  E’ per questo che ho parlato di privatezza, anche estrema, del mondo dell’autore. L’immersione in profondità abissali che si percepisce sperimentata da Bertolino ha un suo fascino, anche di musica arcana, ma resta il fatto che l’abisso talvolta ha bisogno di una qualche luce che scontorni le presenze che lo abitano, cioè di una parola non “innamorata” che dia identità all’amore, alla morte o a qualsiasi altra cosa che inquieti questi versi. Gli estremi della poesia di Bertolino stanno qui, in questa verticalità dell’ascolto tra luce e oscurità, tra visibile e invisibile, tra dicibile e indicibile che si riflette sulla scrittura, a tratti affollata, a tratti tesa alla ricerca di una metafora astratta, che non “pone dinanzi agli occhi”, come diceva Aristotele, cioè non mostra l’ “azione” in transito da un concetto all’altro. Perché a volte il problema della poesia è la ricerca del poetico, se mi si passa il paradosso.

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Laura Liberale – Unità stratigrafiche

Laura Liberale - Unità stratigrafiche - Arcipelago Itaca 2020Laura Liberale – Unità stratigrafiche – Arcipelago Itaca 2020

 

Per una felice coincidenza ho avuto tra le mani questo ultimo libro di Laura Liberale dopo aver letto su La balena bianca la sua interessantissima recensione di Legati i maiali  di Teodora Mastrototaro (Marco Saya 2020).
La cosa c’entra  perché questo è il primo libro di Liberale che leggo, lo ammetto, e quella recensione in qualche modo mi aiuta a capire, per quanto sia sempre stato convinto che già il testo parli a sufficienza per sé. Ma a quanto pare anche le recensioni ci dicono qualcosa di chi le scrive, senza contare delle affinità di cui parleremo. In quel libro, opera singolare di poesia militante (non tanto e non solo nel senso poetico quanto in quello eticopolitico e ambientalista) si parla di morte, di morte procurata agli animali per farne cibo, di efferatezze crudeli nei loro confronti. Un libro che per quanto mi riguarda definirei disturbante (sebbene “davvero notevole”, come dice Liberale), anche per chi non sia, diciamo così, un convinto animalista. Verrebbe da ricordare (ma Liberale non lo fa) il Macello di Ivano Ferrari, un’opera che tuttavia – anche se per molti versi così simile a questa – mi pare da ascrivere ad un altro livello, quello di “un poeta fuori parametro e fuori asse” (Antonio Moresco),  nonché di un antesignano (Macello vede la sua prima apparizione nel 1995). Ma che cosa sottolinea Liberale del libro di Mastrototaro? Essenzialmente che la morte non ha una sua unicità, se solo la si considera da un punto di vista “altro”, di un altro, sia pur esso un animale deprivato della supposta coscienza della morte stessa, perché “per l’umano, il criterio ultimo di dignificazione del vivente è l’evidenza di quella parola-pensiero che, inutile dire, egli attribuisce a sé stesso”. Dal punto di vista del poeta, la questione è restituire a questa materia poetica “animale” o, come vedremo, disanimata, “il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole” (Liberale cita qui il Derrida de L’animal que donc je suis) che l’uomo – direi io biblicamente – ha arrogato a sé stesso, e farlo senza tuttavia banalizzare, cioè “debordando nell’antropomorfizzazione, appellandosi a immediate ‘risposte’ viscerali prive di un profondo pensamento a monte”. Sull’altro versante, dalla parte opposta, sta – anche come rischio – una “reificazione totale” – per difesa dal dolore – dell’oggetto/soggetto senza che si lasci poeticamente aperto uno “spiraglio di relazione” con esso. E’ importante sottolineare che Liberale parla di Mastrototaro ma parla anche per sé, perché questa etica del linguaggio fa da pivot all’intero Unita stratigrafiche, traspare dalla cura significativa che Liberale mette nella scelta delle parole che usa, si sostanzia nell’approccio creativo alla sua propria materia poetica. Che è la morte, la morte osservata (Liberale è, tra l’altro, tanatologa, termine che ha peraltro diverse implicazioni), analizzata come compresenza ed esito (destino) di tutte le creature viventi, cessazione e tuttavia permanenza, fenomeno che travalica le dicotomie uomo/animale, vivi/morti, uccisori/uccisi, immagine ed estinzione di essa, conservazione e oblio, fascino e timore. Ed anche come non-comunicazione (comunione) o altresì  comunicazione “altra”, almeno quanto lo è una contemplazione, che necessiti in qualche misura di un “mezzo”, come vedremo. E tuttavia da tenere a debita distanza, poiché la morte è anche, da sempre, un altro mondo, più prossimo al metafisico, e perciò perturbante.

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Guido Gozzano – I colloqui e altre poesie, nota di Claudia Mirrione

Guido Gozzano - I colloqui e altre poesie - A cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020Guido Gozzano – I colloqui e altre poesieA cura di Alessandro Fo, Interno Poesia 2020

Recensione di Claudia Mirrione

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Alle soglie

[…]

III

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,

mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

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mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –

che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

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(Dall’uomo: ché l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo

le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra)

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È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.

Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

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Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;

ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

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Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;

né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

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Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,

sereno come uno sposo e placido come un novizio.

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Un’apostrofe al cuore famosa, quella di Gozzano, tanto quanto il suo classico – odissiaco – paradeigma. Nel corso della sua vita di poeta, il nostro ‘guidogozzano‘ mantenne, nonostante ancor giovane si fosse ammalato di tubercolosi polmonare, un cuore «monello giocondo che ride pur anco nel pianto». È questa, forse, la sintesi più estrema della poesia di Gozzano, perché in essa si mischiano una certa carica ironica e insieme i carezzamenti degli atri umori della malinconia (ecco il suo cuore che deride i dottori mentre gli auscultano il petto: «pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori / sovente qualcuno che picchia, che picchia… Sono i dottori. // Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni, / m’auscultano con li ordegni il petto davanti e di dietro. // E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo? / Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli…»). Quella di Gozzano è, infatti, una dolceridente malinconia che porta con sé l’arte del novellare in versi e che, oscillando lievemente tra l’amore che non giunge mai e la morte che tutto e tutti eguaglia (l’Eguagliatrice, questo il suo appellativo ne La signorina Felicita), prende le forme di una sonorità giocosa, sa fondere aulico e prosaico, sa far uso di una metrica classica e talvolta chiusa, coniugandola a notissime rime eccentriche e a una sintassi spezzata e spesso sospensiva. Continua a leggere

Ugo Mauthe – Il silenzio non tace

Ugo Mauthe – Il silenzio non tace – Edizioni Ensemble, 2019Ugo Mauthe - Il silenzio non tace - Edizioni Ensemble, 2019

 

Ugo Mauthe (Palermo, 1953) è un pubblicitario con una lunga esperienza come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione. Nel 2017 con la fiaba Sem fa cucù ha vinto il contest “Racconti nella Rete” (pubblicata poi all’interno di un volume edito da Nottetempo). Ha pubblicato il romanzo Qunellis e la raccolta poetica Minuziosa sopravvivenza. Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi, fra cui Albero Andronico, Argentario, Bukowski, Pietro Carrera, Città di Castello, Città di Cattolica, Fiabastrocca, Giovane Holden, Carlo Levi, Il Meleto di Guido Gozzano, Lorenzo Montano, Andrea Torresano

 

Una poesia dalla leggerezza ricercata, perennemente in bilico su molti equilibrismi, alcuni dei quali, specie quelli lessicali, scovati con una certa acribia, spesso con l’obbiettivo di raggiungere quella “funzione poetica” (l’eco, la rima, l’assonanza, la consonanza, l’allitterazione, la paronomasia) di jakobsoniana memoria che Mauthe, come pubblicitario, dovrebbe conoscere bene, e che non sempre ha a che fare con la poesia. La cifra formale è quella del testo brevissimo, a volte al limite dell’aforisma criptico o del koan buddista (“finché non cambiano i pesi nei piatti / è una schizofrenia ben bilanciata”), altre volte dell’haiku ridotto ai minimi termini e tendente ad una circolarità basata spesso sulla parentela sonora di parole in effetti diverse (es. la doppia significazione: “s’inspirano e si espirano / gli spiriti che mai spirano / e tutt’intorno spirano”). Spesso presente quindi il gioco di parole, al limite qualche volta del puro witz verbale  in relazione, diciamo, alla economia  totale del testo, meccanismi che ricordano alla lontana Perec, Queneau e che in effetti hanno una discreta parentela nella letteratura dove, insomma, c’è sempre qualche processo combinatorio in atto. Il lettore deve in qualche modo decidere se è l’approccio formale che si riverbera sulla materia poetica (diciamo sulla sua scelta, o se preferite l’ispirazione) o viceversa, se cioè è quel carattere epifanico e immediato delle “cose” che si realizza e non può che realizzarsi in quella forma, il più delle volte, secca. Quali cose? L’ispirazione – continuo a usare questo termine improprio – di Mauthe proviene da una serie di fatti, pensieri, altre emergenze. Sono per lo più epifenomeni del reale, nel senso di manifestazioni accessorie di qualcosa che c’è, è in sostanza avulso dal tempo e dal luogo, qualcosa che preesiste al poeta e alla poesia, che si palesa, si accende, dura qualche istante, qualche verso, quel che serve per dire al lettore pirandellianamente “così sono (se vi pare)”. Appunto, quel che appare, a chi scrive e a chi legge: immagini, colpi d’occhio, pensieri improvvisi, anche singole parole che innescano il gioco, tutto sembra appena trascritto da qualche bloc notes, e invece magari ogni testo è frutto di un accanito lavorio di limatura, non è dato sapere – e in effetti non si sa se scrivere (Fontane al vento) versi come “si sventaglia il tempo / in meridiane d’acqua”  è improvvisa intuizione ungarettiana o ricerca di un effetto lampo.
E però, al di là delle apparenze, la forma corta non si traduce (non sempre) in un testo chiuso e perentorio. Voglio dire che se l’aforisma per sua natura è apodittico e lascia poco spazio, queste poesie di Mauthe quando raggiungono la loro espressione migliore forniscono al lettore o un corto circuito significativo o una riflessione sulle prospettive, le ambivalenze, sull’immediatezza di certe percezioni, lavorando per omissione e allusione, per alleggerimento e sottrazione.  Altre poesie invece, (come ad es.: “si era lasciato scivolare / nei suoi occhi / e con un suo pianto ne era uscito”), in un libro che nella brevitas (intesa come concisione ma soprattutto  pregnanza) ha uno dei suoi punti di forza, a mio avviso probabilmente  andavano espunte dalla raccolta. (g. cerrai)

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Aljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine

Aljoša Curavić - Scadenzario minimo di un viaggio senza fine - Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella MusettiAljoša Curavić – Scadenzario minimo di un viaggio senza fine – Oltre Edizioni 2020, introduzione di Gabriella Musetti.
Aljoša Curavić è già stato presente su questo blog circa dieci anni fa almeno in un paio di occasioni, una delle quali riguarda un suo interessante articolo intitolato “Trasparenze di confine” (v. QUI), relativo alla “parentela” che gli sloveni di lingua italiana come lui, attraverso anche la mediazione della cultura triestina, hanno sempre nutrito con la nostra/loro cultura, soprattutto quella di ambito fiorentino (anche il nostro autore ha studiato Lettere a Firenze). L’altra sua presenza sul blog si riferisce alla silloge Silenziario, con cui ha vinto il Premio Istria Nobilissima, confluita ora – insieme ad altre poesie che coprono un arco di tempo che va dal 1980 al 2019 – nella presente raccolta. Ed è per questo che partirei riproponendo quello che brevemente scrissi nel 2010, che è ancora parte di un approccio possibile alla poesia di  Aljoša. Scrissi allora: “Curavić  è un poeta che ha letto parecchio, si direbbe. Non solo dagli exerga  di autori noti spesso presenti, ma anche da richiami abbastanza decifrabili nella sua scrittura. C’è un Saba (ovviamente), sincopato e infitto in una sensibilità tutta ultramoderna attraverso l’uso di parole di allora (sciabordii, flutti, rabescate) inchiodate in una visione di oggi,  c’è qualche limpido endecasillabo di stampo leopardiano, c’è anche il Pavese poeta narratore, da qualche parte. Comunque sia la poesia di Curavić riesce poi a liberarsi di certi debiti (ma chi non ne ha?) acquistando una sua originalità, sopratutto in quei testi connessi a una identità, anche storica e ambientale, più specifica, a cui il poeta è legato, non ostante “la nostra micragnosa storia”. Assai significative, da questo punto di vista, poesie come “Frammenti di un viaggio” e “Un pò di pace” (v. QUI), ispirate da un sentimento partecipe di appartenenza. Ma Curavić non è poeta confinario, almeno non nel senso che intendeva Magris, dire questo sarebbe riduttivo. L’identità di cui si diceva non è tutto, in lui si ritrovano – in testi più essenziali, quasi spogli,  a volte lapidari – anche i denominatori comuni della poesia, italiana e non, attuale, la riflessione dell’io sulla realtà, certa inanità dell’essere di fronte all’esistenza e alla sua descrizione (“come descrivere questa sorta / di molle refrattarietà del male / di ostile benevolenza del bene?”, dice in un testo qui riprodotto). La risposta, anche per lui, credo che sia: provarci sempre, provarci con la poesia”.

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Micol De Pas – Quello che so di me, nota di Fabio Prestifilippo

Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)

 

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Il titolo di questa interessante silloge sembra un viatico verso quello che l’autrice ci offre di sé, ma in verità è solo un’affabulazione affascinante. Micol De Pas è nata a Milano dove vive e lavora. Giornalista, si occupa di musica e letteratura, passando per l’arte e l’architettura. Ha tre figli, un gatto, una laurea in filosofia, due libri all’attivo da ghostwriter.

La caduta nella noia di ogni lirismo di matrice diaristica non si consuma unicamente nell’immediata risposta a un sé richiestivo; è nella convinzione che il compiacimento della propria trascurabile e dolorosa esistenza possa produrre letteratura di qualità che si manifesta nella sua forma più comune e insopportabile . Il lirismo di matrice pretrarchesca, la bellezza della vita di Emily Dickinson raccontata in versi, una certa insistenza nelle poesie di Carver, ci dimostrano come al di là del godimento solipsistico si possa aprire il tragitto verso la scrittura letteraria, ed è tale quando parte dall’io per giungere al grande Altro.

La differenza sostanziale tra una silloge improntata sui capricci di un io nella sua veste di elemento di confine e una riflessione sviscerante, che apra all’altro la verbosità dell’inconscio, sta nella scelta linguistica, più semplicemente nella possibilità simbolica che si vuole dare al linguaggio. In questa prospettiva l’indagine di Micol De Pas amplia i suoi orizzonti sino a giungere in un’abitazione dell’io che è differente – data l’ambiguità di cui si accennava in principio – da “quello che so di me”. Non dover interrogare la veridicità di quel saper è una delle grandi qualità di questo testo.

La morsa dell’io – di quell’io convinto d’essere padrone in casa propria – è allentata se non addirittura inesistente; nella silloge della De Pas non è “la speculazione sul soggetto” il motore psichico trainante piuttosto un frizionamento tra il metodo con cui l’autore organizza il soggetto narrativo o scenico, in modo da svolgere sul lettore o sullo spettatore un’opera di persuasione (affabulazione)¹, quello che si intravede del vero racconto (quello che so di me) e le sorti del linguaggio (la poesia). Quello che si intravede del vero, chiariamolo, è un reale quasi tangibile: “Perchè era giorno / ancora / quando sei morto / pieno di veleno nel corpo / morto prima di te / marcio / di piaghe / piscio feci bava”, eppure riesce ad essere quella rottura dall’appiattimento linguistico che la poesie sa esperire: “qual è quell’uomo che muore neonato / e sa dar voce ai suoi pensieri adulti? / La notte è più chiara del giorno / se a definirla sono stelle immobili”. Continua a leggere

Sandro Pecchiari – Desunt nonnulla, nota critica di Claudia Mirrione

Desunt nonnulla (piccole omissioni) (Arcipelago Itaca 2020) di Sandro PecchiariSandro Pecchiari – Desunt nonnulla (piccole omissioni), nota critica di Claudia Mirrione.

Come scrive Giovanna Rosadini Salom nella prefazione a Desunt nonnulla (piccole omissioni) (Arcipelago Itaca 2020) di Sandro Pecchiari, la raccolta è “un diario di viaggio dentro una sofferta ospedalizzazione, protagonista la malattia del secolo”. Effettivamente, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio resoconto in versi delle emozioni provate dal poeta triestino Sandro Pecchiari, già affermato scrittore e traduttore e/o curatore da e in inglese di alcune importanti antologie poetiche, nel corso di un suo ricovero ospedaliero. Il ricovero, come è dichiarato esplicitamente in una nota finale, è finalizzato alla rimozione di quello che, nel corso della raccolta, viene indicato come un “figlio”, un adenocarcinoma, germinato e generato da un “padre”, tema importante su cui ritorneremo (le liriche, infatti, sono suddivise in sezioni che raccontano tutto l’iter ospedaliero: PRIMA DEI GIORNI, GIORNO ZERO, GIORNO UNO, GIORNO DUE, GIORNO TRE, GIORNO D’USCITA, DOPO I GIORNI – AFTER THE DAYS).

L’incipit dell’intera raccolta è decisivo: “l’aria nutre il lupo che ci azzanna”. Chi è questo lupo che azzanna, che è dentro il corpo e che sopravvive in esso, respirando e vivendo attraverso la stessa aria che inaliamo? Il lupo è il male? Il pericolo cui ci stiamo sottoponendo, l’andare incontro ad un’operazione rischiosa? Sì, il lupo è tutto questo e, pertanto, produce un forte senso di straniamento e di perplessità nel riconoscere se stessi, la propria patologia, e anche i propri consanguinei (“che occhi grandi che hai” dice il poeta, p. 21 con nota a p. 74), ma per Pecchiari è anche altro, tanto da arrivare a ribaltare la consueta, insopportabile frase, che viene rivolta a chi sta andando verso la sala operatoria, e cioè “in bocca al lupo!”. Dice il poeta: “andrà bene / che sia un buon lupo / che sia un bel viaggio / che stiamo in bocca / a un qualsiasi dio”. Come, infatti, Pecchiari spiega nella nota corrispondente, egli si augura di essere preso “con amore dalla mamma lupa ed essere portati da una tana all’altra al sicuro dai pericoli. Doppio augurio quindi: di affrontare i rischi e di saper sopravvivere al rischio mediante la protezione. La risposta alla frase ‘in bocca al lupo’ più opportuna non sarebbe quindi ‘crepi il lupo’, ma ‘viva il lupo’.” Abbiamo a che fare con un lupo bifronte quindi, malattia che si fa carne della nostra carne e che azzanna dal di dentro, ma che, nella sua rilettura, si fa anche salvezza, quasi una divinità, una divinità che può sì essere protettiva, ma che si può concretare in sofferenza e passione (e in questo senso vanno interpretati tutti i riferimenti scritturali, spesso in latino, e specialmente quelli alla vicenda di Cristo, disseminati nel corso della raccolta e spiegati accuratamente nelle note finali). Continua a leggere

Francesco Lorusso – Maceria, nota di G. Cerrai

Francesco Lorusso - Maceria - Arcipelago Itaca, 2020Francesco Lorusso – Maceria – Arcipelago Itaca, 2020
Ho già incrociato la poesia di Francesco Lorusso, a proposito del suo libro del 2014 L’Ufficio del personale (ed. La vita Felice), e ne ho parlato QUI. Leggo ora questo suo ultimo lavoro, dal titolo quanto mai impegnativo. La maceria, infatti, richiama qualcosa di tragicamente definitivo, un esito ultimo in relazione al quale non si può fare altro che ricostruirvi qualcosa, o abbandonarlo, migrando metaforicamente altrove. Oppure richiama alla mente dei “relitti” nobili che, come in Baudelaire, non hanno trovato cittadinanza altrove. In effetti questi “épaves” sembrano essere – si legge nella prefazione di Giacomo Leronni – quanto l’autore ha raccolto “recuperando/ri-trattando testi che ri-salgono a circa dieci anni fa”. Insomma, presupposti che generano, volenti o nolenti, qualche aspettativa.

Ma per la verità ho avuto un primo moto di delusione alla lettura. Almeno in riferimento all’unica pietra di paragone che ho, il libro citato all’inizio, perché i primi testi che qui si incontrano mi sono apparsi alquanto petrosi, di una certa difficoltà di comprensione, una specie di salto nell’oscurità. Per quanto abbia una certa esperienza come lettore di poesia, confesso che diverse volte ho avuto qualche problema a mettere a fuoco il nucleo del testo (lo stesso prefatore scrive, pur alla fine assolvendo: “questa scrittura che spessissimo sfiora l’incomprensibile e certamente denuncia lo slogamento del senso che è poi lo slogamento dell’esistenza”). Facciamo un piccolo esempio:

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Bernardo Pacini – Fly mode

Bernardo Pacini – Fly mode – Amos Edizioni, 2020Bernardo Pacini - Fly mode - Amos Edizioni, 2020

Stanchi di guardare le cose sempre dalla stessa prospettiva? O meglio, di pensarle, immaginarle o vederle spuntare da un piatto orizzonte? Bene, leggete l’ultimo libro di poesia di Bernardo PaciniFly mode. Un libro interessante, nell’insieme ben scritto e ben confezionato ed anche – e non è cosa da poco – in tante parti divertente da leggere.
Il libro muove da un’idea che è eminentemente narrativa, almeno se si considera l’oggetto a cui lo sguardo  è delegato. Come ormai tutti sanno (del libro si è parlato non poco in giro) lo sguardo lanciato sulla realtà (che ricordiamo è sempre una porzione di sé stessa) è quello di un drone, un oggetto volante comandato a distanza. E’ come se il soggetto (il pilota, il poeta) disponesse di una immaginazione estesa o una visione quanto meno bidimensionale dei fenomeni, come se si esaminasse un edificio con davanti la pianta ed il prospetto insieme, però entrambi dotati di una loro mobilità visiva interagente. L’idea di base appare essere questa e se ho parlato di narrazione è perché secondo me alcuni aspetti devono essere presi in esame, come ad esempio il “punto di vista” di chi scrive, un tratto precipuo di narratologia. Per inciso, sotto questo aspetto quello del drone può essere interpretato anche come un espediente per espellere l’io autoriale dal territorio poetico, per sostituirlo in parecchi testi con un io robotico di drone pensante, che pensa sé stesso come macchina vincolata e prigioniera (“il giroscopio mi serra la testa, ché io non pensi di poter vomitare”), che è “costretta” a guardare le cose. Un alter ego, un’interposta persona, una finzione, nell’accezione nobile della parola. Finzione come estensione, prolungamento, distanza  ma anche una specie di rivincita sugli orizzonti che ci limitano se non fosse per l’immaginazione che li travalica. Ma trattandosi di poesia il narratore non può essere onnisciente (prendetela come una battuta): anche il suo drone non può andare oltre quello che il suo pilota già conosce, non può che esplorarne la memoria, il carico emotivo, l’irrealizzato, la nostalgia, non può che registrare – della realtà oggettuale (le cose) che vede –  altro che la persistenza di qualcosa poeticamente dicibile. Invero c’è una certa abile (e sotto un certo aspetto ovvia) “separazione delle teste”: il drone guarda, il pilota riflette e interpreta. Esattamente come nella figurazione o nella fotografia (Barthes, Sontag et alii docent) la realtà non è mai come la si dipinge o la si fotografa, ma come la si porge al fruitore e come la si influenza nel momento in cui la si coglie, quale “esperienza catturata” di cui si ha una “consapevolezza di tipo acquisitivo” (Sontag), un processo in cui – poi – ha larga parte l’immaginazione, però in vari modi orientata, di chi guarda. Nella poesia di Pacini c’è una – per fortuna – irrisolta volontà di controllo, che è controllo della scrittura, quasi sempre notevole, ma soprattutto, là dove gli riesce, controllo della “trasparenza” delle emozioni, una specie di raffreddamento intellettuale del trasporto, che sia lirico o meno (e qui torna in ballo il calibro del linguaggio), che non può non tenere conto, come l’autore scrive, del “falso peso di una pietà virtuale dello sguardo / che quanto più registra tanto meno guarda”.  E’ un assunto importante che in qualche modo si riverbera sull’intero libro.

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Emilio Capaccio – Canzoniere della biondezza

Emilio Capaccio - Canzoniere della biondezzaEmilio Capaccio – Canzoniere della biondezza – Ed. L’arciere del dissenso, di Emilio Paolo Taormina, 2019, f.c.

Parlare d’amore in poesia è tutt’altro che facile. Il banale, l’ovvio, il già detto, lo scontato sono sempre in agguato in un tema di cui i poeti hanno parlato negli ultimi settemila anni. Ci vuole passione e arte, e soprattutto la convinzione di poter trattare in modo “nuovo” un’esperienza certo comune per la gran maggioranza dei lettori. Emilio Capaccio con un certo coraggio ci prova e lo fa seguendo due direttrici principali: da una parte, trattando di un amore già in qualche modo “accaduto” e quindi già filtrato in parole, già trasportato in un linguaggio che non descrive tanto una realtà contingente quanto un ricordo e la decantazione di un affastellarsi di esperienze, affettive, sessuali. E’ dove il poeta, come “padrone” del linguaggio, in genere prende il sopravvento, afferma una supremazia creativa rispetto all’innamorato (e tuttavia le parole del poeta sono “gravide di te / gravide del tuo pane”), prende una giusta “distanza” dal fuoco, senza tuttavia spengerlo, anzi cercando di trasfigurarlo in qualcosa di universale. Non è necessariamente un procedimento per così dire romantico, di incielamento dell’amata, anzi fin dal primo testo ci si riferisce a questo/i amore/i come a qualcosa che consuma, che ossifica e altrove come a qualcosa di carnalmente ossessivo (“l’ossessione del neo sul tuo seno”, si legge tre volte nello stesso testo), senza contare gli  interessanti accenni all’aleatorietà che a volte caratterizza questa fondamentale esperienza umana (“Estratta a sorte dal vaso della materia / sguardo senza occhi del caso alla mia porta / dado disceso tra le mie mani”).
Dall’altra parte Capaccio lavora ad un depotenziamento, a volte riuscito a volte no, e ad una rinnovazione di tutto l’armamentario metaforico/metonimico che quasi inevitabilmente accompagna la poesia d’amore, le similitudini, le analogie, i paragoni, le sinestesie, le personificazioni dell’oggetto amato e delle situazioni fattuali, insieme ad un lirismo controbilanciato da un ritmo poco musicale, da versi senza sospensioni o enjambments, spesso monofrasali e assenti di interpunzione, dall’uso sporadico ma visibile di accostamenti un po’ “iperbolici” che mi ricordano Marina Pizzi (“io sono eretto al rebus della dissomiglianza”; “il sesso scoperto di una forma aleatoria”; “si scaglia un brivido di vita elefantiaco”, “il biondo passero della rarità”, “la conoscenza planimetrica del salice”, ecc.), tutti artefatti  che contribuiscono – a volte eccedendo in senso contrario verso una involontaria ironia (“anche gli uccelli sul nocciolo / leggono Neruda / col monocolo in bellavista”; “bevo un ricordo / dopo averlo fermentato”) –  ad aggirare i rischi di cui si diceva all’inizio.

Meccanismi in azione, ma forse con meno frequenza, anche nella seconda sezione del libro, “Canzoniere dell’estate”, dove l’amore c’è, è ancora presente ma disperso in un’aria estiva a volte onirica, in un’ambientazione leggera che tuttavia ha maggiori concretezze anche oggettuali, dipinge atmosfere più visibili per quanto qui decisamente più liriche, di un lirismo che Capaccio non teme, anzi esibisce senza infingimenti in tutte le sue tradizionali sfumature (“Vengono all’estate i violini piagnucolanti / delle ore lente dei giorni / inneggiano / alla fiacca sospesa delle mosche”; “Cantano i cappelli dei narcisi / questa rotta canzone”) e forse è proprio questo ricorso senza patemi d’animo a tonalità e registri che ci rimandano direttamente alla prima metà del Novecento a restituirci una certa piacevolezza, anche per così dire “eccessiva” come nella poesia Brandeggiano i loro spadici d’oro o in  Fuori la veranda (v. più avanti) dove la fa da padrone un divertente affastellamento di termini botanici e entomologici, un’accumulazione che invece è piuttosto moderna e a volte ha esiti che sono –  però qui volutamente – scherzosi (“Dimmi che sono io il tuo cochon d’Inde / l’uccello delle tempeste che svilisce nella ragna”). Se si superano steccati del tutto paradigmatici, come quello che divide il resto del mondo poetico dalla poesia lirica, non si fa fatica a dire che questa seconda sezione appare (per diverse qualità, accenti, disposizione e scelta della lingua, leggerezza, forse ispirazione) senz’altro migliore della precedente. Lo dico sulla base di un metro empirico che uso qualche volta, ovvero quanti testi a mio avviso meriterebbero di essere trascritti all’attenzione del lettore, che in questa sezione dovrebbero essere davvero quasi tutti. Forse merito, in sintesi, di una felicità dello scrivere fregandosene di alcune cose, che mi pare traspaia ed arrivi a chi legge da queste poesie di Emilio Capaccio. (g. cerrai) Continua a leggere