Mi fa piacere far presente a chi segue questo blog che, anche a seguito di uno scambio di messaggi con l’autore che ha anche apportato delle mende rispetto al testo a stampa, il post dedicato al libro di Marco Ceriani “Le sollecitudini” (Ed. Associazione culturale La luna) è stato integrato di un ulteriore testo, intitolato “Dubbi”, anch’esso – è lecito immaginare – dedicato alla figura di K. e alla scrittura: “Nel dubbio se “aggiungere” o “togliere” qualcosa – poniamo: un aggettivo alla frase, un séguito al suo stesso proemio…: allo scopo d’attinger un qualsivoglia, recondito esito… – egli, senza tentennamenti di sorta, accordava la sua predilezione alla seconda delle due opzioni…” (v. il seguito QUI)
Archivi categoria: poesia italiana contemporanea
Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni
Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni – Puntoacapo Editrice, 2025, postfazione di Giacomo Cerrai
Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di S. Guglielmin, con in calce la mia postfazione al libro
Lirica/Antilirica
Ora, dico, è necessario mortificare l’io, demonizzarne il canto
[o per converso
riprodurne la luminosa fragranza? È un po’ come chiedere,
[risponderebbe Pagliarani,
parafrasandolo, se lo Zeppelin in volo sia sgonfio (e anche
[chi lo diriga, dico io,
e se sia possibile leggere il futuro nel frullo della polvere
[in cielo, navigando).
Credo nei gradini che portano in nessunluogo e ovunque
(e in alcune poesie di Zanzotto).
Marco Munaro – Ruggine e oro
Marco Munaro – Ruggine e oro – Il ponte del sale, 2020
Ogni tanto un libro, con un certo ritardo, spunta fuori dalle pile. Forse vuole essere ritrovato. Un libro del 2020, che non ricordo come è arrivato qui, di Marco Munaro (1960), poeta, insegnante, autore di diverse raccolte e vincitore di premi tra cui il “Sinisgalli”, nonché fondatore de Il ponte del sale, nota casa editrice e associazione culturale di Rovigo, dove l’autore vive. Ne traggo qualche testo, in cui ho ritrovato cultura, maestria nella scrittura, e una voce lirica di grande suggestione, non ermetica, non romantica o compiaciuta, di interrogazione della natura, dei suoi segnali, dell’uomo, le sue radici e le sue memorie iscritte nel paesaggio (“sono nato sulla riva sinistra del Po – scrive Munaro – ai piedi di un ponte in chiatte, ho lo sguardo della corrente, il sentire tenero e forte della Natura”). Un libro che raccoglie e rinnova una lunga tradizione della poesia veneta e italiana, a cominciare da Andrea Zanzotto, oggetto della sua tesi di laurea in Lettere moderne (ma i nomi sarebbero tanti, Pier Luigi Bacchini ad esempio). Ma anche, come scrive nella bella e documentata prefazione Pasquale Di Palmo, “una raccolta in cui convivono stilemi modernisti che, sulla falsariga dell’opera di Pound ed Eliot, sembrano rifarsi espressamente al mondo classico e mitologico”. Cosa non secondaria, mi è piaciuto ritrovare in questi versi echi della poetica della mia amica Elia Malagò, anche lei poetessa di argini e golene (v. QUI). Nota: il Tartaro di cui si parla nel primo testo non è (o non è solo) il fiume infernale, ma un canale navigabile detto anche Po di Levante; Ciuso e Ciaro, cioè vino nero e vino bianco, qui due personaggi. (g.c.)
Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022
Marco Ceriani – Le sollecitudini – Associazione culturale “La luna”, 2022
Non ringrazio mai abbastanza Marco Ceriani, quando mi manda uno dei suoi libri. Ma questa volta c’è stato anche uno scambio epistolare (per quanto fatto di lettere elettroniche) assai piacevole e interessante, che non ha potuto che aumentare la mia stima per lui, come autore e persona.
Avevo già parlato nel mio piccolo di Marco in un paio di occasioni sulla vecchia versione del blog (v. QUI), a proposito principalmente del suo Gianmorte violinista (Ed. Stampa 2009, La collana, 2014), opera che allora mi colpì in maniera particolare, perché di un’opera particolare si tratta, a cominciare dal suo essere spavaldamente “aliena” nell’uso della forma, del linguaggio, delle metafore, delle invenzioni, dal suo essere naturaliter di “ricerca” senza nessuna delle dichiarazioni di intenti o pregiudiziali “ideologiche” che accompagnano quasi sempre la poesia non lirica (o non assertiva, sperimentale o come vi pare). Ci sarebbe qui da aprire una parentesi sul fatto che Ceriani lo sia, ma credo che lui, in quanto autentico “ricercatore”, se ne infischi bellamente di definizioni del genere. E – analogamente – non lo conosco abbastanza, in fondo, da poterlo definire senza tema di essere smentito come un poeta appartato, ma poi ho riflettuto che non sono i poeti, semmai, ad essere appartati ma è il mondo, compreso quello delle Lettere, ad esondare oltre il sopportabile. Tuttavia ricordo che in uno dei messaggi che ci siamo scambiati si definiva “l’anacoreta che mi lusingo o credo di essere”. E questo già dice molto, ma leggete anche quello che scrissi nel 2016. Continua a leggere
Elena Micheletti – Poesie inedite
Elena Micheletti – Poesie inedite
Ho incontrato Elena Micheletti nel 2018 a Bologna, in occasione dei riconoscimenti agli autori premiati o segnalati al “Bologna in Lettere” di quell’anno. In quegli incontri lessi una breve nota critica che avevo preparato in qualità di membro della giuria sulle tre poesie presentate nella sezione C – inediti, che è possibile leggere in calce. Mi invia ora quattro testi anch’essi inediti, che dovrebbero trovare collocazione in una raccolta dal titolo provvisorio Una morte abbondante. Nel frattempo ha pubblicato una sua opera prima, Coazione a ripetere (Ed. Nulla Die, 2020).
Che dire? Nei sei, sette anni trascorsi da allora non mi pare che sia passata troppa acqua poetica sotto i ponti. Nel senso che – con la non probabile eccezione del libro pubblicato che comunque non conosco – mi sembra di vedere una sostanziale invarianza (o fedeltà se volete) sia nel registro che nella materia della poesia di Micheletti. Il primo si attiene a un linguaggio diretto, di comunicazione “comune” e quotidiana, non ellittico, in cui tendono a emergere punte acuminate che fanno da focus (i giovani di australopiteco, il dio “manomesso”, lo scuotere qualcuno come un telecomando, il dio “transformer”, le amiche che si dilatano come cornamuse – immagine, devo dire, che mi ricorda vagamente la Plath), in testi in cui la ratio non sta tanto come spesso accade nel finale, che qui non risolve se non nella negazione che contiene ogni volta, quanto nella tessitura, per quanto concisa, di una atmosfera, di uno specifico mood del momento e però prolungato come un basso continuo, nell’immagine insieme concreta e tuttavia un po’ sfocata incorniciata dal testo sempre corto (perché sempre in cerca di una densità “esauriente” non sempre raggiungibile). Continua a leggere
Laura Giuliberti – Paraìso
Laura Giuliberti – Paraìso – Arcipelago Itaca Ed., 2024
Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.
Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).
Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere
Stefania Di Lino – La memoria dell’ombra, nota di Lucianna Argentino
Il tema dell’ombra in psicologia è fondamentale. Freud usò il termine Perturbante che indica qualcosa di inquietante, infido, sinistro, mentre Jung parlò di Ombra. Due concetti simili, ma con diverse sfumature e l’ombra di cui parla Stefania Di Lino nel suo ultimo libro “La memoria dell’ombra” (Edilet, 2024), a mio avviso, è più vicina al concetto di ombra junghiano ossia all’aspetto inconscio della personalità, al lato sconosciuto di sé stessi, quello che include tutto ciò che è al di fuori della luce della coscienza e può essere positivo e negativo. Importante è dunque avere consapevolezza della propria ombra, ma non identificarsi con essa quindi incorporarla, integrarla nel proprio essere, in modo da non caderne vittima, dando vita così a una coscienza più ampia, perché nonostante la sua funzione di “serbatoio per l’oscurità umana” – così è stata definita o forse proprio per questo – l’ombra è anche sede della creatività umana e dunque è un luogo da cui si può ripartire per ricomporre l’immagine di sé stessi che spesso la vita con le sue bordate stravolge. Ma la psicologia ci insegna che l’individuazione, quel processo fondamentale di sviluppo psichico che costituisce l’esperienza principale della persona e consiste nella ricerca e realizzazione del proprio progetto esistenziale, nella scoperta della propria autenticità, inizia proprio quando si riesce a prendere coscienza dell’Ombra.
“Nell’andare / ricordare sempre la propria ombra” ci esorta Stefania Di Lino in un verso che può anche intendersi come una sua indicazione di lettura per noi, benché poi certamente il pregio della poesia è quello di lasciarci liberi di trovare la nostra personale chiave di lettura, ma questi versi ci dicono anche quale è stata per la poetessa la strada che ha percorso e che ci offre. Nell’andare a ricordare sempre la propria ombra perché con la propria ombra, prima o poi bisogna confrontarsi, quindi non temerla anche se quest’ombra ogni tanto ha dei sobbalzi che ci spiazzano, fanno deragliare la nostra vita dai consueti binari su cui scorre. Ed è di questi deragliamenti che Stefania Di Lino ci racconta con un linguaggio forte, potente, incisivo che va in altezza e in profondità, così che mentre da un lato ci mette di fronte al potere devastante del dolore, “l’umano come la poesia lo si deduce da quel buco nero chiamato dolore” scrive, dall’altro lo trasforma in canto che consola anche se la sua non è poesia consolatoria. Tuttavia mostrandoci l’aspetto rigenerante che può avere il dolore che è misura della nostra umanità, non è nemmeno poesia totalmente annientata dal dolore, non è ripiegata su se stessa né nichilista. Parlare di nichilismo o di pessimismo in poesia ritengo sia una vera e propria contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro perché già il fatto che si scrive è indicativo di una fede o fiducia, se preferite, nel genere umano e nel potere rigenerante della poesia che con una mano ci schiaffeggia per scuoterci dal torpore di cui alle volte siamo preda, con l’altra ci accarezza, ci dice che non tutto è perduto, che qualcosa della nostra umanità può sperare in una salvezza. Certo una salvezza non facile che implica la nostra attiva collaborazione perché la speranza non è una passiva attesa di qualcosa che arriverà, ma il portare alla luce una presenza che è già qui, ma non riusciamo a vedere. E c’è speranza in questo libro che pure sembra condurci in una “selva oscura” (quella che abbiamo dentro e quella di cui la vita a volte ci apre le porte), in un abisso a cui la poetessa non si arrende, ma con la parola poetica lo sfida, lo attraversa in lungo e in largo tentando di svelarne il mistero. Cerca certamente una via d’uscita, ma non una fuga perché c’è spavento sì, ma c’è anche stupore che essa ci racconta con una “matita spuntata” dalle asperità della vita, consumata dalla fatica di esistere in un mondo che poco ha di confortevole e materno. E non ho usato quest’ultimo aggettivo a caso, ma ci tornerò più avanti. “La memoria dell’ombra”, corredato dalla prefazione di Agnese Moro e dalla postfazione di Anna Maria Curci autrice quest’ultima anche di una bella traduzione in tedesco della poesia che chiude la silloge, è un libro diviso in due sezioni: L’equilibrio delle pietre e Figlio mio chiamato da dove. Continua a leggere
Alessandro Canzian – In absentia, nota di Claudia Mirrione
In absentia (Interlinea Edizioni 2024) di Alessandro Canzian
La storia contemporanea lascia il suo segno nella poesia di Alessandro Canzian che intercetta la chiusura di un’epoca (Alle cinque un odore acre / di caldo che avanza. / Un bacio. « Fatti il segno / della croce, Silvio» cf. p. 13) e il protrarsi di una guerra che sta via via diventando una «Terza Guerra Mondiale a pezzi»: l’Ucraina come la Polonia della Seconda Guerra Mondiale (La ragazzina scorre disinvolta / i giardini di tutta Europa. / E Ucraina e Polonia. / La vita è sopravvalutata, cf. p. 26). Lungo la prima sezione della raccolta in questione, Minimalia, vediamo la guerra dal ponte di Crimea crollato (17.07.2023), attraverso gli occhi di ragazzine integre nella bufera (splendida è la serie a loro dedicata). Analizziamo uno di questi testi:
Ragazzina, vent’anni e
Un sapore di fiori sul vestito.
Un rischio per la pietra
Comandata dal Signore
O da un altro ufficio.
Come nota Martin Rueff, nella nota finale, le poesie delle tre sezioni del volume (Minimalia, Sul fondo, In absentia) «sono per la maggior parte delle strofe di cinque versi (il francese usa la parola quintil), non rimate e costruite su una nitida opposizione drammatica dei tre primi versi e dei due ultimi. Così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto tra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità». E la sensibilità vede l’intrecciarsi di refoli sinestetici, echi evangelici e un fulmen in clausula di indole epigrammatico-sarcastica che ci rimanda alla più cruda realtà.
La seconda sezione, Sul fondo, prende il titolo da quello che inizialmente Primo Levi aveva in mente per il suo Se questo è un uomo. Il messaggio fondamentale di Levi, cioè che la soppressione della diversità e la valutazione con due pesi e due misure abbia come “coronamento” il lager nazista, assume contorni caustici e sferzanti (la corrosività pungente sembra essere un fil rouge della raccolta):
Hanno spianato per chilometri
Qualunque cosa viva
Alberi compresi.
Conta quanti loro morti
Valgono uno dei nostri.
In tutto questo, il grande assente è proprio Dio cui è rivolta proprio la sezione In absentia: un Dio ubriaco, vendicativo e geloso, un Dio che ha vaghi ricordi di cosa sia il bene. Un Dio che, nella Genesi rivista da Canzian, passa le giornate della creazione «in un silenzio attonito» nel «rumore dell’ universo» e mai riposa (il settimo giorno non esiste nella raccolta). Queste riflessioni teologiche si alternano con l’ “enigmatica” (l’aggettivo è di Rueff) presenza di un topo che convive con l’io poetico (molteplici i riferimenti chiariti dalla nota dell’autore, dall’invasione dei topi in Friuli del 2021, all’opera L’Isola dei topi di Alberto Bertoni, pubblicata da Einaudi nel 2021, a “Universo 25” di John Calhoun, il famoso esperimento di sovraffollamento che conduce all’estinzione, in cui si rivedono, mutatis mutandis, le dinamiche umane). Questa figura misteriosa che si aggira tra i testi di Canzian sembra essere il correlativo oggettivo di Dio, la lordura, la sporcizia, il sudiciume del mondo. Se, secondo la prova ontologica dell’esistenza di Dio, per Anselmo D’Aosta, Dio è «Id quo maius cogitari nequit», per Canzian è «Id quo peius», insomma. Oppure, ancora di più. Esso è nulla; come si conclude la raccolta: «Dio / è un sinonimo di mai». (claudia mirrione)
Michela Gorini – Undress
Michela Gorini – Undress – Seri Editore, 2024
Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di Michela Gorini. In questi ultimi anni riappare il corpo nella poesia femminile. A volte timidamente, a volte in maniera più esplicita ma sempre in modi diversi dal soggetto (non uso il termine a caso) che aveva animato la poesia di donne della seconda metà del secolo scorso. Undress, svestirsi, denudarsi o – cosa diversa – mettersi a nudo. O ancora, spoliazione di, o essere spogliata, nel senso di beni comunque intesi. Il corpo riappare come esponente del dolore, in proprio o come soma, del dolore materiale o affettivo (ma c’è poi differenza?), della assenza e della perdita, del lutto (e tutti i dolori in fondo lo sono) e della ferita, della memoria e del rimpianto. Il corpo c’è, è nominato in questo libro una quarantina di volte, appare per così dire topico, anche quando è corpo della parola, scarnificazione o “dimagrimento”, riduzione all’essenziale dell’essere.
Comunque sia, il corpo – in sé e come esponente o interfaccia della vita – è solo e solitario, non è certo più né il campo di battaglia politica di una volta né bandiera di una riappropriazione identitaria. Smagrisce e soffre come la lingua di gran parte dei testi di questo libro, si adombra in un abisso in cui metonimicamente (o mimeticamente) precipita e si ossifica in primis nella lingua letteraria di Gorini. Che talvolta si oscura, diventa criptica, talvolta suona come una sentenza dell’I-Ching (v. qualche esempio qui sotto), spesso ma non sempre agisce per sottrazioni, anzi per omissioni sintagmatiche, per sospensioni del dire o afasie, e sembra uno “scetticismo” (termine dell’autrice) “verso il sostegno della lupa, la lupa parola”, o è invece, forse, una ormai non insolita raffigurazione, appunto mimetica, di un dibattersi del pensiero, di una patologia del linguaggio (che ovviamente non c’è, anzi). È una scelta stilistica, diversa da altre presenti in questo libro, che non è detto che aumenti lo spessore del significato, l’allusione al senso sottostante che aleggia, si sente, tra dolore reale e angoscia (e lasciamo stare tutto il repertorio classico sull’argomento, che certo Michela conosce). Ed è forse una scelta di “raffreddamento”, di antilirismo, di controllo emotivo e sentimentale, di distanza che a volte, in altre parti del libro, si allenta, ed è pur vero che, secondo l’autrice, “il linguaggio protegge dalle viscere”, pur con gli inevitabili dissidi con la “protuberanza linguistica”, con il fatto che non si può “imporre al cuore l’estetica del vuoto”, con la scrittura stessa quando è – diventa – “la scrittura che fu. La scrittura che fu guida”. Fino all’estrema ingiunzione: “Non scrivere. Le parole a un certo punto sono offese, pretenziose. Tutto sembra detto, stato”. Ingiunzione, come è ovvio che sia, non raccolta, è come accarezzare un pensiero della morte, del nulla, di rinuncia alla “relazione di parola”, per poi ritrarsi, in una vitale resipiscenza. Ed è quasi ovvio, vista la formazione di Gorini, trovare in questi assunti tante eco psicanalitiche, e una voce interiore principale e assoluta, quasi un animale guida (come la scrittura, ricordate?): la lupa, “la lupa parola”, la lupa che “trasmette via voce”, che “mostra parole random” (e la parola, come sappiamo, non è mai casuale), che “è decisione, squarcio”, che magari “poi ferisce, non è logica di cuore” (e il cuore, come diceva Pascal, ha le sue ragioni). Continua a leggere
Daniele Beghè – chicane
La chicane, ci dice il Vocabolario Treccani, è “una curva o serie di curve successive che vengono introdotte in un tratto rettilineo di una pista, per diminuire la velocità dei concorrenti”, ma anche un cavillo giudiziario, una difficoltà piazzata a bella posta in un percorso processuale, quindi un inciampo nell’ordine normato delle cose. In entrambi i casi devi rallentare, pensarci un po’ sopra, decidere qualcosa che non sia del tutto disastroso. In fondo, secondo Daniela Marcheschi nella quarta di questo libro, è proprio quello che succede a “un io mai autoreferenziale [che] privilegia lo sguardo orientato verso il quotidiano”, un quotidiano domestico, personale, frammentario in cui il passato e l’oggi, l’attuale, sono equamente divisi ma senza andare – sia indietro che avanti – troppo lontano, poiché le storie, la storia, la Storia sono tutte glocali, cioè situate in un orizzonte che è insieme contemporaneo, con tutti gli epifenomeni che si porta dietro, e locale e senza sbocchi, come la strada a fondo chiuso che l’autore o il suo alter ego poetico hanno abitato per sessant’anni (L.I.F.O. – Last in first out, pag.15). Posando lo sguardo su di esse è facile – e comunque necessario – rallentare, indugiando. Del resto, cos’è che vede Beghè, di che cosa parla in questo libro? Be’, lo abbiamo detto, si tratta di una porzione raggiungibile della realtà, e per giunta raggiungibile rapidamente, nel senso che – al di là di quanto compete alla memoria – tutto quello che questo sguardo raccoglie è sostanzialmente immoto, a portata di mano e alla portata di quel tempo che basta per una osservazione diciamo così “sul campo”, naturalistica e – sia detto sine iniuria – superficiale. Questa porzione, non tanto esperienziale ma direi oggettuale, è costituita da “piccoli episodi del tirare avanti” (Fanta e Lady Diana, pag. 71), eventi minimali, ricordi non memorabili, scene colte in giro per strada, nei quartieri o nei centri commerciali, “visioni” un po’ bizzarre che arrivano inopinate, magari guardando le posate “nel cassetto della cucina componibile” (Visure, pag. 49) o là dove “l’ambientazione appare comune e contemporanea” (Strati, pag.28). Direi che queste chicanes, questi rallentamenti non nascondono “decisioni”, come dicevo prima, né drammi, non comportano epifanie speciali né critiche politiche ma forse solo constatazioni, ed è comprensibile che a un materiale poetico di questo genere corrispondano, nella forma, “ritmi pacati pronti a sfociare con naturalezza in quelli più distesi della prosa” (ancora Marcheschi, e forse in prosa le cose migliori, anche in termini di scrittura, nella loro compiutezza scenica) e qualche ingenuità (“l’alta tensione che corre / sul pentagramma elettrico dei cavi” – Enfisema, pag. 23; “la panchina, corpo di legno / e metallo, è una bestia calma, / un’abitudine a bordo strada,/ se l’accarezzi sul dorso fa le fusa” – Bestia calma, pag. 27; “Non lascio che il temporale di oggi / infradici la miccia, quella dei sogni, intendo” – Miccia, pag. 32; “manca il battaglio alla campana / verde del vetro” – L’altra campana, pag. 64).
Beghè sa bene di porsi proprio “dove deraglia la catena di una minima storia” (L’ultima mosca dell’autunno, pag. 44) ma senza nessuna particolare irrequietezza, ironia o contraddizione postmoderna, un non luogo in cui cerca, non troppo convintamente, “un varco nel muro del sistema” (ma sistema, diciamolo, è una parola impegnativa). Varco che a volte lascia intravedere qualcosa (ad esempio quando l’autore fa qualche raro accenno al sociale, come le “morti bianche” in Lavoro a mano armata, pag. 18 – e però lo fa seguire da un’istantanea scattata all’Ikea, E relativo relax, pag. 19; ma anche il lavoro di educazione degli adulti e degli immigrati, l’interessante Legge regionale n. 14, pag. 72); più spesso, come se quel varco restituisse una specie di horror vacui, una insostenibile complessità del “sistema”, Beghè ripiega su qualcosa di più confortevole, come è quasi sempre la memoria, o l’osservazione non giudicante e irrelata, quasi da flâneur, di una realtà quotidiana immodificabile. (g. cerrai)