Devo a Daniel D. Marin, già ospite di questo blog (v. QUI), il suggerimento di leggere il poeta rumeno Ioan Es. Pop, scomparso poco meno di un anno fa (v. QUI). Era nato nel 1958 in un villaggio del nord della Romania, da una famiglia di religione greco-cattolica, per spostarsi poi, nel settembre del 1989, anno cruciale (la caduta del Muro di Berlino prima, la eliminazione di Ceausescu poi) a Bucarest, dove qualche anno più tardi (1994) pubblicherà la sua prima raccolta poetica, Ieudul fără ieşire (Ieud senza uscita), dal nome della cittadina transilvana in cui visse diversi anni prima del suo trasferimento nella capitale, e che è simbolo di una esistenza ristretta (qui è ieud, ovunque / fuggirete è ieud), anzi tangibile metafora di una situazione esistenziale di solitudine e progressiva perdita di identità. Proprio come lo è l’appartamento per scapoli di strada Olteţului 15, camera 305, luogo di grandi bevute con gli amici e di quelle constatazioni del nulla (o del dubbio della ineffabilità della vita) che innervano molta della poesia di Pop. Il quale, a differenza di molti poeti rumeni del post comunismo, non ha trovato nessuna ispirazione in una speranza di cambiamento o in una libertà che comunque non si è mai realizzata come libertà dal bisogno o come libertà interiore, coltivando sempre invece una disperazione esistenziale senza remissione.
Come ricorda Clara Mitola nella postfazione, se “gli anni ottanta rappresentano il reale spartiacque della poesia romena contemporanea, che diventa post-modernista, engagée, fatta di carne e oggetti quotidiani” e quella dei novanta “tira al limite il realismo e il biografismo degli anni ’80, in tensione verso i margini più sordidi dell’esistenza (autenticismo e miserabilismo) e del linguaggio”, la poesia di Pop si mantiene al margine, fin da “il suo debutto poetico, nel 1994, sembra raccontare l’altra faccia di ciò che segue la rivoluzione: non la speranza, non la vitalità ma piuttosto la loro assenza, schizzata in esistenze umane neo-espressioniste e bloccate”, intrisa anche di “un misticismo mortuario e celeste allo stesso tempo, in cui esistono un Dio (cercato ovunque e con paura) e una buona novella che tutti attendono ma che, alla fine, nessuno sa riconoscere oppure è troppo ubriaco per farlo”. Continua a leggere