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Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

Enrico Cerquiglini – La casa lungo il fiume ed altri versi

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Conosco Enrico Cerquiglini da diversi anni, almeno da quando mi ospitò nel volume di poesie collettaneo Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008, a cura di E. Cerquiglini e L. Ariano). Su questo blog, invece, trovate suoi testi tratti da Avvisaglie (2023), con una mia nota critica.

Enrico è umbro di Montefalco, vive a Gualdo Cattaneo, insegna Lettere in un istituto superiore di Perugia. È stato tra i fondatori e i curatori del “Sandro Penna”, ha scritto diversi libri di poesia, di saggistica (tra cui uno su Pasolini), nonché per il teatro. È insomma un uomo di ingegno, e non ostante ciò penso di poterlo definire un autore appartato, come suol dirsi, uno di quelli che non sgomitano per apparire. E questo credo dipenda in gran parte sia da una postura nei confronti dello scrivere che potrei definire raffinatamente artigianale, con un senso del “lavoro” creativo non dissimile da chi coltiva la terra nella verde Umbria, ovvero sapienza e rispetto degli strumenti e dei “materiali”; sia da una relazione costante (che è anche un obbiettivo) con una dimensione etica, morale, sociale e in ultima analisi civile e politica, nonché un legame con il territorio che è identità e tradizione. Tutti questi aggettivi, come scrissi a suo tempo, vanno presi, davvero, senza i preconcetti che a volte li accompagnano, specie tra poeti. E del resto forse Enrico non ha ambizione di fare poesia civile, ma solo (e mica è poco) riaffermare con forza una centralità umana, sua e di tutti, e nel farlo va da sé che emerga una specie di risentimento o anche una pasoliniana nostalgia, che però non è mai arretramento, è semmai, come scrissi, una memoria non volatile, una memoria “resistente”, come imperativo morale e debito (ma per queste e altre considerazioni rimando a quella nota).

I testi che propongo sono tratti dagli ultimi due libri pubblicati da Cerquiglini, Diario di un fainéant (Etabeta, 2024, edizione “clandestina” in 50 copie) e La casa lungo il fiume ed altri versi (Delta 3 Ed., 2025, premio L’Inedito XVII). Entrambi appartengono a pieno titolo al mondo di Enrico, pur con ambizioni diverse. Chi è intanto il fainéant? Non è il fannullone, il nullafacente, non è il flâneur caro a Baudelaire come a Benjamin, non è nemmeno un anarchico assertore della decrescita più o meno felice. È uno – ci dice Cerquiglini – che “non collabora, non partecipa all’orgia del Potere, osserva e si tiene in disparte, guarda gli scarti umani – deiezioni della macchina infernale”. Tuttavia non così passivo da non articolare la sua invettiva, appena (spesso) ne trova la ragione. E contemporaneamente registra il veloce decadimento del mondo, consapevole che niente e nessuno potrà farci niente, che il dire forse si sovrappone a una “afasia provocata dalla corsa al nulla”, la forma (forse anche quella dell’invettiva, aggiungo), anche rinnovata, rischia quasi di “nobilitare l’ignobile”. L’alternativa è il rimpianto, le neiges d’antan? No, è il riprendere a scrivere proprio a partire da quel dubbio, il poeta non rinuncia mai, é sempre possibile trovare un senso anche nelle pieghe di un verso. Il diario è un tragitto, una serie di stazioni di posta ma senza riposo, di luoghi in cui si è già vissuto senza tirare le somme, fatti che non si ricordano ma si rimasticano sperando di trarne un diverso succo. Continua a leggere

Enrico Cerquiglini – Avvisaglie

Enrico Cerquiglini - Avvisaglie - Bertoni Editore, 2023Enrico Cerquiglini – AvvisaglieBertoni Editore, 2023

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Alcuni testi tratti dall’ultima raccolta di Enrico Cerquiglini, a quindici anni dall’auto prodotto Fine attività (damnatio memoriae), che all’epoca doveva essere una specie di addio alle armi poetiche. Addio che corrispondeva forse ad una perdita di speranze nei confronti della poesia come strumento di lotta e critica, di recupero e di salvaguardia. Perché leggendo Cerquiglini, anche quando tratteggia un semplice quadro nostalgico di quella provincia geografica e dell’anima che abita, anche quando ci sembra di imbatterci in qualche tratto di ingenuità (nel senso più etimologico e onesto del termine), ci si rende conto che l’esigenza primaria di Enrico, nella sua poesia, è quella di salvare il salvabile in un mondo che non promette, anzi mantiene, niente di buono. L’area tematica di Cerquiglini è l’elemento principe da prendere in considerazione, più dello stile o della sua lingua, entrambi in un certo senso sussidiari alla prima. Si tratta del mondo che lo circonda, non quello ampio e generico, ma quello della campagna umbra, delle umanità ancora superstiti, della natura paritaria ed equanime, delle radici ancora generative, dell’ambiente sociale non del tutto estinto, del lavoro, del borgo come dimensione umana. Lo dico subito, Franco Arminio non c’entra niente. Il “paesologo” di Bisaccia appare come un venditore di matrioske, di contenitori di contenitori, non necessariamente “pieni” di qualche significato rivelante. L’esposizione del banale – o dell’ovvio e perciò inutile – inevitabilmente reca con sé la contraddizione della poesia. Anche Cerquiglini non “rivela” alcunché, se non – come si conviene al buon poeta – qualcosa che in fondo già sappiamo e che è meglio per noi non dimenticare, là dove (ed è questa la differenza) il farlo comporterebbe una diminutio di noi e una sconfitta dell’uomo. Questa specie di memento morale (o forse di avvisaglia) è preponderante rispetto a certe preoccupazioni che riguardino lo stile o il linguaggio, la prosodia o il metro, insomma è sempre più importante il cosa del come, giacché l’unica cosa da sperimentare è una memoria non volatile ma per così dire “restaurativa” , una memoria come imperativo morale e debito. E una certa “rabbia” sociale verso iniquità piccole e grandi che è anch’essa una memoria da alimentare come una lotta. Senza però niente di apodittico, senza atteggiamenti da guru de noantri. Continua a leggere