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Fernando Lena – Black Sicily, nota di Giacomo Cerrai

Fernando Lena – Black Sicily – Arcipelago Itaca, 2020Fernando Lena - Black Sicily - Arcipelago Itaca, 2020
Black Sicily, Sicilia nera. Avrebbe potuto essere Sicily blues, legittimamente, per sottolineare ciò che è questo libro, ovvero una raccolta pubblica e privata di dolori, malinconie, accuse, invettive, rimpianti, perdite, assenze, fallimenti, errori che trovano ristoro e assoluzione nella scrittura, nella “qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise”, nel suo “valore di verità” (Francesco Tomada, nella prefazione). La Sicilia è sfondo e trama, potremmo definirla come presenza principale se non avesse la peculiarità, qui, di essere per così dire una sostanza endemica, una materia intridente eppure sfumata, indissolvibile da sé stessa, dagli uomini e donne che la popolano, dal poeta che la descrive e descrive in essa la propria “nerezza”, le proprie private ombre, la propria discesa ad inferos (“anch’io scrivo il mio nome all’inferno”). Forse, diciamo, la Sicilia come contenitore ideale e insieme concreto di questo nero esistenziale, che qui non è (il “vissuto”) un modo di dire perché, da quel che è dato sapere, Lena parla di quel che conosce, di quello che ha vissuto e sofferto, del suo passato di tossicodipendente e dei suoi lutti, e se c’è spazio qui per l’immaginazione è quella quota di essa che la poesia porta con sé, nel momento in cui metamorfizza il reale o lo colora con quel tanto di lirico/elegiaco che in queste poesie rinveniamo (le “epifanie sorprendenti” e le “dolcezze improvvise” che Tomada segnala) e che rafforza quel valore di verità già citato. Scrive l’autore in una nota: “Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi. C’è la storia di un dialogo tra il figlio e il padre dentro la storia di un’isola che vanifica una quantità di esistenze incapaci di essere tali oppure felici nella diversità d’esistere”. E tuttavia, scrive altrove, “dalla mia voce eppure / arriva lo sguardo di un estraneo / che cerca un’isola e vede / una croce di parole”. E’ questo forse il rapporto definitivo, di una singolare simbiosi, che innerva, anche là dove quella terra non è nemmeno nominata o è solo un’aura serotina, il “romanzo breve” di Lena. Mentre invece il padre scomparso è palese, un evidente deuteragonista con cui il dialogo è vivo ancora e ancora intensamente poetico, una presenza palesemente identificata da un forte “tu” allocutivo in testi segnati graficamente dal corsivo, a sua volta paradigmatico di un livello colloquiale, intimo e pensoso, di un discorso entre nous (al padre è dedicata una sorta di struggente lettera, Buon compleanno, in chiusura del libro). L’andamento narrativo invece è assegnato ai fatti, alle storie, ai ricordi di giornate vissute velocemente, ai personaggi che attraversano questi brani di racconto, servono da pivot ad un rimuginare sulla vita come una serie di svolte prese o non prese, e che sono un po’ specchio un po’ emblemi di quella stessa vita (“Antonio il mangiagatti”; “Lucio / che già dalle tre del pomeriggio mente / sulla morte che ha ingurgitato”; “Elisa [che] / sarò come quel Rimbaud / che abbiamo studiato”; “Matteo [che] le passa così / quelle ore sottratte alla scuola / davanti a un bowling di lattine / con una 7,65 caricata a dovere”; “tuo fratello Luciano, / per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado / è un viaggio d’ematomi”; o Erminia, a cui è dedicata una delle poesie più significative – v. sotto). Quello che interessa di Lena è da una parte lo sguardo smagato ficcato sulle cose e sulla gente, su una assenza di paesaggio ovvero di una natura che non sia quella complessa e insieme elementare dell’umano; dall’altra una scrittura serrata, che nota anche Tomada, che è così perché è una copia a contatto del tempo veloce e serrato che la sostiene, del tempo/vita che non concede troppa requie né di concedersi, nell’immediatezza della comunicazione, troppe retoriche (ed è quindi anche una questione di ritmi, di costruzione di scene per frammenti iconici ecc.). Cose quest’ultime che ci portano anche ad un preciso carattere di “presenza” dell’autore, che potremmo definire di tipo “altruistico”: anche dove emerge l’accento lirico/elegiaco Lena non si pianta al centro del testo, evita che esso ruoti su di lui, il suo non è il lamento per un dolore esclusivamente privato, è semmai un compianto (con quello che di etimologicamente collettivo comporta) sull’assenza, sulla cesura della morte (“dopo ogni morte / la frattura è un tramonto / che non puoi condividere”) o sulla sconfitta. E’ in questo sentimento del tragico, a suo modo classico, che troviamo in molti testi significativi di questo libro, che sta forse il suo carattere più forte. (g. cerrai) 

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