Archivi tag: giacomo cerrai

Stefano Guglielmin – Vaporizzazioni

Stefano Guglielmin - Vaporizzazioni - Puntoacapo Editrice, 2025Stefano Guglielmin – VaporizzazioniPuntoacapo Editrice, 2025, postfazione di Giacomo Cerrai

Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di S. Guglielmin, con in calce la mia postfazione al libro

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Lirica/Antilirica

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Ora, dico, è necessario mortificare l’io, demonizzarne il canto

            [o per converso

riprodurne la luminosa fragranza? È un po’ come chiedere,

          [risponderebbe Pagliarani,

parafrasandolo, se lo Zeppelin in volo sia sgonfio (e anche

          [chi lo diriga, dico io,

e se sia possibile leggere il futuro nel frullo della polvere

          [in cielo, navigando).

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Credo nei gradini che portano in nessunluogo e ovunque

(e in alcune poesie di Zanzotto).

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Poeti dalla Romania 4: Aura Christi

Aura Christi - Giardini austeri - Puntoacapo, 2024Aura Christi – Giardini austeriPuntoacapo, 2024

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Alcuni testi tratti dal volume – tradotto e curato da Cinzia Demi, con postfazione di Alessandro Pertosa – che in lingua originale fu pubblicato per la prima volta nel 2010. Aura Christi, nata nel 1967 a Chișinău (ora Repubblica di Moldova), è una poetessa e scrittrice rumena autrice di diverse raccolte e saggi, tradotta nelle maggiori lingue, cantrice di una mistica squassata dal dubbio (Aura Christi del resto è un puro pseudonimo, anzi un eteronimo per così dire di “devozione”, un omaggio cristologico – ma con un filo di presunzione – di Aurelia Potlog, il suo nome di origine), di una religiosità, per quanto problematica, mai dismessa nei paesi dell’Est nemmeno durante il regime comunista, autrice di una poesia che va “accolta” o semplicemente accettata, almeno nelle sue manifestazioni più simboliste o metafisiche. Il dubbio (“vado verso casa con il dubbio nel sangue”) è quello di una ricerca del sacro non dato per certo o per assiomatico, di un dio (o Dio) di cui in fondo si ignora il nome mentre il mondo, nella sua indecifrabilità, segue il suo corso, affacciando domande senza risposta. Come annota Pertosa “c’è l’eco di Nietzsche in questi versi. C’è la morte di Dio. Non solo del Dio biblico, ma anche di quello filosofico. Se muore Dio, muore la verità, muore la pretesa di dire, di rintracciare qualcosa di incontrovertibilmente vero. E se muore la verità, cosa ha più diritto di esistere? E perché? E in quale misura? Qui il Dio che muore è il Dio che sa come stanno le cose. E le cose ora stanno: di questo la Christi è consapevole. Stanno. Ma nessuno è più in grado di dire come”. Per questo l’altro versante della vita, la morte, appare senza conforto (“un senso di sfaldamento voraginoso”, dice Pertosa) perché senza risposte che non siano meramente fideistiche, tranne le risposte (anzi le speranze, anch’esse del resto pura attesa) che possano pervenire da figure mediatrici come gli angeli, troppo simili al sogno. Nessuna rivelazione, alla fine, se non quella dell’umana solitudine, nel disordine che la morte di Dio, almeno nel senso morale e valoriale di “catastrofe” che intendeva Nietsche, ci consegna. (g.c.) Continua a leggere

Marco Munaro – Ruggine e oro

Marco Munaro – Ruggine e oroIl ponte del sale, 2020

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Ogni tanto un libro, con un certo ritardo, spunta fuori dalle pile. Forse vuole essere ritrovato. Un libro del 2020, che non ricordo come è arrivato qui, di Marco Munaro (1960), poeta, insegnante, autore di diverse raccolte e vincitore di premi tra cui il “Sinisgalli”, nonché fondatore de Il ponte del sale, nota casa editrice e associazione culturale di Rovigo, dove l’autore vive. Ne traggo qualche testo, in cui ho ritrovato cultura, maestria nella scrittura, e una voce lirica di grande suggestione, non ermetica, non romantica o compiaciuta, di interrogazione della natura, dei suoi segnali, dell’uomo, le sue radici e le sue memorie iscritte nel paesaggio (“sono nato sulla riva sinistra del Po – scrive Munaro – ai piedi di un ponte in chiatte, ho lo sguardo della corrente, il sentire tenero e forte della Natura”). Un libro che raccoglie e rinnova una lunga tradizione della poesia veneta e italiana, a cominciare da Andrea Zanzotto, oggetto della sua tesi di laurea in Lettere moderne (ma i nomi sarebbero tanti, Pier Luigi Bacchini ad esempio). Ma anche, come scrive nella bella e documentata prefazione Pasquale Di Palmo, “una raccolta in cui convivono stilemi modernisti che, sulla falsariga dell’opera di Pound ed Eliot, sembrano rifarsi espressamente al mondo classico e mitologico”. Cosa non secondaria, mi è piaciuto ritrovare in questi versi echi della poetica della mia amica Elia Malagò, anche lei poetessa di argini e golene (v. QUI). Nota: il Tartaro di cui si parla nel primo testo non è (o non è solo) il fiume infernale, ma un canale navigabile detto anche Po di Levante; Ciuso e Ciaro, cioè vino nero e vino bianco, qui due personaggi. (g.c.)

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Elena Micheletti – Poesie inedite

Elena MichelettiElena Micheletti – Poesie inedite

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Ho incontrato Elena Micheletti nel 2018 a Bologna, in occasione dei riconoscimenti agli autori premiati o segnalati al “Bologna in Lettere” di quell’anno. In quegli incontri lessi una breve nota critica che avevo preparato in qualità di membro della giuria sulle tre poesie presentate nella sezione C – inediti, che è possibile leggere in calce. Mi invia ora quattro testi anch’essi inediti, che dovrebbero trovare collocazione in una raccolta dal titolo provvisorio Una morte abbondante. Nel frattempo ha pubblicato una sua opera prima, Coazione a ripetere (Ed. Nulla Die, 2020).

Che dire? Nei sei, sette anni trascorsi da allora non mi pare che sia passata troppa acqua poetica sotto i ponti. Nel senso che – con la non probabile eccezione del libro pubblicato che comunque non conosco – mi sembra di vedere una sostanziale invarianza (o fedeltà se volete) sia nel registro che nella materia della poesia di Micheletti. Il primo si attiene a un linguaggio diretto, di comunicazione “comune” e quotidiana, non ellittico, in cui tendono a emergere punte acuminate che fanno da focus (i giovani di australopiteco, il dio “manomesso”, lo scuotere qualcuno come un telecomando, il dio “transformer”, le amiche che si dilatano come cornamuse – immagine, devo dire, che mi ricorda vagamente la Plath), in testi in cui la ratio non sta tanto come spesso accade nel finale, che qui non risolve se non nella negazione che contiene ogni volta, quanto nella tessitura, per quanto concisa, di una atmosfera, di uno specifico mood del momento e però prolungato come un basso continuo, nell’immagine insieme concreta e tuttavia un po’ sfocata incorniciata dal testo sempre corto (perché sempre in cerca di una densità “esauriente” non sempre raggiungibile). Continua a leggere

Laura Giuliberti – Paraìso

Laura Giuliberti – ParaìsoArcipelago Itaca Ed., 2024Laura Giuliberti - Paraìso - Arcipelago Itaca Ed., 2024

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Un libro d’esordio di una non esordiente (come suggerisce la nota biografica), non una raccolta delle poesie di una liceale insomma, ma a quanto pare un precipitato poetico, una materia composita, culturalmente coltivata, che trova il suo luogo opportuno, o il suo momento. O ancora meglio, il suo paesaggio.

Il quale, come ci avverte subito Lello Voce nella postfazione, è un topos antico, frequentato e rischioso quanto l’amore, una cosa da maneggiare con cura, cercando di rinnovarla, e facendo i conti con precursori che includono tanto Petrarca quanto Zanzotto (ma i nomi sono tantissimi).

Quale paesaggio (e non solo)? Cominciamo con il dare un’occhiata alla superficie di questo libro. Paraìso non è che una metatesi semplice (voluta e azzeccata) di Parasio, nome del centro storico di Porto Maurizio (IM), dove l’autrice ha vissuto[1]. Luogo fisico quindi, diremmo. Tuttavia è altro, non c’è da aspettarsi neanche un luogo dell’anima (nel senso che attribuiamo a quest’altro topos), è altro perché, come ci dice Giuliberti in una nota iniziale, “la deambulazione, la frequentazione del luogo, sono qui pratiche di estinzione: ogni fuoco personale estinto, ritrovarsi nell’incendio”. Mi pare di sentire qui, con mio grande dis-piacere, il compianto Augusto Blotto, grande camminatore, e dismisurato poeta (v. QUI e QUI). E però il riferimento è a Guy Debord e all’Internazionale Situazionista, che nel 1957 si riunì poco più su di Porto Maurizio, nonché al film che Debord girò qualche anno dopo, dal titolo In girum imus nocte et consumimur igni (“andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”). Dopodiché “da qui – conclude Giuliberti – ricominciare”. Continua a leggere

Quaderno di traduzioni: Valérie Brantôme

Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024Valérie Brantôme – On dit le temps – Éditions le Réalgar, 2024

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Conosco da un po’ Valérie Brantôme, con cui ho collaborato saltuariamente e che ha ospitato sul suo sito, traducendoli in francese, alcuni miei testi. Questo libro, che è il suo primo di poesie, o meglio di poesia in prosa, mi conferma l’apprezzamento che ho sempre avuto nei confronti della sua sensibilità artistica e delle sue qualità di scrittrice. Qualità che è possibile rilevare, spero, nella traduzione che ho fatto dell’intera prima sezione del libro, quella che dà il titolo alla raccolta. Una scrittura ricercata, anche complessa, metaforica – e che a tratti potrebbe ricordare per noi italiani una “parola innamorata” – in cui è rintracciabile la grande tradizione lirica francese ed echi di autori come Yves Bonnefoy e Joë Bousquet, citato in esergo, e i cui temi sono il tempo inesorabile e il paesaggio astratto attraversati da una figura umana alle prese con una sorta di discesa usque ad inferos, in cerca – forse – di una risurrezione o di una rinascita vittoriosa di sé come auspicato nel finale. (g.cerrai)

 

Valérie Brantôme, nata nel 1968, vive in Provenza. Conoscitrice dell’Italia, dove ha trascorso l’infanzia e dove è stata presente in vari eventi, è poetessa e scrittrice e traduce voci della poesia contemporanea italiana (Martino Baldi, Alessandro Ceni, Lorenzo Calogero, Roberto Bertoldo). Ha pubblicato in riviste e blog come Arsenal, Phœnix (Premio Léon Gabriel Gros 2013), Diérèse, La Sœur de l’Ange, Terres de Femmes, Imperfetta Ellisse.  On dit le temps è il suo primo libro di poesie. Il suo blog è Enjambées fauves.

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Poeti dalla Romania 2: Ofelia Prodan

Ofelia Prodan - Periodicamente ricicliamo cliché - Ed. Ensemble, 2023Ofelia Prodan – Periodicamente ricicliamo clichéEd. Ensemble, 2023

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Una poesia originale, quella di Ofelia Prodan, rumena che frequenta da tempo l’Italia, in luoghi come Venezia (Festival Internazionale di Poesia) o Bologna (Bologna in Lettere, dove è stata premiata nel 2021). Originale come scrittura (che si innesta modernamente in quella diretta e concreta tipicamente est-europea) e perché tendenzialmente post-umana, cioè proiettata verso (e con) un’identità in cui l’io è sempre meno soggetto e sempre più oggetto (di una trasformazione, a volte solo immaginata, di un passaggio ad una realtà forse meno dolorosa).

Di questo transito, come nota puntualmente nella introduzione Gheorghe Grigurcu, una parte importante è costituita da una interazione, reale o ricreata, di tipo psicoanalitico, una comunicazione che è soprattutto con sé stessa e con le proprie dinamiche interiori, che trova posto nella prima sezione del libro, intitolata La capa ninfomane. Qui la condizione, per quanto di una coscienza alterata come dice Prodan, è ancora quella di una persona alle prese con una agitata ricerca di sé all’interno di un universo esistenziale per così dire canonico, fatto di una “salute” ortodossa, protocollare, nei confronti della quale l’autrice è tuttavia del tutto sfiduciata. In effetti il transito di cui si parlava inizia proprio con la messa in mora di un mezzo, di un sistema, di quello che Agamben e prima ancora Foucault chiamano un dispositivo, ovvero “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi” (G. Agamben). Come, ovviamente, la psicoanalisi. O la confessione. O la poesia, perché no. Nelle estreme conseguenze delle dinamiche tra persona e dispositivi si approda a un certo grado di desoggettivazione, di “indifferenziazione” rispetto al dispositivo medesimo. Ed ecco che torna quanto Grigurcu annota acutamente: “A predominare sono una desumanizzazione tecnica, una desentimentalizzazione meccanicistica, una reificazione assunta con calma” (ma questo verrà dopo).

Annotazioni che non sono certo rilievi di tipo, diciamo così, etico-morale, che non compete alla letteratura. Il transito verso un futuro “altro” di cui si parlava, step by step, per Prodan è chiaro e letterariamente programmato, in tematiche e scrittura, qui intimamente intrecciate. In questo viaggio lei si pone non tanto come l’eroina di un’epopea, quanto come una cronista compartecipe di sé, a volte un po’ scalcagnata e senza troppe certezze (“asociale – sì, autistica – sì, autoreferenziale – sì. / relativa e laconica – sempre”), spesso con un occhio (e una scrittura) un po’ beat (v. qui sotto clic) come di chi ha capito tutto ma non può farci niente, a volte con quello surreale ma di un surrealismo niente affatto automatico, altre volte con il sospetto (chi non ce l’ha?) di vivere in una matrice artificiale, altre ancora con l’autocompiacimento un po’ irridente di certi pazienti psichiatrici tanto “esperti” della materia da dichiararne l’inutilità. Che fare allora, ripiegarsi in sé stessi, nel proprio imperfetto meccanismo (“mi siedo nel mio stesso utero / in posizione fetale e mi bombardo il cervello / di serotonina e ossitocina. / sono il feto più felice della riserva di madri”)? Continua a leggere

Michela Gorini – Undress

Michela Gorini - Undress - Seri Editore, 2024Michela Gorini – UndressSeri Editore, 2024

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Alcuni testi tratti dall’ultimo lavoro di Michela Gorini. In questi ultimi anni riappare il corpo nella poesia femminile. A volte timidamente, a volte in maniera più esplicita ma sempre in modi diversi dal soggetto (non uso il termine a caso) che aveva animato la poesia di donne della seconda metà del secolo scorso. Undress, svestirsi, denudarsi o – cosa diversa – mettersi a nudo. O ancora, spoliazione di, o essere spogliata, nel senso di beni comunque intesi. Il corpo riappare come esponente del dolore, in proprio o come soma, del dolore materiale o affettivo (ma c’è poi differenza?), della assenza e della perdita, del lutto (e tutti i dolori in fondo lo sono) e della ferita, della memoria e del rimpianto. Il corpo c’è, è nominato in questo libro una quarantina di volte, appare per così dire topico, anche quando è corpo della parola, scarnificazione o “dimagrimento”, riduzione all’essenziale dell’essere.

Comunque sia, il corpo – in sé e come esponente o interfaccia della vita – è solo e solitario, non è certo più né il campo di battaglia politica di una volta né bandiera di una riappropriazione identitaria. Smagrisce e soffre come la lingua di gran parte dei testi di questo libro, si adombra in un abisso in cui metonimicamente (o mimeticamente) precipita e si ossifica in primis nella lingua letteraria di Gorini. Che talvolta si oscura, diventa criptica, talvolta suona come una sentenza dell’I-Ching (v. qualche esempio qui sotto), spesso ma non sempre agisce per sottrazioni, anzi per omissioni sintagmatiche, per sospensioni del dire o afasie, e sembra uno “scetticismo” (termine dell’autrice) “verso il sostegno della lupa, la lupa parola”, o è invece, forse, una ormai non insolita raffigurazione, appunto mimetica, di un dibattersi del pensiero, di una patologia del linguaggio (che ovviamente non c’è, anzi). È una scelta stilistica, diversa da altre presenti in questo libro, che non è detto che aumenti lo spessore del significato, l’allusione al senso sottostante che aleggia, si sente, tra dolore reale e angoscia (e lasciamo stare tutto il repertorio classico sull’argomento, che certo Michela conosce). Ed è forse una scelta di “raffreddamento”, di antilirismo, di controllo emotivo e sentimentale, di distanza che a volte, in altre parti del libro, si allenta, ed è pur vero che, secondo l’autrice, “il linguaggio protegge dalle viscere”, pur con gli inevitabili dissidi con la “protuberanza linguistica”, con il fatto che non si può “imporre al cuore l’estetica del vuoto”, con la scrittura stessa quando è – diventa – “la scrittura che fu. La scrittura che fu guida”. Fino all’estrema ingiunzione: “Non scrivere. Le parole a un certo punto sono offese, pretenziose. Tutto sembra detto, stato”. Ingiunzione, come è ovvio che sia, non raccolta, è come accarezzare un pensiero della morte, del nulla, di rinuncia alla “relazione di parola”, per poi ritrarsi, in una vitale resipiscenza. Ed è quasi ovvio, vista la formazione di Gorini, trovare in questi assunti tante eco psicanalitiche, e una voce interiore principale e assoluta, quasi un animale guida (come la scrittura, ricordate?): la lupa, “la lupa parola”, la lupa che “trasmette via voce”, che “mostra parole random” (e la parola, come sappiamo, non è mai casuale), che “è decisione, squarcio”, che magari “poi ferisce, non è logica di cuore” (e il cuore, come diceva Pascal, ha le sue ragioni). Continua a leggere

Poeti dalla Romania 1: Daniel D. Marin

Daniel D. Marin - Poesie con gli occhiali, Ed. Ensemble, 2024Daniel D. Marin – Poesie con gli occhiali, Ed. Ensemble, 2024

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Un poeta particolare, una poesia particolare. Ironica, surreale, a volte non sense a volte Oulipo, quando serve, quando cioè, come annota Ștefania Mincu nella prefazione, le poesie di Marin “non rimandano a un senso, ma alle stesse possibili formule del senso”, mettono in atto “finzioni date per vere”, con personaggi (o personae, direi) che “non attengono all’epico, ma sono puri segni coinvolti in modo bizzarro nel quadro situazionale delle proprie maschere fittivo-introspettive”, nel tentativo, molto attuale, di “usare un linguaggio gestuale-iconico, creare tra l’emittente e il ricevente uno spazio di percezione particolare, una mediazione non verbale”. Il che significa, riducendo il linguaggio specialistico e un po’ criptico di Mincu a qualcosa di più “digeribile”, che Marin cerca di non fare tanto un gioco di metafore, con i suoi personaggi che alludono a qualcosa di umano, alla Jean de la Fontaine, metaforizzando cioè il significato complessivo della “storia” che narra; tenta piuttosto di scalare il linguaggio iniettandovi per vie traverse ed ellittiche elementi del reale, in primis la sua assurdità, anzi – svelata con i suoi specialissimi occhiali – la sua “normale” assurdità. Per la quale non importa che il personaggio invece di un uomo sia ad esempio un coniglio di alabastro: è solo, come si direbbe in chimica, un accelerante.

Va detto però che il libro è radicalmente diviso in due parti, le prime tre sezioni (Poesie con gli occhiali, Madama civetta, Il coniglio di alabastro), nelle quali Marin esercita la sua fantasia surreale; e l’ultima, Il mondo in un chip, che personalmente preferisco di gran lunga, assai diversa per stile e contenuti, con testi anche molto buoni, che soprattutto non sono e non vogliono essere, a differenza dei precedenti, “molto assennati all’apparenza – se non addirittura puerili” (Mincu), che mostrano una concreta aderenza alla vita, alla realtà, alle dinamiche del mondo attuale, come si trova nella migliore poesia dell’Europa orientale (V. Holan, per citarne uno), e in qualche tratto anche una interessante aria “beat” (v. es. qui sotto Tra le crepe o l’ottima Il cane invisibile). E però da questa strutturale differenza tra le parti la raccolta non appare disunita, semmai va intesa come bipolarità di visione (come l’occhio di vetro del colonnello, v. sotto), come pluralità di registri, come alterità di prospettive che si riflettono sulla lingua, sulla parola, che in Marin è sempre concreta anche quando surreale, spesso ironica o giocosa, sempre “utile” e evidente come una buona lente di ingrandimento. (g. cerrai) Continua a leggere

Jacques Réda – Poesie

Jacques Réda - Di Pkobel - Opera propria, CC BY-SA 4.0Il 30 settembre scorso è morto a Hyères, dove risiedeva da tempo, il poeta, critico musicale e saggista francese Jacques Réda, considerato in patria uno degli autori più significativi del secondo Novecento. Per l’occasione ripropongo il post che gli avevo dedicato quasi dieci anni fa, sul vecchio sito di Imperfetta Ellisse, accompagnato da alcune mie traduzioni. (g.c.)

Jacques Réda (Lunéville, 1929) è un poeta, critico musicale e saggista  francese. Ha diretto la Nouvelle Revue Française dal 1987 al 1996. Oltre ad essere noto come inventore del verso di quattordici sillabe, che – dice – deve essere letto a voce alta, come tutta la poesia di cui valga la pena, Réda è considerato uno dei maggiori poeti francesi d’oggi. È anche autore di racconti in prosa e grande amante della musica, in particolare del jazz. È membro del comitato di lettura delle edizioni Gallimard. Collabora regolarmente a Jazz Magazine dal 1963. Ha pubblicato svariate opere sul jazz, tra cui L’Improviste (L’improvviso, 1980) che propone una lettura sensibile e poetica di questo fenomeno musicale. E’ autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Cendres chaudes (1955), Amen (1968), La Tourne (1975), Hors les murs (1982), Sonnets dublinois (1990) e svariati altri, molti dei quali ispirati dalla città di Parigi e dall’osservazione dell’ambiente circostante, che ama attraversare in treno, in bicicletta o anche a piedi, raccogliendo le suggestioni anche le più umili di un mondo percorso a piccola velocità. Réda cerca nella casualità di incontrare qualcosa di apparentemente insignificante ma che riveli poi non solo una nascosta bellezza, una “meraviglia” inattesa, ma anche un significato più profondo, più universale. E’ questa l’ispirazione fondamentale della sua poesia, che appare di una voluta semplicità, lineare, diretta e comunicativa. Réda ha vinto il Grand prix de poésie de l’Académie française, il Prix Goncourt de la poésie, il Prix Roger Kowalski-Grand Prix de Poésie de la Ville de Lyon. È quasi del tutto inedito in Italia. (continua a leggere QUI)