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Renzo Franzini – Mappale dei cammini

Renzo Franzini - Mappale dei cammini - LietoColle Ed., 2017Renzo Franzini – Mappale dei cammini – LietoColle Ed., 2017

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Il riordino della libreria di casa riserva sorprese e rammarichi. Le prime riguardano i libri che non ricordavi di avere e che magari hanno avuto qualche importanza nella tua vita; gli altri invece i libri che sono caduti senza colpa nel dimenticatoio, persi nel caos dei saggi, degli invii, delle proposte di lettura a cui è arduo tenere testa. Uno di questi è il libro di cui parlo brevemente oggi, speditomi – ed è una delle ragioni del rammarico di averlo perso di vista – su consiglio di una poeta che apprezzo, un’amica, Elia Malagò, accompagnato – altra ragione di rammarico – da una gentile lettera scritta a mano dall’autore che a quanto pare all’epoca non fu sufficiente viatico. Cerco oggi di recuperare in qualche modo.

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Il Mappale di Franzini è una raccolta dei versi scritti giornalmente dal Settembre 2013 al Settembre 2014, prosecuzione naturale e conclusione, mi dice l’autore, di un volume uscito nel 1999 per Campanotto, Le luci, prima parte di quello che Franzini – e questo è già interessante – chiama un poema. Un termine, diciamolo, già abbastanza inusuale qui da noi, ma che rende bene l’idea organizzata che sta dietro questo lavoro, il suo respiro complessivo, e soprattutto la consapevolezza di una sua intrinseca unità, di cui cercheremo di parlare.

Sembrerebbe infatti che lo scrivere qualche verso (a volte pochi, a volte molti) ogni giorno per un anno conducesse ineluttabilmente a una frammentaria “occasione”, alla piccola epifania quotidiana. Tuttavia, in una breve nota introduttiva, l’autore ci dice che il suo sforzo è stato quello di “nulla scartare nella tensione tra caso e disciplina”, che è, mi pare di capire, la bella disposizione d’animo di chi accoglie l’evenienza e la trasforma con maestria in un segno.

Franzini si mette in cammino, in un certo senso proprio alla ricerca di quel “caso”, che è ovunque, tanto più forse nei luoghi famigliari, domestici, in cui certo si aggira un genius loci su cui è possibile fare affidamento, insomma una identità in cui riconoscersi. È il basso corso del Po, la Bassa tra Reggio e Mantova, dove mi pare che Malagò e Franzini si incontrino e si riconoscano, l’una di Felonica, l’altro di Guastalla, nel reggiano, qualche chilometro più a monte. Come scrissi per Elia, anche qui la prima evidenza mi sembra che sia “il richiamo forte e presente ad un territorio concreto, quella specie di plat pays sulle rive del Po […] che è il suo, che è reale ed ha insieme […] un senso tropico, traslato, un significato esteso che travalica quello puramente oggettuale, ovvero luogo dell’anima e canovaccio di storie, terra di continuità e radici però senza strapaese e senza mitologie, ma semmai abitato da lares attuali, da un “adesso“ persistente che lo preserva”. Ma non voglio stare a far paragoni, né ci interessa parlare di affinità tematiche, di areale poetico. Certo qui in Franzini c’è anche (o c’è in misura maggiore) un senso mistico, una ricerca del sé che risiede proprio nell’idea di cammino, una cosa che nella sua poesia sta (e sta bene) tra il pellegrinaggio, il voyage autour de sa chambre (perché in fondo non ci si allontana mai molto da dove siamo nati), una flânerie equamente divisa tra Benjamin e Walser, ma sempre in attesa di una visione (“camminiamo ci / perdiamo sottratti dalla incredulità”). Tanto che qualche volta la concretezza delle cose, la loro nominazione, sembra fare un passo indietro a favore del pensiero meditante, della riflessione quasi assorta del camminatore (“meditando la terra si improfonda”). Spesso il cammino di un giorno si condensa in un pochi versi (o uno solo), una considerazione indiscutibile e a volte oracolare come un I-Qing (“la luna affonda nel lato destro della notte / tempo di diserzione e di / ritiro”), altre volte si distende come se le suggestioni riportate avessero bisogno del respiro della parola.

C’è forse l’illusione, anzi la speranza di qualcosa di “sicuro” perché immutabile come il tempo, e però minaccioso poiché l’immutabilità non permette alcuna catarsi, perché “l’immobile mondo specchia l’immobile universo”. E forse la tragedia umana sta qui, nell’essere una coscienza peritura, non infinita, un essere “abraso dal denso indifferirsi della noia”. Allora il diario, il mappale dei cammini è uno strumento inventato dall’uomo, uno strumento di misura del tempo stesso, giacché “la stesura di un diario si prova a patteggiare con la morte / un frammento di ulteriore dilazione”. Ecco, la morte, il nucleo centrale del pensiero di un peripatetico, esito di un simbolico cammino attraverso due “oggetti” inaggirabili come la natura (per quanto famigliare e antropizzata come quella sotto casa) e il tempo, dilazionabile solo in quanto soggettivo, memoriale, esperito come intendeva Bergson. Questo attraversamento non è passivo, per quanto possa essere connotato da “una pigrizia attesa volenterosa”, da una “grande lentezza di sé”, anzi sembra costantemente verificato, anche culturalmente, basti pensare a quanto riecheggia, in chi scrive e in chi legge, anche un unico verso (di un unico giorno) quale “lascia le cose vadano via nello stile leggero della mutazione”. E sembra anche non indulgente, nemmeno nelle sue espressioni più lirico-elegiache, perché anche quando “il tempo non ha resto” o aleggia sul camminatore una metaforica perturbazione c’è spazio per un elemento di resistenza, un ricordo, qualcosa che vale la pena di annotare e, quindi, di fare esistere nella coscienza.

È chiaro che c’è una sfida nello scrivere qualcosa per un anno intero, ogni giorno. Una sfida e forse una fede nel potere della scrittura, ma anche una grande fiducia in quello che possiamo chiamare vagamente l’ispirazione, nel poter rinvenire qualcosa di “poetico” o qualcosa che sia possibile “trasformare” poeticamente. Ne deriva forse, in qualche passo, una “fatica”, specie dove quello che si presenta al poeta resta oggetto per il poeta stesso, una relazione fattuale, non emotiva (ma “siamo forse anche noi oggetti per gli oggetti”). Ma va anche detto che nella stragrande maggioranza dei casi (e qui si nota viceversa un impegno in tal senso) è raro trovare un io centrale in questi testi, come un procedere in punta di piedi nel cammino, senza invadenze, senza egoismi. È in questo atteggiamento quasi da pellegrino che forse sta l’aria mistica che talvolta traspare da questa raccolta (e del resto Franzini lo dice chiaramente: “occorre una etica della attesa una pratica dell’ozio una / fisica della immobilità sotto l’egida della contemplazione”). E procedendo il tempo e i testi si dilatano, assumono lo spessore di un confronto anche con sé stesso, il flâneur, man mano che ci si avvicina al traguardo, cede il passo ad un osservatore del proprio persistere in una realtà che può essere certo “disillusa” rispetto al sogno (e quindi alla vita interiore) ma che, insieme “monocroma” (cioè unica) e di “poche cromie” (cioè combinatoria), si muove “dentro la materia complicata”. Franzini sa di non essere solo ciò che percepisce o è percepito, e nemmeno solo ciò che pensa, ricorda, riconosce nel consueto ambiente, verso il quale forse ha un debito di appartenenza. Sospetta anche che, proprio nel momento in cui lo registri e lo “riscrivi”, qualcosa di questa realtà ti sfugge. La sua scrittura, che cerca di rendere precisa e più limpida possibile, serve a raccogliere più che può, come in un crivello da cercatore. Ed è con questa determinazione che intraprende ogni giorno il suo cammino. (g. cerrai)

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Il libro, purtroppo oggi fuori catalogo, è tuttavia reperibile QUI, nella Biblioteca di Rebstein, grazie al lavoro meritorio dell’amico Francesco Marotta, recentemente scomparso. È una buona occasione per leggerlo. Pubblico solo qualche testo esemplificativo tratto dalla prima metà del libro, rimandandovi per il resto della lettura al link indicato. (g.c.)

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Francesco Tripaldi – L’individuo superfluo

Francesco Tripaldi - L’individuo superfluo - Ronzani Ed., 2022Francesco Tripaldi – L’individuo superfluo – Ronzani Ed., 2022

 

Tripaldi, lucano di Tricarico, classe 1986, avvocato specializzato in protezione dati, è con questo libro alla sua seconda raccolta, dopo Il machine learning e la notte stellata (Lietocolle, 2019), che purtroppo non ho letto, a parte qualche estratto apparso in rete. Ma in quest’ultimo di certo c’è molto della presenza tecnologica che quel titolo sembrava supporre nella sua antinomia tra Turing  e Kant, tra la macchina e l’uomo e il suo ethos. C’è in quanto rappresentazione di un vuoto che in qualche modo in natura deve essere riempito, nella misura in cui l’individuo di cui parla il titolo non viene tanto per così dire espulso da un contesto, ma tende a diventare superfluo motu proprio. Voglio dire, se l’uomo recede, batte in ritirata, una diversa natura, sia essa tecnica o comunque artificiale, tende a prendere il sopravvento. Tripaldi in questo senso mi pare ce la metta tutta, come uomo e poeta. Intanto diciamo che il lavoro di Tripaldi si inscrive a pieno titolo in una poetica della crisi che dura ormai da un trentennio, ma che nel frattempo ha perso per strada quanto meno la sua carica di critica politica del mondo, della sua complessità e del come in questa complessità l’uomo  navighi. Parlo di critica politica (in senso lato, come habitat del cittadino) perché, per quello che può valere all’interno del discorso poetico, una critica del mondo non manca nei versi di Tripaldi. Magari sotto forma di ironia, magari sub specie di torsione della lingua, di gioco di parole che mette in mora una certa sintassi delle cose, di inserto culturale (citazioni, riferimenti, altro, a volte puramente nominalistici), di espressionistici quadri sociologici  alla George Grosz (v. es. La iena ridens piange), di accumulazioni sintattiche che tentano una mimesi del caos (ma con le accumulazioni bisogna essere bravi davvero). In effetti Tripaldi padroneggia bene la sua lingua, soprattutto sui temi che più gli stanno a cuore, sebbene tenda a un certo barocchismo, o quanto meno ad un effluvio verbale non sempre funzionale, come nei testi in prosa che intercalano la raccolta, che danno l’idea sia di essere dilatabili a piacere, e quindi irrelati,  sia di essere confezionati secondo una ispirazione per così dire randomizzata, legata cioè a volte al caso, ad una certa accidentalità verbale, a volte all’ovvia successione del pensiero, insomma, per citare l’autore, “storie vere[,] quelle che fanno scintille ma non riescono a scoppiare”. Tuttavia l’effetto complessivo che ne esce è interessante, coagulandosi qualitativamente in alcuni (non moltissimi) testi di rilievo, come la malinconica, forse leggermente scontata ma vera L’immortalità dell’identità digitale (v. sotto). L’impressione generale che se ne trae è che Tripaldi sappia di cosa sta parlando, ma che non se la senta di scendere più in profondità, in certi inferi in cui l’individuo superfluo è abbandonato da solo, preferendo in certi casi un’arrabbiatura verbale un po’ beat, ma non sufficientemente crudele, per dirla con Artaud (che poi come sappiamo vuol dire – anche – sacrificio del superfluo di una lingua). Anzi, spesso c’è una rilevante componente di gioco, che è divertente di certo, cosa che a suo modo (ovvero in modo diverso), può costituire un valore a patto di ricordare che la carica “eversiva” del divertissement, del paradosso, dello sberleffo ha un limite, specie per un lettore che nella sua testa deve leggere, deve “performare”, il testo a modo suo. Ecco, appunto: mi pare che molti di questi testi siano stati scritti per un palco più che per un libro, per uno slam o roba del genere, o  almeno dovrebbero esserlo. Certe poesie sarebbero da urlare, o almeno dovrebbero esserlo, in un ambito in cui la ripetizione, o l’innamoramento per una formula (“a questa poesia va aggiunta l’IVA”) avrebbero la loro giustificazione. Il che non è insolito, fa parte anzi di una scelta plausibile nel ventaglio delle tendenze della poesia nostrana, della sua comunicazione. Comunque sia, al di là dei bit, dei server che conservano la nostra identità, l’individuo (che è l’autore) che esce da questi versi appare essere una specie di flâneur tecnologico e postmoderno però ben inserito, contemporaneo, urbano, qualcuno in fondo non tanto superfluo, semmai in qualche modo funzionale testimone intento a inventariare i sintomi più che le cause di una complessità (compresa quella dei rapporti interpersonali) non governabile. Più che una protesta è un presa d’atto, un ubi consistam condiviso da molti autori della generazione di Tripaldi, per i quali la realtà è (e forse non può essere altrimenti) una rappresentazione dolente ma frammentaria del presente. Se c’è un’ E-tica in questa E-poca, ci dicono, è quella di una seppur parziale presa di coscienza di questa realtà. Forse col tempo ne potrebbe uscire anche una praxis. (g. cerrai)

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Antonio Gamoneda, da Canzone erronea

Antonio Gamoneda Lobón (Oviedo, 1931) è considerato quasi unanimemente uno dei maggiori poeti non solo spagnoli ma dell’intera letteratura ispanofona. Pur appartenendo anagraficamente alla cosiddetta “generazione del ’50” (quella per intenderci di Goytisolo, Gil de Biedma, Hierro, Crespo e baltri), Gamoneda ha sempre seguito un suo particolare e personalissimo percorso che lo ha tenuto in sostanza lontano sia dalle correnti poetiche degli ultimi anni del franchismo sia da tendenze di tipo sperimentale, mantenendo un legame stretto con la tradizione, tuttavia con un occhio alle esperienze della poesia europea, tra Lorca, Quevedo e l’espressionismo di Trakl, come ha notato qualche critico. Per Gamoneda la poesia “è arte della memoria nella prospettiva della morte”, e non è difficile verificare questo assunto leggendo le sue poesie, nelle quali la scrittura non è mai superficiale, ma anzi attinge a profondità di significato rare, illumina di lampi i recessi più oscuri dell’animo del poeta, la sua visione consapevole, disillusa della vita, della morte, dell’amore, della vecchiaia, del corpo come segno e residenza mutevole dell’essere. Vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Premio Castilla y Leon de las Letras, nel 2006 ha ricevuto i due riconoscimenti più prestigiosi per la poesia ispanica: il Premio Reina Sofía e il Premio Cervantes. I testi qui riportati sono tratti da Canzone erronea, Lietocolle 2017, traduzione di Roberta Buffi. Continua a leggere

Micol De Pas – Quello che so di me, nota di Fabio Prestifilippo

Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)

 

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Il titolo di questa interessante silloge sembra un viatico verso quello che l’autrice ci offre di sé, ma in verità è solo un’affabulazione affascinante. Micol De Pas è nata a Milano dove vive e lavora. Giornalista, si occupa di musica e letteratura, passando per l’arte e l’architettura. Ha tre figli, un gatto, una laurea in filosofia, due libri all’attivo da ghostwriter.

La caduta nella noia di ogni lirismo di matrice diaristica non si consuma unicamente nell’immediata risposta a un sé richiestivo; è nella convinzione che il compiacimento della propria trascurabile e dolorosa esistenza possa produrre letteratura di qualità che si manifesta nella sua forma più comune e insopportabile . Il lirismo di matrice pretrarchesca, la bellezza della vita di Emily Dickinson raccontata in versi, una certa insistenza nelle poesie di Carver, ci dimostrano come al di là del godimento solipsistico si possa aprire il tragitto verso la scrittura letteraria, ed è tale quando parte dall’io per giungere al grande Altro.

La differenza sostanziale tra una silloge improntata sui capricci di un io nella sua veste di elemento di confine e una riflessione sviscerante, che apra all’altro la verbosità dell’inconscio, sta nella scelta linguistica, più semplicemente nella possibilità simbolica che si vuole dare al linguaggio. In questa prospettiva l’indagine di Micol De Pas amplia i suoi orizzonti sino a giungere in un’abitazione dell’io che è differente – data l’ambiguità di cui si accennava in principio – da “quello che so di me”. Non dover interrogare la veridicità di quel saper è una delle grandi qualità di questo testo.

La morsa dell’io – di quell’io convinto d’essere padrone in casa propria – è allentata se non addirittura inesistente; nella silloge della De Pas non è “la speculazione sul soggetto” il motore psichico trainante piuttosto un frizionamento tra il metodo con cui l’autore organizza il soggetto narrativo o scenico, in modo da svolgere sul lettore o sullo spettatore un’opera di persuasione (affabulazione)¹, quello che si intravede del vero racconto (quello che so di me) e le sorti del linguaggio (la poesia). Quello che si intravede del vero, chiariamolo, è un reale quasi tangibile: “Perchè era giorno / ancora / quando sei morto / pieno di veleno nel corpo / morto prima di te / marcio / di piaghe / piscio feci bava”, eppure riesce ad essere quella rottura dall’appiattimento linguistico che la poesie sa esperire: “qual è quell’uomo che muore neonato / e sa dar voce ai suoi pensieri adulti? / La notte è più chiara del giorno / se a definirla sono stelle immobili”. Continua a leggere

Luca Bresciani – Linea di galleggiamento, nota di Claudia Mirrione

Luca Bresciani - Linea di galleggiamento - Lietocolle & Pordenonelegge, 2020Luca Bresciani – Linea di galleggiamento – Lietocolle & Pordenonelegge, 2020

.Nota critica di Claudia Mirrione

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La raccolta Linea di galleggiamento di Luca Bresciani è stata pubblicata quest’anno per LietoColle e pordenonelegge.it nella prestigiosa Collana Gialla che, come detto nella nota che precede la silloge, ha lo scopo “di promuovere e diffondere l’opera di alcuni autori già conosciuti (…), accompagnandoli nell’edizione di una loro prova significativa”.

In effetti, con Linea di galleggiamento abbiamo a che fare con una prova poetica significativa, una voce cristallina tendente all’equilibrio e alla salvazione esistenziale, psicologica ma anche spiccatamente morale, messaggio che è già implicito nel titolo della raccolta.

Tanti elementi colpiscono in Linea di galleggiamento. Il primo che ha colpito me è l’interazione tra soggetto, oggetti e situazioni, ma soprattutto il messaggio che il poeta ne trae e cede al lettore come restituzione della propria riflessione. Come dice Paolo Maccari nella Postfazione, in Linea di galleggiamento “la realtà è perlustrata nelle sue emergenze più minute – piatti, tovaglie, ciabatte – ma il catalogo che ne deriva non è abbandonato all’implicita luminescenza semantica del singolo oggetto: nel giro breve dei testi si assiste sempre a una interferenza meditativa (…): il pensiero si cala tra le cose, ne partecipa con la sua provvisorietà e con l’ardore delle sue interrogazioni”. Quello che dice Maccari è pienamente rispondente a quanto avviene nella poesia di Bresciani. Non possiamo commentare le singole liriche, ma possiamo offrire qui una riflessione critica per dare un’idea di come esse per lo più si svolgano. Prendiamo ad esempio la prima lirica, splendida, che ci offre la struttura-base da cui si sviluppa la poesia di Bresciani:

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Le mani accecate dal sapone

non sanno chi andranno a salvare

se un coltello o una tazza

l’appetito o la pienezza.

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Meglio una fitta nell’equilibrio

che la fermezza nell’abbandono

e si deforma lo scolapiatti

per accogliere tutti. Continua a leggere

Fabio Prestifilippo – Abitare la traccia

Fabio Prestifilippo – Abitare la traccia – Lietocolle & Pordenonelegge, Collana gialla, 2019
Quinta proposta nella Collana gialla nata dalla collaborazione tra Camelliti e Pordenonelegge, questo di Prestifilippo è libriccino di una quarantina di poesie o poco più, in genere brevi e brevissime come si conviene a delle tracce, e di veloce lettura. Sì, tracce, ovvero particole di quella che sembra essere una storia, almeno nel senso di serie di fatti, non necessariamente in sequenza, che in qualche modo sono diventati poeticamente memorabili, o meglio registrabili. La quale storia è contraddittoriamente – e forse giocoforza – divisa tra sviluppo e frammentazione, tra fili spezzati e fili riannodati di indizi che ti rimandano al “fatto”, tra analisi del particolare e proiezione verso l’universale, verso considerazioni che (e potrebbe essere altrimenti?) riguardano un po’ tutti. L’esergo di Carver potrebbe comodamente rimandarci ad un minimalismo per così dire originario. Non è questo il punto ma se un esergo sta ad indicare una qualche affinità, allora questo libro rappresenta uno sforzo di ricordare “qualcosa” partendo dalla constatazione che è difficile farlo (“Stai cercando, col sole in faccia./ Ma non ricordi./ Onestamente non ricordi”, dice Carver) e forse dalla consapevolezza che la memoria è solo una serie di parziali affioramenti, scampati magari all’azione di quell’oblio selettivo o di quello profondo di cui parla P. Ricoeur. Una memoria che in qualche modo va riposseduta, come una casa per troppo tempo disabitata. Non è un caso che, fin dal titolo, si parli più volte di “abitare” (anche per via passiva, abitati dall’odio, dal nulla), abitare queste tracce, abitare il sesso, un luogo, la morte e anche disabitare (riferito in questo caso solo all’umano, nel senso di una incapacità o incompletezza). Ma memoria di che?, ci chiediamo. In teoria dovrebbe soccorrerci la poesia di apertura, una specie di singolare esplicitazione di intenti, nella quale si spiega che “l’eroe scintillante è Saul / il luogo in cui ucciderà suo padre / sono le pagine di un libro, / il titolo del libro è abitare la traccia”. Dunque dovremmo partire da questa indicazione piuttosto perentoria, per quanto il riferimento a Saul, se restiamo a vecchi ricordi biblici o alfieriani, ci rimanga oscuro. E però la domanda – che è una domanda valida, almeno finché un qualche significato o una “risposta”, non necessariamente esplicita, non emerga – resta. Perché la storia c’è, deve esserci, e in effetti il secondo testo del libro ci dice che “si comincia da qui // ma di tutte le storie sommerse / nel guano della memoria / questa è di gran lunga / la più infame”. Tuttavia i passi successivi ci portano ad una serie di testi in cui francamente è difficile trovare indizi di questo parricidio, per quanto metaforico, o almeno tracce, sentori, macchie, immagini latenti di un dramma che l’aggettivo “infame”, cosi assoluto, affaccia. Diciamo che c’è un salto notevole tra il preambolo dei testi citati e lo sviluppo nei susseguenti, ed è un problema, per così dire, di coerenza narrativa (visto che è proprio Prestifilippo a parlare di “storie”, anzi circa a metà del libro scrive “e giunti al luogo mediano / della vicenda / non rimane per noi…”). E’ questo, a mio avviso, il punto critico principale del libro, che non ha niente a che vedere con la capacità di linguaggio del poeta, la sua abilità prosodica. E’ semmai, del libro, uno di quei punti deboli che l’autore si autoinfligge, perché mi pare sia alla ricerca di una rarefazione della scrittura, di un sottintendere o accennare che di per sé non è detto garantisca la polisemia tipica del linguaggio poetico o una poeticità patente, non è detto che “trasmetta” qualcosa di condivisibile al lettore, rischia in altre parole di “parlare per sé”, là dove esprime una eco che risuona quasi solo nella memoria del poeta. Ne sono un esempio, per quanto parziale, gli “io” e i “tu” (e anche i “noi”), siano essi espliciti oppure impliciti nelle forme verbali, che si rinvengono nei testi e che realizzano un dialogismo ambiguo (non solo l’ambiguità novecentesca del tu come alias dell’io) soprattutto perché la necessità (dell’autore) di mantenersi in un limbo indefinito, allusivo – e quindi crepuscolare – , o parasimbolico provoca nel lettore una indecidibilità soggettiva, una difficoltà di collocazione all’interno della “storia”. In altre parole essi spesso non hanno una funzione deittica vera, cioè non “collocano” in una dimensione, in un contesto situazionale, proprio per le ragioni appena dette. Un esempio in tal senso lo si trova subito nel quinto testo della raccolta (“Il corpo lo sentivi / come il ricordo di un stanza vuota, / fresca di gesso, bianca…”) dove appare improvvisa una seconda persona singolare tanto “ambigua” quanto irrelata rispetto alle “informazioni” (es. corpo di chi?) che il testo stesso o quelli precedenti ci forniscono.
Diciamo che questi mi sembrano essere i punti critici principali del libro, alcuni aspetti dei quali forse avrebbero potuto essere risolti con un buon editing, tenendo in debito conto che, come ho già detto, la giusta ispirazione di Prestifilippo potrebbe meglio incontrarsi con l’abilità di versificatore che certo possiede (un esempio: Le isole di Langerhans, l’ultima poesia del libro, dove lirismo, adesione alla realtà e coinvolgimento emotivo sono di un altro livello). Punti critici che comunque, occorre rilevarlo, sono interessanti in quanto hanno un loro carattere comune e condiviso con diversa poesia attuale, sono insomma emblematici da una parte di una maniera un po’ rattenuta di porsi nei confronti dell’esperienza personale tuttavia vista e sentita come “esemplare”, dall’altra di un atteggiamento nei confronti di una scrittura forse troppo sottintesa, depotenziata, un po’ frenata, come alla ricerca senza rischi di un’aura di immediata riconoscibilità poetica. (g. cerrai)

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