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Elena Zuccaccia – Sotto i denti

Elena Zuccaccia - Sotto i denti - Pietre Vive, 2023Elena Zuccaccia – Sotto i denti Pietre Vive, 2023, con illustrazioni di Pierpaolo Miccolis

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Nistagmo cinetico, mi è venuto da pensare leggendo i primi testi di questo libro. Che è, come si sa, la naturale oscillazione degli occhi di chi osserva un paesaggio dal finestrino del treno, nel tentativo di inviare al cervello un’immagine coerente. Qui, in queste poesie, il movimento dello sguardo (anche mentale) non è tanto orizzontale quanto, direi, esercitato su un piano sagittale, che attraversa, indagando. Sono quelle strane associazioni che solo la poesia, nella sua peculiarità, riesce a suscitare: non hanno un gran valore critico e non è detto che siano esatte, ma tant’è.

Libro interessante, di buona ed immediata scrittura, che prende il titolo da un sintagma ricorrente, “sotto i denti”, qualcosa di prensile, in un certo senso di avido o – per dirla con Geninasca – di “molare”, ovvero relativo a un codice comune, condiviso, di sapere diffuso, consumabile, (“dai struttura umana ai giorni / li fai carne su cui affondare / parola per parola i denti”, c’est à dire com-prensione, smembramento, ricomposizione per via di linguaggio). E che si sviluppa in tre sezioni (nel quadro, nel buco, sotto i denti, con relativi sottotitoli, vedi oltre) in cui l’autrice sostanzialmente organizza uno spazio, che non è solo poetico ma anche dimensionale, oggettivo, uno spazio tra sé e la realtà circostante, per quanto possa apparire minimale/metafisica; uno spazio tra sé e l’altro (compresa la relazione affettiva) per quanto possa essere, appunto, un “buco”; uno spazio della assenza, della mancanza, del desiderio di ritorno, dell’ipotesi, del cercarsi “in quest’altra / linea del tempo / dove la vita si confessa”, per quanto possa essere una nostalgia immedicabile. Continua a leggere

Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti – L’arte di allacciarsi le scarpe

Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti - L'arte di allacciarsi le scarpe - Pietre Vive Ed., 2022Alessandro Silva Ferrari / Federico Galeotti – L’arte di allacciarsi le scarpe – Pietre Vive Ed., 2022

Ho già parlato in questo spazio del lavoro poetico di Alessandro Silva  in due occasioni su cui torneremo più avanti perché in diverso modo sono utili per capire qualcosa dell’autore. Ma intanto diciamo di questa ultima fatica, equamente condivisa con l’artista Federico Galeotti, disegnatore e illustratore autore di diversi libri nei quali la poesia e i poeti (Baudelaire, Poe, Blake) sono stata affrontati graficamente. In questo caso sono i versi di Silva a fare da contrappunto testuale alle tavole di Galeotti, in uno scambio di significati reciproco.
Il libro prende spunto dall’evento catastrofico avvenuto nel 2011 in Giappone, a Fukushima, dove la centrale nucleare venne severamente danneggiata da uno tsunami scatenato da un terremoto, compromettendo l’ambiente e la vita delle popolazioni con gli elementi radioattivi liberati dall’incidente, e causando decine di migliaia di morti. Un fatto di cui ancora ci ricordiamo e che tuttora ha effetti a livello planetario.
Non è un tema da poco, se lo si vuole affrontare con un mezzo “fragile” come la poesia, per quanto efficacemente sostenuto dalle immagini. Tuttavia Silva non è nuovo a impegni del genere, cioè a una poesia che sia insieme “civile” e drammaturgica, lirica e a suo modo cinematografica, con una storia individuale e tuttavia collettiva e con un suo epos. È un tipo di sfida che lo affascina, poiché nel 2016, sempre per Pietre Vive, aveva messo mano, tentando – come dicevo allora – di farne un poema (come adesso), alla vicenda tragica e ancora irrisolta dell’Ilva di Taranto, nel libro L’adatto vocabolario di ogni specie (v. QUI). Sfida già impegnativa per il fatto che si trattava di un’opera prima. Anche lì c’erano tavole di corredo, opera di Giovanni Munari, a supporto di una storia, di un racconto di vicende dolorose, di protagonisti in varia misura vittime di un disastro ambientale. Anche questo libro mi pare risponda a un’attitudine di Silva, che è in fondo quella di un’attenzione acuta e un po’ dolente verso “il mondo, quindi, come un catalogo permanente”, come cita l’esergo di Edoardo Sanguineti (presente qui, mi pare, anche con altre ispirazioni); ma le similitudini mi sembrano finire qui, per ragioni che è utile sottolineare. In questo ultimo libro, intanto, Silva fa una precisa scelta di linguaggio, o addirittura di riposizionamento rispetto alle precedenti scelte stilistiche. Nel Vocabolario la linea era quella descrittivo-lirica, in tono narrativo, con accenti di critica sociopolitica filtrati dalla saltuaria apparizione di un io compartecipe, un io personaggio che ogni tanto dava dolente voce alle vittime come un corifeo, le scene erano nette, discorsive, i fatti avevano una loro evidenza poetica come episodi esemplari. 
Silva sceglie di scrivere una sua Terra desolata, di giorni quasi uguali a sé stessi di persone normali, di piccoli eventi, di vita ordinaria di gente che prende l’autobus, di simboli del quotidiano come delle semplici scarpe o un gatto che attraversano tutte le scene, mentre qualcosa là fuori sta succedendo. E sceglie di scriverla con un linguaggio altro e distante dalla sua prima prova, ma anche da altre sue cose più personali, più intime o più liriche (v. QUI), una lingua poetica dal piglio sperimentale di una certa efficacia e di non poca inventiva lessicale, ma che porta con sé e trasmette un senso di oscura allusione, d’indeterminatezza, di chiusura ermetica riguardo a ciò di cui sta parlando. Tanto che se avessimo il solo testo forse non emergerebbe agevolmente il tema, l’occasione, il luogo, la denuncia se non con la sinergia con le tavole di Galeotti (che, sia detto per inciso e forse i meno giovani lo riconosceranno, in certi modi e tratti mi ricorda lo splendido Eternauta di Oesterheld e Solano Lopez), che tanto più funziona quando il verso, ma non sempre, diventa lettering del disegno, cioè si innesta in esso, nella sua rappresentazione. E questo va bene, se si considera – come giusto che sia – questo libro non tanto una graphic novel atipica (e men che mai un manga come ha detto qualcuno) quanto un’opera visiva mista – come certe opere d’arte in cui concorrono al risultato materiali di diversa natura e consistenza, magari asincroni ma funzionali – con il testo che assume una funzione più tipicamente soggettiva (anche in senso cinematografico) e non necessariamente narrativa (quindi “interna” o interiore); mentre la grafica si accolla la funzione diegetica, di racconto, scenica, o di uno storyboard possibile, e di raccordo con un immaginario visivo (quindi “esterna”). Sono due codici che mirano alla descrizione di due entropie parallele, una diciamo privata l’altra pubblica. Tuttavia questa dicotomia tra testo, che evita qualsiasi didascalismo nei confronti dell’immagine, e l’immagine stessa che ricrea la cronaca per spezzoni, alla fine nell’architettura complessiva dell’opera funziona bene, facendone, al di là della cronaca stessa, qualcosa di emblematico del rapporto tra l’uomo, specie l’individuo, e l’ambiente, nel quale la natura incontrollabile trova nei guasti prodotti dall’uomo un moltiplicatore. E la scrittura di Silva, nel suo cupo andamento spesso tanto simbolico quanto a tratti surreale (specie nella formazione di certe immagini) o dichiaratamente onirico restituisce al lettore la sua angoscia, una densa atmosfera che sembra presagire comunque il disastro, qualunque disastro, questo e quelli futuri. (g.cerrai)

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Carlo Tosetti – La crepa madre

Carlo Tosetti – La crepa madre – Pietre Vive Editore, 2020Carlo Tosetti - La crepa madre - Pietre Vive Editore, 2020

Trovo sempre curiosi i libri in cui l’autore in qualche modo mette le mani avanti – o in fondo al libro, come in questo caso. Magari con un “Ammonimento” come il seguente:

 

A chi pensi che la Crepa
sia metafora, allegoria,
l’ammonisco che si inganna:
peculiare è che sia viva,
il suo istinto – che ho vissuto –
non fu sogno, né malia.

D’accordo. Inutile cercare di convincere l’autore che sarebbe come mettere in guardia sul linguaggio medesimo, sulla sua capacità eidetica anche al di là delle intenzioni di chi scrive. E del resto, oltre a questo, il lavoro di Tosetti già si presenta, fin dalla prime righe, come un singolare prosimetro narrativo, nel quale l’occasione è un fatto vero o veritiero avvenuto in un luogo vero (o – narrativamente – veritiero), là dove – cito dall’ Avviso che apre il libro – “le vicende narrate sono intreccio di fantasia e convinzioni attecchite nel substrato dei miei ricordi”. Ecco qua, con qualche piccola contraddizione. In altre parole, se non è metafora è, in certa misura, mito. La mitostoria di una crepa “viva” che nel tempo attraversa una casa, una città, un territorio (siamo dalle parti di Erba, vicino al Lago di Como), sembra tornare indietro sui propri passi, in un certo senso “guarire”, imparentata alla lontana ma con qualche significato con una brutta ferita che l’autore si è procurato da ragazzo e che in qualche modo li apparenta. La crepa, che poi appunto miticamente diventerà la Crepa, ovvero qualcosa con una sua propria identità, manifesterà il suo essere in un’estate con un frastuono dalla casa di fronte, quella dei vicini: “trovammo uno squarcio tremendo nel muro: partiva dal primo piano e irrompeva di sotto, nella spaziosa sala da pranzo”. Da questo evento parte la storia, della Crepa e della Casa (anch’essa mito – in buona misura  e per proprietà transitiva – in quanto ospitante l’evento).   Tra Storia e folklore (la Casa che è antica, la Crepa che ripara i suoi danni nelle notti di luna, entrambe destinatarie di inutili esorcismi, la Crepa che rumoreggia ma non fa danni, si muove per la Casa, la Crepa che si attiva col malumore degli abitanti della Casa, che rumoreggia, che è viva, “dotata di una sua petrosa e peculiare sensibilità”, che terrorizza i nuovi proprietari ecc.) la storia, intesa come narrazione, si dipana. Il tentativo di mettere mano ad una ristrutturazione della Casa  che la ospita scatena una reazione della Crepa che guadagna l’esterno, come in fuga, attraversa il paese risparmiando le case e la Chiesa ma non condutture, tubi, fogne, fili elettrici, si inoltra in campagna fino a giungere a pochi metri dal lago, dove si arresta, recede un po’, “dopo uno sbuffo da locomotiva esausta”. La Crepa, ci dice l’autore, è qualcosa di vivo e ancestrale collegato alla vita, perché fin dalla creazione del mondo è ciò che ha unito, più che separare, sigillando la crosta. La ricostruzione del paese e la riparazione dei danni relegano in seguito la Crepa madre nell’oblio, per tutti ma non per l’autore, memore di una misteriosa parentela tra di essa e la brutta ferita al ginocchio della sua infanzia, convinto del simbolo, la “forma” che essa rappresenta delle infinite ramificazioni della vita. Così col tempo alla fine chi racconta ritrova la Crepa, sicuro ormai che essa “è la manifestazione di una forza, una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura”, la ritrova e la riconduce come un docile animale, ripercorrendo a ritroso il vecchio cammino, riscrivendo le vecchie ferite, alla sua antica dimora.  Forse un movimento geologico, forse una manifestazione di una natura non necessariamente deterministica, ma comunque qualcosa non avulsa dall’uomo, che come ogni aspetto del mondo agisce il suo riflesso con esso.

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John Taylor – Oblò / Portholes

John Taylor - Oblò / Portholes - Pietrevive editore, 2019John Taylor – Oblò / Portholes – Pietrevive editore, 2019, postfazione di Franca Mancinelli

 
Apro con un certo ritardo (ma faute) il libriccino che John Taylor mi ha inviato alla fine dello scorso anno. Libriccino solo nelle dimensioni, come si conviene a certe botti piccole ma preziose (e John, che vive nell’Anjou, sa di cosa parlo). Il libro, come ricorda Franca Mancinelli nella postfazione, è la raccolta di frammenti di ricordi di un viaggio nell’Egeo fatto negli anni ’70 da Taylor, giovane studente di matematica, prima di decidere di vivere definitivamente in Europa e di darsi alla letteratura. Ricordi che sono emersi grazie ad una collaborazione artistica con l’amica Caroline François-Rubino, autrice di una serie di dipinti (“Hublots”) tra cui gli acquerelli (gli “oblò”) che illustrano la raccolta. Parlare di frammenti tuttavia è fuorviante. Giacché si tratta indubbiamente di una sequenza che andrebbe apprezzata senza soluzione di continuità, come un rullo di pellicola, sia nella traduzione di Marco Morello, sia se possibile nella versione originale in inglese. Una sequenza di sguardi gettati all’esterno di una “apertura” non meno di quanto il poeta li rivolga o li ritorni all’interno di un pensiero che quello stesso “esterno”, fatto di cangiare di luce e di elementi primordiali come il mare e il cielo, corrobora e sostiene. E per quanto il ricordo sia sempre un’emergenza affiorante, una sorta di scrematura del vissuto, tuttavia esso fa parte, anche nella poesia di Taylor ove spesso si addensa in bagliori fulminanti come un haiku, di una storia che inizia e si chiude, come ogni viaggio che si rispetti. E in effetti il libro è la sintesi di un viaggio per mare e insieme non lo è, nel senso che quanto intravisto dall’oblò non è tanto materico quanto metaforico, il cielo, la luce, i riflessi sull’acqua sono e non sono, tendono piuttosto ad essere un sublimato alchemico di una trasformazione che poi, come sappiamo dalla biografia di Taylor, si è concretizzata in una scelta di vita, in una rivoluzione dei suoi interessi personali (sono infatti “frammenti di un viaggio decisivo”, come mi ha scritto). C’è un tema e una visione, quindi. Riguardo ai quali si possono dire cose diverse. Ad esempio che ci sono certamente in questi frammenti delle “intermittenze tra vedere e visione”, come scrive Mancinelli (usando un termine proustiano certo non a caso), proprio nel senso materico/metaforico a cui accennavo prima, ma non sono tanto sicuro che si possa definire una “poesia fenomenica, che si attiene alle percezioni”. Credo, soprattutto alla distanza di anni da quegli anni ’70, che Taylor abbia operato in maniera più ragionata eppure creativa di quanto appaia, assumendo su di sé, come direbbe Paul Ricoeur, la responsabilità di immettere l’immaginazione del poeta nella distanza del tempo, superando i limite stessi della memoria, che è sempre “sfocata”, blurred. Scegliendo mezzi, segni, simboli, stile: la luce e l’arco che essa disegna nella notte (il cedere all’oscurità – il dubbio, forse l’angoscia -, il riemergere dall’oscurità – luce che torna, anche simbolicamente, forse decisione e svolta); gli elementi della natura (la cui visione è focalizzata dall’oblò) tratteggiati come primordiali, “nuovi” per il nuovo; la prosodia franta come un respiro corto e tuttavia ostinato che ben rappresenta lo sforzo che deve fare la parola, seppure poetica, per verbalizzare il pensiero, farne immagine raffinata. Ma senza la paura di non farsi comprendere dal lettore: John ormai da anni appartiene ad una cultura letteraria in cui il sottinteso non è affatto un non detto, un’omissione, ma l’offerta di una scelta di senso. Avevo già parlato di Taylor riguardo al suo libro L’oscuro splendore (v.  QUI), che tra l’altro comprende una sezione, “Onde” che mi pare proprio imparentata con quest’ultimo lavoro. In quell’occasione mi pareva di aver rilevato degli elementi che qui sono ulteriormente decantati, a cominciare da una intima accoglienza di tutta una tradizione poetica novecentesca, soprattutto francese, che rende familiari i suoi versi al nostro orecchio. “Come in un cerchio creativo – scrivevo allora – quell’ “incerto” nebuloso (che è in ultima istanza ricerca di senso) che John cerca di diradare con i suoi versi, è lui stesso che lo tratteggia per mezzo di una scelta appropriata di termini “blurred”, sfumati, deittici “vaghi” (…) che concorrono a dipingere questo “incerto” (vago, indefinito) e che, soprattutto a un lettore italiano, richiamano inevitabilmente certi stilemi, questi sì, del decadentismo, che tuttavia devono essere ricompresi in una matrice simbolista a cui tutta la poesia francese e europea attinge”. Da qui lo stile e lo sguardo di Taylor si sono ulteriormente affinati, procedendo verso una scrittura che tende ad essere assoluta (ab-soluta, sciolta) da sé stessa (un esempio: “stivare possibilità / sotto // la prospettiva”) cioè estremamente selettiva come lo sguardo stesso, pur essendo corpo inseparabile del corpo del racconto, parte di quella sequenza a cui ho accennato all’inizio (basta, nell’esempio citato, prendere in esame le tre parole chiave – stivare, sotto, prospettiva – e meditare su di esse per rendersene conto). Una scrittura di parole essenziali, “focali”. Lo scopo del viaggio, la sua risposta: “trovare la parole / un punto focale // ciò che hai imparato dall’oblò”. (g. cerrai)

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