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Pietro Roversi – Kaiser

È uscito, pubblicato da Arcipelago Itaca, l’ultimo libro di Pietro Roversi, Kaiser, di cui ho scritto la prefazione. La anticipo qui sotto, insieme a qualche testo.

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Di Pietro Roversi lessi e commentai sei anni fa il suo quarto libro, I pinguini dei tropici, stesso editore. Ne trassi qualche conclusione che forse potrebbe esserci utile anche ora, senza perdere di vista il fatto che questa raccolta che stiamo sfogliando è non poco diversa. Ma al di là delle differenze Roversi è un autore che non si smentisce, non rinnega innanzitutto il suo precipuo modo di vedere le cose, né il metodo (o lo stile) con cui le spinge e le tira fino a rovesciarle (non uso a caso questo verbo, come vedremo meglio). Ma appunto bisognerebbe intanto partire dalle cose, termine comodo in cui includiamo soprattutto degli “accidenti”, luoghi quasi topologici in cui quella che al poeta sembra una realtà notabile nel giro di pochissimi versi si torce e si ribalta come un nastro di Moebius. Succede tutto molto in fretta, nel pensiero poetante di Roversi: il lettore non fa in tempo a costruirsi visivamente un cantuccio riconoscibile (una casa, la cima di una montagna, una telefonata, o anche un’idea quasi banale) che subito si trova alle prese con una logica che deraglia non solo da una consecutio ma anche da una aspettativa di senso: il discorso non va come ti immagini, le cose (ancora il termine comodo) non si evolvono come ti aspetti, o forse non sono nemmeno più le stesse. L’effetto perturbante è assicurato, assumendo per perturbante «da una parte ciò che è familiare e piacevole e, dall’altra, ciò che è nascosto e tenuto celato, […] che doveva rimanere nascosto ma è venuto alla luce» (Freud). E però niente di angosciante per chi legge, perché Roversi vaccina il tutto con ironia (amara, forse feroce) e disincanto, la prima sostenuta anche da un frequente gioco di rime e assonanze, il secondo da un certo “dispitto” nei confronti dell’ordinario, del “va come deve andare”. Tuttavia al fondo di questo libro c’è una perdita, forse non sembrerebbe ma è così, una assenza, e soprattutto una rielaborazione per via verbale e poetica di questo “accidente”, come l’ho chiamato prima, e delle dinamiche che una scomparsa (del Kaiser, del padre, di questo si tratta) innesca con altri soggetti o proprio con quei segnacoli dell’esistenza che chiamiamo cose. Ma soprattutto con il soggetto stesso di questa scomparsa (e la morte, si sa, è anche una resa di conti). Ecco che il perturbante ci si ripresenta come “disordine” a cui la poesia vorrebbe provvedere, i gesti, i luoghi, le piccole manifestazioni della natura, la casa, perdono la loro staticità, si inquietano come atomi, suggeriscono nel giro di pochi versi una conclusione, quella sì definitiva, e quasi mai “ordinaria” o conseguente. Il fatto è, e Roversi lo sa benissimo, che di fronte agli eventi non siamo soli, e nemmeno liberi. Gli accadimenti, le persone circostanti, una certa inevitabilità del dopo continuano ad agire, come un effetto farfalla che agita un caos privato. In questo caos niente è “semplice” e tutto è emblematico. Così, ad esempio, (ecco, parliamo delle famose “cose”) l’osservazione del comune gesto (del padre?) di inzuppare nel vino del pane che «gli sfugge dalle dita. Come tutto / già nella vita» diventa (nel titolo) Il fallimento a Cana, ovvero, perfetto ossimoro, il flop di un miracolo, la transustanziazione dell’impotenza. Analogamente un vaso di fiori perde i suoi simboli (benché dia «adito / a interpretazioni»), diventa un mero contrappeso, «il primo / oggetto che capita a tiro» atto a nient’altro che bilanciare il pasto servito su un vassoio (in Fiori per papà). Anche altri oggetti, che sono in realtà i “superstiti” di una vita, creano turbolenze che la poesia registra, i libri da tenere o da disfarsene, un appartamento da dividere o da condividere, una casa che «la sua memoria già / crepuscolo distrutto, profezia / baggiana». Va così, e alla fine il poeta ammette: «Cambio / strategia finanziaria, investo / in altro immobile» e la metafora è chiara. Come dissi al tempo de I pinguini (che qui riaffiorano con la ripresa di due testi), Roversi ha una visione del mondo e delle cose parecchio metaforizzata perché la metafora è salvezza, cioè è regola, riduzione della realtà a qualcosa di sopportabile (ma non necessariamente meno doloroso), e nello stesso tempo cambio di prospettiva, pensiero laterale. Poiché la metafora opera per sintesi e trasferimento di senso, è logico che ne consegua una brevità del testo ed anche, a ben vedere, una puntuta nota epigrammatica. Una forma del genere, in altre parole, non fa sconti, arriva diretta, non lascia ampio spazio a nuances emotive, slanci lirici, giustificazioni, inutile cercare qui una nota di rimpianto, o una qualche nostalgia di memorie risarcitorie. Parlare di epigramma, sia esso voluto o meno, non è del tutto peregrino, poiché in antico proprio di questo si trattava, un breve componimento funerario, lapidario (perché iscritto sulla pietra) e nel bene o nel male definitivo. In questa postura autoriale in effetti sembra evidenziarsi una forza centrifuga, certo un allontanarsi, però alla distanza di una lama di fioretto, alla guardia, senza perdere d’occhio né le origini né le finalità di questa poesia, e nemmeno l’intimo legame psichico con tutti gli “accidenti” e i fantasmi che alimentano l’ispirazione di Pietro. È una materia fintamente leggera, ce se ne rende conto quando giunti in fondo alle non molte pagine che compongono questo libro (ma anche in fondo a ciascuna poesia) dobbiamo rileggere e riconsiderare non solo il pensiero ma anche le scelte linguistiche di espressione di quel pensiero, non separabili da esso, o cercare ancora un significato nascosto, adottando quindi una sorta di etica del lettore, per dirla con il grande Ezio Raimondi. Alla fine si resta con l’impressione di avere assistito ad una piccola e privata catastrofe (una “soluzione” nel senso classico del termine), una liberazione. Che sia definitiva non è dato sapere: in Ultimo bimbo di Hamelin il poeta bambino scrive il suo metaforico dubbio: «E io che sognavo / scomparissero i grandi (…) E invece è il contrario, incredibile, / qui ora solo adulti, / insostenibile». (giacomo cerrai)

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Cristina Annino – L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, nota di Pietro Roversi

L’udito cronico: il poeta siate voi che parlate, di Pietro Roversi

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L’udito cronico” di Cristina Annino apparve nel 1984 nell’antologia “Nuovi poeti italiani 3” (Einaudi) con un’astuta introduzione di Walter Siti [1]. Quest’anno è stato pubblicato per la prima volta in volume autonomo, grazie alla scelta ispirata di Roberto Russo e Antonio Bux a Graphe [2]. Il titolo è servito anche per l’antologia delle traduzioni di Adria Bernardi dall’italiano all’inglese dei testi del poeta 1977-2012 [3].

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Letto oggi, nel contesto di più di cinquant’anni di poesia di questo autore, il libro è una felice occasione per partire all’esplorazione e al godimento dei libri precedenti e dei successivi. In particolare, muove dai modi colloquiali de “Il cane dei miracoli” (Bastogi, Foggia, 1980) e getta le basi naturali della grande suppurazione/deflagrazione dell’io maturo e del suo zenit ipertrofico e sopra le righe che fu “Madrid” (Corpo 10, Milano, 1987).

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I testi mappano modi dell’ascolto che stanno tra quello dell’introspezione:

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        Non so; ma forse, per quanto

bravo sono e per come

mi giro esatto su me stesso, sopra,

sotto, dentro

il continente, in mare; anche

se rido astutamente. Io

non ho la chiave. (Hamsun)

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a quello delle figure familiari (il padre morto, la madre vedova, la sorella Paola, la suocera (Vu):

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        Poiché dobbiamo metterle al muro

e fucilarle, un giorno o l’altro, le nostre

braccia anteriori; prima ascoltarle

come i rumori di un bar. (Album di famiglia)

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a quello della folla (conoscenti, amici spagnoli e non, ma anche sconosciuti):

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È salito sul tram col suo udito

cosmico; il bianco timbro

del viso ha fatto un crac orrendo

allorché s’è piegato. (Come una città, Titro)

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fino alla ricezione del messaggio del mondo, dell’universo:

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        Ogni rumore del mondo

lo tiene nel rosso timpano delle

orecchie; lo decifra e rende dalle nere

labbra come un robot

la cartolina di risposta. (Il cane dei miracoli)

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A quest’età e con i tempi che corrono,

io siedo al bordo dell’orecchio

universale. (Caos)

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